Dagli archivi: Jimi Hendrix: Voodoo Child (Bob Smeaton, 2010)

Jimi Hendrix, si sa, è una delle icone del rock: sembra una frase fatta, ma la parola “icona” può avere come significato quello di immagine condivisa e immediatamente riconoscibile. Ecco quindi che ci vengono in mente le copertine dei dischi o gli scatti dei concerti più famosi del chitarrista, spesso tratte dalle esibizioni a Monterey, Woodstock e all’Isola di Wight. Perché un lavoro audiovisivo su uno dei più grandi musicisti del secolo scorso abbia un motivo di interesse, quindi, ci vogliono immagini e/o storie inedite o, quanto meno, poco viste: poco “iconiche”, appunto.

Jimi Hendrix: Voodoo Child riesce ad azzeccare in parte questo obiettivo: ripercorrendo in maniera rigidamente cronologica la vita e le opere del chitarrista mancino di Seattle, usa delle immagini effettivamente poco viste, ma organizza il materiale in modo davvero pacchiano.

Innanzitutto l’approccio filologicamente corretto di raccontare tutto attraverso la musica e le parole che Hendrix ha pronunciato nelle interviste tra il settembre del 1966 e lo stesso mese di quattro anni dopo (lo stesso usato dagli autori di Berlusconi Forever!) è rovinato dalla decisione di fare “leggere” le cose dette da Hendrix alla carta stampata dal musicista Bootsy Collins: quest’ultimo imita sì il tono calmo e dolce che Jimi aveva davvero ma, appunto, lo imita (come Neri Marcorè nel film di cui sopra! Ok, basta con i paralleli agghiaccianti).

Ma, soprattutto, nel raccontare il nostro si sente fortissimo il peso della famiglia, che ormai regola e amministra ogni uscita discografica legata a Hendrix, compresa la mega antologia West Coast Seattle Boy nella quale è incluso il DVD di cui stiamo parlando.

La scelta, non originale anch’essa, è parlare di Jimi, ma anche di James Marshall Hendrix: insomma, un po’ il figlio legatissimo al padre, a cui manda numerose lettere e cartoline, un po’ l’uomo che infiammò letteralmente i palchi di mezzo mondo. Solamente che nel parlare dell’uomo non si va a fondo, e nel parlare del personaggio non si racconta nulla che già si sappia. In particolare gli Hendrix hanno messo, evidentemente, un bel divieto a tutto ciò che riguarda sesso e droga. Sì, Hendrix rilascia un paio di dichiarazioni che indicano un “libero arbitrio” nell’uso delle sostanze stupefacenti, ma sembrano, più che dei contenuti interessanti posti in un certo snodo del documentario, una spunta sulla riga “droga”: “Ok, ecco cosa dice, andiamo avanti”. Sul sesso le cose vanno più o meno allo stesso modo. Ora, non vogliamo di certo l’ennesima occasione di sfruttamento di questi lati del personaggio, ma ignorarli del tutto è smaccatamente censorio.

Allo stesso modo, ma in questo caso è un bene, non si specula sulla scomparsa di Jimi Hendrix, avvenuta nel settembre del 1970: con la sua morte si conclude il documentario, che rimane passabile per chi non sappia nulla o quasi di questo grande musicista, ma che aggiunge davvero poco alla sterminata quantità di materiale che lo riguarda.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nell’aprile 2011

Dagli archivi: I diari della Sacher (AA VV, 2001-2002)

A Pieve Santo Stefano, un paesino di meno di quattromila abitanti in provincia di Arezzo, esiste da una quindicina d’anni l’Archivio Diaristico Nazionale. Il nome spiega tutto: in questa sede, aperta alla consultazione pubblica, vengono conservati diari, memorie ed epistolari inviati dalla gente comune. Chiunque, come si diceva, può sfogliarli: ogni testo, infatti, è catalogato e archiviato con estrema precisione.

Nel 2001 Angelo Barbagallo e Nanni Moretti, cioè la Sacher Film, in collaborazione con quella che allora si chiamava Tele+ e con RaiTre, iniziano la produzione di una serie di mediometraggi che prendono spunto proprio da alcuni testi conservati all’Archivio. In un paio d’anni vengono prodotti dodici film, intitolati I diari della Sacher, che vengono presentati con successo alla Mostra del Cinema di Venezia e al Festival di Locarno, diventando anche un’ottima palestra per alcuni registi che negli anni successivi hanno debuttato con lungometraggi più o meno fortunati. Qualche esempio?

Tra i prodotti del 2001 ci sono Bandiera rossa e borsa nera, una storia tratta dal diario di Gloria Chilanti, un’adolescente che si trova a vivere nella Roma della Resistenza. Alla regia Andrea Molaioli, spesso aiuto regista di Moretti, che ha firmato qualche anno fa il fortunato La ragazza del lago. Un altro dei diari è diretto, invece, da Susanna Nicchiarelli: la regista del recente Cosmonauta racconta una storia ambientata qualche anno prima, sempre nella capitale. In Cacridobò, infatti, Leda Casalini, Lydia Cristina, Vittoria Boni e Wanda Doniselli ricordano la loro vita di ragazze nel ventennio fascista. A differenza di altri documentari, questo è tratto da un diario scritto allora, ottant’anni fa, non ci sono ricordi filtrati dal tempo e messi su carta. La Nicchiarelli riprende le due superstiti delle quattro amiche per la pelle che raccontano cosa voleva dire essere quindicenni in quel periodo storico così particolare.

In genere in questi mediometraggi di mezz’ora circa l’uno è lo stesso “diarista” a essere davanti alla macchina da presa: l’operazione è interessante perché, nella maggioranza dei casi, assistiamo a un doppio racconto. Riprendendo pagine del proprio diario, infatti, il protagonista di ognuno degli episodi narra di sé seguendo il filo delle pagine, ma anche della memoria. Ciò che la pagina ha per forza di cose ridotto, asciugato e sintetizzato riprende aria: si aggiungono quindi nuovi aneddoti, vengono alla mente nuovi volti, si correggono ricordi imprecisi. Le testimonianze vengono condite da filmati di repertorio e musiche dell’epoca che viene raccontata. Tutto diventa complementare ai diari, talvolta stampati e usciti nelle librerie per editori come Giunti, Mursia e Terre di Mezzo, altre volte rimasti soltanto nel preziosissimo tesoro contenuto tra le mura dell’Archivio (che, per inciso, ha anche un canale YouTube).

Citare tutti gli episodi qua sarebbe poco utile: il nostro consiglio è di cercare di recuperare questi gioielli, ne verrete conquistati, sin dalle prime parole che, come in ogni diario che si rispetti, di solito riguardano la presentazione del protagonista. Un altro Diario della Sacher del 2001 è firmato da Valia Santella che, in Nel nome del popolo italiano, racconta la storia di Claudio Foschini, uno che potrebbe stare in Romanzo Criminale, visto che ha vissuto negli stessi anni e negli stessi ambienti rappresentati nel film e nella serie televisiva tratti dal romanzo di De Cataldo. In questo caso la presentazione del protagonista, che Foschini legge dai suoi quaderni ripreso dalla Santella è incredibile. “Era il giorno 30 luglio del 1949 alle ore 12 fra le baracche del rione Mandrone acquedotto felice nascevo io in qualche modo anch’io avevo come Gesù il bue e l’asinello, il bue una puttana e l’asinello, Agostino il ladro” (sic). Roba da film, no?

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel dicembre 2010

Dagli archivi: Mario Bava, Maestro of the Macabre (Garry S. Grant, 2000)

Il detto “Nemo propheta in patria” è spesso abusato, ma non è un caso che l’unico documentario su una delle nostre glorie cinematografiche nazionali, Mario Bava, sia di produzione statunitense. Furono infatti per primi statunitensi, francesi e inglesi ad apprezzare i film di Bava, il cui riconoscimento in Italia è cosa tutto sommato recente.

Mario Bava – Maestro of the Macabre è diretto da Garry S. Grant e scritto da Charles Preece, autore quest’ultimo anche di altri documentari monografici di argomento cinematografico. Il film, uscito nel 2000 e proposto come bonus disc nella ricchissima edizione DVD della Ripley’s del film d’esordio del regista sanremese, La maschera del demonio, racconta la storia di questo grande nome del cinema nostrano, concentrandosi sulla sua filmografia da regista, iniziata appunto nel 1960 con il celeberrimo horror interpretato dall’icona Barbara Steele. Definire Bava un artigiano, come spesso si sente, non è solamente un modo di dire: la sua carriera cinematografica, infatti, è stata influenzata molto – come si sottolinea nel documentario – dal lavoro di scultore del padre, e dalle decine di film per i quali ha firmato la fotografia, prima di dedicarsi completamente alla regia per vent’anni, fino alla sua morte nel 1980.

Grant e Preece adottano uno stile piuttosto convenzionale: seguendo una linea “biografica”, esaminano le varie fasi della carriera di Bava alternando brani dei suoi film, a testimonianze di registi e critici per lo più statunitensi (da Tim Burton a Joe Dante a Kim Newman) e di collaboratori e familiari del regista. Non è chiaramente la forma a essere interessante in Maestro of the Macabre, né una particolare innovazione critica o prospettica (per esempio quando si parla di Italia non si esula da immagini cartolinesche di alberi, fontane e Cinecittà che si alternano su un’aria d’opera…): è una contrapposizione a colpire lo spettatore. Da un lato la semplicità assoluta e l’ironia superlativa di Mario Bava che, è noto, non si prendeva mai sul serio su niente, ed era prontissimo a smorzare ogni entusiasmo cinèphile di rilettura critica della sua opera. Dall’altro risulta evidente come i film del nostro, specialmente gli horror, abbiano avuto un’influenza enorme su tutto il cinema di genere a venire, sia dal punto di vista estetico che dei contenuti. L’uso delle luci, la rilettura del gotico, lo stilema dello zoom, la rappresentazione della donna sono solo alcune caratteristiche per cui si è coniato l’aggettivo “baviano”.

Bava, insieme a Riccardo Freda, ha dato il via alla stagione dell’horror italiano, influenzato dalle produzioni Hammer degli anni ’50 e in contemporanea ai primi film AIP di Roger Corman (in seguito molto debitori del cinema baviano). Ma la strada che ha percorso, come spesso capita per alcuni geni solitari, è stata del tutto personale: il suo modo di mischiare elementi della tradizione gotica, del giallo e, una tantum, della fantascienza, è stato sempre avulso da qualsiasi tipo di compromesso, che non fosse la magica congiunzione tra appeal popolare (inteso come pop) e alto valore artistico. Spesso, inoltre, il suo cinema è stato anticipatore di tendenze e sottogeneri: due esempi per tutti sono il poliziesco all’italiana declinato con il sadismo e la violenza di Cani arrabbiati e lo splatter di Reazione a catena che informa buona parte dei momenti più felici dello slasher americano degli anni ’80.

Mario Bava – Maestro of the Macabre, in conclusione, è un buon documentario, ma Bava ha bisogno di qualcosa di più che faccia giustizia all’importanza del suo lavoro. D’altro canto, scrivendo queste parole, ce lo immaginiamo sorpreso e quasi scioccato dal fatto che ci sia ancora qualcuno che spende pellicola e inchiostro per un onesto artigiano, tenutosi sempre lontano dalle luci della ribalta: probabilmente il migliore che il cinema italiano abbia mai avuto.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel dicembre 2010

Dagli archivi: Harlan County, USA (Barbara Kopple, 1976)

Barbara Kopple è del 1946, quindi ha più o meno venticinque anni quando decide che il suo secondo documentario, dopo il film collettivo Winter Soldier, avrà a che fare con i sindacati dei minatori americani: c’è una lotta interna nel mondo corporativo di una delle categorie di lavoratori più sfruttate e sottopagate in assoluto. Barbara Kopple ha circa 30 anni quando vince un Oscar per il migliore documentario. Quello che accade in questi cinque anni è Harlan County, USA.

Il lavoro sul film è iniziato da un po’ quando, nel giugno del 1972, 180 minatori di un paesino nella contea di Harlan nel Kentucky entrano in sciopero per rivendicare diritti negati da decenni. Kopple e la sua troupe decidono che quello è il vero focus su cui puntare: vivranno con i minatori e le loro famiglie per anni e seguiranno tutte le fasi dello sciopero, fino alla conclusione della lotta, producendo, alla fine, poco più di un’ora e quaranta di montato. Il film prenderà il nome della contea in cui è in gran parte ambientato e uscirà nell’ottobre del 1976, per vincere l’ambita statuetta qualche mese più tardi.

Non è così banale che l’eccezionalità di Harlan County, USA sia la storia che racconta: una lotta durissima e violenta contro i grandi gruppi energetici condotta dagli ultimi. La comunità dei minatori vive in baracche sugli Appalachi, senza acqua corrente; è decimata dalla povertà, dall’indigenza e dalle malattie, compresa l’antracosi (una patologia tipica dei minatori, che porta alla distruzione progressiva del tessuto polmonare). E deve vedersela non solo con l’immediata conseguenza dello sciopero, cioè la decurtazione del già misero salario, ma anche con la violenza dei crumiri che, armati, sfondano i picchetti. Il tutto senza che la legge alzi un dito, o quasi: Kopple, infatti, ci regala uno dei momenti più alti e tesi del documentario proprio quando gli scioperanti e i crumiri si fronteggiano, entrambe le parti con armi alla mano e lo sceriffo locale a fare da mediatore.

Se questa è la vicenda principale narrata, ci sono alcune sottotrame, per così dire, ben presenti. Innanzitutto le lotte ai vertici della United Mine Workers of America (UMWA), la principale organizzazione sindacale dei minatori: scontri furiosi che portano ad accuse (poi rivelatesi fondate) di corruzione nei confronti di un leader e di omicidio su commissione di un rivale, con sterminio totale della famiglia di quest’ultimo.

Quella che rappresenta Kopple è l’America rurale, che parla un inglese stentato; l’America di “un fucile in ogni casa”; l’America della giustizia personale, delle lotte di potere e del profitto a tutti i costi. Ma è anche l’America cantata da Seeger, Springsteen o meglio, in questo caso, l’America del bluegrass. È la musica, infatti, la grande coprotagonista di questo documentario: una passione di Kopple che, non per niente, firmerà nel 1999 My Generation, incentrato sulle tre edizioni del Festival di Woodstock. In questo caso, però, le aule comunali, le case e le manifestazioni raffigurate in Harlan County, USA risuonano dei banjo, delle chitarre e di pochi altri sporadici strumenti che servono per suonare una delle musiche più antiche e popolari degli USA. Sono le parole delle canzoni bluegrass a rendere immediatamente cronaca quel che accade, anche se risalgono agli anni ’30. Per i minatori, infatti, il tempo pare non scorrere mai, le vite immutabili come le loro condizioni lavorative: o quasi.

Vi svelo infatti che la conclusione delle vicende narrate nel documentario di Kopple è abbastanza positiva: “Anche grazie alla presenza della troupe”, hanno dichiarato congiuntamente gli interessati. Talvolta, insomma, il grande cinema serve.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel dicembre 2010

Dagli archivi: due documentari su Stanley Kubrick

Due documentari non bastano per tracciare anche solo i contorni di una personalità artistica complessa come quella di Stanley Kubrick: crediamo sia interessante, però, giustapporre un prodotto ben confezionato, classico nella forma e nell’esposizione come Stanley Kubrick: a life in pictures, di Jan Harlan, e un piccolo prodotto molto più recente e breve del primo, cioè Stanley Kubrick’s Boxes, di Jon Ronson.

Il documentario firmato da Harlan, assistente e cognato del grande regista americano, è come potete immaginarvelo: uscito nel fatidico 2001, due anni dopo la scomparsa di Kubrick, è narrato da Tom Cruise, ed è diviso in una serie di capitoli ognuno dedicato a un film o a precisi momenti nella vita di Kubrick. Ci sono testimonianze di familiari e di nomi illustri (da Woody Allen a Matthew Modine, da Malcom McDowell ad Arthur C. Clarke), brani di film, qualche materiale inedito che, per due ore e un quarto, pavimentano la strada tracciata secondo criteri rigidamente bio-filmografici. Del resto, lo si capiva anche dal titolo.
Ciò che rimane, dopo la visione di A life in pictures, solitamente è una duplice voglia: una, tutto sommato accontentabile, che consiste nel rivedere tutti i suoi film. L’altra, vera utopia, di conoscere di più del suo modo di lavorare e pensare, a prescindere da esposizioni da manuale.

Stanley Kubrick’s Boxes, del 2008, ha un elemento comune, oltre al soggetto del documentario, con il titolo appena esaminato: il titolo è veritiero. Infatti Jon Ronson, conduttore radiofonico, giornalista, documentarista e autore – fra gli altri – del libro da cui è stato tratto il film L’uomo che fissava le capre, parla di un migliaio di scatole stipate in diversi spazi della residenza dei Kubrick il cui contenuto, organizzato maniacalmente dallo stesso Stanley, è pressoché sconosciuto.
Non so se mi spiego.
Per cinque anni, quindi, Ronson esamina scatola per scatola, scoprendo, ad esempio, che Kubrick siglava e archiviava ogni lettera che gli fosse arrivata da un fan, fosse essa positiva o negativa nei confronti del suo lavoro, ma anche se da lui giudicata opera di un folle. Non solo: mandava i suoi assistenti a fotografare intere strade londinesi o di altri centri urbani porta per porta, ma mica per trovare le location nelle quali girare, no. Per ricostruire tutto negli studi di Pinewood, dove Kubrick ha realizzato gran parte dei suoi film.

Questi due esempi, però, sono forse fuorvianti: ciò che emerge dal contenuto delle scatole, ma soprattutto dalle interviste fatte ad assistenti e familiari, non è la pazzia presunta del regista, su cui in molti hanno ricamato, ma piuttosto l’enorme amore che Kubrick nutriva nei confronti del suo lavoro. Un amore maniacale, certo, contrassegnato da un senso per la precisione che potrebbe sembrare folle, ma che ha portato a quei film. Un metodo che Kubrick fece sempre più suo: uno degli aneddoti più impressionanti che vengono narrati riguarda il mistero del tempo sempre più lungo intercorso tra un film e l’altro nell’ultima parte della sua carriera. “Le scatole”, dice Ronson, “svelano il mistero: Kubrick tra un film e l’altro si preparava”. Era un’attività necessaria, anche se talvolta portava a esiti disastrosi, basti pensare che nel tempo in cui Kubrick e il suo staff organizzavano il materiale di preproduzione per un film che toccava il tema dell’Olocausto, Spielberg pensava, preparava, produceva e distribuiva Schindler’s List. E tutto il materiale del progetto Aryan Papers? Ordinato, etichettato e messo da parte. In una scatola.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel novembre 2010

Dagli archivi: La vita in un giorno (Kevin MacDonald, 2011)

Che cosa avete fatto il 24 luglio 2010? Io quel sabato, credo, non ho fatto nulla di eclatante, come è probabile, statisticamente, che sia vero per la stragrande maggioranza della popolazione del globo. Alcuni, però, uomini, donne, sani, malati, italiani, olandesi, afghani, giovani e adulti, hanno risposto a un appello di cui si è parlato anche su questo blog: hanno raccontato con i propri mezzi di ripresa video quel loro giorno e hanno mandato il tutto a un canale YouTube. Sono arrivati 80000 video da 140 Paesi, per un totale di 4800 ore di filmati. Più di sei mesi di girato.

Da questa variegata e immensa mole di materiale, i produttori Ridley e Tony Scott, il regista Kevin MacDonald e il montatore Joe Walker hanno tratto un film di un’ora e mezzo, presentato alla scorsa edizione del Sundance, al Festival di Berlino e, ovviamente, su YouTube. Questo è Life in a Day, o in italiano La vita in un giorno – La storia di un giorno sulla Terra.

Seguendo una scansione temporale, dai primi risvegli della mattina presto, quando la luna è ancora splendente nel cielo, fino alle ultime ore della giornata, rimbalzando tra i cinque continenti, il film ha un certo fascino antropologico: sarebbe una di quelle cose che andrebbero messe nelle capsule che vengono mandate nel cosmo con, al loro interno, cose che rappresentano l’essere umano. Un messaggio nella bottiglia spaziale che forse mostra l’uomo un po’ più buono di quel che è realmente, ma pazienza. È affascinante vedere popoli diversi che fanno fatica a svegliarsi, si lavano, mangiano, vanno al lavoro, eccetera. Perché, giustamente, il film parla di “un” giorno della vita del pianeta, uno qualsiasi. Ci sono, certo, alcune figure che risaltano più delle altre, come quella del coreano che è quasi dieci anni che gira il mondo in bici, o della donna che è andata sotto i ferri per un cancro, o del ragazzo che riprende la telefonata con la quale racconta alla nonna della propria omosessualità.

Ma Life in a Day non vuole essere un “mondo movie”: i riflettori non sono puntati sull’esotico (quando il materiale è fornito da 140 Paesi, tutto è esotico o niente lo è), né sul voyeuristico, né sull’anormale. Descritta così l’ora e mezzo di durata parrebbe infinita: e in effetti i primi minuti non sono facili, arrancano lenti; poi, mano a mano che il film prosegue, ci si inizia ad appassionare a… A cosa, a chi, visto che non ci sono protagonisti, coprotagonisti o antagonisti? Ci si affeziona a degli sconosciuti, quindi, in sostanza, all’uomo, in un rigurgito di umanesimo inatteso. Ci si commuove, si ride e si patisce, e ci si sorprende a provare queste emozioni: ecco il grande lavoro di chi ha ordinato le migliaia di frammenti arrivati per questo progetto. Il montaggio e il linguaggio filmico mostrano pienamente le loro potenzialità di latori di senso, un canto di lavoro africano (non a uso e consumo di un documentarista, ma reale) ritma anche una scena girata a migliaia di chilometri da là, bambini di tutti i colori fanno i capricci e delle persone muoiono schiacciate da altre in un tunnel. Già, il 24 luglio 2010 ne perirono 21 alla Love Parade di Duisburg: in alcuni frammenti la cronaca, ciò che viene tramandato e ricordato, entra nel giorno di Life in a Day, creando un effetto straniante e schizofrenico. Se da un lato, infatti, la tragedia è ancora più toccante (grazie al rinnovato umanesimo di cui sopra), dall’altro è vista come un’altra delle cose successe a un organismo complesso e enorme, quello della Terra e dei suoi abitanti.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nell’aprile 2011

Dagli archivi: When You’re Strange (Tom DiCillo, 2010)

Nel dicembre 2010 TomDicillo scrive sul suo blog: “Quando mi sono svegliato stamane ho scoperto che When You’re Strange ha ricevuto una candidatura ai Grammy. La categoria è video di lungo formato (dvd), il che va bene, sebbene sia stato concepito, prodotto e distribuito come film”.
Due mesi dopo il documentario vince il premio, eppure per ora When You’re Strange ha avuto una distribuzione, internazionale e domestica, davvero scarsa. Possibile che la figura di Jim Morrison non sia più interessante? E che la voce narrante di Johnny Depp non attiri almeno il pubblico anglofono?

E dire che di cose interessanti il film ne ha, a partire (è una banalità?) dalla musica dei Doors che, emendata tanto da retrospettive maledettiste quanto dagli strali di detrattori inutilmente acidi, rimane per molti versi superba. È notevole anche il lavoro di ricerca: molti documentari musicali si vantano di avere al loro interno sequenze mai viste prima, ma in questo caso è proprio così. E, infine, si parla almeno un po’ anche di Krieger, Manzarek e Desmond, che pare abbiano appoggiato il progetto (cosa che al famigerato The Doors di Oliver Stone non era riuscito neanche per sbaglio). DiCillo adotta una visione globale del percorso compiuto della band californiana, che viene riallacciato ai momenti turbolenti della storia dell’epoca degli USA e anche alla storia personale di Morrison, qui visto davvero nel modo più oggettivo possibile.

È chiaro perché Oliver Stone si sia fatto prendere la mano con quel film, vent’anni fa: a rivedere certe sequenze e a risentire certi brani, si percepisce la grandezza quasi minacciosa di Morrison, e quel misto di fragilità, carnalità e lirismo che emana ogni sua nota e parola. E quindi anche DiCillo, qua e là, perde il controllo, toccando ahinoi l’apice quando fa spegnere un fiammifero mentre Depp ci narra della morte del leader dei Doors. Subito dopo, però, monta “The Crystal Ship” con immagini dei Doors in vacanza su una specie di yacht, mentre nuotano in acque cristalline e si tuffano dalle balaustre dell’imbarcazione, e tutti hanno uno sguardo un po’ triste. La pacchianata del fiammifero scompare di fronte a un brano di montaggio eccellente.

Quindi, nella sua ora e mezzo, When You’re Strange non è privo di difetti, o meglio, di piccoli eccessi, qua e là. Però glieli si perdona, un po’ nel nome della buona volontà che lo sostiene, un po’ perché alla fine è difficile essere immuni, tuttora, dal fascino della musica dei Doors.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nell’aprile 2011

Dagli archivi: The Work of Director (2003)

Attenzione: leggere questo post vi farà immediatamente spendere un sacco di soldi. Già, perché in questo mondo di ladri, dove si scarica gratis di tutto, esistono ancora dei prodotti che ha senso comprare. Qui non stiamo parlando di un DVD che contiene un documentario, no. Qui i DVD sono sette: ognuno di essi è dedicato a un regista. Ma scordatevi, almeno in buona parte, i manuali di storia del cinema. I registi in questione, infatti, hanno principalmente diretto videoclip, tra i più belli di quest’arte che ha qualche decina d’anni di vita.

È il 2003 quando la Palm Pictures fa uscire la prima serie di The Work of Director: i primi tre DVD sono dedicati a Spike Jonze, Chris Cunningham e Michel Gondry. Come mai loro tre? Ehm, perché sono loro a ideare questa collana. Ogni uscita consiste in un DVD stracolmo di materiale (in media una quindicina di clip, tra video, installazioni, corti e spot televisivi) e in un libretto di una cinquantina di pagine che racconta il mondo del regista in questione, con interviste, riproduzioni di appunti, fotografie e storyboard. In più ci sono speciali, making of, documentari. Il terzo della prima infornata, quello di Gondry, è particolarmente allettante, considerando soprattutto la ormai lanciata carriera cinematografica del geniale regista francese: chi di voi ha amato Human Nature, Eternal Sunshine e L’arte del sogno, troverà pane per i suoi denti e un film/diario imperdibile. Due anni dopo, la Palm Pictures si ripete: questa volta i nomi sono quelli di Mark Romanek, Jonathan Glazer, Anton Corbijn e Stéphane Sednaoui. La formula, però, non cambia. Libro, video musicali, spot televisivi e altre gustose amenità.

Il consiglio che vi diamo è di prendervi tre ore di tempo e godervi ogni DVD in una volta sola: il perché di questa istigazione alla maratona audiovisiva (che vi ripagherà, ne siamo certi), è presto detta dal titolo stesso della serie. L’approccio della Palm Pictures a questa enorme e variegata quantità di materiale fondamentalmente di origine commerciale o promozionale è quella di una sorta di politica degli autori, che rivoluziona il modo di concepire i videoclip. Di solito i video musicali sono raccolti per autore, vedi le uscite con i videoclip di Bowie, altre con tutti i video dei Radiohead, eccetera. Raggruppando però questi prodotti per autore si scopre qualcosa di eccitante: c’è un trait d’union evidente tra le immagini scelte per commentare “Red Guitar” di David Sylvian e quelle di “Liar” di Henry Rollins: la firma di Anton Corbijn, tanto per citare un altro che è passato al cinema. Le ossessioni di Cunningham si ritrovano tanto dei deliri ritmati dall’electro di Aphex Twin quanto in video raggelanti creati per Madonna e Björk. E ancora, il senso apocalittico di Romanek è visibile nello spot per Levi’s intitolato “Odyssey” quanto nell’insostenibile videoclip per “Rabbit in your headlights” degli U.N.K.L.E.

Per ora i DVD di The Work of the Director si fermano qua: ci sono voci di una possibile terza serie, che comprenda registi nuovi, ma anche aggiornamenti di nomi già esaminati. Tuttavia per ora non vi è nulla di certo. Ora non vi rimane altro che mettere mano alla carta di credito e regalarvi un giorno intero di pura estasi audiovisiva.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel gennaio 2011

Dagli archivi: Reality 86’d (David Markey, 1991)

Una delle band più importanti e influenti della storia dell’hardcore celebra nel 2011 due anniversari: trentacinque anni dalla fondazione e dieci dallo scioglimento. Stiamo parlando dei Black Flag, che nel lasso intercorso tra il 1976 e il 1986 diedero davvero una spinta notevolissima all’undereground culturale statunitense e non solo.

Reality 86’d, firmato dallo stesso David Markey di 1991: the Year Punk Broke, racconta l’anno finale dei Black Flag, quel 1986 in cui i nervosismi e gli attriti tra i tre membri (che ipotizziamo non fossero esattamente delle persone facili) portarono al collasso del gruppo. Certo, i Black Flag non se la passavano comunque bene: sempre poveri in canna, perseguitati dalla polizia ovunque andassero, tesi dai loro stessi caratteri. Neanche un grande disco come In My Head e il tour che lo seguì (al centro del documentario di Markey) poteva salvarli.

Però c’è un problema: se a metà dello scorso maggio Reality 86’d era comparso su Vimeo, salutato da orde di fan entusiasti di poter vedere questo reperto eccezionale di un’era tutt’ora estremamente influente, allo stesso modo, alla fine di quel mese, il documentario è stato eliminato [ndr 2022: è nuovamente disponibile a questo link]. Perché? Per volere di Greg Ginn, chitarrista e fondatore dei Black Flag. Che ha da recriminare quel genio di musicista? Tentano di scoprirlo Dan Collins in quest’intervista e Tony Rettman in quest’altra, ma pare proprio che Markey non sia riuscito a ottenere nulla se non un “perché no” da Ginn, l’unico tra i protagonisti del documentario che ha creato problemi: gli altri Black Flag, infatti, sarebbero più che contenti di vederlo distribuito e così i membri delle altre band che compaiono nell’oretta che dura Reality 86’d). Caratteracci, si diceva.

Fatto sta che è un peccato: perché, sebbene la mano di Markey sia la stessa, qui c’è una bella differenza rispetto a 1991. Se nel documentario citato c’è la sensazione (veritiera, peraltro) che i Sonic Youth e i loro amichetti se la stiano spassando mentre scorrazzano nei festival estivi europei di inizio anni ’90 e sentano di avere un futuro davanti a loro, i Black Flag non nascondono di essere al limite del collasso. La macchina da presa sporchissima di Markey, la vita in furgone, l’imponenza titanica di Henry Rollins, le tonnellate di erba fumata, i kids che pogano come se non ci fosse un domani: ci chiediamo che cosa succederebbe se una vecchia videocassetta del documentario spuntasse tra duemila anni nelle mani di archeologi del futuro. Siamo certi che sarebbero anche loro in grado di percepire l’energia (seppure talvolta negativa) che trasuda da ogni secondo del film e, forse, ristamperebbero il documentario. Sempre che nessun parente di Ginn si faccia vivo per impedirlo.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel giugno 2011

Dagli archivi: Sins of My Father (Nicolas Entel, 2009)

“Tali padri, tali figli”, dice un vecchio adagio dalla natura piuttosto conservatrice. Ma se tuo padre si chiama Pablo Escobar?

Sins of My Father (Pecados de mi padre in originale) è un documentario del 2009 coprodotto dalle due nazioni che segnano per sempre la vita del primogenito di uno dei narcotrafficanti più famosi e potenti della storia: Juan Pablo nasce in Colombia e si gode la vita che può avere un bambino figlio di un milionario che lo ama alla follia; lo stesso Juan, alla morte del padre, è costretto all’esilio in Argentina. Il regista Nicolas Entel, dopo un esordio nel 2005 con Orquesta Tipica, decide di buttarsi anima e corpo in questo progetto: raccontare la storia di Pablo Escobar attraverso moglie e, soprattutto, figlio.

Juan Pablo in realtà si chiama da anni Sebastian Marroquin: e per forza, considerando che le minacce di morte nei suoi confronti non sono ancora solamente un ricordo. Ciononostante, decide di porre fine alla spirale di violenza da subito quando, dopo una reazione a caldo alla notizia dell’uccisione del padre da parte delle forze di polizia colombiane (e pare anche di uomini del cartello rivale, quello di Calì), dichiara di non volersi vendicare degli assassini del padre.

Insieme alla narrazione dell’ascesa e della caduta del boss della cocaina, proprio il tema della spirale di violenza che passa dai padri ai figli, e del sentimento di vendetta, è al centro del film che documenta un gesto eccezionale: l’incontro di Juan Pablo con i figli di due tra le vittime più illustri di Escobar, i politici Luis Carlos Galan e Rodrigo Lara Bonilla. I due, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, avevano provato a fermare il potere del narcotraffico colombiano, il cui radicamento negli apparati statali stava diventando sempre più solido.

Il figlio di Escobar è incredibilmente lucido nel narrare la sua storia, ma anche nell’affrontare l’incontro sul quale si chiude il film: per prepararsi scrive una lettera toccante e profonda ai figli di Galan e Lara, in cui si pone umilmente nella posizione di chiedere scusa per i crimini commessi da un padre perso quando aveva sedici anni. Il protagonista del documentario, però, è altrettanto cristallino nel ricordare l’affetto del padre senza cadere in alcuna forma di assoluzione, tant’è che pare, in certi frangenti, che debba crollare all’improvviso, stremato dai sentimenti contraddittori che – ne siamo certi – nutre tuttora a proposito di una figura così feroce e, al tempo stesso, vicina.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel maggio 2011

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