Dagli archivi: Orlando Julius and the Heliocentrics – Jaiyede Afro
Orlando Julius & the Heliocentrics – Jaiyeide Afro (Strut)
7,5
Dopo le collaborazioni con Lloyd Miller e Melvin Van Peebles, splendidi viaggi tra l’Oriente e lo spazio, gli Heliocentrics tornano all’Africa. Qualche anno fa hanno lavorato con Mulatu Astakte, questa volta la trasferta a Londra, negli studi rigorosamente analogici di Malcolm Catto e soci, tocca al grande sassofonista e cantante Orlando Julius (uno dei padri riconosciuti dell’afrobeat), che per Jaiyeide Afro rimette mano ad alcune delle sue prime composizioni, mai registrate prima.
Si va dall’ossessivo tema della traccia di apertura, “Buje Buje”, che ricorda le commistioni con la black music americana, marchio di fabbrica di Julius, fino ad episodi più classici come la title-track, il tradizionale “Omo Oba Blues” e “Love Thy Neighbour”, piena di fiati e di organi. Il motore propulsivo del disco è dato dalla micidiale combinazione di basso e percussioni, intersecata dalle chitarre e l’elettronica della band britannica.
Il punto di forza di Jaiyeide Afro è proprio nel modo in cui i due mondi si incontrano, traendo forza l’uno dall’altro, ma senza negare l’identità dell’album, che è e rimane un bellissimo e solido esempio di afrobeat: il genere rimane un centro di gravità intorno al quale gli Heliocentrics ruotano, creando dinamiche e movimenti affascinanti e sorprendenti. E, al momento giusto, arrivano gli assoli di Julius che tracciano scie luminose nel cielo e lasciano a bocca aperta.
Recensione pubblicata originariamente sul numero di dicembre 2014 de Il Mucchio Selvaggio
L’inizio del terzo album della band di Staten Island ci riporta al bell’esordio del 2009
Sulla carta i Cold Specks sono la band dove milita Al Spx, una canadese ventiseienne che vive a Londra: in realtà i Cold Specks sono (almeno, in buona parte) la voce di Al Spx, scelta da Moby per il primo singolo di Innocents e da Michael Gira per “Bring the Sun”, che compare nell’ultimo To Be Kind degli Swans. E come dare loro torto?
Ho ascoltato
La mutua ammirazione tra Arto Lindsay e la band strumentale tedesca nasce qualche anno fa: il musicista rimane colpito dal primo live newyorkese del trio al punto di scrivere, qualche tempo dopo, un elogio dei To Rococo Rot sull’edizione tedesca di Electronic Beats, in occasione della ristampa di Veiculo, The Amateur View e Music is a Hungry Ghost, lodando l’approccio sperimentale del gruppo.
Il segreto è stato svelato dopo l’uscita dell’ep che ha preceduto questo album di debutto: ormai si sa che dietro a The Acid ci sono Ry X (alla voce, spesso sussurrata, tra il confidenziale e l’inquietante, autore di un buon ep, Berlin), Adam Freeland (quello di “We Want Your Soul”) e Steve Nalepa (professore di “music technology” e compositore lui stesso, recentemente definito da LA Weekly come “the professor of party”). Potrebbe sembrare i tre siano stati messi apposta insieme in un’operazione quasi da reality: ma la Infectious non è una major e i tempi di certo non sono adatti a trovate del genere.
Live at Biko
Dopo l’annullamento della data di Milano, i Black Sabbath riempiono il Palasport di Casalecchio proponendo un live potente, dall’impatto visivo tutto sommato sobrio, ma efficace. C’è la musica e la presenza. E una scaletta che guarda al primo lustro di produzione della band, o poco più.
Chissà cos’è successo di felice al siciliano Davide Iacono: il titolare del nome Veivecura, infatti, ha pubblicato quattro anni fa Sic Volvere Parcas, primo capitolo piuttosto scuro di una trilogia che è proseguita nel 2012 con le aperture di Tutto è vanità e si conclude oggi con Goodmorning Utopia. Ce lo chiediamo perché i toni di questo ultimo bel disco sono decisamente più solari e pacificati di quanto siamo stati abituati a sentire. Costruito intorno a sei canzoni più tre suite divise in parti e intitolate “Utopia”, l’album si concede derive decisamente più libere e leggere del solito, come in “Utopia I-II-III” dove compare anche un sax, o nella riuscita (e pop) “Oxymoron”.