Tomorrow Never Knows

Dagli archivi: Laura Mvula – The Dreaming Room

Laura Mvula – The Dreaming Room (RCA Victor / Sony)

8

Il secondo lavoro di Laura Mvula è un passo avanti rispetto a Sing to the Moon: The Dreaming Room, scritto insieme al produttore Troy Miller e con ospiti del calibro di John Scofield, Nile Rogers e Wretch 32, riflette con sicurezza, partecipazione e un senso musicale straordinario sulla paura della solitudine e sulla fine dell’amore, a partire dalla traccia di apertura. Il minuto e mezzo di Who I Am, infatti, mostra la Mvula delicata e solida al tempo stesso, capace di usare bene le sezioni orchestrali (in carico alla London Symphony Orchestra) e di concepire una mobilità di dinamiche e arrangiamenti che suscita nell’ascoltatore pure e profonde emozioni.

Lei la chiama “gospel-delia” e ha senso, dato che queste canzoni sono sacrali, corali e allo stesso tempo piene di aperture, variazioni armoniche e sorprese: non c’è la ricerca dell’effetto, ma una naturalezza che ci ha ricordato la gioiosa e imperitura freschezza di Pet Sounds. La splendida voce della Mvula è capace di strutturare canoni (una forma ricorrente nel disco) e diventare calda e soul, di mettere insieme l’R&B e la poetica di Maya Angelou (Phenomenal Woman), raccontare crolli (Kiss My Feet), alzarsi in preghiere (Show Me Love, probabilmente l’apice del disco) e mostrare la forza per ricominciare, perdonando (Angel). Un lavoro appassionato, raffinato, sincero e palpitante, tra i migliori dell’anno.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di luglio 2016 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Primavera Sound 2016 – Il report

Primavera Sound Festival - Barcelona, June 2016

Brett AndersonLa prima festante invasione del Forum avviene il 1° giugno, per Goat e Suede. Travestiti con maschere e costumi, i Goat suonano meravigliosamente e senza sosta per un’ora, mischiando con naturalezza blues e tribalismi, vocalizzi sciamanici e funk. La chiamano World Music (come il loro disco d’esordio) e altro, a 21° secolo avanzato, non potrebbe essere. E poi, i Suede: la band il giorno dopo suonerà per intero Night Thoughts, ma il primo live è un’ora e mezza di greatest hits. Anderson è in gran forma e tiene in piedi quasi da solo un concerto che fa felici tutti, tranne quelli delle ultime file che si lamenteranno di un suono non proprio massiccio.

Il giorno dopo l’Auditori ospita di seguito due nomi molto diversi: Alessandro Cortini firma un’ora di elettronica pulsante e rarefatta, che lascia orecchie e occhi soddisfatti, grazie a suoni e visual ben concepiti. Andy Shauf invece propone un folk tinto di soul che ricorda alcuni colleghi nordamericani dei primi anni ’70, da Carole King a Jackson Browne, così come arrangiamenti e strutture armoniche à la Elliott Smith. Delicato, ma tutt’altro che inconsistente, senza trucchi o sdolcinatezze. Poco dopo sul palco Pitchfork esce, da solo con la sua chitarra, il fenomeno indie Will Toledo, cioè Car Seat Headrest, che viene presto raggiunto da una band di tre elementi. Tra bordate elettriche, urla e mormorii postadolescenziali, convince a tratti, ma solo chi scrive: buona parte del pubblico è con lui e canta i brani parola per parola.

La gente, invece, i C+C=Maxigross se la devono conquistare: l’unica band italiana nel cartellone principale sceglie di farlo con un approccio rilassato e divertito e ben presto i presenti sono coinvolti dal folk-rock-psichedelico della band. I riverberi ed echi anni ’60 che abbiamo ancora nelle orecchie si mischiano all’elettronica di Floating Points. Rispetto ai suoni sentiti in Elaenia, Sam Shepherd offre una gamma di colori più vasta di quelli electro e jazz: inaspettate punte di funk e rock completano l’offerta e rendono il concerto uno dei più intensi tra quelli visti a Barcellona.

John CarpenterMa il più divertente di tutti è John Carpenter: con una band di cinque elementi suona per lo più i temi dei suoi classici, rigorosamente accompagnati da un montaggio dei momenti salienti dei film. Il pubblico è in delirio: ironico e autoironico, Carpenter snocciola aneddoti per presentare i pezzi, dimostrandosi maestro dell’orrore quanto dell’intrattenimento. E gli LCD Soundystem non sono da meno: un’ora e mezzo di grandi successi, suonati senza incertezze su un palco affollatissimo. Mirrorball giganti, strumenti a ogni angolo, un tiro invidiabile: Murphy & co. sono pronti per sfornare un altro disco e noi aspettiamo fiduciosi, dichiarando chiusa la giornata del 2 giugno.

Anche nel festival catalano scegliere un concerto significa perderne tanti: ma lasciarsi incuriosire da nomi come quello di Selda Bağcan, può regalare gioie inaspettate. L’icona della musica turca è insieme ai Boom Pam per riproporre il repertorio di musica tradizionale rivisitata in chiave rock e psych che l’ha resa famosa negli anni ’70, facendone un simbolo per la lotta democratica nel decennio successivo. Un concerto curioso che si porta a casa il premio di “scoperta del Festival”. Il fulcro del cartellone del 3 giugno sono i Radiohead e a ragione. Thom Yorke Non li abbiamo mai visti così in forma, così abili e sicuri nel gestire i tanti lati musicali della loro carriera. Dopo la band di Oxford è la volta di Holly Herndon, scelta proprio da Yorke e soci per aprire alcune date del tour. Eravamo pronti ai bassi e ai toni scuri di Platform e, per carità, ci sono stati: ma la musicista statunitense e i suoi due partner sono stati molto più diretti e divertenti di quanto ci aspettassimo, sorprendendo con l’uso delle macchine e la manipolazione delle voci. La giornata si chiude con il tanto atteso ritorno dei The Avalanches, 15 anni dopo quel Since I’ve Left You che aveva portato a nuovi livelli l’arte del campionamento. Per un problema di visti e ritardi, però, gli australiani “si limitano” a un vorticoso dj set con vinili e cd che tocca Bowie e De Piscopo, l’R&B e la musica brasiliana. Un’altra conclusione di giornata più che appropriata.

Il pomeriggio di sabato 4 giugno è tutto per le i live gratuiti delle band “in vetrina” al Festival: quelle italiane ci convincono e conquistano anche chi è passato per caso dal Centro di Cultura Contemporanea. Matilde Davoli, Altre di B e Sycamore Age amano tre tipi di rock assai differenti: se la “Girl with a Gun” conferma di avere trovato una sua bella identità, ci stupisce per l’impatto massiccio che dal vivo hanno arrangiamenti e canzoni. I bolognesi Altre di B, tra brani noti e inediti, mostrano di avere fatto un deciso passo avanti nel loro modo di coniugare, con energia e coerenza, l’indie pop. E infine l’art rock teatrale e viscerale dei Sycamore Age: l’impressione, anche grazie al carisma di Francesco Chimenti, è notevole; ma talvolta c’è il rischio che tendere sempre a un climax esplosivo faccia perdere compattezza ai pezzi.

Brian Wilson Verso le 20 risuonano nell’aria del Forum le prime note di “Wouldn’t It Be Nice”: una dozzina di musicisti, non proprio giovanissimi, sono schierati intorno a un uomo al piano. L’esecuzione dal vivo di Pet Sounds, a 50 anni dalla sua pubblicazione, è maniacale nei suoni (campanelli di bicicletta inclusi) e un po’ meno nelle parti vocali. Brian Wilson lascia molto spazio ai suoi sodali, i suoi occhi guizzano tra noi e il palco, suona qualche nota, ci ringrazia. Ciò che rimane, dopo avere ascoltato la dozzina di canzoni dell’album del 1966 e altrettanti successi dei Beach Boys, è l’avere assistito a un momento storico, con una punta agrodolce in cui si concentra tutto il tempo passato da quell’era.

Un paio d’ore dopo, sullo stesso palco, compaiono una dopo l’altra una decina di figure: John Parish apre la fila marciando a suon di tamburo, poi, tra gli altri, Mick Harvey, Alessandro Stefana e Enrico Gabrielli; l’unica donna è PJ Harvey che ci dona non solo il concerto più bello del PS2016, ma uno dei live più riusciti e potenti a cui abbiamo mai assistito. I brani di Let England Shake e The Hope Six Demolition Project impegnano la musicista del Dorset e la sua splendida band, in un’intesa e una coesione perfetta. PJ è rinata: rispetto all’ultimo tour la sua presenza scenica è ancora più sicura e trae forza dal contrasto con le controparti maschili; la sua voce non è mai stata così emozionante. Enrico Gabrielli, Mick Harvey & PJ Harvey Sono canti di guerra quelli intonati da tutti sul palco: foto spietate di un mondo allo sfascio, sbattute in faccia senza filtri o ritocchi. La potenza della band non fa leva sull’emotività a buon mercato, ma usa la sobrietà come un’arma ulteriore, che non sminuisce affatto il pathos della rappresentazione. Anche le classiche “To Bring You My Love” e “Down By The Water” assumono un’altra prospettiva senza essere stravolte, rientrando nella visione odierna del mondo di una musicista titanica.

ModeratAndiamo quindi da Julia Holter, che ben adatta il suo repertorio da camera ai grandi spazi del festival, con una potenza vocale inaspettata e un’ottima intesa con i musicisti sul palco: prove che la sensibilità musicale infusa nei suoi album è palpitante anche dal vivo.
Questo resoconto da Barcellona si conclude con i Moderat. Il terzo prodotto dell’unione tra Apparat e Modeselektor è ben presente nella memoria delle migliaia di persone assiepate sotto un palco dominato da visual forse un po’ sottodimensionati, ma affascinanti. I tedeschi usano l’elettronica per concepire una forma tutta loro di pop-da-club che fa danzare folle oceaniche: ogni tanto c’è il passaggio inaspettato, ma non vedono (e non vediamo) l’ora si piazzi il primo colpo della cassa in quattro dopo il break e che i fari ci anneghino di luce. Quando si spegne l’ultima nota, il trio chiede a tutti di alzare le mani per la foto di rito: è l’ultima istantanea del PS2016, appuntamento al 31 maggio dell’anno prossimo.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di luglio 2016 de Il Mucchio Selvaggio

Dagli archivi: Adult Jazz – Earrings Off!

Adult Jazz – Earrings Off! (Tri Angle)

7

Scelta interessate quella di pubblicare come secondo disco (dopo il buon Gist Is del 2014) un mini album di 25 minuti, per lo più a tema e, come se non bastasse, con tre tracce su sette strumentali: ma Earrings Off! dimostra che agli Adult Jazz interessa sperimentare, piuttosto che ricevere conferme. Il quartetto di Leeds costruisce un discorso intorno al concetto di genere, con archi, synth e fiati che disegnano strutture liberissime, mentre i ritmi e le linee melodiche talvolta si avvicinano alle bizzarrie degli Animal Collective. Ecco, a volte sembra che tra Harry Burgess e soci, soprattutto negli intermezzi, vada troppo il “farlo strano” a tutti i costi: ma quanto è più stimolante (e sempre più raro) ascoltare chi sbaglia cercando nuove strade…

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2016 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2025-12-23T16:36:31+01:0020 Maggio 2026|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Adult Jazz – Earrings Off!

Dagli archivi: Melt Yourself Down –  Last Evenings on Earth

Melt Yourself Down –  Last Evenings on Earth (The Leaf Label)

6,5

C’è sentore di apocalisse nel secondo disco dei Melt Yourself Down: ma rispetto all’esordio la band non ha solamente ridefinito i concetti e incupito i suoni, li ha anche addomesticati. Peter Wareham, Kushal Gaya e soci attingono sempre dai terreni su cui si muovevano gli ormai defunti Acoustic Ladyland e Zun Zun Egui: post-punk, avant-jazz, elettronica e world (per quanto le tracce musicali nubiane originarie siano più sbiadite), ma l’irruenza che il gruppo mostrava dal vivo e nel primo disco affiora solamente qua e là in tracce come “Listen Out”, “Communication” e “Jump in the Fire”, costringendo i brani d’apertura (i singoli “Dot To Dot” e “God of You”) a un ruolo introduttivo, a delineare la visione della band del nuovo mondo in cui viviamo.

“Last Evenings on Earth” vuole essere – sin dal titolo, preso da un racconto di Bolaño – lo specchio di un pianeta sull’orlo del collasso, solcato da disperate migrazioni, in cui le città sono dei prismi che riflettono le buone e le cattive luci e assorbono tanto il gergo delle Mauritius – vedi “Big Children (Gran Zanfan)” – quanto la spiritualità indiana (“Bharat Mata”). Un racconto che sacrifica la spontaneità per una concettualità che era meno evidente, è vero, nel self-titled: tuttavia avremmo preferito qualche slabbratura in più pur di rinnovare il piacere di essere nuovamente investiti e travolti da una band che amiamo.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di aprile 2016 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2026-01-08T15:58:12+01:0029 Aprile 2026|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Melt Yourself Down –  Last Evenings on Earth

Dagli archivi: Radical Face – The Family Tree: The Leaves

Radical Face – The Family Tree: The Leaves (Nettwerk Music Group / Bertus)

7

Dopo cinque anni si chiude la trilogia ideata da Ben Cooper che racconta – con una molteplicità di punti di vista – la storia di un’immaginaria famiglia negli USA dell’800, i Northcotes. Nel primo capitolo, The Roots, erano usati solo strumenti acustici che esistevano all’epoca e lo stile delle liriche ricalca il racconto orale; i testi di The Branches, invece, erano in forma di lettere relative agli anni della Seconda Rivoluzione Industriale: per questo il filologico Cooper si permetteva qualche tocco di elettricità nelle musiche. Elettricità che torna anche in questo terzo capitolo, dominato comunque da sonorità folk disegnate in toto dal polistrumentista titolare del disco, con l’aiuto di Josh Lee agli archi.

Il periodo storico di The Leaves vede il passaggio tra fotografia e immagini in movimento: una magia per l’epoca, un fenomeno allora sbalorditivo che si lega bene al senso del soprannaturale in filigrana nei testi – la traccia di apertura, Secrets (Cellar Doors), ci riporta ai temi del concept Ghost del 2007 – che diventano più allusivi e complessi. Con The Leaves la narrazione si fa più ambiziosa, talvolta solenne, a tratti (vedi Midnight e Bad Blood) epica; ma non mancano episodi più delicati e intimi (Everything Costs e la strumentale Photograph), e la voglia di sperimentare con ritmo e accenti come nel singolo The Road to Nowhere.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di marzo 2016 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2025-12-23T16:13:38+01:0025 Marzo 2026|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Radical Face – The Family Tree: The Leaves

Dagli archivi: Field Music – Commontime

Field Music – Commontime (Memphis Industries)

7

Nei quattro anni trascorsi da Plumbs, Peter e David Brewis hanno firmato colonne sonore e dischi solisti, ma soprattutto sono entrambi diventati padri. Non solo una nota biografica, perché in quest’ultimo lavoro dei Field Music si notano elementi che non è azzardato legare alla paternità. I testi accennano alla vita di tutti i giorni e in particolare alla nuova condizione familiare, a partire dal primo estratto The Noisy Days Are Over. Insomma, col pupo in casa, scordiamoci le notti brave e le jam in salotto: il rifugio diventa allora lo studio, riempito di ospiti e colori per un disco – scritto e registrato in sei mesi – che spesso mischia caratteristiche armoniche e ritmiche del prog con il tiro del funk e dell’R&B, non limitandosi assolutamente né nella lunghezza dell’album – che sfiora l’ora – né nella produzione delle tracce.

Ottoni, archi, pianoforti, clavicembali si affiancano alla triade chitarra-basso-batteria, ma soprattutto alle voci dei Brewis, che raramente sono parse affiatate come in questo disco, sia nei brani più movimentati che in episodi sorprendentemente dolci, come The Morning Is Waiting, dedicata al figlio di Peter. Tra Prince (che ha segnalato il duo via Twitter), i Talking Heads e i Genesis, i Field Music si muovono come sempre in un campo tutto loro, decisamente lontano dal minimalismo, ma il più delle volte divertente e godibilissimo.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di febbraio 2016 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2025-12-23T16:13:32+01:005 Febbraio 2026|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Field Music – Commontime

Dagli archivi: Fufanu – Few More Days To Go

Fufanu – Few More Days To Go (One Little Indian)

6,5

fufano few more days to goPrima si chiamavano Captain Fufanu e facevano techno. Poi gli islandesi Hrafnkell Flóki Kaktus Einarsson e Guðlaugur Halldór Einarsson, meglio noti come Kaktus e Gulli, hanno lasciato da parte il Captain e le drum machine e nel 2014 si sono chiusi in studio a ripassare la musica più scura di fine anni Settanta e primi anni Ottanta, tra gothic rock, post-punk, new wave e industrial. E così i due hanno sfornato, tra lo scorso gennaio e oggi, una dozzina di canzoni che hanno trovato posto in un ep uscito quest’estate, un paio di singoli e, ovviamente, questo esordio: un album non male, intendiamoci, ma che soffre di alcuni difetti.

Da un lato, la monotonia e la lunghezza di pezzi (come l’apertura “Now”) che improvvise aperture armoniche e dinamiche non sempre riescono a salvare: meglio i brani più brevi, come “Your Collection” e “Blinking”, in cui si flirta apertamente con i Sonic Youth, o la movimentata “Plastic People”, che crea interessanti dissonanze tra chitarra, synth e voce. Dall’altro l’eccessivo legame con una serie di riferimenti, dai Joy Division ai Bauhaus, dai Killing Joke a Gary Numan, che porta spesso l’ascoltatore a inevitabili déjà-vu. Peccato, perché se ci fossero state in fase di composizione, arrangiamento e editing “a few more ideas”, per parafrasare il titolo del disco, l’esordio dei Fufanu ne avrebbe sicuramente giovato.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di novembre 2015 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2025-12-23T20:23:23+01:0027 Novembre 2025|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Fufanu – Few More Days To Go

Dagli archivi: Puscifer – Money Shot

Puscifer – Money Shot (Puscifer Entertainment)

6

puscifer money shotSicuri che sia corretto definire i Puscifer come il mero divertissiment solista di Maynard James Keenan? In otto anni sono ormai usciti con questa sigla due live, tre ep, quattro album di remix e tre in studio, ognuno dei quali ha definito meglio il percorso cominciato con V for Vagina: se il debutto sembrava quasi uno scherzo, Conditions of My Parole ne era una versione più pacificata e contenuta. Quattro anni dopo, Money Shot è il risultato finora più coeso di questo cammino: tra alt-rock ed elettronica, tra bordate di chitarra distorte e schemi ritmici sintetici e liquidi, l’album gira intorno alla finitezza dell’uomo rispetto allo spazio e al tempo e ridicolizza la sua posizione nell’Universo.

Argomenti tipici di alcuni testi di Tool e A Perfect Circle: e anche in queste vesti Keenan mostra il suo approccio lirico unico, con momenti di humour scurissimo e cupamente surreale. È musicalmente che il confronto non regge: per quanto in quest’ultima fatica si noti – in parti spesso preminenti – la bella voce di Carina Round, valorizzata a dovere dalla produzione di Mat Mitchell, brani ben costruiti come Galileo, la title track e Grand Canyon si alternano a momenti un po’ troppo prevedibili, appesantiti dalla ripetizione di formule timbriche e dinamiche. Il rischio, insomma, è di sfiorare qualcosa che da Keenan proprio non ci aspetteremmo mai: la convenzionalità.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di dicembre 2015 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2025-10-28T13:48:03+01:0030 Ottobre 2025|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Puscifer – Money Shot

Dagli archivi: Kill the Vultures – Carnelian

Kill the Vultures – Carnelian (Totally Gross National Product)

8

Altri ascolti raccomandati
cLOUDDEAD – s/t
Kill the Vultures – The Careless Flame
Brandt Brauer Frick – Miami

Dopo sei anni di silenzio, l’MC Alexei Casselle e il produttore Stephen Lewis tornano con un album cupo e teso. Carnelian spinge ancora più in là l’approccio dei Kill the Vultures, che, fin dall’esordio del 2005, hanno scelto delle basi insolite sulle quali raccontare le proprie storie. In quest’ultimo capitolo della loro discografia hanno per lo più sostituito i campioni presi da cataloghi jazz (nel senso più ampio del termine) con partiture che coinvolgono di volta in volta archi, pianoforte, ottoni, flauto, vibrafono e percussioni; musiche appositamente scritte e fatte registrare, per poi essere smontate e rimontate al fine di comporre i beat sui quali si dipanano i cinquanta minuti scarsi di questo disco. Se da un lato c’è la volontà di fare piazza pulita, dall’altro è evidente la necessità di avere tutto sotto controllo, per creare il disco più completo e convincente dei quattro finora firmati dal duo di Minneapolis.

Il titolo, tradotto, vuol dire “corniola”: è una pietra – ci insegna Wikipedia – dalla forte valenza allegorica, in particolare per gli Egizi: nei loro culti simboleggiava la vita ed era indispensabile per garantire ai defunti il passaggio tra i due mondi. Di riferimenti a questa transizione il disco è pieno, a cominciare da The River, in cui le parole di Crescent Moon – accompagnate da campane e contrabbasso – si muovono suadenti per narrare in maniera astratta e figurata uno stato tra la vita e la morte molto più quotidiano di quanto possa sembrare. I Kill the Vultures raccontano, non denunciano; declamano, non divertono. Da sempre. La sfida è quella di entrare nel loro mondo, notturno e minaccioso, descritto da immagini fortemente allegoriche (“Nothing but a white wall, lightbulb and a serpent”, nella citata The River), in cui il diavolo “danza sotto i lampioni” (Topsoil). Il senso di morte è a tratti opprimente e domina uno dei pezzi chiave del disco, quella Coins on the Open Eyes, dove il testo ripete il titolo nel ritornello, aggiungendoflies in the open mouth” e si chiede, sardonico, se un boia “ever gets stage fright”.

Sebbene i richiami al jazz ci siano (l’inizio di Simmer in questo è chiaro), le musiche di Carnelian si rifanno a melodie e armonie tipiche della cosiddetta avanguardia, sin dal singolo – e prima traccia dell’album – Shake Your Bones: le improvvisazioni che la chiudono si rincorrono sui registri più alti di archi e ottoni e fanno scivolare l’ascoltatore nel clima di tensione che vivrà per i successivi quaranta minuti. Tuttavia, per quanto “avant” o “sperimentali” possano essere considerati, i Kill the Vultures fanno comunque hip-hop e in questa ultima produzione non si rinuncia del tutto ai tratti più riconoscibili del genere, pur personalizzandoli. Il flow non è mai virtuosistico in termini di velocità o di metrica interna: ha un andamento solenne e declamatorio, è sicuro nel descrivere storie allo stesso tempo note e difficilmente riconducibili in maniera inequivocabile a scenari reali.

Eppure non è difficile rintracciare certi temi abituali della doppia H – razzismo, potere, denaro, crimine – lungo le dozzina di tracce del disco: in Vandal tutto ciò è più esplicito che in altri pezzi, ma le parole in Carnelian, dal potente senso immaginifico, lasciano all’ascoltatore la decisione di entrare nel mondo quasi orrorifico che si crea e il successivo piacere di definirne i dettagli. Non c’è la chiamata alle armi strombazzata da ritornelli da stadio, l’affiliazione sfacciata a cui brama, tra un ammiccamento e l’altro, il rap più comune e diffuso. Allo stesso modo le basi di Smoke in the Temple e del dittico finale Amnesia / The Last Time evocano strutture hip-hop usando altri mezzi rispetto ai beat pompati e compressi, senza mai fare sentire la mancanza di un uso massiccio di macchine e campionatori. E c’è spazio anche per filastrocche letteralmente agghiaccianti come quella di Crown, un girotondo allucinato di gemiti, pianoforte e batteria, il momento più estremo di un album davvero riuscito.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di dicembre 2015 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2025-10-23T11:37:44+02:0023 Ottobre 2025|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Kill the Vultures – Carnelian

Dagli archivi: Cheatahs – Mythologies

Cheatahs – Mythologies (Wichita Recordings)

7,5

 Cheatahs - MythologiesAllo shoegaze sporcato di alt-rock del pur riuscito disco d’esordio la band dalle plurime nazionalità di casa a Londra aggiunge tantissime contaminazioni, per lo più efficaci, sperimentate nei due recentissimi ep “Sonne” e “Murasaki”. Soprattutto quest’ultimo, con i suoi richiami letterari (Murasaki Shibitu è l’autrice di Genji Monogatari, capolavoro della letteratura giapponese) e con la ricchezza di suoni che lo contraddistingue, è la vera introduzione a “Mythologies”, il cui titolo è ripreso dalla nota raccolta di articoli di Roland Barthes sui miti del mondo contemporaneo. La partenza è affidata a “Red Lakes (Sternstunden)”, in cui le voci parlate e cantate si rincorrono sugli strati di suono marchio di fabbrica del quartetto.

Ma è dal terzo pezzo, “In Flux”, che i Cheatahs ci danno davvero dentro: il ritmo motorik su cui poggia questo brano sorprende (anche se ce lo si potrebbe aspettare dal batterista Marc Raue, tedesco) e lancia l’album verso territori sperimentali, che mischiano l’ambient con i suoni di chitarra e i synth con aromi psichedelici. La scaletta è una trovata dopo l’altra in cui un uso intelligente di rumore elettrico, nastri, voci al contrario si sposano a soluzioni ritmiche non scontate. E c’è una sequenza, che comprende “Colorado”, “Su-pra”, il travolgente singolo “Seven Sisters”, la già citata “Murasaki” e “Mysteci”, davvero memorabile.

 

Recensione pubblicata originariamente sul numero di ottobre 2015 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2025-06-29T14:03:44+02:0016 Ottobre 2025|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Cheatahs – Mythologies
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