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Monolocane piumato (ma senza noms de plume)

Quei gioviali compagnoni di Magenta e Woland saranno ospiti, con i loro veri nomi, nella puntata di stasera di Monolocane. Parleremo di costume e società, sentiremo della musica e tireremo avanti fino alla prima mezz’ora del nuovo giorno. Proveremo anche a parlare di erotismo, senza scadere nella pornografia. Forse. In più le solite rubrichette e l’ameno clima salottiero.
Dalle 2230 alle 0030 sui 96.3 o 94.7 MHz di Città del Capo – Radio Metropolitana, se abitate nel territorio bolonnaise. Se siete altrove, potete sentire il tutto in streaming dal sito della radio o su RadioNation.

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Di |2005-02-10T11:24:00+01:0010 Febbraio 2005|Categorie: Eight Days A Week|Tag: , , , |2 Commenti

Radio Days

La percezione che ha la gente di te che lavori in una radio, tutto sommato non enorme, è strana. Qualsiasi cosa tu faccia, vieni immediatamente identificato con la musica. E fin qua, niente di male. Il problema è che la gente pensa che tu, nei confronti della musica abbia infinite risorse, potere e onniscenza.

Qualche giorno fa suona all’ora di pranzo l’omino che ci porta le pizze, i panini o quello che è. Io e la mia collega E. andiamo a pagare. E lui inizia con la frase d’apertura magica e rituale: “Voi che lavorate in radio”.
“Voi che lavorate in radio,” ci dice, “sapete, io ho una sorella che canta. Canta piuttosto benino. Magari, ho pensato, potrebbe…” Sguardo interrogativo mio e di E.
“No”, continua l’omino, “magari potreste avere bisogno di qualcuno che vi canti dei jingle, non so.”
Non diciamo niente.
“Brava è brava, eh, pensate che è voce solista in un coro.”
E. rompe il silenzio: “Ah, però. Ma sai, noi i jingle, di solito, ce li facciamo da soli…” Questo non basta a farlo desistere.
“Sì, però, magari lei…”
“Non abbiamo molte risorse”, dice €., tentando di fargli capire. Capisce. Ed esige immediatamente che gli paghiamo il conto, pensando che le nostre risorse siano veramente poche.

Stamattina, invece, mi ferma uno spazzino, piuttosto giovane.
“Tu lavori in radio?”, mi chiede mentre sto sulla soglia della radio, appunto.
“Sì”, rispondo io.
“Senti, io ho una cassetta con delle canzoni da discoteca degli anni ’90, diciamo dal 1990 al 1994. Non è che potresti darmi una mano a capire quali siano? No, perché qualcuna è veramente bella, vorrei scaricarmela, ma non so come si chiama.”
Io rimango di sasso, pensando al corrispondente concreto del concetto di “bellezza di una canzone da discoteca dei primi anni novanta”: il vuoto, il nulla. Ma lui viene in mio aiuto.
“Ce n’è una bella degli Hocus Pocus, li conosci?”
“Sì”, dico io con sicumera.
“Eh, ma attento: non ce n’è mica solo uno di gruppo che si chiama Hocus Pocus. A me piace quella che inizia con un elicottero, e poi fa bau – ci bau – bau
“Non la conosco”, dico.
Lui pare deluso e sta per andarsene, ma ha un guizzo. “Senti, non è che avreste un paio di piatti usati da vendermi?”

Come epilogo, l’episodio a cui ho accennato qui.
Dunque, Howe Gelb è ospite della trasmissione dell’amico FedeMC e della suddetta amica E. Fa il suo bel minilive per promuovere il concerto che terrà quella sera al Covo. Esco dall’ufficio dove lavoro e lo vedo parlare con E., e canticchiare.
“Vuole suonare ‘Nel blu dipinto di blu’, stasera”, mi dice E. Mi accorgo che quello che ha davanti è il testo delle prime due strofe della canzone, trascritte a memoria da E. Guardo Howe Gelb, e gli chiedo: “Why?” “Beautiful song”, risponde lui. E mi chiede se ho gli accordi. “Forse in rete si trovano”, dico, e poco dopo torno con la bella stampata degli accordi dell’immortale canzone di Modugno. Io ed E. continuiamo a chiedergli se è sicuro di volerla cantare, gli diciamo che forse è meglio di no.
“Ma perché?”, dice lui. “E’ una canzone splendida!” E allora noi a spiegargli che, sì, è bella, ma l’hanno cantata tutti, è molto tradizionale…
“Forse è un po’ simile ad ‘American Pie'”, dico io, cercando un brillante parallelo, ma lui non pare convinto.
“Ho capito che tipo di canzone è: non come ‘American Pie’, ma…”, dice lui.
Momenti di silenzio.
“Ho trovato!”, esulta Howe. “Secondo me è un po’ come ‘New York New York'”, e ride, mentre mima gli accordi della canzone di Modugno su un’immaginaria tastiera di chitarra.

Appendice. Ho capito di che canzone parlava l’appassionato di musica dance dei primi anni novanta: la trovate qua sotto, se proprio dovete. E poi: non sono stato al concerto dei Giant Sand al Covo, ma mi hanno detto che, alla fine, Howe Gelb non ha cantato “Nel blu dipinto di blu”. Pare che vi abbia solo accennato, prima che partissero i fiati di “New York New York”.

Sui giovani di oggi io…

La cosa difficile è cercare di fare un discorso sensato sui quattro giorni passati a cercare di insegnare qualcosa ad una ventina di diciassettenni, senza cadere in esclamazioni tipo “O tempora o mores”. La cosa difficile è mantenere la calma quando, dopo una quindicina di ore spese a parlare di cinema e sceneggiatura c’è ancora qualcuno che confonde questa con la scenografia. La cosa difficile è evitare di reagire a male parole quando senti un ragazzino insultare un altro dicendogli “magrebino” (e no, caro W., non sono un loro insegnante, non posso prendere provvedimenti). La cosa difficile è rendersi conto che hai a che fare con un precipitato tremendo: adolescenti di una scuola privata di una delle città più ricche del ricco nordest. La cosa difficile è pensare che l’espressione “valore” e “crisi di valori” ha un senso, qualche volta. La cosa difficile è rendersi conto che spesso sono stronzi, razzisti e maleducati, e fanculo il fatto che abbiano diciassette anni. La cosa difficile è, subito dopo, rendersi conto che molti di questi ragazzini hanno avuto delle playstation e dei cellulari come unica compensazione alla mancanza di attenzione, amore, affetto. La cosa difficile è pensare che questi ragazzini voteranno, tra un anno. La cosa difficile è sperare che qualcosa cambi.
La cosa facile è stata arruffianarseli. “A voi piace Robbie Williams e Avril Lavigne, giusto? Ma noi non abbiamo tempo per ascoltare i loro pezzi prima delle lezioni. Ma possiamo ascoltarne dei riassunti.”
E quindi, grazie questi due brani che ho creato lassù, li ho spiazzati, stupiti, e ho catturato la loro attenzione.

Per quindici lunghissimi secondi, più o meno.

Andiamo su nei monti…

E quindi, come è accaduto anche l’anno scorso, me ne vado per qualche giorno sui monti a parlare di cinema e sceneggiatura ad un branco di diciassettenni. La cosa che mi inquieta un po’ è che la professoressa che mi accompagnerà, e che ha seguito con me i miei seminari, mi continua a dire: “Cerca di fare delle lezioni il più pratiche possibili, perché questi ragazzi… No, non è che… Sono intelligenti, eh, ma… Insomma, non hanno tanta capacità di concentrazione, sono un po’ casinisti, insomma…”.
Con le classi dei due anni passati non c’era stata alcuna raccomandazione preventiva. E non è che fossero dei monaci buddisti.
Che dite, uso il classico “metti la cera, togli la cera” o faccio loro scavare delle buche nella neve e poi gliele faccio riempire?
Staremo a vedere. Sarò senza computer fino a venerdì. Statemi bbuono.

Di |2005-01-30T00:54:00+01:0030 Gennaio 2005|Categorie: We Can Work It Out|Tag: , , , |13 Commenti

Loved

Quando sono entrato al T.P.O. ho sentito subito i loro suoni: stavano provando, morti di freddo come le quindici persone assiepate sotto il palco. Poi se ne sono andati, e ho iniziato a pensare a quando li avevo sentiti per la prima volta. Mentre parlavo con i fonici, si è avvicinata una ragazza, e ha chiesto se poteva farsi firmare il cd, dopo il concerto. “Già, un autografo”, ho pensato io. Ma mi sono reso conto di non avere nulla di originale dei Cranes. Tre cassette, quelle sì. Cassette. Quando li ho sentiti per la prima volta? Le cassette registrate. Loved, 1994. Sono passati undici anni. E mi sono ricordato di quando li ho sentiti, sul pavimento in legno dell’enorme casa di C., l’inizio di “Shining Road”, con quell’accordo che da minore passava a maggiore, e la voce di Alison, di quelle che “osiamaosiodia” (banale, ma sentitela, è così).
E poi Population 4, e ascoltare, subito dopo averlo letto, la messa in musica di Le mosche di Sartre, e fare sentire questi dischi alle persone, che dicevano “ma che voce”, con il sorriso in su o in giù, a seconda (“osiama…”).
Infine, dopo più di dieci anni, vederli sul palco, notare che sono invecchiati, che sono passati dieci anni per me e per loro, che fa molto più freddo al T.P.O. che su quel pavimento di legno, ondeggiare sull’accordo iniziale di Shining Road, e perdersi sul ritornello di “Lilies”, facendo finta di non sapere rispondere alla domanda “Where Am I?”.

Cranes, live at TPO, Bologna, Italy – Photoset

Referrers – Gente che cerca altro – 11

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
11. mito dell’orgasmo

Di scrivere a Cioè non se ne parlava neanche. Non voleva mischiarsi alle ragazzine che chiedevano se limonando si potesse rimanere incinte, o che pensavano che la vera prova d’amore fosse il sesso anale. E poi lei non era una ragazzina. Aveva ormai vent’anni, e insomma… E poi non poteva leggerlo Cioè. Doveva ammetterlo: le dava fastidio dover ammettere a se stessa che ragazze più piccole di lei, se si doveva credere a quello che scrivevano, avevano avuto una vita sessuale di almeno una decina di volte più intensa della sua, anche se con una partenza simile: la prima volta d’estate, in campeggio (nel suo caso si trattava di un bungalow, ma sono sottigliezze): una tragedia. Solo che lei si era fermata lì. Non era andata da nessuna parte, poi, e non era manco venuta. Arrossì pensando alla stupida battuta che aveva fatto. Non sapeva proprio che cosa fosse l’Orgasmo. Sì, lo pensava anche con l’iniziale maiuscola. Perché è vero che non leggeva più Cioè, quanto meno non in modo partecipante, al massimo lo rubava alla sua cuginetta (lei aveva limonato-e-basta, almeno lei, per fortuna), ma era passata a Cosmopolitan. E si era definitivamente depressa. Orgasmi multipli, clitoridei, vaginali, mentali, tantrici. E lei? Mai niente. Un po’ di piacere, ogni tanto, da sola, ma niente di più. Con le amiche non ne parlava. Loro, a sentire quello che dicevano, gliela mettevano in saccoccia (arrossì di nuovo) alle star del porno. Quando si parlava di sesso, semplicemente, annuiva e rideva quando doveva farlo. Comunque anche le sue amiche non parlavano mai della grande O. O quando ne parlavano usavano lo stesso linguaggio di Cosmo, come lo chiamavano loro. E lei si era convinta che l’orgasmo, semplicemente, non esistesse, ma fosse qualcosa di impalpabile, etereo. Mitico.
Cliccò alcune parole su un motore di ricerca, per avere delle conferme.

Dopo un po’ di frequentazione del mondo dei blog, capì che, nonostante le tutte pippe che questi personaggi su internet si tiravano, non sarebbe riuscita a raggiungere neanche l’orgasmo mentale. Smise di leggere Cosmopolitan e si mise il cuore in pace. Dopo qualche giorno, per caso, venne l’amore.

Dodici ore di televisione (e due di radio)

Nelle ultime dodici ore ho guardato la televisione per un’oretta circa. E ho visto…

  • Aldo Busi che parla agli amicidimariadefilippi, che, a quanto ho capito, non hanno letto quello che gli era stato assegnato durante le vacanze di Natale. Lui li insulta, dice (come alle medie!) che se non studiano, quella è la porta, che loro non contano un cazzo e che lui è un frocio (sic), ma soprattutto un grande scrittore, e che non sanno neanche qual è la fortuna che gli inetti hanno ad avere lui come insegnante;
  • il nuovo video dei Gemelli Diversi, ispirato a Ritorno al futuro parte III (almeno è il più scarso della serie);
  • un servizio sul nuovo film della Blue Sky, Robots, in cui apprendo che la voce del protagonista, nella versione italiana, sarà di Dj Francesco;
  • il TG2 delle tredici che ci propone i seguenti servizi: famiglie irachene contente delle prossime elezioni, descritte come “un evento democratico”. Esattamente, immagino, come furono eventi democratici le elezioni nel Vietnam negli anni ’60, in cui saltarono in aria più presidenti che chicchi di mais quando si fanno i popcorn. Non tutti la pensano così, però. Un altro servizio sull’esplosione a Treviso: Unabomber, senza dubbio, senza possibilità di errore. La creatività italiana se n’è andata a farsi fottere: manco un nome nostro da dare ad un bombarolo. Intervistate due persone di Treviso, che dicono (testuale): “Siamo nella morsa del terrore“. Penso a Luttazzi e al suo ultimo spettacolo, quando dice che la vera arma, ormai, è la paura creata ad hoc tra la gente. Mentre scolo la pasta, sento l’annuncio di un servizio sulle donne. Incredibile, pare che anche le femmine ci sappiano fare con viti, stucchi e bricolage: cioè, roba da non credere, anche le donne sanno mettere un chiodo. Intervistata una donna alle prese con un trapano, alla domanda “Ma lei non ha paura di usarlo?”, lascio cavalcare la mia immaginazione, e penso alla donna che sfonda il cranio della giornalista con un trapano a percussione. Domanda finale del servizio: “Ma gli uomini servono ancora?”. Il servizio finisce e io mi dico “Cazzi tuoi, così impari a vedere Costume e società“. Invece no, la simpatica rubrica del TG2 deve ancora arrivare, c’è tempo per un ultimo drammatico servizio. Al telefono un automobilista bloccato dalla neve sull’A3. L’intervistatrice chiede compulsivamente se ci sono bambini, quanti ce ne sono, cosa fanno. E la immagino mentre gode a pensare all’assideramento dei piccini in diretta.

Ho pensato ancora a Luttazzi, e al suo ultimo lavoro che sta per uscire, un disco jazz. Sulle prime non capisco, ma poi penso che tanto vale ballare e ballare fino al totale affondamento. Non che sia solo colpa della televisione, e non che solo lì se ne vedano i sintomi. Comunque io faccio la radio. Stasera, come al solito, dalle 2230, sui 96.3 e 94.7 MHz se vivete in Bononia, oppure in streaming.

Sottili metafore

No, non sono scomparso, sono solo stato al Future Film Festival continuamente. Una delle rassegne più belle di quest’anno è stata sicuramente Mars Attacks the FFF, una serie di film sul pianeta rosso. Trovate alcune recensioni dei film qua, ma io, in questo post, voglio solo raccontarvi l’incredibile trama di un film della rassegna che ho visto.
Tutti sappiamo che alcuni prodotti, soprattutto fantascientici, della cinematografia americana degli anni ’50 permettono una lettura del film che ha anche a che fare con il clima politico di allora: la contrapposizione dei blocchi, la guerra fredda, il maccartismo. Permettono una lettura, ho scritto. Nel senso che è uno dei sensi possibili da dare al testo (i semiologi che leggono mi perdonino: sono approssimativo, lo so, ma andiamo avanti). Ma in Red Planet Mars, ragazzi… Dunque.

Due scienziati americani, Chris e Linda Cronyn, hanno un apparecchio che permette loro di mandare dei messaggi su Marte. Il brevetto dell’apparecchio è di uno scienziato nazista che adesso, però, lavora per i russi in una baita in montagna, mentre beve litri di champagne. Nessuno, né lui, né i Cronyn, tuttavia, riesce nel tentativo di comunicare con il pianeta rosso. Il figlio maggiore dei Cronin ha un’idea. “Why don’t you use a pi?” suggerisce ai genitori, mentre mangia una fetta di torta. Dopo l’esilarante equivoco derivato dall’omofonia di “pi” (pi greco) e “pie” (torta), viene mandato su Marte con un messaggio il pi greco, appunto, con qualche cifra decimale. Se i marziani completeranno il numero infinito con le cifre che seguono, sarà segnale che c’è un contatto. E questo succede. I Cronyn diventano gli uomini del momento, e iniziano a fare domande ai marziani. Apprendono così che la società marziana è splendida e utopica: la vita media è di trecento anni, c’è pace, ma soprattutto l’unica fonte energetica che viene usata è quella “cosmica”. Quando questi messaggi vengono diffusi, sulla terra si pensa che, in fondo, se i marziani fanno a meno di carbone, petrolio, elettricità, possiamo farne a meno anche noi. Risultato? Crolla l’economia occidentale, con gioia dei comunisti. I russi, nel frattempo, tentano tramite lo scienziato di comunicare con Marte, ma ottengono solo di intercettare la conversazione già esistente tra marziani e americani.
I Cronyn chiedono come fanno, su Marte, a non scannarsi l’uno con l’altro. I marziani rispondono che hanno demandato la risposta a Dio, che dice di amare il bene e odiare il male (testuale). Risultato? Rivoluzione religiosa sulla terra. Scena esemplificativa: la famiglia russa, che abbiamo visto spesso morire di freddo in una dacia, decorata con ritratti di Lenin e Stalin, scopre le sue radici. Il vecchio è in realtà un pope, e tira fuori icone e paramenti nascosti sotto terra. Mentre celebra la messa, arriva l’esercito russo e li stermina. Ma la forza della religione è troppo forte, quindi il messaggio di Dio vince e tutti diventano buoni. Anche l’Unione Sovietica, adesso comandata dal patriarca ortodosso. Sembra che vada tutto bene (e l’economia crollata? Mah), quando compare lo scienziato ex nazista ora comunista a casa dei Cronyn. Rivela che le risposte le ha scritte tutte lui, per fare crollare il mondo occidentale. Ma, colpo di scena!, le risposte che lui aveva previsto alle domande “esistenziali” rivolte dagli americani non erano quelle che effettivamente sono arrivate! Il comunzista accusa gli americani di avere imbrogliato il mondo, diffondendo quei messaggi: ha chiamato la stampa a casa dei Cronyn proprio per questo. Durante una colluttazione si accende il televisore usato per comunicare con i marziani e inizia a captare un messaggio. Dio esiste e sta su Marte, allora! Ma, per un incidente, il laboratorio esplode e i tre muoiono.
Il presidente degli Stati Uniti non può fare altro che riferire al mondo (ormai pacificato dalla religione) del tragico incidente e completare con parole sue l’ultimo messaggio cristiano arrivato da Marte.
I figli dei Cronyn in lacrime seguono il discorso in televisione. Un generale li abbraccia e li porta verso una finestra. Zoomata verso il cielo terso, dove compare la scritta “The Beginning”.

Tutto vero. Roba che va tranquillamente a competere con il tasso di ideologia dei film di Leni Riefenstahl. Roba, insomma, da fare impazzire di gioia un Bush qualunque. Reagan no. A lui piacevano i western.

Ho comprato l'agenda per ricordarmi di dare da mangiare al mio Tamaboy

Dio, che tristezza d’uomo. Che sono. Talvolta. Lavoro e basta. E guadagno poco. No, perché almeno perpetrare la tradizionale propensione al lavoro e al conseguente accumulo di ricchezze del Nordest, che peraltro è un po’ più a ovest da dove provengo, anche se è un posto che sta più a ovest rispetto a dove stava, per dire, Stakanov. E invece no. Mi ammazzo di lavoro praticamente gratis. Mi darò al calvinismo per un posto letto in tripla in paradiso.

Comunque è vero, ho comprato un’agenda. E ci segno le cose che devo fare. Tipo i turni del lavoro. O tipo dare da mangiare al mio Tamaboy. Ma cristo, non muore mai? No, è che sono io che ho un cuoredimamma. Anche se l’ho chiamato “Cojone”.

Recentemente lei mi ha detto: “No, non dirmi adesso quando c’è quella o quell’altra cosa, piuttosto scrivilo sul blog, così mi ricordo.” Detto, fatto.
Domani inizia il Future Film Festival, quindi sarò vita natural durante là in mezzo. I report qua.
Ma domani sera presento per la seconda volta Mi ricordo di Matteo B. Bianchi allo Zo Caffè. Il libro è speciale, davvero.
Invece sabato sarò tutto il giorno qua. Prima o poi devo preparare la mia relazione per quell’incontro. Segnare sull’agenda.
Sotto “dare da mangiare al mio Tamaboy”.

P.S. Ehi, mica mi lamento, non fraintendetemi. Cojone ride che è un piacere. Sono soddisfazioni.

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