Archivi mensili: Aprile 2024

Dagli archivi: Fennesz – Bécs

Fennesz – Bécs (Mego), 28 aprile 2014

7

Un tempo erano gli ascoltatori a connettere gli episodi della discografia di un musicista: oggi sono direttamente le etichette a promuovere un album come “X parte seconda” e non senza rischi. È capitato con Morning Phase di Beck, succede con Bécs, che la Mego riconduce direttamente a quell’Endless Summer pubblicato dalla stessa etichetta nel 2001. Allora la dichiarata ispirazione erano i Beach Boys: in quest’ultimo album i riferimenti “pop” non sono così univoci.

L’inizio è affidato a “Static Kings”: la chitarra crea riff acustici ed elettrici, ma rimane lieve, lontana dai drones di Black Sea richiamati invece alla lontana nella successiva “The Liar”.

A questa segue l’unico vero “monumento” del disco, la splendida “Liminality”, che in dieci minuti mette in campo tutto quello che c’è e ci sarà: l’inizio come di orchestra che si accorda, la chitarra che entra decisa e solenne, la tempesta elettrica nel mezzo e un minuto o quasi di silenzio finale.

Dopo è tutto variazioni sul tema: “Sav” migliora “Pallas Athene”, “Bécs” usa un pianoforte distorto e straziante, la conclusiva “Paroles” ci sorprende con una chitarra acustica. Il risultato è interessante, le manipolazioni del pop che Fennesz ci propone sono sempre ad alti livelli, ma il paragone con l’estate infinita di tredici anni fa (l’hanno tirata fuori loro, del resto) non regge.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Inventions – ST

Inventions – ST (Temporary Residence), 20 aprile 2014

7

Sulla carta è prevedibile solamente quale possa essere il terreno d’incontro tra Matthew Cooper, in arte Eluvium, e il chitarrista degli Explosions in the Sky, Mark T. Smith: il debutto dei due a nome Inventions, però, ha sviluppi autonomi che non si limitano ad essere una somma delle parti. Alla base, certo, c’è l’unione degli splendidi spazi sonori a cui ci ha abituati Cooper con i vortici ascensionali che sono un marchio di fabbrica della band texana: una connessione che crea una sorta di versione “da camera” di questi ultimi.

Ma Eluvium non è un mero collaboratore, anzi: il contributo del polistrumentista è fondamentale quanto quello dell’amico, conosciuto dividendo i palchi di un tour nel 2008. Cooper crea l’ambiente giusto intorno alle parti di chitarra del partner, attingendo all’eterogeneo catalogo della sua produzione. Usa drone gentili, sovrappone accortamente frammenti di canto e parole, percussioni, piano e archi in strati di suono che riscaldano o, come in “Flood Poems”, che risultano semmai severi, non digitalmente glaciali.

Il disco, infatti, suona intimo e sincero, allontanandosi quindi dalle “retate emozionali” tese talvolta dagli Explosions in the Sky, quelle trappole in crescendo alle quali talvolta è così piacevole abbandonarsi. Anche in Inventions i giochi dinamici sono ben presenti, basti pensare a “Sun Locations/Sun Coda,” o a “Peaceble Child”; così come i beat, che portano a climax più rarefatti e trattenuti (“Echo Tropism”) o decisi (“Recipient”). Fanno un buon lavoro, Cooper e Smith: il loro dialogo forma un discorso non sempre immediato o cristallino, ma comunque interessante e a tratti, come negli ultimi brani del disco, anche affascinante.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Woods – With Light and With Love

Woods – With Light and Love (Woodsist), 15 aprile 2014

7,5

Tre dischi:
Grateful Dead – Anthem of the Sun (Warner Bros, 1968)
Jefferson Airplane – Crown of Creation (RCA, 1968)
The Kinks – Lola Versus Powerman and the Moneygoround, Part One (Py, 1970)

Jeremy Earl torna sulle scene riprendendo il filo del precedente Bend Beyond, pubblicato sempre dalla sua Woodsist. Se dovessimo tenere fede al testo della title-track di due anni fa, quell’album avrebbe potuto intitolarsi “Bend Beyond the Light”: la luce è un elemento fondamentale nell’immaginario dei Woods, torna in titoli e testi, e anche le canzoni sparse in una discografia lunga ormai quasi un decennio la richiamano spesso.

Ma per capire dove questo valido With Light and With Love si allontana da Bend Beyond, ripeschiamo il disco pubblicato nel 2011, quel Sun and Shade dove facevano capolino beat quasi kraut e colori lontani dalla luminosità (appunto) pur strampalata e freak tipica della band. “Out of the Eye” e “Sol Y Sombra” (la title-track) espandevano durate e possibilità della peculiare forma di folk-psych-pop dei Woods per trovare altre strade, che parevano richiamare Can, Harmonia e altre splendide musiche teutoniche del passato.

In With Light and With Love la title-track è di nuovo la canzone più lunga del disco e si estende proprio sui suoni che lo caratterizzano: chitarre acide, organo hammond, leslie ovunque. Aggiungete delle percussioni spesso più massicce del solito (ma lontane da ogni parvenza motorik), un pianoforte e una sega musicale ed ecco gli ingredienti dell’album. I richiami sono, certo, alla psichedelia statunitense, ma lo sguardo di Earl si rivolge anche al Regno Unito. “Shining” ha qualcosa dei Kinks e qualche fraseggio di chitarra non sarebbe dispiaciuto all’Harrison di una quarantina di anni fa.

Ciononostante i Woods non suonano (troppo) derivativi: sporcano ogni tanto i fasci di luce che con grazia appoggiano sull’ascoltatore attraverso nastri, rumori e riverberi, ma non spaventano, almeno fino alla conclusione del disco. “Feather Man”, infatti, getta un’ombra (non si esce dal giochino) sulla luce e l’amore profusi: l’ultimo mezzo minuto di disco è affidato a delle campane e a una voce rallentata. Una nuova strada si profila all’orizzonte?

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: School of Language – Old Fears

School of Language – Old Fears (Memphis Industries), 7 aprile 2014

7,5

I fratelli Brewis sono bravi e prolifici: insieme sono i Field Music, quattro validi dischi in meno di dieci anni. Peter da solo si fa chiamare The Week That Was: un buon album self titled sei anni fa. School of Language, invece, è il nome da solista di David, che ora ci regala Old Fears, dopo l’esordio del 2008. Il musicista del Sunderland dà alle stampe, per sua stessa ammissione, un disco pop: l’album riesce a cogliere magicamente la paura sospesa tra infanzia e maturità che si prova da giovani, combinando la distanza partecipe dell’età adulta a uno sguardo empatico.

Le dieci tracce (davvero ben cesellate) da un lato si tingono di funk e dall’altro richiamano momenti eterei di qualche decade fa, ma senza eccessivi citazionismi. Costruito su linee di basso/synth, chitarra e batteria, con voce spesso in falsetto (ma non fastidiosa), Old Fears è il risultato, immaginiamo, di ore passate in studio a sperimentare: loop di voci (“Suits Better”), stacchi nervosi di chitarra ripresi da synth che giocano a fare i clavicembali (“A Smile Cracks”), armonie sospese (“Between the Suburbs” farebbe la gioia di St Vincent & David Byrne), perfino un sassofono sulla finale e distesa “You Kept Yourself”. Old Fears, come tutte le produzioni dei Brewis, è un disco interessante, che hai voglia di ascoltare e riascoltare. Di questi tempi una vera rarità.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Tuxedomoon @ DOM, la Cupola del Pilastro, Bologna – 2 aprile 2014

La band di San Francisco torna a Bologna trentaquattro anni dopo il primo storico live europeo: tre serate sold out per dei concerti da vedere, oltre che da ascoltare, che confermano l’eccellente peculiarità dei Tuxedomoon e rinsaldano il loro legame con la città.

Poco dopo l’inizio della prima delle tre date bolognesi, le uniche in Italia di questo tour, Blaine L. Reininger dice: “Prima di andare further devo dire che siamo tanto tanto felici di essere qui… where it all started”. Nel 1980 infatti la band teneva, proprio a Bologna, il suo primo concerto al di fuori degli Stati Uniti. L’Europa (e soprattutto l’Italia) accolse a braccia aperte questi musicisti che avevano come unico motto quello di fare ciò che gli altri non facevano. Trentaquattro anni dopo lo spirito innovatore e unico dei Tuxedomoon rimane inalterato, così come l’affetto riservato dal pubblico alla band.

Sul palco ci sono tastiere, clarinetto, sax, tromba, flicorno, armonica, violino, basso e chitarra elettrica, suonati alternativamente dai quattro musicisti originali (oltre a Reininger ci sono Steven Brown, Peter Principle e Luc Van Lieshout), ma non solo. Una parte importante dello spettacolo sono i video di Bruce Geduldig, membro del gruppo a tutti gli effetti che trova anche il tempo di declamare in italiano un po’ stentato le didascalie che appaiono sugli schermi. Siamo lontani da un live nostalgico, la band guarda avanti: non è un caso che il pezzo di apertura sia “Dorian”, uno dei brani della sonorizzazione creata recentemente per il cult movie Pink Narcissus, di cui verranno proiettate alcune parti.

Ma il filo conduttore visivo è dato da una creatura bizzarra, fatta interamente di nastro magnetico che, nel corso del live, vedremo da un medico (Principle) che gli diagnostica una “bruttissima ossidazione”, poi perso nei suoi ricordi, alle prese con una bambola, e infine “strafatto” da una sorta di chemio casalinga. Lo spirito ironico, caustico e surreale dell’immaginario della band rimbalza tra il palco, dove i quattro suonano benissimo, dedicandosi alle composizioni più recenti e ripescando poco dagli esordi, e gli schermi, su cui ci sono immagini tratte da filmini amatoriali o video girati ad hoc nella lunga carriera multimediale della band. Un concerto di un’ora e quaranta emozionante e unico nel suo genere che fa capire come mai, alla domanda “Perché vi siete riuniti?”, l’ovvia risposta dei Tuxedomoon sia “Perché nessuno fa quello che facciamo noi”.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Arc Iris – ST

Arc Iris – Arc Iris (Anti-), 1 aprile 2014

8

Nel curriculum di Jocie Adams spicca, quasi più della militanza nei Low Anthem, un periodo passato alla NASA come ricercatrice: è il lato inaspettato, bizzarro, ma allo stesso tempo “serio” nella biografia di un’ottima musicista. C’è una sorta di corrispettivo di tutto ciò nel debutto solista a nome Arc Iris: si stende sulle undici tracce del disco, portando l’ascoltatore per mano in un viaggio in cui c’è una vera sorpresa ad ogni passo. Jocie mischia rock, jazz, folk, country, ma evita pasticci, barocchismi e virtuosismi, non forza la mano pur non disdegnando arrangiamenti complessi (basati principalmente su archi, fiati, armonie vocali e pianoforte) e richiami colti (uno su tutti, la musica da cabaret). Traccia la strada mentre la percorre e il paesaggio coloratissimo che si snoda canzone dopo canzone davanti ai nostri occhi muta di continuo, rivelando scorci inaspettati che fanno sobbalzare il cuore.

Arc Iris si muove avanti e indietro nel tempo e non ha paura di fare seguire l’ambiziosa “suite” in due parti “Honor of the Rainbows” da “Powder Train”, una canzone sulla cocaina (sic) che sembra provenire da un’altra epoca. Ma non c’è passatismo nell’album, né fastidiose strizzatine d’occhio: Jocie Adams, se ci dà di gomito, è per farci salire su una giostra. Un consiglio? Lasciatevi andare, il divertimento è assicurato.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Torna in cima