Francesco Locane

Circa Francesco Locane

Questo autore non ha riempito alcun dettaglio.
Finora Francesco Locane ha creato 1032 post nel blog.

Down In It: Nine Inch Nails, Live@Alcatraz, Milano, 01.04.07

Esattamente otto anni dopo avere visto uno dei concerti più belli della mia vita, torno nello stesso posto, con lo stesso amico, a rivedere uno dei miei gruppi del cuore.
Quando passano così tanto tempo tra due eventi del genere, è evidente che la lunga attesa prima del concerto potrebbe essere riempita da pensieri come “L’ultima volta che li ho visti qua avevo 21 anni”, ma queste meditazioni sono interrotte dall’incubo che mi perseguita in tutti i concerti a cui tengo di più: come era successo già all’ultimo concerto dei Karate a cui ho assistito, ecco che si presentano puntuali quelli che io chiamo “gli ultras dell’Andria”. In quell’occasione, infatti, un gruppo di veneti ubriachi aveva cantato per tutto il concerto gli inni della loro squadra del cuore sulle melodie dei Karate. Encomiabile, come tentativo, penosa e fastidiosissima la riuscita della cosa.
I Ladytron si sono appena esibiti, la folla aspetta i NIN, ed eccoli, i tifosi: sono in tre, e si devono reggere insieme per non cadere per terra. Ovviamente, spingendo qua e là, si piazzano accanto a me. Dopo qualche sguardo interrogativo, vedo che uno ha un bicchiere di plastica pieno e lo tiene a mezz’aria, dritto davanti a sè. Fa per rovesciarlo per terra (in uno spazio di un metro quadro in cui ci sono almeno dieci persone), ma prima mi guarda. Io gli faccio “no” con la testa, lui mi prende come arbitro morale della situazione e mi dice “No, eh?”. Gli suggerisco di passare il bicchiere ad altri, in modo tale che raggiunga i limiti della sala. Lo fa.
Dopo poco mi pone un altro grande interrogativo etico. Biascica: “Ma se uno dovesse venirgli da pisciare (sic), la farebbe qua, no?” e nel chiedermi questo inizia ad armeggiare coi pantaloni. Sudo freddo. Riesco solo a scuotere la testa, sperando di mantenere il ruolo appena acquisito. Miracolosamente rinuncia. O se la fa addosso, non so e non voglio sapere.
Un altro po’ di tempo e uno dei tre, quello più basculante di tutti, inizia a strusciarsi su una ragazza di fronte a me. Nessuno fa niente e io conquisto la seconda onorificenza sul campo, togliendo la ragazza dal pesante ed etilico abbraccio del barcollante giovane.
Si spengono le luci, inizia “Pinion” e quindi, non appena partono le prime note di “Mr Self Destruct”, non capisco più niente. Una violenza inaudita travolge il pubblico, con un attacco di concerto memorabile. I tifosi dell’Andria, probabilmente, vengono calpestati dalla folla, la temperatura emotiva si innalza a dismisura, ma mai quanto quella fisica: dopo due pezzi siamo tutti sudati e distrutti.

La folla mi spinge da una parte all’altra e godo come un riccio: la scaletta sembra quasi quella di un set di The Downward Spiral, non si fa in tempo ad esultare per un brano che ne parte un altro. Così mi trovo, fortunello, in un’altra zona del locale, dove faccio la conoscenza di uno strano personaggio. Capelli lunghi, barba lunga, occhi spiritati, fa headbanging facendo roteare la chioma e inondando di sudore chiunque si trovi nel raggio di qualche metro dalla sua seminuda persona. E’ coperto da uno strato viscido di sudore, e quando, approfittando del macello incessante, gli do una bella spinta, torna indietro, incrocia le braccia all’altezza dei polsi, sfodera due belle corna metal e rovescia gli occhi mostrandomi la lingua.
All’ennesima ondata di sudore mi allontano.
Lo vedrò, un po’ dopo, mentre, immobile in mezzo alla folla, tiene il cellulare all’orecchio. Ho pensato che, forse, si chiedesse se la voce che risponde facendo il numero 666 (“Il numero che lei ha composto è inesistente”) sia quella del Principe delle Tenebre in falsetto. O forse è la prova che l’Inferno non esiste?

La temperatura aumenta, e Trent Reznor, mosso a pietà, lancia delle bottigliette d’acqua sul pubblico. Il frontman dei NIN è un po’ troppo pompato, ma chi se ne importa: continuano a suonare come una macchina, senza tregua, senza sosta, e soprattutto senza fare brani troppo recenti.
Il ritmo, infatti, cala solo nei due pezzi del prossimo disco, Year Zero, che però il buon Trent ci invita tranquillamente a “rubare”.

E poi arriva il momento che mi aveva fatto levitare, nel novembre 1999, dalla decima alla seconda fila, “con una forza dentro che neanch’io so come”. Ancora una volta, “Hurt” (versione solo voce e piano, fino all’entrata finale delle chitarre) distrugge nel senso migliore del termine tutti i presenti (e forse fa finire in lacrime anche i veneti ubriachi e l’emulo di King Diamond). Ma il finale è per “Head Like a Hole”, durante la quale credo siano stati concepiti diversi pargoli, vista la ressa mostruosa a cui nessuno è riuscito a sfuggire.

Quindi, che dire? Che sono una live band fenomenale, che, rispetto al concerto del ’99 sono mancate le parti combinate strumentali-video, che probabilmente parte della creatività che Reznor aveva raggiunto con The Downward Spiral e The Fragile se n’è andata, che inizio a tifare contro l’Andria Football Club e che, se il Diavolo c’è, ha cambiato numero.

Nine Inch Nails – Alcatraz, Milano, 01.04.07 – Setlist:
Pinion – Mr. Self Destruct -Terrible Lie – Heresy – March of the Pigs – The Frail – The Wretched – Closer -The Becoming -The Beginning of the End – Wish – Gave Up – Help Me I’m in Hell – Eraser – Reptile – No You Don’t – Survivalism – Only – Down in It – Hurt – The Hand that Feeds – Head Like a Hole

Ad alzo zero

Ho chiesto all’Einaudi l’ultimo libro di Vitaliano Trevisan, Il ponte – Un crollo, subito dopo avere letto un’intervista allo scrittore vicentino su “Il Venerdì” di Repubblica. In quell’articolo, pubblicato due o tre settimane fa, Trevisan sparava a zero su tutto e tutti, con una lucida rabbia che mi aveva davvero sorpreso. Vorrei essere più preciso, ma purtroppo ho buttato quella copia del giornale.

Non appena ho iniziato a leggerlo ho pensato a due cose. La prima: voglio intervistare Trevisan. La seconda: ho paura di farlo. Non mi capita spesso di avere paura di fare qualcosa: sul lavoro, al massimo, ho avuto una sorta di timore reverenziale nel telefonare o incontrare qualcuno.
E più andavo avanti nella lettura più questi due sentimenti contrastanti aumentavano, alimentandosi l’uno con l’altro.

Il ponte è una sorta di lunga confessione mentale di un uomo, nato a Vicenza, ma che ha lasciato da una decina d’anni l’Italia e tutto lo schifo che la forma. Trevisan, attraverso le sue parole fitte (nella parte centrale del romanzo, più di cento pagine, c’è solo un salto di paragrafo e due “a capo”, alla faccia della presunta “poesia delle pagine bianche” di cui parlavo qualche settimana fa) esprime qualcosa che è più di un generico disprezzo del nostro paese: in fondo, chi è che non si lamenta di come vanno le cose in Italia? La rabbia di Thomas, il protagonista del libro, è diretta e cristallina come quella espressa da Trevisan in quell’intervista, nonostante Thomas parli continuamente di una malattia, che forse lo eleva a diverso e lo stacca dalla massa dalla quale ha tentato di isolarsi fisicamente trasferendosi in Germania. Nel suo lungo monologo, il narratore si interroga sulla scrittura, sulla famiglia, sulla politica, sulla società e sulla cultura italiana, sul suo cedimento ormai definitivo, già preannunciato, con la consueta brillante lungimiranza, da Pier Paolo Pasolini trenta e passa anni fa.
E non è un caso che Pasolini torni come punto di riferimento, come unico possibile interlocutore italiano, oltre a Thomas Bernhard. Ma non “da morto”, bensì da vivo, attraverso le sue parole, che possono essere solo rilette, senza riesumazioni di sorta.
A questo proposito Trevisan fa dire al suo protagonista delle parole lapidarie a proposito della morte, il vero tema centrale del romanzo:

“(…) i morti sono tutti uguali, si è detto, e dunque vanno onorati tutti nello stesso modo, ed è così: i morti sono tutti uguali, ma il giudizio dovrebbe riguardare solo quanto hanno fatto, o non hanno fatto, da vivi. I morti sarebbe meglio lasciarli dormire, e invece essi vengono riesumati e ricomposti di continuo, e usati di continuo per gli scopi più bassi e meschini, col risultato che si continua a raccontare sempre e soltanto la storia di un fallimento dopo l’altro, a cui manca sempre la parola fine, cioè manca sempre un responsabile. In fondo, pensai, è esattamente quello che faccio anch’io. Cercare di dare un senso al mio proprio frammento di presente in quanto presente in cui il passato non smette di crollare (Vitaliano Trevisan, Il ponte – Un crollo, Einaudi 2007, pag. 115)

Ecco l’intervista a Vitaliano Trevisan!

Moviegoers – seconda parte

Ecco il resto dell’album…
Il gatto e la volpe. Qua rischio il politicamente scorretto, ma capita spesso che al cinema di pomeriggio ci siano coppie di anziani che decidano di passare due ore con la settima arte. Uno dei due non capisce assolutamente nulla. Ma niente. L’altro, ma spesso l’altra, deve quindi pazientemente spiegargli ogni passaggio logico. Ma, attenzione, non stiamo parlando del lancio dell’osso di 2001. Intendo cose come: “Allora, li vedi quelli davanti al prete? Lo sposo è quello vestito di nero, la sposa quella vestita di bianco. No, il prete è quello che gli dà le spalle – controcampo – adesso è lo sposo.” Nota bene: se nella coppia lei è una didascalica, ecco spiegati i cinquant’anni di matrimonio.
Continuamente.
Il partecipativo. Un po’ invidio questa tipologia di personaggi, perché sono i più sinceri e pittoreschi. Partecipano al film completamente. Dentro e fuori. Suggeriscono comportamenti, disprezzano tradimenti, motteggiano contenti. Per loro non solo il film è la vita vera, ma gli attori, soprattutto quelli giovani, sono dei gran maleducati, perché non accolgono mai i consigli che arrivano dalla platea. La fine del film è accolta con l’unico momento di silenzio dell’intera proiezione, dovuto al fatto che sono consci che devono tornare alla loro vita di tutti i giorni, dove tutto è uguale, solo che tutti sono un po’ meno belli.
Il cinico. È l’esatto opposto del partecipativo. Se qualcuno muore sullo schermo, il cinico dirà che in realtà non è morto veramente, alzando il sopracciglio. Se due si baciano, lui dirà “lei non lo ama”, ma non con lo spirito che avrebbe il partecipativo, ma riferendosi al fatto che l’attrice che compare in quel momento sullo schermo è fidanzata con un altro noto attore, non con quello che sta baciando. (Nota: il didascalico in questa situazione direbbe lo stesso, soprattutto se quello che viene baciato è un vecchio e ricco magnate e lei ha affisso, nella scena precedente, dei cartelloni con su scritto “È tutta una finta, voglio solo i suoi soldi.”)
Mercoledì 10 gennaio 2007, cinema Capitol, Casino Royale. Alla scena della tortura di 007, l’uomo seduto dietro di me ha obiettato che Craig Daniels non si stava davvero prendendo delle mazzate sulle palle. Ma forse l’ha detto per esorcizzare quel senso di disagio che tutti gli spettatori maschi stavano provando in sala in quel momento.
L’atleta. Per definizione non sta mai fermo. Appoggia il braccio dietro, sullo schienale, si alza sulla sedia, si abbassa, mette la gamba a cavalcioni sul bracciolo, poi le accavalla, poi si poggia sui gomiti, poi rannicchia le gambe sotto il sedere. Tutto questo durante la proiezione del primo trailer.
Andando io al cinema di pomeriggio, dove di solito ci sono soprattutto persone anziane, per ovvi motivi è da molto tempo che non vedo un atleta. Di solito si radunano nelle proiezioni dei teen movie al sabato sera.
Il tecnologico. Il cinema, per questo tipo di spettatore, è noioso: la sua soglia di attenzione dura dai quindici ai venti secondi, poi deve tirare fuori il cellulare e ritoccare un mms con la versione mini di Photoshop, mentre manda un messaggio e si fa una playlist sull’iPod. Al cinema il tecnologico si nota subito: intorno a lui c’è un bagliore azzurrino quasi mistico, lievissimo eppure simpatico a coni e bastoncelli, tanto da attirare inevitabilmente gli occhi altrui nel raggio di cinquecento metri.
Lunedì 9 ottobre 2006, cinema Capitol. Un ragazzino tre file più avanti ha mandato sms per tutto il tempo, utilizzando un cellulare il cui “volume tasti” era a dodici. Ma non mi sono arrabbiato, visto che il film era Blood Diamond. Anzi, ho sperato tirasse fuori una PSP per mettermi a giocare con lui.
E infine, un esemplare più unico che raro, che va oltre la categorizzazione qui sopra. Non ricordo la data, ma ero di nuovo all’Odeon. Il film era Arrivederci amore ciao. Occhio, spoiler. Il protagonista sta per avvelenare la sua giovane moglie con un piatto di linguine al pesto: il film sta per finire, è un momento di grande tensione. Dietro di me, una signora di mezza età esclama, con voce contrita: “Ah, ma si vede che quegli spaghetti sono scotti!”

Moviegoers – prima parte

Dopo anni di frequenza di sale cinematografiche di qualsiasi tipo e a qualsiasi ora, sono pronto per mostrarvi la mia collezione di figurine di spettatori cinematografici, con tanto di riferimenti precisi, quando la memoria me lo consente.

Il mangiatore. Non stiamo parlando di gomme da masticare o rotelle di liquirizia, ma di persone che, in condizioni normali (non, per intenderci, in festival in cui non c’è neanche il tempo di andare in bagno), usano il cinema per banchettare. I cibi, di solito, sono contenuti in recipienti la cui foggia è irrilevante, ma che hanno come caratteristica comune l’essere rumorosi. Sacchetti di patatine che, accartocciati e scartocciati, sovrastano esplosioni in Dolby Surround, bottiglie che si aprono e sparano aria compressa, barattoli che da soli riempirebbero di ritmo un sambodromo. Il mangiatore si sente protetto dal buio della sala. Non appena si spengono le luci, apparecchia e inizia a mangiare. Quando l film finisce, apparentemente non rimane traccia del pasto, fino a che uno, sedutosi per assistere allo spettacolo successivo, si trova un osso di pollo conficcato nell’anca.
Bologna, cinema Odeon, poco fa, proiezione di Proprietà privata: un mangiatore ha tirato fuori una Schweppes Tonica, un tupperware e ha intervallato il tutto mangiando delle ignote pasticche da un blister. Ovviamente rumorosissimo.

Il dormitore. Di nuovo, non stiamo parlando di chi si abbiocca all’ennesimo capolavoro del cinema orientale, ma di chi pare vada al cinema per dormire. Di solito sono uomini anziani, che credo vogliano fuggire di casa. Non appena le luci si abbassano, il dormitore entra nella fase del primo sonno, appena il film inizia, parte il russìo, il climax narrativo concide con la fase REM. Niente sveglia il dormitore: è l’ambiente che gli concilia il sonno, una poltrona scomoda non fa differenza, e lui, beato, si addormenta nonostante quindici casse gli sparino nelle orecchie voci, musica, urla. Probabilmente in casa stanno peggio.
Praticamente ad ogni film della mia vita, con una maggiore incidenza nelle proiezioni stampa mattutine e serali della Mostra del Cinema. Ma nonostante questo, puntualmente l’Illustre Dormitore sfornava, il giorno dopo, il suo bel pezzo da Quotidiano.

Il didascalico. Avendo impellente bisogno di commentare qualsiasi cosa, ma con il terrore di sbagliare, il didascalico, appena vede i titoli di testa, inizia a recitarli, con intonazioni diverse. Ascendente se non conosce il nome sullo schermo, discendente se lo conosce. Considerate che di solito il didascalico non ne sa moltissimo di cinema. Questo tipo non si accontenta, però, di commentare i titoli: adotta questo atteggiamento per tutto il film. Quindi se l’attrice si alza, dirà “Si è alzata”, se l’antagonista muore ne decreterà il decesso con la precisione di un medico legale, eccetera eccetera.
Prima, come nel primo esempio, stesso posto, stesso film. Inizia il film, con la scritta “Una produzione Tarantula”. La didascalica – variante maestra in pensione – si affretta a comunicare all’uditorio che si scrive “tarantola”, con la “o”.

L’investigatore. Anche l’investigatore commenta, ma con attinenza specifica ad un particolare secondario del film. Se c’è un’esplosione noterà che un piccolo tiglio in basso a destra viene spazzato via, se due amoreggiano, capirà dalla sveglia sul comodino di lui se si tratta di un amplesso mattutino, pomeridiano, serale o notturno, e così via.
Giovedì 22 novembre 2006, anteprima de Il labirinto del fauno al cinema Capitol. La piccola protagonista del film sta per entrare in un pericoloso anfratto di un tronco. L’investigatore seduto accanto a me dice alla sua ragazza, riferendosi a qualcosa sulle radici dell’albero: “Soccia, mo guarda che fungo enorme c’è là! Mo cos’è, un porziino?”

continuail

The Policy

Cari Sting, Andy e Stewart,

vi scrivo per comunicarvi la mia felicità per la vostra reunion. Nel mio programmino voi eravate i protagonisti di una delle mie prime monografie, e ho capito che la vostra musica è ancora amata da tanti. Cinque dischi belli e poi, basta. No, giustamente, dico, che non vi venga in mente di incidere un altro album, va bene così. Anzi: vi riunite proprio per il puro gusto di suonare, di stare su un palco a divertirvi. E così, ne sono sicuro, divertirete anche il vostro pubblico. Sì, è vero, voi guadagnate un botto di soldi, e noi ne pagheremo altrettanti, ma mica lo fate per quello, no? Se no ve ne uscivate anche con un bel dischetto… Ma, ripeto, va bene così, non fatelo, va bene così.

Mi piacerebbe essere uno del vostro pubblico, e vedere un vostro concerto, insomma, i Police dal vivo! Ehm, solo una cosa, per sicurezza. Niente strumenti barocchi a comporre nuovi arrangiamenti, eh. O cori a fare il controcanto. No, dico a Sting. Niente disco nuovo, soprattutto. L’ho già detto? Bene. Dicevo, mi piacerebbe essere uno di voi, anzi, lo sarò, però, ecco, volevo chiedervi un piccolo favore. So di parlare non solo a nome mio, ma sono io a chiedervi in prima persona di inserire gentilmente di inserire una data del tour in Italia, che poi, insomma, è anche un po’ il vostro paese, no? Sì, dico a Sting. Che ne so, tra il 19 settembre e il 10 ottobre non siete pienissimi di concerti, magari, una tappa… Ah, che non vi salti in testa di chiamare uno qualunque dei vostri amici musicisti qui in Italia, nessuno. Sul palco, intendo. Sul palco a suonare. Con voi. Solo voi tre, belli, così, uno davanti, non troppo, non troppo, due dietro, ecco.
No, vi chiedo questa cosa della data per un motivo personale. Non vorrei trovarmi un giorno, anziano, a raccontare ad un mio nipote (?), le mie gesta di giovine. E a dire con voce tremante: “Sai, ho preso addirittura la Ryan Air e, zac, come un lampo sono andato a vedere i Police a Birmingham, e poi sono tornato…” Già vedo il mio scarso uditorio scomparire davanti a me, grazie al teletrasporto, lasciando come unica traccia nell’aria una frase: “Che palle, nonno, tu, la reunion dei Police e questa storia dei voli low-cost.”

Fate il possibile, quindi. A presto,

Francesco

P.S. Se fate “Mother” dal vivo potete chiamare Rob Zombie, a cantarla, o Trent Reznor. Ma, mi raccomando, niente disco.

Il viaggiatore costretto

Chiaramente, uno si lamenta, et voilà, arriva un libro scritto in lingua italiana – anche se non scritto da un’italiana – che fa gridare al miracolo. Si chiama La mano che non mordi ed è opera di un’albanese di neanche quarant’anni, che ha vissuto dal 1990 in poi in diversi paesi d’Europa, Italia compresa, Ornela Vorpsi.
Quando ci sono altri autori che mandano alle stampe centinaia di pagine, di cui almeno la metà sono inutili, e altri autori che scrivono libri piccolissimi che sono ancora più piccoli, viste le numerose (e poeticissime) pagine bianche che intercorrono tra un capitolo e l’altro, la Vorpsi riesce a colpire e aggrapparsi all’anima del lettore in meno di 90 pagine, con un romanzo che non ha una trama vera e propria, ma che sprigiona tutto tra le righe. Quando dico tutto, intendo veramente ogni cosa, dai profumi agli stati d’animo, dal dolore all’infanzia, dai sapori di casa ai detti della nonna. Senza dimenticare la Storia, quella più vicina e dimenticata, che riguarda i Balcani e i loro innumerevoli conflitti.
La protagonista del libro si sposta da una parte all’altra d’Europa, fisicamente e con i pensieri, da Parigi a Milano, da Roma a Sarajevo, e viaggia nel suo tempo, nell’intimità del ricordo, riuscendo ad essere personale senza essere privata, e parlando di tutti i popoli balcanici senza citarli e senza pretese di ecumenismo.
Quello che risalta è il continuo senso di spiazzamento: non c’è uno dei personaggi che incontriamo nelle pagine del libro che sta dove deve stare. E’ proprio questa sensazione di vagabondaggio forzato e perenne, che prima di tutto l’autrice ha vissuto sulla sua pelle, di spostamento, di viaggio senza essere viaggiatori (come si dice nell’incipit del libro), che emerge nella scrittura della Vorpsi. Si sente il disagio di non essere a casa propria e il senso di estraneità quando si torna a casa dall’Occidente ricco, la fatica di trovare la lingua giusta per comprare dei dolci e il senso di inadeguatezza e di non appartenenza a quei sapori e odori, che pur rimangono nella memoria.
E il tutto, badate bene, viene solo suggerito, attraverso una lingua mobile, dinamica e agile, che tuttavia evita ogni forma di sperimentalismo “tanto per fare”.
Siamo noi occidentali ad essere rappresentati nel romanzo come una massa indistinta, rovesciando una prospettiva che ci vede spesso parlare di “altri” con sostantivi collettivi o terze persone plurali. Ecco quindi che la Vorpsi fa storia, capovolgendo un punto di vista, e, attraverso i numerosi personaggi albanesi, bosniaci, serbi che incontriamo nelle pagine del libro, ricordandoci che la polveriera balcanica, scoppiando, ha creato una vera e propria diaspora, spargendo brandelli delle sue popolazioni ovunque in Europa.
Un grande, grandissimo libro.

Quanto rimarrò vergine?

Tutto nasce da un libro. Me lo manda una casa editrice, e inizio a leggerlo, pensando ad una possibile intervista con l’autore. Immagino, non appena lo apro, di trovarmi di fronte ad un romanzo “generazionale”, che parla – come spesso accade ultimamente – di lavoro atipico, trentenni, agenzie interinali. Comincio.
A pagina 15 smetto, perché devo scendere dall’autobus, ma non sono per niente contento di quello che ho letto fino ad allora.
Lo stesso giorno, di notte, a letto, arrivo a pagina 30, e poi faccio una cosa che davvero non faccio mai. Decido che non lo finirò di leggere, quindi non lo segnalerò, né tantomeno intervisterò l’autore. Appena elaboro questa decisione, faccio un’altra cosa per me nuova. Scaglio il libro contro il muro della mia camera da letto.

Il punto è che da molto, ormai, leggo “per lavoro”, il che fa di me una persona privilegiata e fortunata, da un punto di vista. È chiaro che il mio lavoro non si limita a questo, ma in parte è così. Questo fa sì che io legga soprattutto novità della narrativa italiana, di autori viventi, e magari non così noti. Questo fa sì che è da un bel po’ che io non leggo un libro che mi soddisfa, quando l’ho fatto ne ho scritto qua. Ora, questo ha importanza fino ad un certo punto: non sono io l’arbitro del gusto letterario, ci mancherebbe, ed è diverso, per me, trovare qualcosa “brutto” o “interessante”. Spesso leggo libri, quindi, che non mi soddisfano, ma che penso possano interessare le persone a cui mi rivolgo.
Ma non è questo il punto. Il nocciolo della questione sta nel fatto che, il mattino dopo, avrei tranquillamente potuto raccogliere il libro da terra, telefonare all’ufficio stampa della casa editrice, fissare un’intervista con l’autore e mandarla in onda. Un’intervista illustrativa, come dire, non polemica. E invece no. Esattamente come non scrivo qua il titolo di questo libro.

Non faccio queste due cose per motivi ben precisi. Il primo, quello che riguarda il mio lavoro, è che non parlo di libri (ma anche di film e di dischi) se non li ho letti, visti, ascoltati del tutto. E già questo, a sentire lo stupore che talvolta le persone che intervisto manifestano, quando vengono loro rivolte delle domande che – evidentemente – dimostrano che ho letto le loro parole, pare non sia la consuetudine.
Il secondo, che riguarda il mio lavoro e il blog, è che talvolta chi pubblica, in senso lato, non è veramente pronto a farlo: la critica negativa o la stroncatura, specialmente se chi la scrive è facilmente “raggiungibile”, è spesso vista come una presa di posizione personale. Non parliamo poi di quello che potrebbe essere il mio caso: “Sei uno che tenta di scrivere, pubblica qua e là senza mai fare qualcosa di davvero importante, ergo stronchi per invidia.”
E non crediate sia fantascienza.
Chi pubblica si espone, appunto, al pubblico. Che è massa indistinta quanto si vuole ma, speriamo, almeno un po’ pensante e giudicante. Pare che però questo venga preso in considerazione di rado. Le critiche non fanno mai piacere, si sa. Ma pubblicare – un disco, un film, un libro – dovrebbe includere anche questa possibilità e il coraggio di affrontarla.

Tornando a me, perché qua fondamentalmente racconto gli affari miei, mi sono reso conto di due cose: per cominciare, che scagliare un libro su un muro è molto liberatorio. Per seconda cosa, che voglio continuare a comportarmi bene, a fare il mio lavoro come credo che vada fatto. Questo farà sì, però, che prima di avere tempo per leggere i libri di Scott Fitzgerald, Roth, Calvino, Moody, e di tanti altri ancora che giacciono intonsi sugli scaffali qua accanto, dovrò aspettare.
Resisterò, quindi, alle tentazioni della carne, soprattutto se di pessima qualità, perché le scalette delle trasmissioni (e non solo) vanno riempite possibilmente con qualcosa di buono.

Neighbooks

E così, dopo varie peripezie, ho una nuova libreria. Un evento. Non tanto per la fatica che ci è voluta per metterla insieme (nonostante il gentile pubblico richieda con tale forza nuovi episodi della Ikea Experience che sarebbe disposto a pagarmi la navetta per mandarmici, non posso fare di questo blog un continuo match tra me e il colosso svedese, ma fidatevi: ci sono andato spesso, negli ultimi tempi, anche solo per comprare delle viti mancanti), quanto perché per la prima volta dopo dieci anni ho praticamente tutti i miei libri con me.
Avendo sognato questa cosa, e avendoci smadonnato sopra a lungo, ho pensato a tante cose: a che libreria comprare, a dove metterla, ma soprattutto a come ordinare i libri.
Nel mio mondo ideale e malato, seguirei l’ordine alfabetico per autore che seguo per cd e dvd (e lo so, ridete, ridete), ma per questioni di spazio è assai poco pratico. Le mie libraie preferite mi hanno caldamente suggerito che il modo migliore per sfruttare lo spazio è raggruppare i libri per formato e, quindi, per editore. Ovviamente la sistemazione è ideale, nel senso che poi le dimensioni fisiche degli scaffali mandano a quel paese ogni proposito. Ma per un po’ ci sono riuscito, creando – come effetto collaterale – delle strane vicinanze.

Partiamo dall’alto: i libri di grande formato sono insieme. Ecco quindi che Vini d’Italia 2006 dialoga da vicino con il mio libro di storia del liceo, che è tentato alla sua destra dalla Guida per l’uomo di Men’s Health – un simpatico regalo di compleanno che di per sè è un incitamento alla violenza sessuale. Più in là ci sarebbe il Dizionario storico del lessico erotico italiano, un volume interessante, ma purtroppo la Guida non sa leggere.

Lo scaffale immediatamente sotto è dedicato all’opera quasi omnia di David Lodge e da quella omnia di Bret Easton Ellis. “Ottimo lavoro, squartatore!”

A destra di Ellis, Dick. Tranquilli, sono separati, almeno nella realtà della mia camera. Poi qualche Rizzoli, qualche Baldini e Castoldi, qualche DeLillo, Morozzi quanto basta, e un trio fantastico: Gifford, Tondelli, Bollani.

Un paio di scaffali più in giù, uno degli accostamenti di cui sono più orgoglioso: Il barone rampante, ultimo esponente di una serie di Calvino, fa cheek-to-cheek con gli Scritti corsari di Pasolini. Se ne diranno un sacco, di cose. A fianco l’unico libro di Culicchia che posseggo ascolta e – speriamo – impara. Immediatamente a destra, schierati come soldati, gli Einaudi. Martin Amis, in prima edizione, guarda gli Stile Libero e i nuovi formati della casa torinese come un anziano maggiordomo guarderebbe un b-boy. Oppure:

Gli Stile Libero son allineati
gialli e diritti come soldati.
Alla loro sinistra un vecchio inglese
freddo, crudele, eppure cortese
dice loro: “Ragazzi screanzati,
urlate parole coi pantaloni calati”

(Scusate, è che là vicino c’è Esercizi di stile di Quenau, non resisto).

Appena sotto, un altro esercito, quello dei minimum fax: sono talmente belli e fighetti che ti viene voglia di chiedere loro un drink. Sapendo, peraltro, che avrà un nome stranissimo e lo pagherai un botto.

E poi ancora i Mondadori, i classici, ma anche i tascabili, con il Seminario sulla gioventù di Busi attaccato a Sulla strada di Kerouac (accostamento del tutto involontario, ma greve). E lo scaffale degli orrori, da Dracula (in un’edizione Longanesi di cui vado fierissimo) a Stephen King. In mezzo a mostri, vampiri e licantropi, ll decamerone di Boccaccio, che si crede vittima di uno scherzo crudele, presumo.

In fondo, i fumetti: ecco, secondo me là, al piano terra, si divertono un casino. A tenere le fila, potete immaginarvi, ci sono i personaggi di Andrea Pazienza, tentatissimi di strappare le pagine degli spartiti alla loro sinistra: per evitare danni li fornirò di cartine.

Roma paranoica

Il primo rap italiano, per me, era quello di Napoli, dei Bisca e dei 99 Posse. Ma il primo vero grande disco di rap italiano che ho comprato è stato sicuramente Conflitto degli Assalti Frontali, più di dieci anni fa.
Quello, molto più della produzione dei 99 Posse, è un disco che dura nel tempo, e credo che questo sia in buona parte dovuto alla produzione di Don Zientara (Fugazi), senza nulla togliere ai beat e alle rime degli Assalti.
Quello era un disco fortemente metropolitano, che vedeva le zone grigie di una città che si attraversava come un oceano, una città che ha un’immagine talmente diffusa di luce e sole (anche fra gli insospettabili), da rendere impossibile il trovarci ombre quotidiane, ben diverse dalle lunghe ombre del Potere che da sempre turbano e formano Roma.
Era un disco maturo e di passaggio allo stesso tempo: e in fondo era quella l’età che attraversavano gli Assalti Frontali e anche io. Identificazione: et voilà, la magia è fatta.

Ho temuto sia quando ho sentito il disco successivo degli Assalti (HSL – Hic Sunt Leones), sia quando è uscito quello dopo ancora, Mi sa che stanotte. Ma ho visto che, sebbene con incertezze, qualche pensiero politicamente non così vicino ai miei, gli altri testi – sempre più personali e meno direttamente politici – mi ritrovavano appieno.

Ho conosciuto, invece, la musica del Colle der Fomento molto meno di dieci anni fa: ma in Odio Pieno e soprattutto in Scienza Doppia H ho trovato di nuovo uno sguardo diverso sulla città. Sono passati otto anni dall’ultimo disco, ed ecco che esce Anima e Ghiaccio. Lo sento con attenzione, ma il primo ascolto di un disco rap è sempre complesso. Verso la fine, però, vengo colpito da un verso, neanche il più bello del pezzo, nel ritornello.

RM Confidential, dove se becco qualche amico in giro ormai è solo coincidenza
Roma paranoica, dove la gente vive e si trascina solo per sopravvivenza
RM Confidential, dove se becco qualche svolta in giro ormai è solo confidenza
Roma paranoica, dove conta solo la facciata, conta solo l’apparenza

Ecco, “RM Confidential” è il negativo de “Il cielo su Roma”, è la sua versione con la leggera disillusione dei trent’anni. Basta questo per dirvi che Anima e Ghiaccio è un disco tanto grande quanto scuro. E vicino a molti, a me di sicuro.

Colle der Fomento – Myspace
Colle der Fomento – Wikipedia
“Il cielo su Roma” – testo
Un’intervista a Militant A su Mi sa che stanotte

Sempre sul pezzo

Il messaggino della cara A. mi ha fatto ricordare una notizia a proposito della possibilità di ricavare diamanti dalle ceneri dei defunti. Defunti che si conoscono, si spera. La notizia è di sette mesi fa. Vabbè, questo mica è un giornale.

Mi immagino una ragazza che si confida con le amiche. Mostra l’anello che le ha regalato il suo ragazzo: è enorme, le altre amiche sbalordiscono. “Che ci volete fare, Giorgio è fatto così”, dice lei civettuola, “un giorno o l’altro ve lo presento.” Al che, un’altra, mostrando un diamante su una collana: “Permettete che vi presenti Carlo.”

O anche una signora anziana, mentre prende il the con le amiche: “Il mio povero marito mi portava sempre in palmo di mano. Adesso io lo porto al polso.”

Del resto, un parente è per sempre.

Di |2007-02-06T21:11:00+01:006 Febbraio 2007|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , |5 Commenti
Torna in cima