Dagli archivi: Primavera Sound 2016 – Il report
La prima festante invasione del Forum avviene il 1° giugno, per Goat e Suede. Travestiti con maschere e costumi, i Goat suonano meravigliosamente e senza sosta per un’ora, mischiando con naturalezza blues e tribalismi, vocalizzi sciamanici e funk. La chiamano World Music (come il loro disco d’esordio) e altro, a 21° secolo avanzato, non potrebbe essere. E poi, i Suede: la band il giorno dopo suonerà per intero Night Thoughts, ma il primo live è un’ora e mezza di greatest hits. Anderson è in gran forma e tiene in piedi quasi da solo un concerto che fa felici tutti, tranne quelli delle ultime file che si lamenteranno di un suono non proprio massiccio.
Il giorno dopo l’Auditori ospita di seguito due nomi molto diversi: Alessandro Cortini firma un’ora di elettronica pulsante e rarefatta, che lascia orecchie e occhi soddisfatti, grazie a suoni e visual ben concepiti. Andy Shauf invece propone un folk tinto di soul che ricorda alcuni colleghi nordamericani dei primi anni ’70, da Carole King a Jackson Browne, così come arrangiamenti e strutture armoniche à la Elliott Smith. Delicato, ma tutt’altro che inconsistente, senza trucchi o sdolcinatezze. Poco dopo sul palco Pitchfork esce, da solo con la sua chitarra, il fenomeno indie Will Toledo, cioè Car Seat Headrest, che viene presto raggiunto da una band di tre elementi. Tra bordate elettriche, urla e mormorii postadolescenziali, convince a tratti, ma solo chi scrive: buona parte del pubblico è con lui e canta i brani parola per parola.
La gente, invece, i C+C=Maxigross se la devono conquistare: l’unica band italiana nel cartellone principale sceglie di farlo con un approccio rilassato e divertito e ben presto i presenti sono coinvolti dal folk-rock-psichedelico della band. I riverberi ed echi anni ’60 che abbiamo ancora nelle orecchie si mischiano all’elettronica di Floating Points. Rispetto ai suoni sentiti in Elaenia, Sam Shepherd offre una gamma di colori più vasta di quelli electro e jazz: inaspettate punte di funk e rock completano l’offerta e rendono il concerto uno dei più intensi tra quelli visti a Barcellona.
Ma il più divertente di tutti è John Carpenter: con una band di cinque elementi suona per lo più i temi dei suoi classici, rigorosamente accompagnati da un montaggio dei momenti salienti dei film. Il pubblico è in delirio: ironico e autoironico, Carpenter snocciola aneddoti per presentare i pezzi, dimostrandosi maestro dell’orrore quanto dell’intrattenimento. E gli LCD Soundystem non sono da meno: un’ora e mezzo di grandi successi, suonati senza incertezze su un palco affollatissimo. Mirrorball giganti, strumenti a ogni angolo, un tiro invidiabile: Murphy & co. sono pronti per sfornare un altro disco e noi aspettiamo fiduciosi, dichiarando chiusa la giornata del 2 giugno.
Anche nel festival catalano scegliere un concerto significa perderne tanti: ma lasciarsi incuriosire da nomi come quello di Selda Bağcan, può regalare gioie inaspettate. L’icona della musica turca è insieme ai Boom Pam per riproporre il repertorio di musica tradizionale rivisitata in chiave rock e psych che l’ha resa famosa negli anni ’70, facendone un simbolo per la lotta democratica nel decennio successivo. Un concerto curioso che si porta a casa il premio di “scoperta del Festival”. Il fulcro del cartellone del 3 giugno sono i Radiohead e a ragione.
Non li abbiamo mai visti così in forma, così abili e sicuri nel gestire i tanti lati musicali della loro carriera. Dopo la band di Oxford è la volta di Holly Herndon, scelta proprio da Yorke e soci per aprire alcune date del tour. Eravamo pronti ai bassi e ai toni scuri di Platform e, per carità, ci sono stati: ma la musicista statunitense e i suoi due partner sono stati molto più diretti e divertenti di quanto ci aspettassimo, sorprendendo con l’uso delle macchine e la manipolazione delle voci. La giornata si chiude con il tanto atteso ritorno dei The Avalanches, 15 anni dopo quel Since I’ve Left You che aveva portato a nuovi livelli l’arte del campionamento. Per un problema di visti e ritardi, però, gli australiani “si limitano” a un vorticoso dj set con vinili e cd che tocca Bowie e De Piscopo, l’R&B e la musica brasiliana. Un’altra conclusione di giornata più che appropriata.
Il pomeriggio di sabato 4 giugno è tutto per le i live gratuiti delle band “in vetrina” al Festival: quelle italiane ci convincono e conquistano anche chi è passato per caso dal Centro di Cultura Contemporanea. Matilde Davoli, Altre di B e Sycamore Age amano tre tipi di rock assai differenti: se la “Girl with a Gun” conferma di avere trovato una sua bella identità, ci stupisce per l’impatto massiccio che dal vivo hanno arrangiamenti e canzoni. I bolognesi Altre di B, tra brani noti e inediti, mostrano di avere fatto un deciso passo avanti nel loro modo di coniugare, con energia e coerenza, l’indie pop. E infine l’art rock teatrale e viscerale dei Sycamore Age: l’impressione, anche grazie al carisma di Francesco Chimenti, è notevole; ma talvolta c’è il rischio che tendere sempre a un climax esplosivo faccia perdere compattezza ai pezzi.
Verso le 20 risuonano nell’aria del Forum le prime note di “Wouldn’t It Be Nice”: una dozzina di musicisti, non proprio giovanissimi, sono schierati intorno a un uomo al piano. L’esecuzione dal vivo di Pet Sounds, a 50 anni dalla sua pubblicazione, è maniacale nei suoni (campanelli di bicicletta inclusi) e un po’ meno nelle parti vocali. Brian Wilson lascia molto spazio ai suoi sodali, i suoi occhi guizzano tra noi e il palco, suona qualche nota, ci ringrazia. Ciò che rimane, dopo avere ascoltato la dozzina di canzoni dell’album del 1966 e altrettanti successi dei Beach Boys, è l’avere assistito a un momento storico, con una punta agrodolce in cui si concentra tutto il tempo passato da quell’era.
Un paio d’ore dopo, sullo stesso palco, compaiono una dopo l’altra una decina di figure: John Parish apre la fila marciando a suon di tamburo, poi, tra gli altri, Mick Harvey, Alessandro Stefana e Enrico Gabrielli; l’unica donna è PJ Harvey che ci dona non solo il concerto più bello del PS2016, ma uno dei live più riusciti e potenti a cui abbiamo mai assistito. I brani di Let England Shake e The Hope Six Demolition Project impegnano la musicista del Dorset e la sua splendida band, in un’intesa e una coesione perfetta. PJ è rinata: rispetto all’ultimo tour la sua presenza scenica è ancora più sicura e trae forza dal contrasto con le controparti maschili; la sua voce non è mai stata così emozionante.
Sono canti di guerra quelli intonati da tutti sul palco: foto spietate di un mondo allo sfascio, sbattute in faccia senza filtri o ritocchi. La potenza della band non fa leva sull’emotività a buon mercato, ma usa la sobrietà come un’arma ulteriore, che non sminuisce affatto il pathos della rappresentazione. Anche le classiche “To Bring You My Love” e “Down By The Water” assumono un’altra prospettiva senza essere stravolte, rientrando nella visione odierna del mondo di una musicista titanica.
Andiamo quindi da Julia Holter, che ben adatta il suo repertorio da camera ai grandi spazi del festival, con una potenza vocale inaspettata e un’ottima intesa con i musicisti sul palco: prove che la sensibilità musicale infusa nei suoi album è palpitante anche dal vivo.
Questo resoconto da Barcellona si conclude con i Moderat. Il terzo prodotto dell’unione tra Apparat e Modeselektor è ben presente nella memoria delle migliaia di persone assiepate sotto un palco dominato da visual forse un po’ sottodimensionati, ma affascinanti. I tedeschi usano l’elettronica per concepire una forma tutta loro di pop-da-club che fa danzare folle oceaniche: ogni tanto c’è il passaggio inaspettato, ma non vedono (e non vediamo) l’ora si piazzi il primo colpo della cassa in quattro dopo il break e che i fari ci anneghino di luce. Quando si spegne l’ultima nota, il trio chiede a tutti di alzare le mani per la foto di rito: è l’ultima istantanea del PS2016, appuntamento al 31 maggio dell’anno prossimo.
Recensione pubblicata originariamente sul numero di luglio 2016 de Il Mucchio Selvaggio

Prima si chiamavano Captain Fufanu e facevano techno. Poi gli islandesi Hrafnkell Flóki Kaktus Einarsson e Guðlaugur Halldór Einarsson, meglio noti come Kaktus e Gulli, hanno lasciato da parte il Captain e le drum machine e nel 2014 si sono chiusi in studio a ripassare la musica più scura di fine anni Settanta e primi anni Ottanta, tra gothic rock, post-punk, new wave e industrial. E così i due hanno sfornato, tra lo scorso gennaio e oggi, una dozzina di canzoni che hanno trovato posto in un ep uscito quest’estate, un paio di singoli e, ovviamente, questo esordio: un album non male, intendiamoci, ma che soffre di alcuni difetti.
Sicuri che sia corretto definire i Puscifer come il mero divertissiment solista di Maynard James Keenan? In otto anni sono ormai usciti con questa sigla due live, tre ep, quattro album di remix e tre in studio, ognuno dei quali ha definito meglio il percorso cominciato con V for Vagina: se il debutto sembrava quasi uno scherzo, Conditions of My Parole ne era una versione più pacificata e contenuta. Quattro anni dopo, Money Shot è il risultato finora più coeso di questo cammino: tra alt-rock ed elettronica, tra bordate di chitarra distorte e schemi ritmici sintetici e liquidi, l’album gira intorno alla finitezza dell’uomo rispetto allo spazio e al tempo e ridicolizza la sua posizione nell’Universo.
Dopo sei anni di silenzio, l’MC Alexei Casselle e il produttore Stephen Lewis tornano con un album cupo e teso. Carnelian spinge ancora più in là l’approccio dei Kill the Vultures, che, fin dall’esordio del 2005, hanno scelto delle basi insolite sulle quali raccontare le proprie storie. In quest’ultimo capitolo della loro discografia hanno per lo più sostituito i campioni presi da cataloghi jazz (nel senso più ampio del termine) con partiture che coinvolgono di volta in volta archi, pianoforte, ottoni, flauto, vibrafono e percussioni; musiche appositamente scritte e fatte registrare, per poi essere smontate e rimontate al fine di comporre i beat sui quali si dipanano i cinquanta minuti scarsi di questo disco. Se da un lato c’è la volontà di fare piazza pulita, dall’altro è evidente la necessità di avere tutto sotto controllo, per creare il disco più completo e convincente dei quattro finora firmati dal duo di Minneapolis.
Allo shoegaze sporcato di alt-rock del pur riuscito disco d’esordio la band dalle plurime nazionalità di casa a Londra aggiunge tantissime contaminazioni, per lo più efficaci, sperimentate nei due recentissimi ep “Sonne” e “Murasaki”. Soprattutto quest’ultimo, con i suoi richiami letterari (Murasaki Shibitu è l’autrice di Genji Monogatari, capolavoro della letteratura giapponese) e con la ricchezza di suoni che lo contraddistingue, è la vera introduzione a “Mythologies”, il cui titolo è ripreso dalla nota raccolta di articoli di Roland Barthes sui miti del mondo contemporaneo. La partenza è affidata a “Red Lakes (Sternstunden)”, in cui le voci parlate e cantate si rincorrono sugli strati di suono marchio di fabbrica del quartetto.
Spoiler: ciò di cui ha bisogno il mondo ora è “a big fuck off”. La risposta al titolo del nuovo album in studio dei PiL è nella traccia di chiusura, l’unica che vira sull’elettronica delle undici di What The World Needs Now. Se in Shoom Lydon manda a quel paese in maniera prevedibile sesso, successo, contratti, botox (sic), arrotando le erre a più non posso e riassumendo in sei minuti e mezzo la parte più dance della storia del gruppo, nelle altre tracce torna musicalmente all’elettricità che in This Is PiL si era un persa in favore del versante dub.
L’ottavo disco in studio del duo di Nottingham arriva dopo un anno d’oro in cui la notorietà di Jason Williamson e Andrew Fearn è cresciuta notevolmente. Ma Key Markets (si chiamava così un supermercato frequentato dal piccolo Jason nella natale Grantham) non si limita a ripetere le formule del recente e fortunatissimo Divide and Exit. Le basi di Fearn cercano altre soluzioni, per esempio: il basso-e-batteria pulsanti che si ritrovano in molte tracce diventano ancora più ipnotici e paranoici (Bronx in a Six), o quasi hardcore (No Ones Bothered), ma hanno anche modo di rallentare (Tarantula Deadly Cargo) e di tingersi di sfumature esotiche (Arabia). Musicalmente anche Williamson si espande, lanciandosi talvolta in minimali escursioni melodiche che ricordano il salmodiare crudele e ironico di Lydon.
Dopo la trilogia di Forse, ecco il secondo capitolo del nuovo percorso del musicista noto per la sua militanza nei Nine Inch Nails, ma che ha un suo seguito, di nicchia e di culto, nell’ambiente elettronico più di ricerca (e valido) degli Stati Uniti, dove Cortini vive da anni. Non è un caso che Risveglio”, come il precedente Sonno, esca per l’etichetta di Prurient: dieci brani (più una drum version di “La sveglia”, uno dei picchi del disco) per un’ora di musica creata solamente con due synth/sequencer della Roland, l’MC-202 e il TB-303, e qualche effetto. Quest’economia di equipaggiamento porta a un oscuro e cupo minimalismo che però è dolce e straniante al tempo stesso e rende Risveglio un disco originale, ipnotico e pieno di fascino.
Dopo studi avanzati di canto e violoncello a Parigi e Londra e un’intensa attività nel circuito jazz francese, Jeanne Added ha spostato il suo interesse su altre forme musicali. Dopo un ep d’esordio nel 2011, all’inizio di quest’anno ne è arrivato un altro: le tre tracce, che sanciscono il sodalizio con la naïve, sono incluse in questo primo LP della 35enne di Reims. Mischiando i generi all’insegna di un minimalismo che appare più sentito che studiato, la polistrumentista confeziona un buon album, che nella prima metà gioca le sue carte migliori.
Tutto comincia quando un serafico Andrew Fearn fende il pubblico (il Covo non ha un vero e proprio backstage) e sale sul palco con sei bottiglie di birra e un portatile: la scenografia è tutta là, insieme a un microfono e uno sgabello su cui il laptop trova posto. L’uomo dedito ai beat del duo hip hop, punk, post punk, chi se ne frega, sta là fermo, come se stesse aspettando l’autobus. Non interagisce o quasi col pubblico, pur non sembrando altezzoso: un atteggiamento che manterrà per tutto il live, tanto da farci percepire una grottesca sovrapposizione con il ruolo live di Mauro Repetto negli 883 (ma Fearn balla di meno). Solo dopo diversi minuti la platea, ormai fittissima, accoglie Williamson, che attraversa la folla, si posiziona di tre quarti davanti al microfono e inizia a sputare rime violentissime, praticamente senza sosta. Si concede talvolta di ammiccare in maniera grottesca al pubblico, sculettando e fingendo di tenersi e offrirci i seni (sic).