Dagli archivi: Public Image Ltd. – What the World Needs Now
Public Image Ltd. – What the World Needs Now (PiL Official)
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Altri ascolti raccomandati
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The Pop Group – Citizen Zombie
Spoiler: ciò di cui ha bisogno il mondo ora è “a big fuck off”. La risposta al titolo del nuovo album in studio dei PiL è nella traccia di chiusura, l’unica che vira sull’elettronica delle undici di What The World Needs Now. Se in Shoom Lydon manda a quel paese in maniera prevedibile sesso, successo, contratti, botox (sic), arrotando le erre a più non posso e riassumendo in sei minuti e mezzo la parte più dance della storia del gruppo, nelle altre tracce torna musicalmente all’elettricità che in This Is PiL si era un persa in favore del versante dub.
Molti testi hanno un taglio “autobiografico”, ma non aspettatevi chissà quali confessioni: non saranno quelle a stupirvi, quanto i coretti “auuu” in The One (questa è una canzone d’amore) e le celestiali aperture armoniche in Big Blue Sky (non c’entrano gli ELO: il cielo del titolo è “quello che vedrò quando morirò”). Due brani che stridono se confrontati con la coppia formata dal potente singolo Double Trouble e dalla caustica B-side Betty Page, in cui c’è una specie di parodia del Bowie di Let’s Dance e gli USA (tornati a sorridere al Duca Bianco nei primi anni ’80, proprio quando Lydon era ai ferri corti con il membro fondatore Levene) vengono definiti “the most pornographic country of the world”. Probabilmente Lydon un po’ ci fa e un po’ ci è con queste uscite: tuttavia, pur invecchiando, diverte; meno quando va sull’autobiografico.
La scaletta infatti piazza di fila due doppiette tematicamente un po’ scontate: la prima formata dalla litanica C’est la Vie e da Spice of Choice (dove ovviamente la choice è of life); la seconda da Whole Life Time e I’m Not Satisfied (“Then the drugs to ease the pain, but the drugs didn’t work and I’m back again”). Però la musica funziona: d’altro canto se l’album è il primo in assoluto nella storia della band in cui l’organico (il chitarrista Lu Edmonds, Bruce Smith alla batteria, Scott Firth al basso e Steve Winwood alla produzione) è lo stesso del disco che lo precede, qualcosa vorrà pur dire.
Recensione pubblicata originariamente sul numero di settembre 2015 de Il Mucchio Selvaggio
Emanuele Bultrini, Paolo Pecorelli, Stefano Vicarelli e David Nerattini sono musicisti romani con un bel curriculum alle spalle: i primi tre suonano anche ne La Fonderia che, come questa neonata band, è principalmente strumentale. La Batteria si rifà alla musica italiana da film e da library prodotta tra la fine dei ’60 e i primi anni ’80: un periodo ultimamente più che sfruttato, a cui i musicisti guardano con fin troppo rispetto. Strumentazione d’epoca, progressioni armoniche filologicamente corrette e, tutto sommato, poche sorprese. Colpiscono “Chimera”, traccia iniziale con echi folk, e “Formula”, che si apre e si chiude con un synth quasi carpenteriano. Speriamo che le influenze più variegate di cui parla il comunicato stampa erompano con più coraggio in una seconda prova.
Anche nel secondo disco gli Zun Zun Egui spostano il baricentro della loro musica

L’inizio del terzo album della band di Staten Island ci riporta al bell’esordio del 2009
Sulla carta i Cold Specks sono la band dove milita Al Spx, una canadese ventiseienne che vive a Londra: in realtà i Cold Specks sono (almeno, in buona parte) la voce di Al Spx, scelta da Moby per il primo singolo di Innocents e da Michael Gira per “Bring the Sun”, che compare nell’ultimo To Be Kind degli Swans. E come dare loro torto?
Dopo l’annullamento della data di Milano, i Black Sabbath riempiono il Palasport di Casalecchio proponendo un live potente, dall’impatto visivo tutto sommato sobrio, ma efficace. C’è la musica e la presenza. E una scaletta che guarda al primo lustro di produzione della band, o poco più.
Chissà cos’è successo di felice al siciliano Davide Iacono: il titolare del nome Veivecura, infatti, ha pubblicato quattro anni fa Sic Volvere Parcas, primo capitolo piuttosto scuro di una trilogia che è proseguita nel 2012 con le aperture di Tutto è vanità e si conclude oggi con Goodmorning Utopia. Ce lo chiediamo perché i toni di questo ultimo bel disco sono decisamente più solari e pacificati di quanto siamo stati abituati a sentire. Costruito intorno a sei canzoni più tre suite divise in parti e intitolate “Utopia”, l’album si concede derive decisamente più libere e leggere del solito, come in “Utopia I-II-III” dove compare anche un sax, o nella riuscita (e pop) “Oxymoron”.
C’è più psichedelia nel pur ricco elenco di ingredienti a cui attinge la musica dei Bo Ningen, quartetto giapponese di stanza a Londra: si intuiva qualcosa già dall’uscita di “DaDaDa”, uno dei brani più interessanti, nonché apertura, di III. Poliritmico, con voci che si intersecano e si richiamano, fa pensare agli Animal Collective, ma non è questa l’unica direttiva del terzo album della band, non così lontano dal precedente Line the Wall. Per esempio ritorna la voce di Jehnny Beth delle Savages, in “CC”, uno dei due brani in inglese (sì, per la prima volta un album dei Bo Ningen non è tutto in giapponese); l’altro è la bella “Silder”, dove canta Roger Robinson dei King Midas Sound.
Il secondo disco dei portoghesi Paus nasce sotto l’egida del prestigioso Primavera Sound, che ha ospitato per due edizioni di seguito i musicisti di Lisbona e che fa uscire questo album sotto la sua etichetta. Il quartetto ha una peculiarità: ci sono due batteristi che suonano lo stesso set (“siamese”, con la cassa in comune) uno di fronte all’altro. Clarão, però, non è un disco di puri ritmi, sebbene i battiti siano al centro delle dieci tracce che lo compongono. E non è neanche un album strumentale, per quanto le voci siano filtrate, spezzettate, usate come suoni in mezzo a chitarre, bassi e synth.