I’m A Loser

Efficienza fiscale

No, diciamolo, perché se no qua non ci accorgiamo mai dei progressi che si fanno: l’altro giorno mi è arrivata una raccomandata dalla Agenzie delle Entrate. Ora, quando arriva una missiva di tal guisa, è bene spaventarsi, perché solo raramente la suddetta busta contiene, che ne so, un rimborso. Solitamente la lettera è del tipo “Ricordati che devi morire”, oppure è una multa.

Avrei quasi preferito un bigliettino “memento mori” scritto a mano, ma invece no. “Irregolarità nella dichiarazione dei redditi 2010”. Multa. Di dodici euro e cinquanta centesimi. Che sono andato a pagare mezz’ora dopo avere ricevuto la raccomandata, ché è bene non scherzare con certe Agenzie.

In fondo sono contento di questa sanzione: perché se l’ho ricevuta io, che guadagno neanche novecento euro al mese, chissà quanti soldi entreranno nelle casse dello Stato dai milionari: un errorino l’avranno fatto anche loro, no?

Di |2024-05-13T16:12:24+02:009 Novembre 2011|Categorie: I'm A Loser, Taxman|Tag: , , |4 Commenti

Anniversari

Oggi compio il mio trentatreesimo anno di vita, e il quinto nella casa da cui scrivo.

Per celebrare degnamente gli anniversari, il fato ha deciso che oggi inizieranno dei lavori di due mesi nel palazzo dove abito, lavori che (oltre ai rumori derivanti da demolizioni di intonaci) mi obbligano a tenere chiuse per due mesi quattro finestre su cinque che il mio appartamento ha. Chiuse col cellophane.

Aiuto.

Di |2024-06-02T17:04:04+02:009 Giugno 2011|Categorie: I Me Mine, I'm A Loser|Tag: , , , |3 Commenti

Imponi un posto a tavola – 3

Arriviamo alla cena dell’ultimo giorno pronti a tutto. O almeno, così credevamo. Alle otto e un minuto sono già tutti a tavola: abbiamo perso l’ultima occasione per capirci qualcosa delle dinamiche temporali di assalto alla mensa serale. Troviamo posto accanto a un gruppo di quattro persone: le sedie accanto alle nostre non saranno mai occupate durante tutta la cena, a differenza dei nostri padiglioni auricolari, invasi per due ore dalle chiacchiere delle due coppie al tavolo con noi.

La coppia A è formata da due persone più che sovrappeso di 35 e 33 anni, di vicino Milano, che stanno insieme da 11 e sono sposati da cinque; lui ha un nipote che fa 10 anni a luglio, ama lavorare e mangiare. Anche lei ama mangiare (ma dai), ma quella sera è a dieta, ha una predilezione per il viola (colore che domina le pareti del loro appartamento) e, in quel momento, male ai polpacci e pochissimo appetito, poiché ha mangiato un biscotto (in parte: è rimasto sul comodino per dopo), che consiste in cioccolato ripieno di nutella.
Capirete che questi dati non sono inventati.

Nella coppia B lui può avere una quarantina d’anni e vive a Milano. Lei di anni ne ha 35 e fa l’educatrice in una scuola materna.
Oh, la coppia B parlava decisamente di meno, che ci posso fare?

Dall’antipasto (a buffet) al dolce è stato un susseguirsi ininterrotto di conversazioni piatte e banali: dal colore delle pareti a come si vive a Milano, da quanti quintali di carne il maschio-A ha arrostito per la tal sagra, al tentativo di battere il record di persone che formano una catena umana intorno a un lago. La coppia A ha invitato la coppia B a unirsi alla prova: lei-B quasi quasi ci stava. Si è poi parlato di traffico, di stile “rusticato” (di cui Maschio-A sapeva tutto), di orari di lavoro, di souvenir (seriamente), di educazione dei figli con annesse prove che alla fine si può anche stare senza cellulare. A quel punto il maschio-B ha detto che “Non si può tornare indietro” e ho avuto l’impressione che si riferisse alla scelta dei posti per la sera.

Il tono della conversazione si è mantenuto così per un po’: era tale che se qualcuno avesse parlato di uova fritte, si sarebbe impennato l’interesse in maniera vertiginosa. Io, dentro di me, pensavo da un lato che gli argomenti erano di una noia letale, ma che sarebbe stato peggio se avessero tirato fuori…

E dal nulla Maschio-A ha detto che Pisapia se ne sarebbe prese, di critiche. Così. Sua moglie ha detto che non sapeva chi fosse. Lui l’ha subito informata della carica recentemente conquistata, aggiungendo con poca sicurezza: “È un avvocato”. Da lì all’argomento extracomunitari il passo è breve, dire che danno tutte le case a loro è una logica conseguenza. Mentre mi infilavo della cotenna di porco nelle orecchie, ho percepito le parole “rubare”, “gli danno trenta euro al giorno e stanno in albergo” e “Lampedusa”. Poi la sugna ha fatto il suo dovere, ottundendomi dolcemente dentro e fuori.

“Siete sopravvissuti?” ci ha chiesto il cuoco campano fuori dalla sala da pranzo.
Abbiamo annuito col capo e siamo corsi in camera: da lì a qualche ora i nostri vicini e i loro bambini ci avrebbero avvisato, a modo loro, che era tempo di partire. Il ponte era ormai agli sgoccioli.

fine

Imponi un posto a tavola – 2

La seconda cena viene affrontata con il bagaglio di conoscenze del giorno prima: sappiamo che per sopravvivere dovremo evitare ogni contatto con i campani, altrimenti è provocazione, e tentare di trovare un posto alla fine di un tavolo, per sentirci meno oppressi della sera precedente. Decidiamo quindi di presentarci alla sala da pranzo prima dell’ora concordata: se nel giorno prima alle otto e sei minuti i posti liberi erano già pochissimi, forse l’orario di cena non è così rigido.

Lo è: alle otto meno dieci B., io e altri sette o otto ospiti ronziamo intorno alle porte chiuse della sala da pranzo come coyote. Mi viene in mente il film Sette chili in sette giorni, e quello sarà l’inizio di una serie continua di rimandi tra quello che sto vivendo e alcune scene di commedie italiane. Appena si aprono le porte, sciami di persone iniziano a confluire sul buffet da ogni direzione. Mentre prendiamo posto (in angolo!) a un tavolo, ci nota un cuoco (pure lui campano) che commenta sornione la nostra immobilità: “Fate bene ad aspettare…”.

La cena scorre tranquilla: possiamo chiacchierare liberamente, nessuno si è seduto al nostro fianco. Notiamo che le coppie che erano con noi al tavolo il giorno prima hanno fatto amicizia. Il sosia di Al Pacino partecipa, pur con sguardo vagamente stordito, alle conversazioni e, forse, sbircia nella scollatura della commensale di mezza età alla sua destra, incurante dello sguardo della moglie. Era quindi il nostro imbarazzato silenzio a mettersi d’ostacolo a nuove conoscenze, ma non importa, perché possiamo parlare tra noi a un tono normale, mentre le nostre parole si confondono indistinte a quelle dei gruppi (sono compagni di viaggio o si sono conosciuti all’agriturismo?) e ai silenzi di coppie intimorite come lo eravamo noi solo ventiquattr’ore prima. Andiamo a letto, quella sera, con pensieri baldanzosi sulla colazione del giorno dopo.

Alle sette e quaranta del mattino udiamo dei suoni emessi dal bambino nostro vicino, ai quali presto risponde l’altro bambino, convincendo infine ad unirsi al chiacchiericcio i quattro genitori: i campani si sono svegliati.
Quando arriviamo nella sala da pranzo, sono già in molti a fare colazione: decidiamo di sederci vicino a una coppia di ragazzi giovani che, poco dopo il nostro arrivo, hanno questo scambio di battute.
Lei: “A Miami fa troppo caldo…”
Lui: “E allora non rompermi i coglioni quando vado alle Barbados”.

Finiamo in fretta di mangiare: se sanno che al massimo ce ne andiamo in vacanza in Croazia, noialtri, va a finir male.

continua

Imponi un posto a tavola – 1

“Non si finisce mai di imparare” e “Al peggio non c’è mai fine”: se dovessi riassumere l’ultima esperienza conviviale che ho vissuto, userei questi due modi di dire. Banali quanto volete, ma veritieri. Ma cominciamo dalla cornice: un agriturismo della campagna umbra nel quale ho passato il ponte appena trascorso. Ci spiegano che la cena viene servita alle otto e ci mostrano la sala da pranzo: un refettorio, con tavoli lunghi e sedie tutte intorno ad essi. “Siamo un po’ francescani nello spirito”, ci dicono. Siamo a due passi da Assisi: cosa si vorrà mai essere?

Arriva l’ora di cena: o meglio, io e B. nella stanza attendiamo con pupille e stomaci dilatati le otto di sera. Decidiamo di presentarci alle otto e cinque: la sala da pranzo è quasi completamente piena, con un nugolo di persone che si aggira intorno al tavolo del buffet. Ci viene incontro uno dei camerieri e ci indica due posti liberi: siamo a un tavolo con altre due coppie.

Una è formata da due quasi sessantenni: lei è volgarotta nei tratti, esibisce generosa scollatura e catenina; lui è abbastanza anonimo. L’altra coppia è formata da poco più che quarantenni: lei abbastanza anonima, lui stranamente somigliante ad Al Pacino, ma in brutto, e con un’espressione stordita perennemente stampata sul volto. B. e io siamo imbarazzatissimi: non è avere un tavolo con due sconosciuti molto vicino, è condividerne uno con quattro sconosciuti.

Mormoriamo per comunicare e così fanno gli altri, ma non tutti si comportano allo stesso modo: ci sono gruppi di quattro o sei persone che chiacchierano amabilmente tra loro. Sono gruppi preesistenti, compagni di viaggio, o si sono formati spontaneamente? Molte coppie, però, hanno un’aria quasi penitenziale, mentre mangiano. Probabilmente l’abbiamo anche noi.

Il giorno dopo, a colazione, si ripete lo stesso meccanismo: troviamo però un posto più isolato così che riusciamo a scambiare qualche parola: la notte non è stata delle migliori, perché le pareti delle stanze sono sottili e dietro di noi c’è una famiglia campana con bambino piccolo.

Ci siamo capiti. Forse per la stanchezza, forse per la forza dell’inconscio, ma indovinate su chi B. ha rovesciato del latte, durante quella prima colazione? Sull’amico del nostro vicino. Anche lui campano, anche lui con figlio piccolo, che alloggia un po’ più in là della nostra stanza.

Mentre noi minimizziamo l’accaduto con gli altri compari, il nostro non dice nulla. Ci fissa con occhi glaciali e noi capiamo che, per i cinque pasti che ci rimangono, avremo un nemico da cui guardarci.

continua

E. R. – Medici in prima linea (dove E. R. sta per Emilia-Romagna)

E ad un certo punto mi sono detto: “Ho bisogno di un check-up, devo fare il tagliando, insomma. La situazione economica non è delle migliori, ma, hey!, vivo in un paese che ha ancora la sanità pubblica”, e ho prenotato una serie di visite mediche, analisi, eccetera.
Non starò qui a raccontarvi tutto: mi limiterò alla parte più saliente, coraggiosa e – teoricamente – più vantaggiosa dal punto di vista economico del farsi una serie di controlli all’ASL. Quella che riguarda i miei denti, il loro controllo e manutenzione.
Alla metà di settembre prenoto le varie visite. La prima visita odontoiatrica è il 5 ottobre scorso. Durata della visita: cinque minuti netti. Costo: 18 euro.
Il dentista è un uomo enorme, dall’aria incazzata. Insomma, uno che non vedete l’ora vi infili degli strumenti affilati in bocca. Mi chiede che ci faccia lì, come lo si domanderebbe ad una suora in un night club. Gli rispondo che – incredibile! – sono lì perché vorrei sapere se la mia dentatura è a posto, denti del giudizio compresi, e per fare l’igiene. Solo che lui non capisce quello che dico, perché ha le mani nella mia bocca. (Questa è una caratteristica dei dentisti: perché si ostinano a fare conversazione quando la tua bocca sembra un portapenne? Perché non amano essere contraddetti?)
Il dentista toglie le mani dalla mia bocca e mi prescrive una radiografia. Vado su e giù tra ambulatori e CUP, pago, prenoto, torno su, mi fissa un’altra visita.
Secondo appuntamento: la radiografia, il 21 novembre. Costo: 25 euro.
Terzo appuntamento: ritiro delle lastre, o meglio, del cd con la radiografia, il 29 novembre.
Quarto appuntamento: la seconda visita odontoiatrica, il 30 novembre.
Il dentista è sempre lo stesso, ma deve avere avuto un mese difficile, perché è ancora più incazzato. E anche le sue mani sono diventate più grandi. Gli consegno il dischetto con la radiografia, e intanto mi fa sedere. Non appena prendo posto sulla poltrona, appoggiando i piedi su un cestino pieno di rifiuti medici, parte una sequela di bestemmie, imprecazioni e parolacce. Il dottore non riesce a leggere il contenuto del cd e la cosa lo fa imbestialire. Se la prende con tutti, da Dio al Ministro della Sanità.
Con quello stato d’animo pensa bene di rilassarsi facendomi la pulizia dei denti, con la grazia con cui un muratore bulgaro con la gastrite asfalterebbe il vialetto d’accesso della villa del padrone che lo sfrutta.
In cinque minuti d’orologio ha finito, e torna all’attacco del cd, chiedendo rinforzi. Arriva un collega e con due clic le mie arcate dentarie compaiono sullo schermo del computer del dottore. Mi siedo di fronte a lui, e inizia a scuotere la testa.
– Eh, – dice sospirando – lei deve rivolgersi ad un chirurgo maxillo-facciale.
Io sbianco, i miei denti anche.
– Vede? – continua il medico. – Le radici dei denti del giudizio pescano nel canale mandibolare, dove c’è il nervo. Se io vado ad operare, rischio di fare un danno. E se si arriva ad una lesione di quel nervo, lei rischia di avere la faccia storta tutta la vita. E lei non vuole avere la faccia storta tutta la vita, vero?
Non rispondo neanche. Ma, in un momento di silenzio, mormoro: – Comunque a me i denti del giudizio non danno alcun fastidio.
Il dottore spalanca la bocca. Evito di fare a lui quello che lui ha fatto a me. Poi dice: – Ah, ma davvero? Mo soccia, poteva dirlo prima! Allora tenga mo’ questo dischetto, se poi fa male, ne riparliamo.
Durata totale della visita (imprecazioni, problemi informatici, tutto incluso): quindici minuti. Costo: 19 euro.

Per risparmiare, ho risparmiato, non c’è dubbio. Il check-up continua, tra due settimane, con una visita oculistica. L’ultima volta trovai un oculista greco con tendenze antisemite. Chissà cosa mi riserva la prossima puntata.

"Potrebbe essere peggio: potrebbe piovere" (cit.)

Ci sono delle giornate che dovrebbero finire ad un certo punto, e invece vanno avanti inesorabilmente.
Oggi è stato tutto molto faticoso, ma perfetto: lavoro di mattina, trasmissione al pomeriggio, Timothy Brock come ospite è stato fantastico, poi ci sono stati i provini finali per la nuova conduttrice di Seconda Visione. Insomma, giornata impegnativa, ma nella norma.
Ma proprio quando uno si dice “Ok, faccio la spesa e torno a casa”, ecco che si abbatte la sfiga. Impetuosa.

Arrivi alla cassa del supermercato. “Ha la tessera?” “No” “Vuole una busta?” “No”. E l’ultima domanda te la fai tu: “Hai il portafoglio?” e ti rispondi “No”. Quindi lasci la busta della spesa lì e torni in radio. Trovi il portafoglio, stai per tornare al supermercato, quando ecco che ti rendi conto che non hai le chiavi. Vai negli studi dove sei stato e ti rendi conto con orrore che potrebbero essere nella redazione musicale: l’hai chiusa dall’esterno, diligentemente, con le chiavi dentro. E tu sei l’unico dei tuoi colleghi presenti a quell’ora ad avere le chiavi di quell’ufficio. Panico. Ma poi, no, non sei stato così diligente: la porta è aperta! Entri. E le chiavi non ci sono. Le ritrovi in un altro studio, che hai utilizzato sì, ma hai abbandonato poco diligentemente, e qualcuno l’ha già fatto notare ai tuoi colleghi. Inizi già a pensare ad una mail di scuse, ma devi tornare al supermercato, pagare la spesa e andare a casa.

Vai alla cassa dove sei stato: non c’è la stessa cassiera, evidentemente in quel posto praticano un turnover spietato. La nuova ragazza ti dice che la tua spesa è stata spostata (con la cassiera di prima) alla cassa 12. La cassa 12 ha una fila di trenta metri. Aspetti, aspetti, ma poi non ce la fai, e chiedi gentilmente di passare avanti, dovendo solo pagare la spesa. Tutti ti guardano un po’ così, ma alla fine ce la fai. Ma la cassiera non può farti pagare la spesa e basta, deve chiamare il responsabile casse con il telefono interno. Mentre lo attendi tutti quelli che hai superato pagano la loro spesa, e ti guardano come per dire “Ma allora, cazzo chiedi?”
Finalmente arriva il responsabile. Paghi la spesa. Palpi le chiavi nella tasca. Tutto è a posto. Ci vuole un po’ di musica. Accendi l’iPod e…

Andato: dopo due ore passate a cercare di capire che ha, so che dovrò affidarlo ad altre costosissime mani.
Questa giornata sta finendo. Domani vado a Torino a vedere i Police, ma spero di non essere io a portare sfiga, perché domani è anche il compleanno di Sting. Mi dispiacerebbe per lui.

Tensioni

E così ieri, alle 8, torno a casa e penso: “Ma dai, facciamo una bella lavatrice, come le so fare io”. Mi piace un sacco fare le lavatrici. Carico, metto il detersivo, guardo che non siano rimasti dei calzini in giro, sento un calzino ridere sotto il letto, lo cerco, non lo trovo, lo minaccio, si arrende, regolo la temperatura, il programma, premo “start” e mi rimetto al computer. Tempo due minuti scarsi e poff. Computer spento, io al buio, è saltata la corrente. Il calzino agonizza, immerso per metà nella lavatrice, io impreco, cerco la torcia, la trovo. Penso: “C’è forse il forno acceso? No. C’è forse una stufa elettrica accesa? No, non la possiedo. Qualcuno ha abusivamente collegato delle luci natalizie al mio contatore? Chissà.” Faccio finta che non sia successo niente, scendo due piani di scale, riattacco il contatore, risalgo due piani di scale, riaccendo la lavatrice.
Un minuto.
Aripoff.
Questo accade altre tre volte, con varie pause nel mezzo. Nel frattempo s’è fatta una certa ora, ma io ci riprovo. Senza biancheria la lavatrice regge. Rimetto la biancheria zuppa nella lavatrice, la faccio ripartire. Poff.
Prima di andare a letto, da vero malato di mente, chiedo aiuto alla rete, digitando su Google le parole “lavatrice salta corrente”. Il primo risultato è questo qua. Leggo il post e, disperato, mando una mail alla tenutaria del blog, che ho incontrato una volta e con la quale abbiamo parlato di cinema per un po’, prima di capire che non potremo mai andare al cinema insieme. Mi sono quindi messo, quella sera, a parlare di fumetti horror con i due suoi amici.
Vado a letto e sogno di passare i miei giorni attaccato alla cornetta di vari call center, con la mia lavatrice che, autonomamente, si accende e fa saltare la luce in tutto il palazzo.

Oggi mi sveglio vagamente più intelligente e decido di fare una prova: accendo il forno. Poff. Salta la corrente. Quindi non è la lavatrice. Quindi devo chiamare l’Enel. Quindi è esattamente come descritto nel post di cui sopra. Mi asciugo le lacrime e chiamo il centro guasti dell’azienda.
Scopro che il numero verde del centro guasti non prevede voci umane, ma solo frasi preregistrate, e serve solo se:
– c’è una guerra nucleare e ci sono interi quartieri senza luce: comunque ti dicono che “il servizio verrà riattivato a breve”;
– c’è un essere umano che sta friggendo attaccato ad una presa di corrente;
– è in atto un attacco terroristico.
La telefonata viene conclusa dall’elenco di tutte le zone di Bologna e provincia in cui c’è qualche problema elettrico. Ovunque, nella città, tranne che nella mia zona. Cambio tattica: farei qualsiasi cosa per parlare con un essere umano. Chiamo quindi il numero verde dell’Enel, fingendo di voler cambiare contratto.
Appena sento una voce femminile, confesso tutto. La gentilissima operatrice mi dice che non ho pagato una bolletta che scadeva il 2 ottobre. Bolletta che non ho mai vista, perché è stata mandata all’indirizzo della mia casa vecchia.

(E allora penso a quel deficiente che abita dove abitavo io. “Ehi, una lettera per il precedente inquilino. Enel. Che sarà? Ente Nazionale degli Enti Locali? Pubblicità? Nell’incertezza la butto.”)

L’operatrice inizia a darmi le indicazioni per riparare al misfatto, ad una velocità supersonica. “Un attimo che prendo carta e penna”, dico io. Dopo quindici secondi di silenzio, l’operatrice Enel sbotta: “Oh, allora, l’ha presa la carta e la penna?”
Le ho mangiato la faccia, letteralmente. Un po’ mi sono pentito, perché in effetti il servizio dell’Enel è davvero sempre celere. Eh, che volete, ero nervosetto.

Esco di casa alle ore nove. Ho una riunione in radio alle nove e trenta, ma prima devo pagare la bolletta. Ovviamente quando il mio numero si illumina sopra uno sportello dell’ufficio postale vicino a casa, l’impiegata si alza e se ne va. Colite? Pausa sigaretta?
Arrivo in prossimità della fermata dell’autobus e mi passano due 13 davanti. Sono già in abbondante ritardo, ma, attenzione, non sono così sfortunato. Uno è lì che aspetta. Ci salgo sopra tutto contento. Dopo cinquecento metri si rompe. Arrivo in radio alle 10. Non c’è stata alcuna riunione, i problemi sono ben altri: la rete interna è andata, completamente.

A parte questo, tutto bene, grazie.

I bei mestieri di una volta

Le persone della mia generazione parlano di lavoro più che di sesso. Il lavoro è l’ossessione, tutti sono precari, tutti sono stressati, tutti stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Quando tira molto vento.
Ma in fondo, come direbbe un anziano qualsiasi sull’autobus, è che noi i lavori non vogliamo farli. Inutile, quindi, offrire il proprio corpo per un contratto a tempo indeterminato (visto che lei lo offre per una notte, al massimo potrebbe avere un contratto a progetto, eh insomma: che poi, sarà vero, sarà falso, sarà che non ce ne può fregare di meno?). Perché di lavori ce ne sono.
Io, per esempio, sono iscritto ad un sito che, attraverso una newsletter settimanale, mi offre diverse possibilità di lavoro. Di solito le figure che vengono cercate sono “Agenti venditori monomandatari”, cioè persone che vendono X e guadagnano solo se vendono, se no ciccia (e io mi chiedo: ma con la crisi che c’è, signora mia, chi compra?).
Qualche giorno fa, però, mi è arrivata una proposta interessantissima: mi è stata offerta una posizione seria, rispettosa, di classe. Mi è stato offerto di fare il maggiordomo. Ho pensato subito a Anthony Hopkins in Quel che resta del giorno, ad Alfred in Batman, a innumerevoli libri e sceneggiati. E ai gialli: quindi ve lo dico da subito. Sono stato io. È sempre il maggiordomo, il colpevole.
Soprattutto se ha un contratto interinale.

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