Come Facebook uccise i blog (e altre forme di vita) – 3
(Continua dal post precedente)
4. Facebook ha stravolto il concetto di “privato”
Il discorso non riguarda solo la privacy dei dati degli utenti, che Facebook, si sa, affronta in maniera del tutto sbarazzina, ma il senso di “privato”, stravolto dalle disposizioni di base che vengono associate al nostro profilo quando ci iscriviamo, ma anche dei meccanismi “sociali” ormai condivisi. Facebook nasce per farsi i cavoli degli altri e per mettere in piazza i propri: questo è un dato. Ma, ripeto, non si tratta solo del fatto che se io sono iscritto a Facebook e mi fotografano alle spalle di Giovanna, ecco che la mia foto col mio nome compare nell’album di Giovanna senza che io possa, in prima battuta, impedirlo. Qui parlo del fatto che le bacheche degli utenti, cioè i luoghi in cui compaiono le cose che l’utente scrive, ma anche gli oggetti inseriti da altri in cui è “inserito” il nome dell’utente stesso, sono ormai usate come mezzi per comunicare cose private, sebbene siano visibili da tutti gli amici dell’utente in questione. Per cui non è difficile imbattersi in scambi di commenti pubblici che riguardano appuntamenti tra due persone in un dato luogo, sollecitazioni a studiare, lavorare, eccetera, proposte di cene, cinema o aperitivi, fino a (visto con i miei occhi) inviti a rispondere al telefono: davvero, ho visto uno scambio di messaggi tra l’utente A e l’utente B, sulla bacheca dell’utente A, in cui B scriveva “A, rispondi al cellulare, ti sto chiamando”.
Di nuovo: è la natura tecnica del mezzo che obbliga gli utenti a questo tipo di scambi? No, perché, come in tutti i social network, anche in Facebook esistono i messaggi privati, che però spessissimo non vengono usati per comunicare cose come quelle sopra riportate. Il risultato è l’ulteriore aumento del “rumore” di cui abbiamo parlato prima.
Conclusioni
Queste osservazioni non hanno pretesa di essere esaustive, ma erano per me necessarie. Facebook, come ogni strumento di comunicazione, non è il male, ma secondo me tende a essere utilizzato male. La sua diffusione, le sue caratteristiche tecniche, i suoi modi d’uso portano inevitabilmente a una scarsa propensione all’approfondimento e alla riflessione: nonostante questo, i modi minimi di partecipazione che sta imponendo sono gratificanti per l’utente che, pur non dando davvero un’opinione articolata su un determinato evento, oggetto o altro, si sente parte della comunità, del social network, in maniera completa e soddisfacente, poiché la partecipazione minima ha la stessa valenza di altre, anzi, viene spesso preferita ad altre che, quando esistono, vengono comunque meno considerate. Alla superficialità della proposta (post) corrisponde sovente una partecipazione minima in qualità ma numericamente elevata degli utenti: per intenderci, se io su Facebook posto un video, avrò più “mi piace” di quanti commenti possa avere su una nota, indipendentemente dal contenuto del video o della nota.
Tutto questo influenza il resto della comunicazione in rete, in particolare le forme di comunicazione più articolate e complesse, quali quelle dei blog, mica dei trattati scientifici!, che subiscono un declino di lettori e commentatori, a prescindere dalla loro qualità.
Se volete vedere tutto questo come un piangermi addosso siete fuori strada, ma liberi di farlo, anzi: siete invitati a commentare questi post. Un “mi piace”, questa volta, non vi salverà.
3. Facebook ha ridotto ulteriormente l’unità minima di comunicazione
Frasi singole, citazioni, spesso solo parole o segni grafici, addirittura. Che cosa significa tutto ciò? Che cosa si vuole comunicare nella stragrande maggioranza dei casi, se non se stessi, in maniera, peraltro, criptica a tutti gli altri (e non credo che tutti gli “amici” veri o virtuali di questi utenti abbiano le idee chiare su cosa volessero dire)? Non ci sarebbe niente di male, se questa modalità ormai adottata dalla stragrande maggioranza degli utenti di Facebook non portasse a due conseguenze.
Premesse
Un forum sulle falciatrici raccoglie appassionati di giardinaggio e agricoltori; Facebook, invece, è una campionatura (enorme) del mondo: esattamente come lo è il web, ma in un altro senso, dall’interno, per così dire. Infatti, anche la condivisione del materiale presente in pagine e profili sottointende la creazione di un account su quel social network. E le innovazioni, o meglio i cambiamenti, che Zuckerberg sta apportando (di continuo, per disorientare e fare arrendere l’utente all’accettarli senza approfondire) continuano ad andare in questo senso. Ora c’è la mail di Facebook, con tanto di @facebook nell’indirizzo, che convoglia in un unica casella sms, mail, messaggi privati. Ma, a quanto ne so, non è possibile, per dire, scaricare la mail con un software di gestione come Thunderbird o Outlook o Mail, o quanto meno
In questo fine settimana ho scritto un breve articolo su un documentario di produzione svedese che parla dei movimenti di emancipazione degli afroamericani tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70: nel pezzo mi sono soffermato sull’importanza della distanza prospettica (culturale, sociale, storico, geografica, temporale) come mezzo per capire meglio determinati fenomeni.
Non so se TV Sorrisi e Canzoni sia tuttora il settimanale più venduto in Italia: se così fosse, non ne sarei stupito. Non l’ho mai comprato, ma l’ho spesso sfogliato, quand’ero piccolo, da amici o nelle sale d’attesa.