Italiano comm’attè

Torno dal lavoro, musica nelle orecchie, passo spedito.
A poche centinaia di metri da casa, mi si para davanti un uomo rotondo, dalla faccia un po’ gonfia.
Non faccio in tempo a togliermi un auricolare che quello ha già iniziato a parlarmi: anzi, mi sta rassicurando. Non mi farà del male, vuole solo il mio ascolto, mi continua a dire di non essere sospettoso.
Ma questa excusatio non petita mi sta innervosendo. E lui se n’è accorto.
“Solo una parola”, mi dice. E lo ripete.
Io faccio per dire qualcosa, ma lui continua.
“Non ti preoccupare: sono italiano comm’attè” è il sigillo della sua garanzia e il motivo che mi fa dire all’uomo una cosa apparentemente ingenua, ovvia e banale, ma che lo ammutolisce come se avessi estratto un coltello dalla giacca: “Perché?”, gli chiedo. “Che fanno di male gli stranieri?”. E mi allontano, salutandolo.
Rimetto l’auricolare mentre mi volto nuovamente a guardarlo: lui, distante qualche metro, mi fissa muto, con lo sguardo sbalordito velato da un’ombra di preoccupazione, tanto che mi verrebbe da rassicurarlo e dirgli che sono solo uno straniero che parla bene la sua lingua.

Di |2012-04-17T09:00:27+02:0017 Aprile 2012|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |0 Commenti

Denti bianchissimi


Forse avrete notato in molte città italiane alcuni manifesti in cui si pubblicizzano cure odontoiatriche in Romania. Queste affissioni, piuttosto grezze esteticamente, parlano di pacchetti che comprendono tutto, dal viaggio di andata e ritorno, all’alloggio, all’intervento dentistico vero e proprio.
Ora, non so quale sia la qualità dei dentisti romeni, ma per esperienza indiretta so che in Slovenia ci sono ottimi medici che danno prestazioni di ottima qualità a costi che sono circa la metà di quelli medi dei tariffari italiani. Insomma, è il mercato, no?
Bene.
L’ANDI (una delle associazioni di categoria dei medici dentisti) è recentemente insorta: nulla di strano né di male, ogni categoria difende i propri interessi, i prezzi che applica, e quindi lo status quo dei suoi iscritti, no? Il problema è che questa protesta ha preso la forma di manifesti come quello che vedete quassù (cliccatelo per ingrandirlo: ne ho trovato uno relativo alla Regione Marche, ma è lo stesso). “Vu curà”, un “calco” da “vu cumprà”, l’orrendo nomignolo con cui negli anni ’80 e ’90 si chiamavano i venditori ambulanti, per lo più africani, che iniziavano a vedersi nelle vie e spiagge italiane.
Ecco l’ennesimo segno del razzismo che prende sempre più piede in Italia: un tempo questo era il linguaggio deprecabile di una parte politica ben precisa, ora è diventato patrimonio comune. Oppure tutti i dentisti dell’ANDI sono tendenzialmente razzisti? Non credo proprio: anzi, se così fosse sarebbe meno preoccupante. Invece si tratta di una diffusione lenta e vischiosa, a macchia d’olio. La goccia la vidi personalmente a Milano una decina di anni fa, quando i miei cugini (meridionali) che vivevano nel capoluogo lombardo per motivi di studio, portarono a casa un volantino simile a questo. Le avete lette le scritte sotto i disegnini? Il meccanismo “linguistico” è lo stesso, solo che adesso è diventato “patrimonio comune”. E per ora (per quanto ne so) nessuno ha detto niente, fomentando ancora una volta quel pericolosissimo silenzio-assenso che è stato alla base, anzi, la base di innumerevoli drammi nella storia del Paese (dalle mafie al fascismo) e non solo.

Mani in pasta

Sarà paranoia o estrema attenzione, quella che mi fa notare certe piccole cose? Ho trovato nella buca delle lettere il volantino qui a fianco: il mercato delle pizze a domicilio è tremendo, la concorrenza è atroce, e ognuno cerca di conquistare o mantenere una posizione come può. Con offerte, magari. O consegnando il cibo fino a tarda ora. O dicendo che ha il forno a legna.

Però questa cosa dei pizzaioli italiani non l’avevo mai vista. E non ha, per me, un buon sapore. È davvero impensabile permettere a pakistani, cingalesi, magrebini di mettere le mani sul cibo italico per eccellenza? Sono sempre più deluso, quasi da tutto e tutti.

Ma come “bonus track”, ecco il racconto (curiosamente a tema) della mia amica Luisa Catanese: lo trovate su Carmilla On Line.

Di |2010-09-24T08:23:00+02:0024 Settembre 2010|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , |3 Commenti

Cronaca Vera alla televisione

Venerdì scorso, 9 settembre. Anzi, il 10, perché era mezzanotte e mezza. La televisione è accesa su RaiUno: c’è un servizio su un uomo che abita a Padova, in una zona malfamata vicino alla stazione. Dice di non essere razzista, e forse non lo è veramente: è solo esasperato dalla delinquenza in strada. Nella noia del venerdì sera non si cambia canale. La trasmissione prosegue, con una voce fuori campo che pare adotti dei temi da Mondo Movie, che ben si adattano al secondo servizio.
Da Padova ci si trasferisce in provincia di Benevento: “I battenti” parla della processione che si svolge ogni sette anni a Guardia Sanframondi, in cui un migliaio di incappucciati si battono il petto con degli spilli, bagnandolo col vino. La suadente voce femminile racconta il rito come Jacopetti parlava di popoli lontani. Abbondanza di primi piani sul petto dei battenti. Ho un ricordo: il tema (e il tono) è lo stesso di un articolo di “Cronaca Vera” di metà agosto. La gente sviene, canta, va in crisi mistica. La voce rimane suadente e morbosetta. All’uscita dei battenti parte una musica tribale.
Terzo servizio: veneti poveri che non possono fare le vacanze. Lo giuro. A questo punto sono completamente rapito. Vengono intervistati (in “Spirito del nord-est”) sempre con tono “esotico”, anziani che prendono il sole in un parcheggio, vigorosi padani che si bagnano nel Po e se la prendono con i meridionali, ciccione di Chioggia che non sono mai andate in altro luogo se non su quelle spiagge e anche delle persone che, oh!, vanno al mare in giornata con la corriera.
La trasmissione prosegue, e la mia incredulità aumenta quando, con tono davvero da “Cannibal Movie”, la voce femminile ci porta, pensate, in Sardegna dove, orrore!, c’è gente che mangia il formaggio coi vermi. Il titolo è “Il verme nel formaggio”, e la colonna sonora è ricolma di suoni gutturali. Ehi, ma la gente lo mangia davvero, il casu marzu, ed è un prodotto clandestino! “Il Guinness dei primati lo considera il prodotto alimentare più pericoloso al mondo”, dice la speaker con tono ammiccante. Verso la fine del servizio, un uomo di 104 anni parla con una di 108… in sardo, definito “incomprensibile dialetto arcaico”. Accidenti. E vivono in un paese con meno di venti persone! E mangiano le pecore “sacrificate ai loro appetiti insaziabili” (roba che neanche Joe D’Amato…).
Ma non è finita: in “Fatece largo” scopriamo che ci sono dei tifosi romanisti che se ne stanno una settimana a Brunico, a vedere la Roma in ritiro, con tanto di fumogeni giallorossi, porchetta, salsicce e l’elezione di Miss Roma a Brunico. “L’unica alternativa alla famiglia e al lavoro è la Roma”, dice qualcuno. E qualcun altro paragona la retrocessione della squadra alla morte di un caro. Per quasi tutti “questa è l’unica settimana di vacanza”. Il tutto sotto gli occhi dei biondissimi, compostissimi e altissimi indigeni. Colonna sonora “Mamma li italiani, mancu li cani”.
Il servizio seguente è su una piattaforma petrolifera: “Uomini in alto mare” è piuttosto sobrio, come contenuti, ma è la prova dello sputtanamento degli Arcade Fire, che vengono usati (nelle parti più corali) come commento musicale.
“Arsenico e vecchi bidoni” scopre il passato oscuro del lago di Vico, nei pressi del quale c’era uno stabilimento per la produzione di armi chimiche. Chi avrà ragione? Legambiente, che dice che l’arsenico nelle acque del lago è sei volte superiore alla norma, o i militari, che dicono “tutto bene”?
Il penultimo servizio è su Castel Volturno, e si intitola “L’Africa in casa”. Ecco, “Cronaca Vera” non avrebbe mai usato un titolo come questo per “quella che è stata definita la Gaza d’Italia”. Grazie al servizio scopriamo che gli africani “hanno paura dell’acqua”: ecco perché non fanno il bagno! Ma, alla fine, il calcio unisce, eh.
Il penultimo servizio, “Estate regale”, che ci porta a Cavallo, isoletta tra Sardegna e Corsica, dove trascorre le vacanze il principe Vittorio Emanuele. Come farne senza?
Dulcis in fundo, la “bonus track” è un fuori onda di una delle ultime interviste a Francesco Cossiga, definito (giuro) “L’italiano più presidente di chiunque”.

Non ci credete? Questa è la scaletta dell’ultima puntata di “E la chiamano estate”: la trovate qua.

Lei e gli altri

Non fatevi ingannare: l’ultimo splendido romanzo di Olivier Adam, Al riparo di nulla, non parla di immigrazione clandestina, ma di una donna. Marie, una casalinga intorno alla quarantina, che abita dalle parti di Calais, ha due figli, un marito e nessun lavoro. Una donna che molla tutto e tutti e si dedica anima e corpo ai derelitti che, perseguitati dal fato e dalla polizia, si accampano sulle coste francesi della Manica per tentare di raggiungere l’Inghilterra. Una figura quasi sacrificale, che ha perso tragicamente una sorella, che abbandona la famiglia ma non riesce a trattenere le lacrime quando vede i suoi bambini, e non nasconde le sue preferenze per uno dei due figli.
Adam racconta spudoratamente attraverso gli occhi e i sensi della donna, e, come al solito, è attraverso le sensazioni delle piccole cose che lo scrittore francese ci incolla alle sue parole e alla vita di Marie, non uscendo mai dal suo punto di vista. Questo è uno dei tratti più notevoli del romanzo: non tanto l’uso della prima persona, ma il profondo calarsi, senza artifici retorici o narrativi, nella mente della donna, presa da un fervore quasi mistico, in apparenza, ma splendidamente contrastato dai puntuali (e non verbosi) resoconti di quello che vede, tocca, sente e ricorda. Sembra di stare con lei sulla spiaggia di Calais, leggendo ci si sporca di sabbia e fango, e si sente la puzza dei migranti. Migranti che, in larga parte, non sono gentili e buoni, ma schivi e rabbiosi come bestie in fuga. Ma solo a tratti, chiudendo il libro per eccesso di emozioni, ci rende conto che anche noi democratici e progressisti lettori, vedremmo l’afflato di Marie come una pericolosa discesa verso la follia: cosa che non accade finché restiamo appiccicati alle pagine, finché non siamo Marie. Ma sorge un altro dubbio: Marie vuole veramente aiutare qualcuno o vuole semplicemente dare un significato qualsiasi alla propria vita, vuole agiredi nuovo, vuole essere di nuovo la madre che nutre e protegge? Non è esagerata, quasi consumistica nel suo dare, nel comprare ai figli regali che non si può permettere, come per prepararli all’abbandono e a dare loro dei sostituti del suo amore, della sua presenza? Marie non è forse la coscienza sporca dei ricchi (lei, che è senza lavoro e con il conto in banca in rosso, ma tutto è relativo) quando fanno beneficenza e aiutano i-negretti-dell’Africa per colmare distanze e sensi di colpa?
Adam non dà risposte, lanciando una pietra rumorosa e pesante nel nostro immoto, apparentemente cristallino stagno occidentale, nel quale crediamo di sguazzare liberi. Bella forza. Quello non è il mare profondo, pericoloso, agitato, che viene attraversato (spesso senza successo) da iracheni, afghani, curdi, senegalesi, nigeriani, iraniani. Viviamo in una piscina di acqua marcia e immobile senza sentirne il fetore, in una pozza che luccica, che però, e questa è la nota agghiacciante, è da secoli un miraggio per gli altri, chiunque essi siano.

Uno di loro è andato a lavarsi. Gli altri sono rimasti immobili e silenziosi intorno al tavolo. Si mangiavano le unghie oppure si grattavano la testa sotto il lampadario di vetro. Certi tossivano, ma non si capiva bene se per un raffreddore o per l’imbarazzo di starsene lì ad aspettare di essere sfamati. Oppure era la polvere che ricopriva ogni cosa, il grande divano di velluto verde, i tappeti di pelle di vacca, la batteria di pentole di rame, i mazzi di fiori secchi, i centrini. Sul tavolo c’era una bottiglia di syrah appena iniziata. Ho riempito qualche bicchiere, ma nessuno ne ha voluto. Sulle prime ho pensato che non osassero, che fossero troppo timidi. Ma non era questo. Semplicemente, essendo musulmani, non bevevano alcool e non mangiavano carne di maiale. Ovvio. (Olivier Adam, Al riparo da nulla, Bompiani, Milano, 2009, p. 92. Traduzione di Maurizia Balmelli.)

Decontextualising is not a crime: parole sparse di un fine settimana natalizio a nordest

22.12.06
“Questo pelinkovec ha un gusto internazionale.”

23.12.06
“In fondo fare i dj adesso non è così difficile: non devi mica usare i dischi. È un po’ la stessa differenza che c’è tra la fotografia analogica e quella digitale.”

24.12.06
“Basta, il prossimo anno non festeggio più il Natale, non mangio, niente.”

25.12.06
“Io le ragazze slovene le brucerei. Entrano nel mio negozio e non salutano e parlano tra loro in sloveno.”

26.12.06
“D’un tratto, come si dice, tra il rusco e il brusco.

Di |2006-12-27T17:11:00+01:0027 Dicembre 2006|Categorie: I Me Mine, I've Just Seen A Face, There's A Place|Tag: , , |6 Commenti

Pringles gusto negro e tortellino

L’autobus numero tredici, direzione est-ovest, intorno a mezzogiorno, è pieno. Lo so e mi rassegno. Come sempre. Tanto ho da ascoltare The Shape of Jazz to Come, sperando di capirci qualcosa. In piazza Malpighi, però, l’autobus magicamente si svuota, in coincidenza con un piano nelle cuffie. Allora mi siedo, sperando di leggere qualcosa. Dopo due fermate, però, in coincidenza con un crescendo e toni alti di sax, entra una scolaresca intera: una ventina di bambini intorno ai dieci anni. Che fa quello che fa una scolaresca: casino, anche se in maniera moderata. L’autobus si riempie all’inverosimile, secondo uno schema che ha come base scientifica la legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi. Stiamo tutti fermi, a parte Gillespie e i suoi, si sa, ma quelli li sento io. Sento anche un odore strano. I bambini non sanno di strada, ma di Pringles, tutti. Ma non vedo patatine in giro: l’odore sale dalla pelle, e si mischia a quello del tredici pieno, direzione est-ovest, poco dopo il mezzogiorno di un giorno feriale d’inverno.
Poi l’autobus si ferma, il disco nelle orecchie no. Qualcuno parla da fuori, la voce proviene dalla porta posteriore, aperta. La voce ha un accento bolognese: è l’autista, aspro e incazzato.
“Dovete andare avanti.”
Nessuno si muove: se lo facesse potrebbe essere tranquillamente accusato di molestie, pedofilia e violazione delle leggi della fisica, in un colpo solo.
“Lei”, dice l’autista.
E gli altri, dietro, tirano un sospiro di sollievo. C’è uno scuro, sull’autobus. È lui. Tutto.
“Parla italiano? Deve andare avanti!”
Ma nessuno, compreso lo scuro, si muove. Nessuno può muoversi. Ma tutti sono tranquilli, perché quello che si deve muovere è lui.
“Insomma, parla italiano? Lei deve andare avanti”, dice l’autista, marcando il “deve”. Lo so, alla prossima frase inizierà ad usare gli infiniti, come nei film di una volta. Si sa che l’italiano coniugato all’infinito è una specie di lingua universale, un esperanto che funziona.
Poi lo scuro parla: “Sì, capisco, ma non posso andare avanti.” E, nel dirlo, tenta di muoversi. Ma non può.
Nessuno si muove, a parte il tempo. Per evitare ritardi, lamentele, note di demerito o chissà che, l’autista torna al suo posto.
Alle dodici e ventitré l’autobus arriva alla fermata Berretta Rossa, e dovrei scendere, ma non posso farlo, se non dalla porta posteriore. Nonostante le mie richieste, la porta dietro non si apre, e io non scendo. Allora affronto il codice penale e le leggi naturali e attraverso tutto l’autobus, ma non sento quello che la gente mi dice, perché, stavolta è più forte la forma del jazz che ha da venire nelle mie orecchie, e penso che sia quella che mi fa andare avanti.
Passa l’odore di Pringles, supero anche lo scuro, che ha ancora lo sguardo spaventato dall’interrogativo alla fine dell’accusa “parla italiano”.

Dopo due mie parole l’autista mi chiede se io voglia insegnargli il suo mestiere. Noto che ha gli occhi azzurri e la faccia buona. Scendo.

Ok, il prezzo è giusto

Mi arriva via mail una strana lettera: sembra spam, ma visto che non mi parla di peni e sedicenni vogliose, la apro. Il mittente è una società di consulenza. Le prime righe della mail riassumono il contenuto della newsletter allegata, e sono quasi da proclama: “Difesa preventiva dalla contraffazione cinese”, “Le ragioni dell’Asia e tredici ragioni perché NON investire in Cina” (sic).
Apro il pdf della newsletter, incuriosito.
Si parla, effettivamente, di alcune leggi economiche che sono vigenti in Cina che, si dice, possono danneggiare i nostri imprenditori che vogliano fare affari in quel paese. Ma si tratta di una materia che non conosco, quindi vado avanti fino alle “tredici ragioni”. Si dice che la Cina non è ricca come si crede, e per dimostrarlo, sentite qua:

È altrettanto falso il mito dei venti milioni di cinesi milionari. Dal world wealth report (…) risulta che tutta la Cina conta appena 236.000 milionari in dollari. Se poi andiamo ad analizzare chi sono le persone più facoltose in Cina, troviamo in cima alla classifica (…) soprattutto allevatori di maiali e aziende alimentari. Mancano infatti grandi industrie, blue chips, assicurazioni o banche, che nel nostro sistema economico sono il fondamento dell’economia.

Ma questo è un problema minore. La cosa fondamentale è che i cinesi sono un pericolo per come sono fatti.

La cultura pragmatica cinese si basa sull’inganno come mezzo per ottenere i propri fini, e chiunque tratti con i cinesi credendo e agendo secondo i valori dell’onestà, dell’integrità e della giustizia e un aproccio (sic) da win-win strategy non potrà mai uscire vincitore.

Un miliardo e passa di mariuoli. Mica roba da ridere. Ma anche questo è un problema minore: figuriamoci se, nel mondo dell’imprenditoria, uno non si aspetta rubacchiamenti.
Il problema sono i soldi. Ecco il punto: investire in Cina, ormai, costa troppo: un operaio non specializzato di Shanghai costa all’imprenditore straniero ben 268 euro al mese; un ingegnere ben 391, un quadro addirittura 397 euro al mese. Follie. Anche gli immobili non sono messi bene: pensate che un ufficio a Shanghai costa 26 euro al metro quadro al mese. Cioè, diciamo, un ufficio di duecento metri quadri, un’enormità, costa 520 euro al mese.

Che fare, allora, come direbbe qualcuno?

Facile: basta investire in altri paesi, dove, guarda caso, la Dunia ha i suoi uffici. Ma non per questo motivo, ma perché conviene.
A Jakarta, in Indonesia, la manodopera non specializzata, ci informa la solerte newsletter, costa 50 euro al mese. Un ingegnere 167, un quadro, mortacci sua, vuole addirittura 565 euro al mese. E un ufficio, come quello di Shanghai, costa 340 euro al mese.
Ma, signori miei, se volete spendere un po’ di più, ecco a voi la Thailandia: a Bangkok la manodopera non specializzata costa 161 euro al mese, l’ingegnere ne pretende 408, il quadro (esoso!) 664. Ma gli uffici, e qui sta il vantaggio, costano solo 12 euro per metro quadro al mese.

Trovate tutto qua: poi ne parliamo.

Di |2005-10-05T19:39:00+02:005 Ottobre 2005|Categorie: Please Mr Postman, Taxman|Tag: , , , , , |6 Commenti

Miopia

Vado a fare una visita oculistica. Il dottore, greco, è molto cordiale. Fa una rapida anamnesi, poi mi chiede che cosa faccio nella vita. Quando viene a sapere che lavoro in radio, dice una battuta semiseria sui giornalisti, qualcosa come “sono tutti al soldo di qualcuno”. Io, di contro, esalto le magnifiche sorti e progressive dell’informazione indipendente e continuiamo a chiacchierare, tra un esame e l’altro.
“Francesco, lei è mai stato in Grecia?”
“No”, rispondo io. E mi fermo un secondo prima di aggiungere una frase fuori luogo come “però sono stato a Istanbul”.
Il dottore mi sta simpatico, esprime pensieri contro la guerra in Iraq e l’occupazione americana, dimostra un senso europeista, insomma, ci chiacchiero volentieri.
Il discorso sulla guerra in Iraq continua in uno stanzino buio. Mi fa appoggiare il mento su un affare di plastica e mi guarda letteralmente negli occhi.
“Che poi, diciamolo, non sono veramente gli americani quelli che comandano, ma, non voglio fare discorsi di razza, eh, ma insomma, sono quelli… Un popolo di strozzini.”
Deglutisco e sento qualcosa che mi sale da dentro.
“Apra bene l’occhio, Francesco”, dice il dottore. E accende una lucina.

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