Dagli archivi: Field Music – Commontime
Field Music – Commontime (Memphis Industries)
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Nei quattro anni trascorsi da Plumbs, Peter e David Brewis hanno firmato colonne sonore e dischi solisti, ma soprattutto sono entrambi diventati padri. Non solo una nota biografica, perché in quest’ultimo lavoro dei Field Music si notano elementi che non è azzardato legare alla paternità. I testi accennano alla vita di tutti i giorni e in particolare alla nuova condizione familiare, a partire dal primo estratto The Noisy Days Are Over. Insomma, col pupo in casa, scordiamoci le notti brave e le jam in salotto: il rifugio diventa allora lo studio, riempito di ospiti e colori per un disco – scritto e registrato in sei mesi – che spesso mischia caratteristiche armoniche e ritmiche del prog con il tiro del funk e dell’R&B, non limitandosi assolutamente né nella lunghezza dell’album – che sfiora l’ora – né nella produzione delle tracce.
Ottoni, archi, pianoforti, clavicembali si affiancano alla triade chitarra-basso-batteria, ma soprattutto alle voci dei Brewis, che raramente sono parse affiatate come in questo disco, sia nei brani più movimentati che in episodi sorprendentemente dolci, come The Morning Is Waiting, dedicata al figlio di Peter. Tra Prince (che ha segnalato il duo via Twitter), i Talking Heads e i Genesis, i Field Music si muovono come sempre in un campo tutto loro, decisamente lontano dal minimalismo, ma il più delle volte divertente e godibilissimo.
Recensione pubblicata originariamente sul numero di febbraio 2016 de Il Mucchio Selvaggio