Dagli archivi: Arc Iris – Moon Saloon
Arc Iris – Moon Saloon (Bella Union)
7,5
Jocie Adams ha una notevole immaginazione musicale: ha scritto il suo secondo lavoro in una settimana di totale isolamento, su un’isoletta senza elettricità, solo con una chitarra acustica. Eppure, come il self-titled del 2014, anche Moon Saloon è un’esplosione di colori che travalica generi e etichette, in cui archi e ottoni si intrecciano alle armonie di voci su ritmi non banali.
Il nucleo del gruppo (oltre alla Adams, Zach Tenorio Miller e Ray Belli) si incarica anche della produzione di un disco che ha una natura irrequieta e sperimentale, fatta di frequenti cambi di strutture, ritmi e arrangiamenti. Non sempre la mano è ferma, ma foss’anche solo per la pura gioia e passione che gli Arc Iris gli infondono (e c’è ben altro), quest’album va lodato.
Recensione pubblicata originariamente sul numero di settembre 2016 de Il Mucchio Selvaggio
Il secondo lavoro di Laura Mvula è un passo avanti rispetto a Sing to the Moon: The Dreaming Room, scritto insieme al produttore Troy Miller e con ospiti del calibro di John Scofield, Nile Rogers e Wretch 32, riflette con sicurezza, partecipazione e un senso musicale straordinario sulla paura della solitudine e sulla fine dell’amore, a partire dalla traccia di apertura. Il minuto e mezzo di Who I Am, infatti, mostra la Mvula delicata e solida al tempo stesso, capace di usare bene le sezioni orchestrali (in carico alla London Symphony Orchestra) e di concepire una mobilità di dinamiche e arrangiamenti che suscita nell’ascoltatore pure e profonde emozioni.






Scelta interessate quella di pubblicare come secondo disco (dopo il buon Gist Is del 2014) un mini album di 25 minuti, per lo più a tema e, come se non bastasse, con tre tracce su sette strumentali: ma Earrings Off! dimostra che agli Adult Jazz interessa sperimentare, piuttosto che ricevere conferme. Il quartetto di Leeds costruisce un discorso intorno al concetto di genere, con archi, synth e fiati che disegnano strutture liberissime, mentre i ritmi e le linee melodiche talvolta si avvicinano alle bizzarrie degli Animal Collective. Ecco, a volte sembra che tra Harry Burgess e soci, soprattutto negli intermezzi, vada troppo il “farlo strano” a tutti i costi: ma quanto è più stimolante (e sempre più raro) ascoltare chi sbaglia cercando nuove strade…
C’è sentore di apocalisse nel secondo disco dei Melt Yourself Down: ma rispetto all’esordio la band non ha solamente ridefinito i concetti e incupito i suoni, li ha anche addomesticati. Peter Wareham, Kushal Gaya e soci attingono sempre dai terreni su cui si muovevano gli ormai defunti Acoustic Ladyland e Zun Zun Egui: post-punk, avant-jazz, elettronica e world (per quanto le tracce musicali nubiane originarie siano più sbiadite), ma l’irruenza che il gruppo mostrava dal vivo e nel primo disco affiora solamente qua e là in tracce come “Listen Out”, “Communication” e “Jump in the Fire”, costringendo i brani d’apertura (i singoli “Dot To Dot” e “God of You”) a un ruolo introduttivo, a delineare la visione della band del nuovo mondo in cui viviamo.
Dopo cinque anni si chiude la trilogia ideata da Ben Cooper che racconta – con una molteplicità di punti di vista – la storia di un’immaginaria famiglia negli USA dell’800, i Northcotes. Nel primo capitolo, The Roots, erano usati solo strumenti acustici che esistevano all’epoca e lo stile delle liriche ricalca il racconto orale; i testi di The Branches, invece, erano in forma di lettere relative agli anni della Seconda Rivoluzione Industriale: per questo il filologico Cooper si permetteva qualche tocco di elettricità nelle musiche. Elettricità che torna anche in questo terzo capitolo, dominato comunque da sonorità folk disegnate in toto dal polistrumentista titolare del disco, con l’aiuto di Josh Lee agli archi.
Nei quattro anni trascorsi da Plumbs, Peter e David Brewis hanno firmato colonne sonore e dischi solisti, ma soprattutto sono entrambi diventati padri. Non solo una nota biografica, perché in quest’ultimo lavoro dei Field Music si notano elementi che non è azzardato legare alla paternità. I testi accennano alla vita di tutti i giorni e in particolare alla nuova condizione familiare, a partire dal primo estratto The Noisy Days Are Over. Insomma, col pupo in casa, scordiamoci le notti brave e le jam in salotto: il rifugio diventa allora lo studio, riempito di ospiti e colori per un disco – scritto e registrato in sei mesi – che spesso mischia caratteristiche armoniche e ritmiche del prog con il tiro del funk e dell’R&B, non limitandosi assolutamente né nella lunghezza dell’album – che sfiora l’ora – né nella produzione delle tracce.
Prima si chiamavano Captain Fufanu e facevano techno. Poi gli islandesi Hrafnkell Flóki Kaktus Einarsson e Guðlaugur Halldór Einarsson, meglio noti come Kaktus e Gulli, hanno lasciato da parte il Captain e le drum machine e nel 2014 si sono chiusi in studio a ripassare la musica più scura di fine anni Settanta e primi anni Ottanta, tra gothic rock, post-punk, new wave e industrial. E così i due hanno sfornato, tra lo scorso gennaio e oggi, una dozzina di canzoni che hanno trovato posto in un ep uscito quest’estate, un paio di singoli e, ovviamente, questo esordio: un album non male, intendiamoci, ma che soffre di alcuni difetti.
Sicuri che sia corretto definire i Puscifer come il mero divertissiment solista di Maynard James Keenan? In otto anni sono ormai usciti con questa sigla due live, tre ep, quattro album di remix e tre in studio, ognuno dei quali ha definito meglio il percorso cominciato con V for Vagina: se il debutto sembrava quasi uno scherzo, Conditions of My Parole ne era una versione più pacificata e contenuta. Quattro anni dopo, Money Shot è il risultato finora più coeso di questo cammino: tra alt-rock ed elettronica, tra bordate di chitarra distorte e schemi ritmici sintetici e liquidi, l’album gira intorno alla finitezza dell’uomo rispetto allo spazio e al tempo e ridicolizza la sua posizione nell’Universo.
Dopo sei anni di silenzio, l’MC Alexei Casselle e il produttore Stephen Lewis tornano con un album cupo e teso. Carnelian spinge ancora più in là l’approccio dei Kill the Vultures, che, fin dall’esordio del 2005, hanno scelto delle basi insolite sulle quali raccontare le proprie storie. In quest’ultimo capitolo della loro discografia hanno per lo più sostituito i campioni presi da cataloghi jazz (nel senso più ampio del termine) con partiture che coinvolgono di volta in volta archi, pianoforte, ottoni, flauto, vibrafono e percussioni; musiche appositamente scritte e fatte registrare, per poi essere smontate e rimontate al fine di comporre i beat sui quali si dipanano i cinquanta minuti scarsi di questo disco. Se da un lato c’è la volontà di fare piazza pulita, dall’altro è evidente la necessità di avere tutto sotto controllo, per creare il disco più completo e convincente dei quattro finora firmati dal duo di Minneapolis.