Dagli archivi: Melt Yourself Down – Last Evenings on Earth
Melt Yourself Down – Last Evenings on Earth (The Leaf Label)
6,5
C’è sentore di apocalisse nel secondo disco dei Melt Yourself Down: ma rispetto all’esordio la band non ha solamente ridefinito i concetti e incupito i suoni, li ha anche addomesticati. Peter Wareham, Kushal Gaya e soci attingono sempre dai terreni su cui si muovevano gli ormai defunti Acoustic Ladyland e Zun Zun Egui: post-punk, avant-jazz, elettronica e world (per quanto le tracce musicali nubiane originarie siano più sbiadite), ma l’irruenza che il gruppo mostrava dal vivo e nel primo disco affiora solamente qua e là in tracce come “Listen Out”, “Communication” e “Jump in the Fire”, costringendo i brani d’apertura (i singoli “Dot To Dot” e “God of You”) a un ruolo introduttivo, a delineare la visione della band del nuovo mondo in cui viviamo.
“Last Evenings on Earth” vuole essere – sin dal titolo, preso da un racconto di Bolaño – lo specchio di un pianeta sull’orlo del collasso, solcato da disperate migrazioni, in cui le città sono dei prismi che riflettono le buone e le cattive luci e assorbono tanto il gergo delle Mauritius – vedi “Big Children (Gran Zanfan)” – quanto la spiritualità indiana (“Bharat Mata”). Un racconto che sacrifica la spontaneità per una concettualità che era meno evidente, è vero, nel self-titled: tuttavia avremmo preferito qualche slabbratura in più pur di rinnovare il piacere di essere nuovamente investiti e travolti da una band che amiamo.
Recensione pubblicata originariamente sul numero di aprile 2016 de Il Mucchio Selvaggio