otto e mezzo

Dagli archivi: L’ultima sequenza (Mario Sesti, 2003)

Immaginate uno dei film più famosi, affascinanti, dibattuti e complessi del mondo, 8 e ½ di Federico Fellini. Immaginate che, dai soliti, mitici e magici scatoloni e archivi vengano fuori delle foto di scena che ritraggono gli attori sul set, in una scenografia inedita, quella di un vagone di un treno. Proprio l’ambiente che viene descritto in alcune versioni della sceneggiatura, nelle ultime pagine: scene che, però, non sono mai finite su pellicola.

Ci sono già elementi a sufficienza per un mistero: Mario Sesti, quindi, indaga. Per certi versi, L’ultima sequenza può essere visto come un’inchiesta-documentario in cui l’autore segue un principio logico, quasi da indagine poliziesca, appunto. Ci mostra le centinaia di foto, gran parte delle quali inedite, che Gideon Bachmann ha scattato sul set, e già queste immagini valgono il documentario. Non solo: Sesti intervista attori, tecnici e altri personaggi che, in qualche modo, hanno avuto a che fare con il film. E qui inizia la magia di L’ultima sequenza.

Già, perché molti di questi personaggi, semplicemente, non ricordano la sequenza, esattamente come tanti altri ricordano perfettamente di averla girata. Il documentario, anche grazie all’uso delle voci di Fellini, di Mastroianni e di altri grandi nomi del cinema italiano che non camminano più su questa terra, assume un tono da sogno, onirico, felliniano, appunto. Si torna con la memoria alla sequenza iniziale di 8 e ½, quella in cui Mastroianni fluttua nel cielo legato a una corda: “Ingegnere, venga giù…”

Ci si chiede come sia possibile che, nonostante gli intervistati abbiano lavorato in centinaia di film, non siano certi dell’esistenza o meno della sequenza, o neanche si ricordino davvero di averla girata. C’è quasi un senso beffardo in tutto, anche questo tipicamente felliniano: si dice che il Maestro fosse un tipo divertente, che amava fare scherzi e prendere in giro la gente, oltre che appropriarsi di aneddoti altrui facendoli propri. Lo scopo principale, per Fellini, era l’affabulazione: qualcosa di ben distante da preoccupazioni di veridicità o di “proprietà autoriale”. Il racconto era tutto.

Nel documentario di Sesti, allora, ci troviamo improvvisamente in un film di Fellini: l’oggetto dell’indagine diventa l’indagine stessa. Alla fine dell’ora scarsa di durata ne sappiamo meno di prima sull’ultima sequenza di 8 e ½: o meglio, ne intuiamo i contorni, grazie alle foto di Bachmann e alle testimonianze a favore della sua esistenza; ma allo stesso tempo dubitiamo di quello che abbiamo sentito, quando ricordiamo le parole di chi nega che questa sequenza sia mai stata girata.

L’indagine è finita, non abbiamo appurato la verità, ma abbiamo sentito un sacco di belle storie. E Fellini, da qualche parte, ne siamo certi, se la ride.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel marzo 2011

Fellini alla radio – Storia di un amore uditivo

Ho visto quasi tutti i film di Fellini, per passione, per studio, per lavoro. Sono abbastanza sicuro che il primo che ho visto sia stato Amarcord: una totale identificazione con i “ragazzi” mi aveva permesso di turbarmi davanti all’enorme tabaccaia, alla Volpina, alla Gradisca. Poi ho visto gli altri, da solo, nei cineclub, a casa con altri, in salette anguste dell’università.

La prima volta, però, che ho subito una fascinazione per il mondo di Fellini, è stato con Otto e mezzo. Ed è stato uno stimolo uditivo, non un’immagine, a farmi innamorare dei suoi film. Vi ricordate l’inizio di quel capolavoro, con l’incubo di Mastroianni bloccato nel traffico? Mi risuona ancora nelle orecchie, se ci penso, quel sussurro, tipicamente felliniano: “Ingegnere, ingegnere, scenda giù”. Se penso a Fellini mi viene in mente questo, prima della scoperta degli affreschi in Roma, prima del lucente bianco e nero de La dolce vita, prima della festa de I vitelloni.

E penso di essere tornato all’inizio di questo amore, oggi, che mi trovo a presentare i radiodrammi pressoché inediti che Fellini scrisse per l’EIAR nei primi anni ’40. Quando mi sono arrivati in mano questi copioni, li ho letti e mi sono commosso, perché in quelle parole c’era tutto il Fellini regista. In quel ragazzino ventenne c’era già tutto, tutto quanto. E mi sono commosso ancora, quando ho sentito i radiodrammi riprodotti da Franco e Roberto. E ancora strette allo stomaco quando ho intervistato, per le puntate che ho curato, Kezich, Zavoli, Pandolfi e tanti altri che mi hanno regalato ricordi davvero personali sul genio di Fellini.

Chi è a Torino sabato 24, può venire a fare un saluto a me e Roberto alle 17 al Circolo dei Lettori, che ospita gli eventi collaterali del Torino Film Festival. Tutti gli altri possono sentire le puntate e i radiodrammi la prossima settimana su Città del Capo – Radio metropolitana o sul sito dell’iniziativa: www.felliniallaradio.it, che apre i battenti sabato (ma già adesso c’è un ricordo di Zavoli da brividi).

Un consiglio: non ascoltateli sull’ipod, in giro, mentre fate altro. Prendetevi del tempo, mettetevi comodi, su una bella sedia, con una coperta, un the. E ancora una volta lasciate che sia Fellini a farvi sognare.

P.S. Ovviamente ogni ripresa di questa iniziativa nei vostri blog, o lettori, sarà più che apprezzata.

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