Fellini alla radio – Storia di un amore uditivo

Ho visto quasi tutti i film di Fellini, per passione, per studio, per lavoro. Sono abbastanza sicuro che il primo che ho visto sia stato Amarcord: una totale identificazione con i “ragazzi” mi aveva permesso di turbarmi davanti all’enorme tabaccaia, alla Volpina, alla Gradisca. Poi ho visto gli altri, da solo, nei cineclub, a casa con altri, in salette anguste dell’università.

La prima volta, però, che ho subito una fascinazione per il mondo di Fellini, è stato con Otto e mezzo. Ed è stato uno stimolo uditivo, non un’immagine, a farmi innamorare dei suoi film. Vi ricordate l’inizio di quel capolavoro, con l’incubo di Mastroianni bloccato nel traffico? Mi risuona ancora nelle orecchie, se ci penso, quel sussurro, tipicamente felliniano: “Ingegnere, ingegnere, scenda giù”. Se penso a Fellini mi viene in mente questo, prima della scoperta degli affreschi in Roma, prima del lucente bianco e nero de La dolce vita, prima della festa de I vitelloni.

E penso di essere tornato all’inizio di questo amore, oggi, che mi trovo a presentare i radiodrammi pressoché inediti che Fellini scrisse per l’EIAR nei primi anni ’40. Quando mi sono arrivati in mano questi copioni, li ho letti e mi sono commosso, perché in quelle parole c’era tutto il Fellini regista. In quel ragazzino ventenne c’era già tutto, tutto quanto. E mi sono commosso ancora, quando ho sentito i radiodrammi riprodotti da Franco e Roberto. E ancora strette allo stomaco quando ho intervistato, per le puntate che ho curato, Kezich, Zavoli, Pandolfi e tanti altri che mi hanno regalato ricordi davvero personali sul genio di Fellini.

Chi è a Torino sabato 24, può venire a fare un saluto a me e Roberto alle 17 al Circolo dei Lettori, che ospita gli eventi collaterali del Torino Film Festival. Tutti gli altri possono sentire le puntate e i radiodrammi la prossima settimana su Città del Capo – Radio metropolitana o sul sito dell’iniziativa: www.felliniallaradio.it, che apre i battenti sabato (ma già adesso c’è un ricordo di Zavoli da brividi).

Un consiglio: non ascoltateli sull’ipod, in giro, mentre fate altro. Prendetevi del tempo, mettetevi comodi, su una bella sedia, con una coperta, un the. E ancora una volta lasciate che sia Fellini a farvi sognare.

P.S. Ovviamente ogni ripresa di questa iniziativa nei vostri blog, o lettori, sarà più che apprezzata.

I'm in Haven

Non avevo mai letto niente di Daniel Clowes, ma a New York ho comprato senza batter ciglio Ghost World, da cui è stato tratto un buon film nel 2001. Mi è arrivato dalla Coconino, un po’ di tempo fa, il nuovo graphic novel di Clowes, Ice Haven. Si tratta di un oggetto particolarissimo: in ventinove storie brevi, ognuna scritta e disegnata con uno stile diverso (dal classico tratto anni ’30, alla strip modello Peanuts, dall’ipercolorato stile anni ’50 alle tendenze in bicromia più recenti), che ci portano nell’universo di Ice Haven, una piccola cittadina americana, e dei suoi abitanti.

Il ritmo di Clowes è perfetto, la narrazione non concede nulla alla soluzione facile, al colpo di scena, ma neanche all’eccesso di pathos. Tutto è brillantemente dosato, le singole storie sono perfettamente chiuse e allo stesso tempo portano avanti il racconto generale in maniera funzionale: il senso di comunità di Ice Haven fa sì che ogni singolo abitante della cittadina (ogni singola storia) sia organico rispetto alla vita della cittadina stessa (il graphic novel nel suo complesso).

Ma molto del gioco dell’autore sta nei registri, negli stili ripresi, che fanno sì che Ice Haven sia una specie di summa dei modi di raccontare americani, usati peraltro per descrivere e narrare una storia (o diverse storie) profondamente legate alla quotidianità statunitense. Compaiono quindi gli aspetti più tristi e nascosti della provincia, i minimarket gestiti dai coreani, le piccole riviste letterarie che nessuno compra, il caso di cronaca nera che compatta una città altrimenti disgregata (e di nuovo, come sopra, c’è un parallelo, visto che la vicenda del rapimento del bimbo è uno dei pochissimi eventi che lega diverse storie tra loro).

Un grandissimo libro, insomma. E magari, adesso, qualcuno di voi andrà in libreria per vederlo. Leggerà le prime pagine e, dopo tutto questo parlare di americanismi di qua e di là, scoprirà delle citazioni tanto involontarie (probabilmente) quanto precise di Amarcord. Anche lì un narratore ci introduceva in una città (di nuovo la città delle memorie dell’infanzia) e veniva tremendamente sbeffeggiato.
Adesso, davvero, correte a comprarlo.

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