recensione

Dagli archivi: Black Sabbath, Unipol Arena, Casalecchio di Reno (BO) – 18 giugno 2014

 

Black Sabbath Bologna 2014Dopo l’annullamento della data di Milano, i Black Sabbath riempiono il Palasport di Casalecchio proponendo un live potente, dall’impatto visivo tutto sommato sobrio, ma efficace. C’è la musica e la presenza. E una scaletta che guarda al primo lustro di produzione della band, o poco più.

“I can’t fuckin’ hear you”, ripete infinite volte Ozzy Osbourne agli undicimila che affollano il palasport alle porte di Bologna: insieme a lui i fedeli Geezer Butler al basso e Tony Iommi alla chitarra, dietro il tecnicissimo e potente Tommy Klufetos, batterista tra gli altri anche di Rob Zombie e dello stesso Ozzy. Il leader di una delle band più influenti e importanti degli ultimi cinquant’anni o giù di lì cerca continuamente il coinvolgimento della folla, non sempre caldissima, per quanto estasiata di vedere tre quarti dei Black Sabbath suonare bene per un’ora e quaranta.

A partire da “Iron Man”, per finire con “Paranoid”, impressiona infatti vedere quanto la band regga la prova con il tempo. La scaletta percorre i primi titoli della discografia degli inglesi, scegliendo tra le ultime canzoni solo il primo singolo di 13, “God Is Dead”: un’anomalia, confrontando le setlist di questo tour. Ma è confermato, anche nell’unica data italiana, il trittico “Black Sabbath”, “Behind the Wall of Sleep” e “N.I.B.”: una triade che segna il picco assoluto del concerto, suonata benissimo e cantata bene.

Già, perché, se proprio vogliamo trovare un problema, sta nella voce di Ozzy, ovviamente, spesso non all’altezza (anche nel senso proprio di intonazione) delle prove degli altri tre, davvero eccellenti. D’altro canto, l’ex-macellaio di Birmingham non è mai stato un cantante vero, no? Fa quello che deve fare: compare vestito di nero mantello, che abbandona presto, introduce “Snowblind” (quella che fa cantare a tutti “Cocaine”) rassicurandoci che quelle cose non le fa più, agita le braccia (non proprio agilmente), abusa di f-words, ci dice che siamo i numeri uno. E ripete che non ci sente urlare abbastanza, appunto. Arriva quasi a essere minaccioso, verso la fine del live: ma quando parte “Children of the Grave”, non c’è bisogno che ci ordini che dobbiamo diventare matti. Lo diventiamo.

Un “Let’s go fuckin’ crazy” introduce anche “Paranoid”: no, a dire la verità la canzone, creata come riempitivo del secondo album e diventata il più grande successo della band, è preceduta dall’intro di “Sabbath Bloody Sabbath”. Come a dire: “Abbiamo un repertorio talmente vasto di grandi pezzi che possiamo farne ciò che vogliamo”. Chapeau.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di luglio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Veivecura – Goodmorning Utopia

Veivecura – Goodmorning Utopia (La Vigna Dischi), 15 maggio 2014

7,5

Chissà cos’è successo di felice al siciliano Davide Iacono: il titolare del nome Veivecura, infatti, ha pubblicato quattro anni fa Sic Volvere Parcas, primo capitolo piuttosto scuro di una trilogia che è proseguita nel 2012 con le aperture di Tutto è vanità e si conclude oggi con Goodmorning Utopia. Ce lo chiediamo perché i toni di questo ultimo bel disco sono decisamente più solari e pacificati di quanto siamo stati abituati a sentire. Costruito intorno a sei canzoni più tre suite divise in parti e intitolate “Utopia”, l’album si concede derive decisamente più libere e leggere del solito, come in “Utopia I-II-III” dove compare anche un sax, o nella riuscita (e pop) “Oxymoron”.

Nel disco si colgono i segnali della maturità del suo principale artefice, che ha costruito in questi anni una narrazione non banale e decisamente sui generis. Sì, il modello è quello in filigrana di band diversissime tra loro, come per esempio Sigur Rós, Explosions in the Sky e Goodspeed! You Black Emperor: una lenta sovrapposizione di linee melodiche (qui affidate a voce, piano e chitarra e supportate da archi e fiati) che conducono a un climax e quindi (spesso) a una ripresa calma del tema iniziale. Tuttavia Iacono ha misura, sia nelle singole canzoni che nel disco stesso, che, tracciando un percorso ragionato e concettuale, ma non cerebrale, affascina e riscalda.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di luglio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Bo Ningen – III

Bo Ningen – III (Stolen Recordings), 12 maggio 2014

6,5

C’è più psichedelia nel pur ricco elenco di ingredienti a cui attinge la musica dei Bo Ningen, quartetto giapponese di stanza a Londra: si intuiva qualcosa già dall’uscita di “DaDaDa”, uno dei brani più interessanti, nonché apertura, di III. Poliritmico, con voci che si intersecano e si richiamano, fa pensare agli Animal Collective, ma non è questa l’unica direttiva del terzo album della band, non così lontano dal precedente Line the Wall. Per esempio ritorna la voce di Jehnny Beth delle Savages, in “CC”, uno dei due brani in inglese (sì, per la prima volta un album dei Bo Ningen non è tutto in giapponese); l’altro è la bella “Silder”, dove canta Roger Robinson dei King Midas Sound.

I pezzi ci sono: a parte la noia di “Ogosokana” e i nove minuti di “Mukaeni Ikenai”, una malriuscita deriva verso i connazionali Mono, i Bo Ningen frullano bene kraut e space rock, accenni dub a episodi stoner, noise e garage. La miscela è buona, ma talvolta si viene colti da un senso di sazietà, per così dire. È il disco nel suo intero a risultare a tratti stancante: un aggettivo che sembra non appartenere ai live della band, a detta di tutti trascinanti. Ecco, canzone per canzone lo è anche questo album: ma arrivati alla fine, a quasi un’ora dal promettente antipasto, si è talmente pieni da temere anche la leggendaria sfoglia-mentina dei Monty Python.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Fennesz – Bécs

Fennesz – Bécs (Mego), 28 aprile 2014

7

Un tempo erano gli ascoltatori a connettere gli episodi della discografia di un musicista: oggi sono direttamente le etichette a promuovere un album come “X parte seconda” e non senza rischi. È capitato con Morning Phase di Beck, succede con Bécs, che la Mego riconduce direttamente a quell’Endless Summer pubblicato dalla stessa etichetta nel 2001. Allora la dichiarata ispirazione erano i Beach Boys: in quest’ultimo album i riferimenti “pop” non sono così univoci.

L’inizio è affidato a “Static Kings”: la chitarra crea riff acustici ed elettrici, ma rimane lieve, lontana dai drones di Black Sea richiamati invece alla lontana nella successiva “The Liar”.

A questa segue l’unico vero “monumento” del disco, la splendida “Liminality”, che in dieci minuti mette in campo tutto quello che c’è e ci sarà: l’inizio come di orchestra che si accorda, la chitarra che entra decisa e solenne, la tempesta elettrica nel mezzo e un minuto o quasi di silenzio finale.

Dopo è tutto variazioni sul tema: “Sav” migliora “Pallas Athene”, “Bécs” usa un pianoforte distorto e straziante, la conclusiva “Paroles” ci sorprende con una chitarra acustica. Il risultato è interessante, le manipolazioni del pop che Fennesz ci propone sono sempre ad alti livelli, ma il paragone con l’estate infinita di tredici anni fa (l’hanno tirata fuori loro, del resto) non regge.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Inventions – ST

Inventions – ST (Temporary Residence), 20 aprile 2014

7

Sulla carta è prevedibile solamente quale possa essere il terreno d’incontro tra Matthew Cooper, in arte Eluvium, e il chitarrista degli Explosions in the Sky, Mark T. Smith: il debutto dei due a nome Inventions, però, ha sviluppi autonomi che non si limitano ad essere una somma delle parti. Alla base, certo, c’è l’unione degli splendidi spazi sonori a cui ci ha abituati Cooper con i vortici ascensionali che sono un marchio di fabbrica della band texana: una connessione che crea una sorta di versione “da camera” di questi ultimi.

Ma Eluvium non è un mero collaboratore, anzi: il contributo del polistrumentista è fondamentale quanto quello dell’amico, conosciuto dividendo i palchi di un tour nel 2008. Cooper crea l’ambiente giusto intorno alle parti di chitarra del partner, attingendo all’eterogeneo catalogo della sua produzione. Usa drone gentili, sovrappone accortamente frammenti di canto e parole, percussioni, piano e archi in strati di suono che riscaldano o, come in “Flood Poems”, che risultano semmai severi, non digitalmente glaciali.

Il disco, infatti, suona intimo e sincero, allontanandosi quindi dalle “retate emozionali” tese talvolta dagli Explosions in the Sky, quelle trappole in crescendo alle quali talvolta è così piacevole abbandonarsi. Anche in Inventions i giochi dinamici sono ben presenti, basti pensare a “Sun Locations/Sun Coda,” o a “Peaceble Child”; così come i beat, che portano a climax più rarefatti e trattenuti (“Echo Tropism”) o decisi (“Recipient”). Fanno un buon lavoro, Cooper e Smith: il loro dialogo forma un discorso non sempre immediato o cristallino, ma comunque interessante e a tratti, come negli ultimi brani del disco, anche affascinante.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Woods – With Light and With Love

Woods – With Light and Love (Woodsist), 15 aprile 2014

7,5

Tre dischi:
Grateful Dead – Anthem of the Sun (Warner Bros, 1968)
Jefferson Airplane – Crown of Creation (RCA, 1968)
The Kinks – Lola Versus Powerman and the Moneygoround, Part One (Py, 1970)

Jeremy Earl torna sulle scene riprendendo il filo del precedente Bend Beyond, pubblicato sempre dalla sua Woodsist. Se dovessimo tenere fede al testo della title-track di due anni fa, quell’album avrebbe potuto intitolarsi “Bend Beyond the Light”: la luce è un elemento fondamentale nell’immaginario dei Woods, torna in titoli e testi, e anche le canzoni sparse in una discografia lunga ormai quasi un decennio la richiamano spesso.

Ma per capire dove questo valido With Light and With Love si allontana da Bend Beyond, ripeschiamo il disco pubblicato nel 2011, quel Sun and Shade dove facevano capolino beat quasi kraut e colori lontani dalla luminosità (appunto) pur strampalata e freak tipica della band. “Out of the Eye” e “Sol Y Sombra” (la title-track) espandevano durate e possibilità della peculiare forma di folk-psych-pop dei Woods per trovare altre strade, che parevano richiamare Can, Harmonia e altre splendide musiche teutoniche del passato.

In With Light and With Love la title-track è di nuovo la canzone più lunga del disco e si estende proprio sui suoni che lo caratterizzano: chitarre acide, organo hammond, leslie ovunque. Aggiungete delle percussioni spesso più massicce del solito (ma lontane da ogni parvenza motorik), un pianoforte e una sega musicale ed ecco gli ingredienti dell’album. I richiami sono, certo, alla psichedelia statunitense, ma lo sguardo di Earl si rivolge anche al Regno Unito. “Shining” ha qualcosa dei Kinks e qualche fraseggio di chitarra non sarebbe dispiaciuto all’Harrison di una quarantina di anni fa.

Ciononostante i Woods non suonano (troppo) derivativi: sporcano ogni tanto i fasci di luce che con grazia appoggiano sull’ascoltatore attraverso nastri, rumori e riverberi, ma non spaventano, almeno fino alla conclusione del disco. “Feather Man”, infatti, getta un’ombra (non si esce dal giochino) sulla luce e l’amore profusi: l’ultimo mezzo minuto di disco è affidato a delle campane e a una voce rallentata. Una nuova strada si profila all’orizzonte?

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: School of Language – Old Fears

School of Language – Old Fears (Memphis Industries), 7 aprile 2014

7,5

I fratelli Brewis sono bravi e prolifici: insieme sono i Field Music, quattro validi dischi in meno di dieci anni. Peter da solo si fa chiamare The Week That Was: un buon album self titled sei anni fa. School of Language, invece, è il nome da solista di David, che ora ci regala Old Fears, dopo l’esordio del 2008. Il musicista del Sunderland dà alle stampe, per sua stessa ammissione, un disco pop: l’album riesce a cogliere magicamente la paura sospesa tra infanzia e maturità che si prova da giovani, combinando la distanza partecipe dell’età adulta a uno sguardo empatico.

Le dieci tracce (davvero ben cesellate) da un lato si tingono di funk e dall’altro richiamano momenti eterei di qualche decade fa, ma senza eccessivi citazionismi. Costruito su linee di basso/synth, chitarra e batteria, con voce spesso in falsetto (ma non fastidiosa), Old Fears è il risultato, immaginiamo, di ore passate in studio a sperimentare: loop di voci (“Suits Better”), stacchi nervosi di chitarra ripresi da synth che giocano a fare i clavicembali (“A Smile Cracks”), armonie sospese (“Between the Suburbs” farebbe la gioia di St Vincent & David Byrne), perfino un sassofono sulla finale e distesa “You Kept Yourself”. Old Fears, come tutte le produzioni dei Brewis, è un disco interessante, che hai voglia di ascoltare e riascoltare. Di questi tempi una vera rarità.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Tuxedomoon @ DOM, la Cupola del Pilastro, Bologna – 2 aprile 2014

La band di San Francisco torna a Bologna trentaquattro anni dopo il primo storico live europeo: tre serate sold out per dei concerti da vedere, oltre che da ascoltare, che confermano l’eccellente peculiarità dei Tuxedomoon e rinsaldano il loro legame con la città.

Poco dopo l’inizio della prima delle tre date bolognesi, le uniche in Italia di questo tour, Blaine L. Reininger dice: “Prima di andare further devo dire che siamo tanto tanto felici di essere qui… where it all started”. Nel 1980 infatti la band teneva, proprio a Bologna, il suo primo concerto al di fuori degli Stati Uniti. L’Europa (e soprattutto l’Italia) accolse a braccia aperte questi musicisti che avevano come unico motto quello di fare ciò che gli altri non facevano. Trentaquattro anni dopo lo spirito innovatore e unico dei Tuxedomoon rimane inalterato, così come l’affetto riservato dal pubblico alla band.

Sul palco ci sono tastiere, clarinetto, sax, tromba, flicorno, armonica, violino, basso e chitarra elettrica, suonati alternativamente dai quattro musicisti originali (oltre a Reininger ci sono Steven Brown, Peter Principle e Luc Van Lieshout), ma non solo. Una parte importante dello spettacolo sono i video di Bruce Geduldig, membro del gruppo a tutti gli effetti che trova anche il tempo di declamare in italiano un po’ stentato le didascalie che appaiono sugli schermi. Siamo lontani da un live nostalgico, la band guarda avanti: non è un caso che il pezzo di apertura sia “Dorian”, uno dei brani della sonorizzazione creata recentemente per il cult movie Pink Narcissus, di cui verranno proiettate alcune parti.

Ma il filo conduttore visivo è dato da una creatura bizzarra, fatta interamente di nastro magnetico che, nel corso del live, vedremo da un medico (Principle) che gli diagnostica una “bruttissima ossidazione”, poi perso nei suoi ricordi, alle prese con una bambola, e infine “strafatto” da una sorta di chemio casalinga. Lo spirito ironico, caustico e surreale dell’immaginario della band rimbalza tra il palco, dove i quattro suonano benissimo, dedicandosi alle composizioni più recenti e ripescando poco dagli esordi, e gli schermi, su cui ci sono immagini tratte da filmini amatoriali o video girati ad hoc nella lunga carriera multimediale della band. Un concerto di un’ora e quaranta emozionante e unico nel suo genere che fa capire come mai, alla domanda “Perché vi siete riuniti?”, l’ovvia risposta dei Tuxedomoon sia “Perché nessuno fa quello che facciamo noi”.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Arc Iris – ST

Arc Iris – Arc Iris (Anti-), 1 aprile 2014

8

Nel curriculum di Jocie Adams spicca, quasi più della militanza nei Low Anthem, un periodo passato alla NASA come ricercatrice: è il lato inaspettato, bizzarro, ma allo stesso tempo “serio” nella biografia di un’ottima musicista. C’è una sorta di corrispettivo di tutto ciò nel debutto solista a nome Arc Iris: si stende sulle undici tracce del disco, portando l’ascoltatore per mano in un viaggio in cui c’è una vera sorpresa ad ogni passo. Jocie mischia rock, jazz, folk, country, ma evita pasticci, barocchismi e virtuosismi, non forza la mano pur non disdegnando arrangiamenti complessi (basati principalmente su archi, fiati, armonie vocali e pianoforte) e richiami colti (uno su tutti, la musica da cabaret). Traccia la strada mentre la percorre e il paesaggio coloratissimo che si snoda canzone dopo canzone davanti ai nostri occhi muta di continuo, rivelando scorci inaspettati che fanno sobbalzare il cuore.

Arc Iris si muove avanti e indietro nel tempo e non ha paura di fare seguire l’ambiziosa “suite” in due parti “Honor of the Rainbows” da “Powder Train”, una canzone sulla cocaina (sic) che sembra provenire da un’altra epoca. Ma non c’è passatismo nell’album, né fastidiose strizzatine d’occhio: Jocie Adams, se ci dà di gomito, è per farci salire su una giostra. Un consiglio? Lasciatevi andare, il divertimento è assicurato.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: PAUS – Clar​ã​o

Paus – Clarão (El Segell del Primavera), 31 marzo 2014
7,5

Il secondo disco dei portoghesi Paus nasce sotto l’egida del prestigioso Primavera Sound, che ha ospitato per due edizioni di seguito i musicisti di Lisbona e che fa uscire questo album sotto la sua etichetta. Il quartetto ha una peculiarità: ci sono due batteristi che suonano lo stesso set (“siamese”, con la cassa in comune) uno di fronte all’altro. Clarão, però, non è un disco di puri ritmi, sebbene i battiti siano al centro delle dieci tracce che lo compongono. E non è neanche un album strumentale, per quanto le voci siano filtrate, spezzettate, usate come suoni in mezzo a chitarre, bassi e synth.

I Paus fanno rock come se fosse musica elettronica e viceversa: le canzoni, dalla struttura liquida e mutevole, sono rutilanti e rumorose, con cambi di tempo e ricchi fill-in. Sebbene ricordino band come Battles, Blk Jks, Tortoise e Fuck Buttons, i portoghesi ci mettono decisamente del loro, inserendo nel disco ritmiche poco occidentali: tuttavia i Paus non si abbandonano del tutto a tropicalismi o derive afrobeat. Nelle menti e nelle braccia dei componenti della band sono ben presenti i volumi e l’attitudine punk-hardcore, terreno comune dei musicisti. Il risultato è un ibrido molto interessante che sospettiamo sia ancora più efficace dal vivo: questa prima pubblicazione in Italia anticipa un imminente tour nel nostro Paese. Non perderemo i loro concerti.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di gennaio 2015 de Il Mucchio Selvaggio

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