Dagli archivi: Laura Mvula – The Dreaming Room
Laura Mvula – The Dreaming Room (RCA Victor / Sony)
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Il secondo lavoro di Laura Mvula è un passo avanti rispetto a Sing to the Moon: The Dreaming Room, scritto insieme al produttore Troy Miller e con ospiti del calibro di John Scofield, Nile Rogers e Wretch 32, riflette con sicurezza, partecipazione e un senso musicale straordinario sulla paura della solitudine e sulla fine dell’amore, a partire dalla traccia di apertura. Il minuto e mezzo di Who I Am, infatti, mostra la Mvula delicata e solida al tempo stesso, capace di usare bene le sezioni orchestrali (in carico alla London Symphony Orchestra) e di concepire una mobilità di dinamiche e arrangiamenti che suscita nell’ascoltatore pure e profonde emozioni.
Lei la chiama “gospel-delia” e ha senso, dato che queste canzoni sono sacrali, corali e allo stesso tempo piene di aperture, variazioni armoniche e sorprese: non c’è la ricerca dell’effetto, ma una naturalezza che ci ha ricordato la gioiosa e imperitura freschezza di Pet Sounds. La splendida voce della Mvula è capace di strutturare canoni (una forma ricorrente nel disco) e diventare calda e soul, di mettere insieme l’R&B e la poetica di Maya Angelou (Phenomenal Woman), raccontare crolli (Kiss My Feet), alzarsi in preghiere (Show Me Love, probabilmente l’apice del disco) e mostrare la forza per ricominciare, perdonando (Angel). Un lavoro appassionato, raffinato, sincero e palpitante, tra i migliori dell’anno.
Recensione pubblicata originariamente sul numero di luglio 2016 de Il Mucchio Selvaggio
Scelta interessate quella di pubblicare come secondo disco (dopo il buon Gist Is del 2014) un mini album di 25 minuti, per lo più a tema e, come se non bastasse, con tre tracce su sette strumentali: ma Earrings Off! dimostra che agli Adult Jazz interessa sperimentare, piuttosto che ricevere conferme. Il quartetto di Leeds costruisce un discorso intorno al concetto di genere, con archi, synth e fiati che disegnano strutture liberissime, mentre i ritmi e le linee melodiche talvolta si avvicinano alle bizzarrie degli Animal Collective. Ecco, a volte sembra che tra Harry Burgess e soci, soprattutto negli intermezzi, vada troppo il “farlo strano” a tutti i costi: ma quanto è più stimolante (e sempre più raro) ascoltare chi sbaglia cercando nuove strade…
C’è sentore di apocalisse nel secondo disco dei Melt Yourself Down: ma rispetto all’esordio la band non ha solamente ridefinito i concetti e incupito i suoni, li ha anche addomesticati. Peter Wareham, Kushal Gaya e soci attingono sempre dai terreni su cui si muovevano gli ormai defunti Acoustic Ladyland e Zun Zun Egui: post-punk, avant-jazz, elettronica e world (per quanto le tracce musicali nubiane originarie siano più sbiadite), ma l’irruenza che il gruppo mostrava dal vivo e nel primo disco affiora solamente qua e là in tracce come “Listen Out”, “Communication” e “Jump in the Fire”, costringendo i brani d’apertura (i singoli “Dot To Dot” e “God of You”) a un ruolo introduttivo, a delineare la visione della band del nuovo mondo in cui viviamo.
Dopo cinque anni si chiude la trilogia ideata da Ben Cooper che racconta – con una molteplicità di punti di vista – la storia di un’immaginaria famiglia negli USA dell’800, i Northcotes. Nel primo capitolo, The Roots, erano usati solo strumenti acustici che esistevano all’epoca e lo stile delle liriche ricalca il racconto orale; i testi di The Branches, invece, erano in forma di lettere relative agli anni della Seconda Rivoluzione Industriale: per questo il filologico Cooper si permetteva qualche tocco di elettricità nelle musiche. Elettricità che torna anche in questo terzo capitolo, dominato comunque da sonorità folk disegnate in toto dal polistrumentista titolare del disco, con l’aiuto di Josh Lee agli archi.
Nei quattro anni trascorsi da Plumbs, Peter e David Brewis hanno firmato colonne sonore e dischi solisti, ma soprattutto sono entrambi diventati padri. Non solo una nota biografica, perché in quest’ultimo lavoro dei Field Music si notano elementi che non è azzardato legare alla paternità. I testi accennano alla vita di tutti i giorni e in particolare alla nuova condizione familiare, a partire dal primo estratto The Noisy Days Are Over. Insomma, col pupo in casa, scordiamoci le notti brave e le jam in salotto: il rifugio diventa allora lo studio, riempito di ospiti e colori per un disco – scritto e registrato in sei mesi – che spesso mischia caratteristiche armoniche e ritmiche del prog con il tiro del funk e dell’R&B, non limitandosi assolutamente né nella lunghezza dell’album – che sfiora l’ora – né nella produzione delle tracce.
Prima si chiamavano Captain Fufanu e facevano techno. Poi gli islandesi Hrafnkell Flóki Kaktus Einarsson e Guðlaugur Halldór Einarsson, meglio noti come Kaktus e Gulli, hanno lasciato da parte il Captain e le drum machine e nel 2014 si sono chiusi in studio a ripassare la musica più scura di fine anni Settanta e primi anni Ottanta, tra gothic rock, post-punk, new wave e industrial. E così i due hanno sfornato, tra lo scorso gennaio e oggi, una dozzina di canzoni che hanno trovato posto in un ep uscito quest’estate, un paio di singoli e, ovviamente, questo esordio: un album non male, intendiamoci, ma che soffre di alcuni difetti.
Sicuri che sia corretto definire i Puscifer come il mero divertissiment solista di Maynard James Keenan? In otto anni sono ormai usciti con questa sigla due live, tre ep, quattro album di remix e tre in studio, ognuno dei quali ha definito meglio il percorso cominciato con V for Vagina: se il debutto sembrava quasi uno scherzo, Conditions of My Parole ne era una versione più pacificata e contenuta. Quattro anni dopo, Money Shot è il risultato finora più coeso di questo cammino: tra alt-rock ed elettronica, tra bordate di chitarra distorte e schemi ritmici sintetici e liquidi, l’album gira intorno alla finitezza dell’uomo rispetto allo spazio e al tempo e ridicolizza la sua posizione nell’Universo.
Dopo sei anni di silenzio, l’MC Alexei Casselle e il produttore Stephen Lewis tornano con un album cupo e teso. Carnelian spinge ancora più in là l’approccio dei Kill the Vultures, che, fin dall’esordio del 2005, hanno scelto delle basi insolite sulle quali raccontare le proprie storie. In quest’ultimo capitolo della loro discografia hanno per lo più sostituito i campioni presi da cataloghi jazz (nel senso più ampio del termine) con partiture che coinvolgono di volta in volta archi, pianoforte, ottoni, flauto, vibrafono e percussioni; musiche appositamente scritte e fatte registrare, per poi essere smontate e rimontate al fine di comporre i beat sui quali si dipanano i cinquanta minuti scarsi di questo disco. Se da un lato c’è la volontà di fare piazza pulita, dall’altro è evidente la necessità di avere tutto sotto controllo, per creare il disco più completo e convincente dei quattro finora firmati dal duo di Minneapolis.
Allo shoegaze sporcato di alt-rock del pur riuscito disco d’esordio la band dalle plurime nazionalità di casa a Londra aggiunge tantissime contaminazioni, per lo più efficaci, sperimentate nei due recentissimi ep “Sonne” e “Murasaki”. Soprattutto quest’ultimo, con i suoi richiami letterari (Murasaki Shibitu è l’autrice di Genji Monogatari, capolavoro della letteratura giapponese) e con la ricchezza di suoni che lo contraddistingue, è la vera introduzione a “Mythologies”, il cui titolo è ripreso dalla nota raccolta di articoli di Roland Barthes sui miti del mondo contemporaneo. La partenza è affidata a “Red Lakes (Sternstunden)”, in cui le voci parlate e cantate si rincorrono sugli strati di suono marchio di fabbrica del quartetto.
Spoiler: ciò di cui ha bisogno il mondo ora è “a big fuck off”. La risposta al titolo del nuovo album in studio dei PiL è nella traccia di chiusura, l’unica che vira sull’elettronica delle undici di What The World Needs Now. Se in Shoom Lydon manda a quel paese in maniera prevedibile sesso, successo, contratti, botox (sic), arrotando le erre a più non posso e riassumendo in sei minuti e mezzo la parte più dance della storia del gruppo, nelle altre tracce torna musicalmente all’elettricità che in This Is PiL si era un persa in favore del versante dub.