Archivi mensili: Ottobre 2011

L’ennui della Canalis

Supponiamo, care lettrici e cari lettori, che George Clooney sia omosessuale. Supponiamo, quindi, che la storia con Elisabetta Canalis fosse una copertura ritenuta necessaria (mah) per preservare l’immagine mascolina di Clooney e che la fine della suddetta storia supporti la maschialità dell’attore, che deve per forza cambiare una donna ogni tot.

Supponiamo che Clooney abbia un sacco di soldi e che quindi abbia ricompensato la Canalis con vitto e alloggio fino a che sono stati “insieme”. E, probabilmente, con dei soldi per le piccole spese. Tipo buste con dentro contante a sufficienza per comprarsi un’isola greca. Anche due, mi sa, coi tempi che corrono. E supponiamo anche che la Canalis non se li sia sputtanati proprio tutti, questi soldi, che si sia accontentata di una sola isola, e/o che Clooney continui a darle qualche centone ogni tanto. Un vitalizio.

Che fa quindi la Canalis, senza avere pensieri economici e priva del pesante fardello, costituito da presenzialismi, tappeti rossi e cene di gala, che grava ora sulla nuova compagna di Clooney? Elisabetta Canalis si annoia a morte. Gioca alla Wii, va a fare footing, fa i pigiama party con le sue amiche, va al cinema (ma si scoccia).

Il problema è che non la guarda nessuno: prima era sempre sotto le luci della ribalta. “Ma anche quando ho smesso di fare la velina, mica le cose andavano male…”, pensa lei. Insomma, sta sinceramente per deprimersi, ma arriva una telefonata mentre sistema i suoi armadi delle mutande. La sua agente le offre di partecipare alla versione USA di “Ballando sotto le stelle”.

Lei non perde l’occasione e, già che c’è, mostra-e-non-mostra le tette, anche in un’altra trasmissione.

Viene eliminata dallo show, è vero, la sua agente le lascia un messaggio criptico (“U R hopeless”), e su quelle due misteriose lettere lei pensa di potere imbastire una storia alla Lost; è proprio nel mezzo della scrittura dei titoli di testa dell’episodio pilota quando un servizio alla televisione la menziona per cinque secondi. Nonostante il titolo odiosamente fazioso del servizio (“Quante se n’è fatte George!”), si rende conto che, in fondo, la gente è tornata a guardarla.

È bastato passare qualche serata a ballare male seminuda in tv. “Un ritorno alle origini…”, pensa lei. La Canalis ha quindi un’idea geniale: fare intravedere le tette, sempre e comunque. FIschietta, ricordando il detto popolare “Capello che vince non si cambia”, e prepara il suo piano, mentre disdice con un sms l’appuntamento con la parrucchiera.

La mattina successiva va dal benzinaio come ci andreste tutte, mie care lettrici, indossando solo una canottierina e i pantaloni della tuta. Scende dalla macchina, dice “Rifornimento, KITT!”, non accade niente. Allora comprende appieno l’espressione “self service”, e l’accetta, nonostante le faccia tanto villaggio vacanze di quarta categoria.

Osservate le foto: il perenne sguardo smarrito di fronte ai temibili marchingegni della stazione di servizio è dovuto all’effettiva difficoltà che la Canalis prova nell’azionamento degli stessi. L’espressione circospetta, invece, non deriva dall’ipotesi che stia rubando del carburante, bensì dall’idea che si possa manifestare da un momento all’altro David Hasselhoff, peraltro eventuale ottimo compagno di bevute da carriera-in-declino. In ogni caso, sebbene Michael Knight non si palesi, la missione è compiuta.

Il giorno dopo decide di aumentare la posta ed entra in un piccolo emporio per comprare un pacchetto di gomme da masticare, non prima di avere cambiato i pantaloni della tuta per degli shorts inguinali. Sfortunatamente quel giorno la macchina fotografica del paparazzo (Gavino Canalis, un puro caso di omonimia: LA è grande, eh) ha le batterie scariche e l’unico a vedere la Canalis in tali vesti è il proprietario del negozio, a quell’ora deserto, Desmond Callego.

L’ottantaquattrenne viene trovato morto d’infarto qualche ora dopo dalla nipote, che dichiarerà alla polizia: “Prima d’oggi non avevo mai visto il nonno così felice. Per non parlare del sorriso che ha sul volto.”

Il fallimento dell'”Operazione Cingomma” non fa demordere la nostra, che decide di buttarsi su Twitter, nonostante l’increscioso incidente di qualche mese prima. Accede all’account, cancella i mille messaggi di Jennifer Aniston (che la minacciano in seicentoquindici modi diversi: ogni tanto la Aniston si ripete) e il messaggio di Iggy Pop (“I’ll kill U”, e quella U le fa pensare a un complotto sulla sua agente) e si butta come una pazza a commentare, disquisire, raccontare di sé.

Tuttavia non è soddisfatta: sente che c’è un anello mancante. “Mica quello stronzo di George l’avrà voluto indietro?” Ma la Canalis soprattutto si chiede: come fare intravedere le tette anche su Twitter?

Scopre quindi che quella finestrella sul suo cellulare non è una presa d’aria, ma l’obiettivo di una macchina fotografica incorporata nel cellulare stesso: ragazzi, l’America. E si ricorda anche che è possibile mettere su Twitter le proprio fotografie, anzi, l’ha già fatto!

Come dimenticare le foto del Piccione Aldo, o quelle di lei-in-macchina-con-un’-amica? Licenzia Gavino con professionalità e cortesia,  urlandogli dietro “Tu cugino mio più non sei”, poi, presa dal rimorso, chiama papà in Italia per mostrarsi pentita dello screzio familiare. Lo squillo del telefono di casa Canalis sveglia tutti alle cinque del mattino, allarmando anche il cane: il fuso orario non è un concetto così semplice da incorporare. Passa una notte infame, ma il giorno dopo decide di andare in spiaggia, per iniziare una nuova vita sotto i riflettori del suo cellulare.

Per ora la Canalis è felice, ma poi, che succederà? Datele da fare, perché la noia è una brutta cosa.

Metropolitane superficiali

Sul Corriere della Sera on line, c’è una notizia intitolata “La rivincita delle ragazze”: si parla di un sito americano (SubwayCrush), dove gli utenti postano foto di ragazzi belli e aitanti (almeno, la maggior parte di loro) “rubate” in metropolitana. Quale sarebbe la rivincita?

Che le ragazze, per una volta, fanno “le voyeuse”, giudicando gli scatti che loro stesse pubblicano. L’unica regola? “Niente foto di ragazze”. E ti credo: i nickname della maggior parte degli utenti (ben visibili in ogni post) sono maschili. Di questo, però, l’articolista del Corriere non si è accorta, continuando a declinare tutto l’articolo “al femminile”: e allora le dedico l’immortale brano degli Elio e le storie tese.

L’antipastino

Entri in un ristorante: è presto perché quella sia considerata ora di cena nel fine settimana della metropoli. Ti accoglie un cameriere che accompagna te e lei a un tavolo. Non fai in tempo a sederti che lo stesso cameriere, sulla quarantina, con una certa rassomiglianza con Massimiliano Bruno, ti offre di portarti “un antipastino”. E, nel descriverlo riempie di prelibatezze con movimenti della dita un piatto immaginario tenuto con la mano sinistra. Dice “Un po’ di formaggio, salu…” e tu lo interrompi, ringraziandolo, per chiedere il menù. Lui si ferma e ti guarda offeso. “Gliel’avrei portato, eh”, replica, prendendo due liste in mano.

Scopri che l’antipastino è per minimo due persone, e costa 15 euro al piatto.

L’antipastino.

Da quando il cameriere prende l’ordinazione (due pizze, una birra media e una bottiglia d’acqua) a quando queste giungono al tuo tavolo, sono arrivate altre persone.
“Intanto vi porto qualcosa, un antipastino?”
Non è neanche bello a vedersi, ma, nel giro di quindici minuti l’antipastino è su ogni tavola del ristorante.

Di |2024-05-13T20:26:13+02:0011 Ottobre 2011|Categorie: I've Just Seen A Face, Savoy Truffle|Tag: , , , , , |3 Commenti

Denti bianchissimi


Forse avrete notato in molte città italiane alcuni manifesti in cui si pubblicizzano cure odontoiatriche in Romania. Queste affissioni, piuttosto grezze esteticamente, parlano di pacchetti che comprendono tutto, dal viaggio di andata e ritorno, all’alloggio, all’intervento dentistico vero e proprio.

Ora, non so quale sia la qualità dei dentisti romeni, ma per esperienza indiretta so che in Slovenia ci sono ottimi medici che danno prestazioni di ottima qualità a costi che sono circa la metà di quelli medi dei tariffari italiani. Insomma, è il mercato, no?
Bene.

L’ANDI (una delle associazioni di categoria dei medici dentisti) è recentemente insorta: nulla di strano né di male, ogni categoria difende i propri interessi, i prezzi che applica, e quindi lo status quo dei suoi iscritti, no? Il problema è che questa protesta ha preso la forma di manifesti come quello che vedete quassù (cliccatelo per ingrandirlo: ne ho trovato uno relativo alla Regione Marche, ma è lo stesso). “Vu curà”, un “calco” da “vu cumprà”, l’orrendo nomignolo con cui negli anni ’80 e ’90 si chiamavano i venditori ambulanti, per lo più africani, che iniziavano a vedersi nelle vie e spiagge italiane.

Ecco l’ennesimo segno del razzismo che prende sempre più piede in Italia: un tempo questo era il linguaggio deprecabile di una parte politica ben precisa, ora è diventato patrimonio comune. Oppure tutti i dentisti dell’ANDI sono tendenzialmente razzisti? Non credo proprio: anzi, se così fosse sarebbe meno preoccupante. Invece si tratta di una diffusione lenta e vischiosa, a macchia d’olio.

La goccia la vidi personalmente a Milano una decina di anni fa, quando i miei cugini (meridionali) che vivevano nel capoluogo lombardo per motivi di studio, portarono a casa un volantino simile a questo. Le avete lette le scritte sotto i disegnini? Il meccanismo “linguistico” è lo stesso, solo che adesso è diventato “patrimonio comune”. E per ora (per quanto ne so) nessuno ha detto niente, fomentando ancora una volta quel pericolosissimo silenzio-assenso che è stato alla base, anzi, la base di innumerevoli drammi nella storia del Paese (dalle mafie al fascismo) e non solo.

Scioperati

Dicevo, giusto un mese fa, che per dimostrare che la situazione in Italia è ormai davvero insostenibile, ci vorrebbe uno sciopero serio, che blocchi il Paese. Lunedì le USB hanno proclamato uno sciopero nazionale dei mezzi di trasporto: ciononostante quella mattina mi sono recato fiducioso alla fermata dell’autobus per andare al lavoro-della-mattina, pensando che i disagi sarebbero stati limitati. Ho aspettato un’ora prima che arrivasse un mezzo. Di certo non una cosa piacevole, ma se è necessario, appunto, che sia così. “Certo”, mi sono detto, “e quando mai le rappresentanze di base hanno avuto così adesioni a uno sciopero?”.

Ma poi mi sono reso conto di una cosa: che ieri, qui a Bologna, c’era la festa patronale. E che quindi le alte percentuali di scioperanti in città erano probabilmente dovute alla possibilità di fare un ponte, più che alla reale volontà di protesta.

E allora che questo Paese (e la maiuscola la metto solo per motivi ortografici) così egoista, gretto, ombelicale vada in malora. La colpa non è del Governo, no, ma di chi in Italia vive e lavora.

Di |2024-05-13T20:33:16+02:005 Ottobre 2011|Categorie: Taxman|Tag: , , , , , , |0 Commenti

L’undicesima stagione

Era l’ottobre del 2001 quando andava in onda la prima puntata di Seconda Visione: volevamo portare in radio un nuovo modo di parlare di cinema, con competenza sì, ma senza prenderci sul serio. In questi anni si sono avvicendati ai microfoni della trasmissione sei conduttori (che sono poi gli autori del blog), ma mi fa un certo effetto pensare che io sono quello che è rimasto, dalla prima puntata della prima stagione alla prima dell’undicesima, che va in onda questa sera alle 2230.
Sono là da tutto questo tempo, accidenti.
Poi uno dice che in Italia vige la gerontocrazia…

Comunque: qui sotto lo spot, che vi farà capire che occuparsi di cinema non è poi sempre tutto rosa e fiori. A questa sera!

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