Francesco Locane

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Una premura fuori dal Comune

Sapete, esiste la tassa sulla spazzatura, che qui a Bologna si chiama tasshashulrushco. E’ una cosa a cui uno di solito non pensa: una tassa sulla monnezza sembra quasi un paradosso. Invece essa c’è, e di solito uno se ne accorge quando gli arrivano i bollettini delle tasse arretrate non pagate, con cifre che superano abbondantemente il migliaio di euro: quando arrivano tali comunicazioni, la prima cosa che si fa di solito, instintivamente, è abbracciare il cestino della carta straccia, giurandogli eterno amore, per poi tentare di venderlo su e-Bay.
Per evitare brutte conseguenze, insomma, sono andato all’ufficio apposito un paio di mesi fa, per denunciare la mia abitazione, e la metratura della stessa. Eh già, perché la tassa è calcolata sul metro quadro: conviene, quindi, spargere ogni superficie del pavimento della propria residenza con dei rifiuti, urlando cose come: “Oh, sono quaranta metri quadri, ma me li godo tutti”, prima di svenire per i miasmi della decomposizione. Ma non divaghiamo: due mesi fa ho riempito il mio bel modulo, venendo a sapere, che ne so, il foglio catastale con il quale è registrata la mia abitazione e altre cose assurde, come l’orario di apertura dell’uffiziodelrushco. Poi, come tutti, ho aspettato paziente l’arrivo del bollettino, che è arrivato. Tasse per l’anno 2006, da pagare in comode rate in numero di quattro (4), da aprile a ottobre. Il punto è che tra poco più di un mese cambio casa, quindi nuova metratura da riempire di rifiuti. Come fare? Basta chiedere, e infatti telefono. La domanda, l’avrete capita anche voi, è semplice: quante rate devo pagare relative a questa casa, visto che la cambierò a metà anno?
Ci ho messo due giorni per trovare qualcuno al telefono: forse dovevano ogni volta superare mucchi di monnezza prima di arrivare alla cornetta, fatto sta che ce l’ho fatta, in una giornata nervosa e stancante. “Lei intanto paghi”, mi dice l’impiegata, “poi quando cambia casa, ce lo comunica perché cambia la metratura e l’importo dell’imposta.” “Sperando che non cambi neanche il tasso della tassa”, penso io. Ma la risposta non mi soddisfa, ovviamente, e rifaccio la domanda. Inizia un gioco snervante di dialettica, in cui l’impiegata mi ripete sempre le stesse cose, ma con parole diverse. Mi chiedo se di cognome faccia Bartezzaghi, e nel frattempo sento che sto per perdere: la pazienza, innanzitutto. Lei mi coglie alla sprovvista. “Ha capito?” “Sì”, dico io mentendo. “Secondo me no”, ribatte lei. “Infatti”, dico io e sento che sto per mettermi a piangere. “Eh, ma quando non capite le cose, mica vi dovete vergognare, insomma”, dice l’impiegata, e mi rispiega, stavolta senza anagrammi, cambi di vocale o figure retoriche. E io capisco, e mentre capisco spero che non mi metta un brutto voto, che quelli, come la tasshashulruscho, si pagano a fine anno.
“Vediamo la sua pratica”, continua lei. Io ormai sono sotto interrogazione, devo resistere. “Lei risiede in via Riva di Reno 58”, legge l’impiegata. “Veramente no”, dico io, e comunico il mio vero indirizzo (che, per inciso, non è neanche lontanamente avvicinabile da un punto di vista anagrammatico, fonetico o enigmistico a quello che mi ha detto l’impiegata). “Ci dev’essere un errore”, dice Madame Lapalisse. “Lei lo ha scritto bene?” Evito la domanda trabocchetto e lei ammette che potrebbe essere stato un errore loro. E mi chiede il numero di telefono: per non essere bocciato, penso, me la porto anche a letto, la prof.ssa Monnezza, e glielo do.

Epilogo. Due giorni fa, alle nove di mattina, ricevo una telefonata. “È il Comune di Bologna”, dice una donna al telefono. Io sono sveglio da cinque minuti, e spero solo che non ci sia un compito in classe a sorpresa. “Salve, sono quella dell’altro giorno”, mi dice un’altra donna al telefono. E storpia il mio cognome. Io la correggo, e lei: “Sicuro? Guardi che mi ha detto così l’altro giorno.” Evito di dirle che è anni che pronuncio il mio cognome, e la lascio continuare. “Il suo indirizzo… Abbiamo sbagliato noi a scriverlo, è stato un nostro errore, sa? L’ho chiamata solo per comunicarglielo.”
Per sicurezza aspetto che si pronunci la Corte di Cassazione.

Alcool

E così, anche per queste feste comandate, mi sono trovato nella piccola cittadina alla periferia nordorientale dell’impero che mi ha dato i natali. Ultimamente a Gorizia pare vada moltissimo passare le serate sul Corso principale della città, più precisamente ad un incrocio che presenta sui due dei quattro lati tre locali: uno fighetto, uno medio, uno alternativo. La perfetta alternanza e scelta in scala, in un raggio di cento metri quadrati scarsi. Mi sono trovato lì, quindi, sia venerdì che sabato sera, un po’ a disagio, per la noia e per il non sapere che fare quando vedi delle persone che non incontri da cinque o anche dieci anni. Che si fa, in questi casi? Si accenna ad un saluto con la mano o con la testa, li si ignora, ci si sbraccia in gesti plateali? Ogni volta che penso ad una possibilità credo sia quella sbagliata, quindi di solito faccio dei piccoli gesti plateali e silenti, per lo sconcerto di chi mi sta vicino, che crede sia preso da un attacco epilettico.
La cosa che mi ha sconvolto, però, è un’altra. Quando sono in mezzo alla gente e non sono coinvolto in una conversazione non posso fare a meno di sentire le parole degli altri. Pezzi di discorsi, rimasugli di frasi, colgo tutto. Venerdì e sabato sera più di metà dei discorsi che ho captato aveva a che fare con l’alcool, o perché le persone che parlavano erano ubriache, o perché parlavano di bevute immonde e colossali, o perché parlavano delle conseguenze delle stesse. Spesso tutte e tre le cose insieme.
E mi sono reso conto di come a Gorizia più che in altri posti ci siano numerosissime persone, anche giovani, ad un passo dall’alcolismo inteso come malattia, ad un passo dal tavernello di mattina o dalla vodka del primo pomeriggio. L’alcool e il quasi alcolismo sono cose socialmente accettate, anzi, sono incentivate e, in un certo senso, protette. E ve lo dice uno che, forse per reazione a tutto questo, ha fatto l’astemio fino a che non ha lasciato quella città. Questo fenomeno è immerso in un clima stagnante, in cui altri tipi di discorsi si spengono dopo poco, suicidandosi, in cui l’innalzamento del tono di voce è assolutamente proporzionale alla mancanza di contenuti. Siamo oltre il discorso fàtico, siamo al nulla on the rocks.
“Ghiaccio, non rocce”, come diceva Eddie Valiant in Roger Rabbit, quando ordinava un drink al Club Inchiostro&Tempera.
“I am a rock, I am an island”, invece, cantavano Simon&Garfunkel. E ogni goriziano è un’isola. Vi basti questo esempio. Tra le altre persone ho incontrato anche un ragazzo che non vedevo da tempo, ovviamente in un luogo-da-aperitivo, che mi ha detto che adesso fa il contadino vicino Ancona. Un uomo di mezza età si avvicina a noi e sente i nostri discorsi. Ovviamente è ubriaco, e attacca bottone col ragazzo.
“Dov’è questo posto?”, gli chiede.
“Vicino ad Ancona”, risponde lui.
“Non me ne frega un cazzo. È lontano”, ha detto l’uomo, e se n’è andato barcollando fino al bancone. Quello è sempre e comunque un posto vicino.

"Chi perde paga"

Vagava per le vie di Roma senza guardie del corpo, tanto non lo riconosceva più nessuno. Larghe chiazze di alopecia si facevano largo sul testone sempre in fermento, che pensava senza sosta. “Devo vincere”. Fosse stato giovane si sarebbe messo a tirare di scherma, avesse ancora avuto un cavallo (e uno stalliere) avrebbe montato e formato una bella squadra vincente di polo, fosse stato come quell’altro imbecille che continuava a telefonargli (“Si sente male”, diceva lui per chiudere la conversazione, “Sarà il satellite”, ribatteva l’altro per continuarla) sarebbe sceso in campo sui tavoli da poker delle bische di mezzo mondo. Avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Continuava a ripetere dentro di sè “Vincere, vincere, vincere”, e non c’era neanche più qualche vecchio simpatizzante che riprendeva le sue parole, trasformandole nella nota marcetta “… e vinceremo in terra, in cielo, in mare”. Era solo.
Andava in giro per quei quartieri che aveva snobbato anche quando aveva compiuto i sopralluoghi per diventare sindaco della capitale. Per la prima volta si era sentito dire “Lascia perdere”, e infatti aveva perso un altro, al posto suo. Almeno quello. Faceva caldo, un caldo insopportabile, eppure non la smetteva di arrovellarsi il cervello. Vide in lontananza un bar, e decise di concedersi una bibita.
Si avvicinò al tendone esterno, e vide un ragazzino magrissimo e dall’aria scema appoggiato al calcio balilla. Sfoderò il suo sorriso migliore, gonfiò il doppiopetto e disse: “Ti va qualche partita? Chi perde paga.”
Remolo Gatti, detto “Er Polso”, campione imbattuto del quartiere da anni, prese la squadra rossa, pregustando l’ennesima vittoria.

Di |2006-04-13T21:12:00+02:0013 Aprile 2006|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , , , |6 Commenti

Normale amministrazione

Conosceva l’agente Dario di vista, anche se non sapeva di che colore erano i suoi occhi. O meglio, lo sapeva dalla scheda informativa. Ma non era rilevante: in quel fascicolo c’erano cose che non conosceva neanche lo stesso agente Dario. Ma sapeva di non conoscerle.
L’agente Berto gli strinse la mano, e si fecero portare un caffè. L’agente Dario si tolse gli occhiali da sole e si lasciò andare sulla sedia. Si poteva notare il rigonfiamento della pistola sul fianco sinistro, intuirne il modello dalla sagoma che tracciava sulla giacca nera.
“Sa cosa pensavo? Che è la prima volta da quando sono in servizio che non lavoriamo su un atto appena prima delle elezioni.”
“Da quanto sei in servizio?”
“Quest’anno sono dieci anni.”
L’agente Berto non rispose, si limitò ad annuire lentamente, con un gesto che voleva dire “Io neanche me lo ricordo, da quanto sono in servizio.”
“Non abbiamo fatto tornare gli anarchici. Abbiamo tirato fuori i brigatisti, o quello che erano, poi li abbiamo rimessi dentro. Di personale sulla TAV non ne abbiamo più. I centri sociali non se li fila più nessuno. I disobbedienti?”
L’agente Berto sorrise. “I disobbedienti…”, disse, muovendo una mano in aria.
“Insomma, dopodomani ci sono le elezioni e neanche un atto diversivo? Perché? Non capisco.”
“Da quanto sei in servizio?” chiese di nuovo l’agente Berto. L’agente Dario balbettò qualche sillaba, poi capì e rimase in silenzio. L’agente Berto alzò il volume del grande televisore addossato alla parete dell’ufficio. La folla acclamava l’uomo sul balcone con urla e parole secche e ritmate, che sembravano venire direttamente da un vecchio cinegiornale Luce. L’agente Berto finì il caffè, aprì un cassetto della scrivania, prese una cartella e la porse all’agente Dario.

Di |2006-04-08T13:21:00+02:008 Aprile 2006|Categorie: Taxman|Tag: , , |3 Commenti

Esperimenti riusciti

Succede raramente di finire un libro e, sull’onda dell’emozione che le ultime parole hanno6a7cdef98fd1ba9dd08d42ac1b5fbc11 lasciato, chiamare direttamente l’autore al telefono per ringraziarlo. L’ho potuto fare non appena ho chiuso Esperimenti di felicità provvisoria, di Matteo B. Bianchi (non che conosca molti scrittori, eh: ho avuto solo modo di presentare un paio di volte un libro di Matteo, e lui ha pubblicato un mio racconto su Linus. Detta così sembra uno scambio di favori. Oh, insomma).
In realtà non so dirvi se Esperimenti è un “bel” libro. Non l’ho letto con gli occhi del critico, visto che non lo sono, ma neanche con lo sguardo almeno un po’ “tecnico” di chi alla fine ha a che fare da anni con le parole scritte . O meglio: ho iniziato a leggere con questo spirito, e in principio ho anche avuto una certa difficoltà a seguire le varie vicende incrociate dei personaggi. Ma il giorno dop ho ripreso in mano il libro e non ho più smesso: un po’ come quando si esce con molte persone nuove e interessanti (caso raro, è vero). La prima volta si fa fatica a ricordare i nomi, la seconda pare che ci si conosca da una vita e si cerca di stare insieme tantissimo.
Matteo parla di amore, di amori, di passaggi. Parla di ragazzi eterosessuali che sperimentano l’omosessualità e viceversa. Ma una volta tanto l’esperimento non è cruento, estremo, da film porno. Si tratta di esperimenti che hanno più a che fare con l’emotività e le emozioni che con i corpi, e in questo perdono ogni tipo di qualsivoglia connotazione “di genere”, e acquistano in riconoscibilità. In fondo ogni amore (omo o etero) è nuovo e soprattutto diverso, lasciando pure tutta la forza che questo aggettivo ha. Non c’è spazio per un’omosessualità urlata: semmai ad essere urlato è il “tradimento” di cui viene accusato chi ha voluto “distinguersi” per avere avuto dei contatti con la cosiddetta altra sponda, qualunque essa sia.
I personaggi sono umani: fanno lavori normali (e finalmente una scrittrice viene rappresentata come una-che-scrive-di-mestiere, senza sforare nell’idealismo da maudit o nella vecchia crudezza di “un dollaro a pagina”), hanno case normali, sono normalmente sicuri, deboli, insicuri e forti al tempo stesso.  E gli esperimenti, soprattutto, sono provvisori: ma non perché avere provato qualcosa di diverso sia sbagliato o contronatura (qualsiasi sia la natura dalla quale “si parte”). Semplicemente talvolta accade che le storie finiscono, senza che succeda qualcosa di eclatante, che si chiudano così come si sono aperte, come un libro.

Parlerò di Esperimenti di felicità provvisoria stasera: infatti Matteo B. Bianchi sarà gradito ospite telefonico di Monolocane, in onda dalle 2230.

Vuoi sentire Monolocane? Bene! Se sei a Bologna, prendi la tua vecchia radio, accendila e sintonizzati sui 96.3 o 94.7 MHz. Se sei altrove o non hai un apparecchio radiofonico, usa il computer. È facile! Basta cliccare qua.

Ecco l’intervista!

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Attendere, prego

Ultimamente il mio lavoro si sta riducendo ad una cosa soltanto: attendere. Aspetto che salgano percentuali di trasferimento. Che si carichino pagine. Che file vengano copiati. Vedo scorrere barre di completamento, avanzare rettangolini blu, verdi, rossi, neri, grigi, che tendono alla fine dell’alloggiamento dove scorrono (ed è meglio non pensare, in questi casi, al paradosso di Zenone).
Attendo, attendo, attendo. E, tra un’attesa e un’altra, un clic. Poi un altro.
Poi un altro.

Voi potreste dirmi: fa’ qualcosa, mentre aspetti i vari caricamenti, scorrimenti, trasferimenti. Lo faccio. Controllo la posta, di solito. Ma la mente è comunque rivolta alla parte di operazione che sto facendo, a quello che ha preceduto e quello che seguirà il caricamento. Rischio quindi di pubblicare i cavoli miei e di mandare via mail notizie, quando va bene, o blocchi di html. In quel caso, va male. Lo stesso vale per il blog. Non l’ho aggiornato per più di qualche giorno, ma stavo aspettando che si completassero alcuni caricamenti, upload, render, copie, processi.

Ma perché questo non rimanga solo un post lamentoso, vi regalo due canzoncine. Si tratta di due pezzi dei The Subways, un gruppo che ha vinto la sezione “emergenti” del Festival di Glastonbury due anni fa (credo), e che finora ha pubblicato solo un disco, uscito l’anno scorso: Young for Eternity. Ed è proprio con quello spirito che i fanciulli suonano. Tutto e subito, senza pensare troppo alle parole, ma mettendoci l’anima. Ovviamente sono inglesi. Ovviamente il loro secondo disco sarà del tutto dimenticabile, se mai ci sarà. Però mi fa strano che alcuni dei miei blog musicali di riferimento non ne abbiano dato notizia. O forse mi sono perso qualche post. O forse ad alcuni dei miei blog musicali di riferimento questo disco fa schifo. Va’ a sapere.

The Subways – I want to hear what you’ve got to say
The Subways – Rock’n’Roll Queen

(Ovviamente dovrete aspettare un po’ per scaricare i pezzi. Così questo diventa un post decisamente empatico.)

Take a Walk on the Wild Side

Ho scritto poche volte di quando torno nella mia città natia: basta leggere un resoconto per capire perché.
Ma questo fine settimana mi è successa una cosa molto particolare: ho conosciuto per la prima volta un ragazzo gay che abita in quel posto dimenticatodaddio. Amico di amica, ha chiacchierato piacevolmente con me. Al terzo locale in cui eravamo vedo che discute animatamente con la mia amica. Mi intrometto, e chiedo quale sia il motivo della disputa.
“Mi sta chiedendo”, dice lui un po’ brillo, “se uno là dietro è gay.”
A questa frase inizia una discussione sul tema: come un omosessuale capisce se un altro uomo è etero o no. Alla fine capisco che se un uomo “guarda e riguarda” un altro uomo, beh, è gay. A meno che l’uomo non sia vestito in maniera molto particolare: in tal caso fa il gay.
“E come fai a sapere se uno è gay ma tu non gli piaci?”
“Guarda e riguarda comunque”, dice lui. E aggiunge: “Ma sai quanti sono gay o bisessuali?”
“Eh, sì”, dico io.
“Sei bisessuale?” dice lui dissimulando entusiasmo.
“No”, rispondo, e quasi mi verrebbe da scusarmi.
“Ma sai qui quanti cosiddetti etero, anche padri di famiglia…”
“Eh”, continuo io, “guardano e riguardano?”
Lui mi fissa per un po’, poi dice, con una punta di tristezza: “Fanno. E rifanno.”
E poi, come al solito, finiamo per parlare di Bologna, di quanto è bella, libera, indipendente, giovane e divertente.

Buonasera, tristezza

Tranquilli, non state per leggere un post tardo adolescenziale, né lamentele su amori non corrisposti.
È solo il caro, vecchio annuncio di ciò che potrete sentire stasera dalle 2230 in Monolocane.
Sarà mio gradito ospite (telefonico, ma in diretta) Paolo Madeddu, autore insieme a Paola Maraone di Da una lacrima sul viso, un libro piuttosto divertente anzichenò, che esamina le cinquanta canzoni più tristi del pop italiano, considerandole come terapia omeopatica ai mali d’amore.
Ovviamente, perché abbia efficacia, la puntata dev’essere ascoltata col cuscino sulla faccia a soffocare i singhiozzi e con ulteriore sottofondo di canzoni di f degregori.

Ciao! Vuoi sentire Monolocane? Bene! Se sei a Bologna, prendi la tua vecchia radio, accendila e sintonizzati sui 96.3 o 94.7 MHz. Se sei altrove o non hai un apparecchio radiofonico, usa il computer. È facile! Basta cliccare qua. Dai! Eh! Su! Oh.

Ecco l’intervista!

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