Francesco Locane

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Ho fatto tre al Superenalotto

Ho fatto tre al Superenalotto, davvero. Nell’estrazione di giovedì scorso. Voi non avete mai giocato al Superenalotto? Non siete mai stati tentati dal jackpotmilionario? No?
Beh, io ci gioco da un po’. Non è un modo per risolversi la vita, questo lo so. Ma, d’altro canto, con lo stipendio che ho dovrei lavorare diecimilaseicentoquindici anni, per accumulare dei soldi. Ovviamente senza contributi. E senza pensione. Anche perché sforerei l’età pensionabile di un bel po’, e se dovessero pagarmi i contributi per tutti quegli anni di lavoro dovrebbero regalarmi un piccolo stato dell’Africa centrale come ricompensa. Quindi preferisco giocarmi le mie due combinazioni da un euro e tentare il sei.
Sapete quante possibilità ci sono di fare sei al Superenalotto? Le hanno calcolate dei matematici. Poi, quando hanno finito di ridere, hanno comunicato al mondo il risultato: una su seicento milioni. Circa. È il circa che mi dà fiducia, ovviamente. Pensate, quindi, a tutta la popolazione dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, ognuno con la sua bella combinazione da un euro. Tralasciate la fila che ci sarebbe alle ricevitorie. Beh, di questa massa di gente, tedeschi, sanmarinesi, newyorkesi, e ovviamente anche gente del Wyoming, farebbe sei uno solo. Immaginate che rosicamento gli altri. In confronto fare tredici al Totocalcio o vincere la Lotteria Italia è una bazzeccola. Nonostante questo io e altri milioni di persone giocano al Superenalotto. E non venite a fare discorsi da formichine, che con quell’euro risparmiato, eccetera eccetera: ci vorrebbero sempre migliaia di anni per accumulare una cifra decente, per giocare finalmente il sistemone spaziale globale, che aumenta moltissimo le possibilità di vincita: una su trecento milioni. Via gli Stati Uniti dalla competizione, insomma.

Fatto sta che giovedì scorso ho fatto tre. È tremendo fare tre. Perché non è fare quattro, né cinque, né cinque più uno. (Sei l’ha fatto la signora Evelyn Jackson di Tampa, Florida). E’ quasi vergognoso. Anche mio padre ha fatto tre, una volta. Si vergognava talmente tanto di farmelo sapere che, per attutire il colpo, mi ha detto “Non sono tuo padre. Ah, e poi ho anche fatto tre al Superenalotto”.
Quando ho visto i risultati delle estrazioni ho avuto un minuto di euforia, fantasticando se, coi soldi vinti, avrei potuto prendere, oltre alla birra media e alla quattro stagioni, la proibitiva aggiunta di mozzarella di bufala.
Venerdì mattina sono andato nella ricevitoria dove avevo giocato il giorno prima. “Salve”, ho detto imbarazzato al gestore, porgendogli la schedina. “Avrei fatto tre al Superenalotto.” “Bravo”, mi ha detto il gestore, pensando ai cazzi suoi. “Sono dodici euro e sessanta.” Ha ravanato nella cassa, poi mi ha guardato e mi ha chiesto: “Non avrebbe mica quaranta centesimi di resto?”

Io, mammeta e tu

Ho incontrato Carlo Verdone una sola volta, alla presentazione del suo film Ma che colpa abbiamo noi, ormai tre anni fa.
Lo ammetto senza pudori: a me piace. Ovviamente preferirei dimenticare le cose che ha fatto negli ultimi dieci anni, ma penso che comunque abbia fatto degli ottimi film. E poi, mi tolgo gli abiti del critico cialtrone che indosso qua, a me Verdone fa ridere. Un po’ come Pozzetto (et voilà, via con un’altra confessione), mi basta vederlo sullo schermo (spesso il piccolo schermo) perché rimanga a vedere tutto il film o lo sketch in questione.
Molti anni fa avevo fatto una cassettina, da mettere nell’autoradio. Sopra c’era il primo quarto d’ora di Un sacco bello: quindici minuti che conosco ancora a memoria, comprese musiche e rumori di fondo. E quando sono stato in Cornovaglia, una decina di anni fa, sono andato nell’hotel di Land’s End dove ha girato alcune scene di Maledetto il giorno che ti ho incontrato.
Ho osservato Verdone al buffet dopo la presentazione di Ma che colpa abbiamo noi. Credo di averlo solo salutato, di avere scambiato con lui una battuta sul cibo, e ricordo perfettamente la sua espressione: era sovrappensiero, ed era come se l’avessi beccato a fare qualcosa di sconveniente.

Mi piacerebbe parlare con lui di tutte queste cose oggi, dalle 1530, in radio, perché sarà con me in diretta, nella prima mezz’ora usurpata dal programma di Elisa Graci e FedeMC, Su la testa. Mi piacerebbe raccontargli della cassetta che avevo fatto, di quanto alcuni suoi film siano legati al mio passato. Ma non potrò farlo, perché non saremo da soli. Con noi, infatti, ci sarà anche Silvio Muccino. Il film che promuovono si chiama Il mio miglior nemico.

Update. Pare abbiano perso il treno, niente incontro. Sicuramente è stata colpa di Muccino.

Magical Fantozzi Tour, con un tocco "fellinesque"

È inutile: ormai ogni volta che vado a Roma, piove. Scrivo questo noncurante del fatto che i romani che hanno commentato il mio post precedente ormai possano bollarmi come iettatore: affronterò l’eventuale realtà.
Mi sono reso conto, però, dei collegamenti tra me e il ragioniere soltanto sul treno del ritorno.
Prima di tutti, ovviamente, la nuvola da impiegato. Avevo bisogno di questo fine settimana, e me lo immaginavo soleggiato, con quell’aria meravigliosa che solo Roma può avere. Invece ho avuto, almeno per il giorno-e-mezzo in più che mi sono preso di vacanza, cielo lattiginoso e pioggerellina. Molto british, non c’è che dire. Ma se lo volevo me ne andavo a Londra, no?
Poi c’è stato il passaggio sulla tangenziale est, tra la Prenestina e San Lorenzo, con precisa indicazione, da parte del fratello, del balconcino dal quale il ragioniere si cala per prendere il bus al volo, nel primo film. All’epoca quel tratto di tangenziale è chiusa. Adesso, invece, è realmente possibile scendere dal terrazzino e immettersi nel traffico dell’Urbe, con un innocuo saltino. Progressi dell’urbanistica.
Infine sono andato a mangiare la quaglia, per la prima volta in vita mia. Lo ammetto: ero terrorizzato, pensavo che il volatile, sebbene più che morto, saltasse grazie alla mia imperizia su teste e tavoli altrui. Invece l’ho domato, senza che il mio viso diventasse rosso pompeiano o, peggio, blu tenebra.

E la parentesi felliniana, direte voi? C’è stata domenica mattina, prima che partissi. Sono andato a vedere le case romane del Celio: dimenticatevi le rovine, via dei Fori Imperiali, il Colosseo. Questo sito archeologico vi fa entrare in case e botteghe, vi fa camminare in stretti vicoli, vi mostra affreschi bellissimi. Uno li guarda e si aspetta sempre che, come in Roma, il venticello della capitale li faccia volar via, per sempre.

Cadute

Tutto è iniziato una settimana fa circa, o forse un po’ di più. Camminavo in una strada del centro di Bologna, costeggiando il grande palazzo della Cassa di Risparmio cittadina. Ad un tratto ho sentito un rumore sordo e ho visto qualcosa cadere ad un metro da me: era un pezzo del palazzo, non enorme, ma abbastanza grande da permettervi, nel caso fossi stato nella sua traiettoria, di parlare di me al passato remoto.

Due giorni fa ero seduto in autobus a leggere quando ho sollevato gli occhi e ho visto una donna cadere di faccia per terra, dopo avere messo un piede in fallo.

Le cadute e ricadute di questa specie di influenza che pare non manifestarsi mai veramente la fanno da padrone nel mio organismo da una settimana.

E mi cadono tra capo e collo, stavolta in maniera figurata, proposte e cose, di varia entità, che subito si annullano e vengono sostituite da altre cose.

Provo quindi a ragionare con le stesse armi del “nemico”: per evitare questo moto perpetuo, mi sposto e me ne vado a Roma fino a domenica. Sperando di non scivolare appena messo piede nella stazione Termini.

Di |2006-02-22T19:44:00+01:0022 Febbraio 2006|Categorie: I Me Mine|Tag: , |8 Commenti

(Not so) Distant Radio

Qua si lavora e si fatica (per cosa lo sapete voi meglio di me), e di conseguenza talvolta i post non possono che fare riferimento alla cara e vecchia mamma radio.

Per prima cosa vi segnalo che è stato aperto il tanto atteso (?) On Air, il forum di Città del Capo – Radio Metropolitana, dove si discetta di tutto lo scibile umano, e anche oltre. Registratevi, partecipate.

Per seconda cosa vi segnalo che, se tutto va bene, stasera in Monolocane vi proporrò un’intervista ai Devics (che al momento non ho ancora fatto, ma abbiamo un appuntamento telefonico nel pomeriggio, giuro), a proposito del loro nuovo disco Push the Heart che esce domani e di altre cose che mi verranno in mente al telefono.
Mi scuso fin d’ora per la voce nasale che avrò stasera, ma non ho avuto cuore di uccidere tutti i cigni che avevo in casa e me la sono presa, per evitare che se la prendessero.

Ciao! Vuoi sentire Monolocane? Bene. Se sei a Bologna, prendi la tua vecchia radio, accendila e sintonizzati sui 96.3 o 94.7 MHz. Se sei altrove o non hai un apparecchio radiofonico, usa il computer. E’ facile! Basta cliccare qua. Dai!

Update. L’intervista è ascoltabile, come al solito, dalla pagina web della trasmissione.

Ecco l’intervista ai Devics!

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La rivolta degli oggetti – Parte quinta

Era dall’aprile di due anni fa che non usavo un titolo del genere e, sinceramente, pensavo di non farlo più. Ma stavolta non si tratta di banali disguidi tecnologici e informatici, ma di qualcosa che viene dal profondo. Molto dal profondo. Per questo consiglio la lettura di questo post solo in ore molto lontano dai pasti.

Insomma, com’è come non è, vivo da quasi un anno in questo piccolo appartamento nel cuore di Bologna: quarantacinque metri quadri con cantina. Nel senso che il bagno e la cucina sono la cantina. Sì, mangio ed elimino ciò che ho mangiato sottoterra, in un estremo gesto di pudore, nascosto agli occhi del mondo (poi il letto è a due metri da terra su un soppalco, ma ciò che faccio là ha del divino. Parlo del dormire, che avete capito). Quindi, il mio bagno è poco sopra le fognature. (Oh, io vi ho avvisati, eh. Se iniziate a sentire qualcosa allo stomaco chiudete questa finestra e non ci pensate più).
Oggi pomeriggio verso le tre ho sentito un rumore simile a quello che fanno gli aviogetti quando solcano i cieli, che uno guarda in alto e non li vede perché viaggiano oltre la velocità del suono e quindi quando li si sente sono già passati.
Solo che quel rumore là veniva da sottoterra. Ma non da sotto sotto. Dal bagno, dai.
La prima volta non ci ho fatto caso, anzi, ho guardato il cielo, metti che il jet avesse inchiodato nell’aere e stesse facendo retromarcia.
La seconda volta ho avuto dei sospetti.
La terza volta mi sono precipitato giù in bagno, e ho visto un dito di liquame invadere la parte vicino alla tazza. Poi ho aperto la doccia. Stava vomitando da sotto in su, cioè dallo scarico.
“Hai bevuto di nuovo”, le ho detto. “Cambia shampoo”, mi ha detto lei, e ha avuto un altro conato. “Se mi mettessi in testa quello che stai spargendo per il piatto doccia…” “Avresti capelli forti e concimati”, ha concluso lei, sarcastica.
Ho immediatamente preso il telefono per contattare l’amministratore, quando hanno suonato il campanello di casa.
Ho aperto e, davanti a me, si è presentato Tom Savini. L’uomo dello spurgo era identico al mitico Tom, davvero. E lì ho capito che la situazione stava virando sullo splatter. Ho immaginato il corridoio di Shining invaso non dal simbolico sangue ma dalla terricola merda. Ho immaginato Ewan McGregor, vestito come in Trainspotting, che suona a casa mia, entra in bagno e dice “Eh no, io in quel cesso non ci entro manco se c’è nascosta una tonnellata di eroina”, per poi aggiungere “E tu sai dove mi sono andato a cacciare per una dose”.

Mi ha risvegliato il Tom Savini felsineo, che mi ha spiegato che l’avevano chiamato dal civico 15, perché le cose andavano male.
Un’ora dopo, e numerose vomitate della doccia dopo, è tornato per dirmi che anche il 19 era messo male.
Ora, vediamo se siete intelligenti: a che numero civico abito?

Adesso pare che tutto sia calmo. Un possente rutto del bidè ha segnalato la tregua. Ma per me il rumore dei jet sarà per sempre legato alle profondità degli scarichi. Come dicevano i Pink Floyd: “Goodbye blue sky”.

Di |2006-02-06T23:03:00+01:006 Febbraio 2006|Categorie: I'm A Loser|Tag: , , , , , |7 Commenti

Gobba? Quale gobba?

Berlusconi: “Non è provato che il protocollo di Kyoto diminuisca l’inquinamento” (sempre da Repubblica.it, in una notizia che contiene altre gustose dichiarazioni realpolitik che al confronto Kissinger è un internazionalista).

Prossimamente: “Mai stato calvo in vita mia”, “Sono alto uno e ottanta, ma non mi capite”, “Veronica? Quale Veronica?”, “È stato il mio sosia a giurare tutte quelle cose sulla testa dei miei figli. Peraltro, Piersilvio non so neanche chi sia.”

Di |2006-02-04T00:53:00+01:004 Febbraio 2006|Categorie: I Am The Walrus, Taxman|Tag: , |6 Commenti
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