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Piccoli nessi umani

Uno dei piccoli segnali che dimostrano il fatto che io mi stia poco dedicando a me stesso ultimamente è che sono venuto a sapere della pubblicazione di Principianti di Raymond Carver un paio di mesi fa, a libro uscito. Uno dei grandi segnali di quanto mi stia trascurando a vantaggio del lavoro è che ho finito di leggere il libro soltanto oggi.Innanzitutto: Principianti è la nuova versione di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, raccolta di racconti pubblicata nel 1981 considerata “manifesto del minimalismo letterario”. In realtà si tratta della versione originale del libro: l’editor di Carver, Gordon Lish, aveva pesantemente ripassato le bozze sotto la scure dell’editing, una prima volta in maniera più lieve, una seconda volta arrivando a tagliare il 30, 50, anche 70% di ogni racconto. Einaudi propone quindi la versione del volume “come l’avrebbe voluta Carver” (le virgolette sono d’obbligo), tradotta dal solito bravissimo Riccardo Duranti, con un bel apparato di note e con alcune lettere che Carver mandò in quel periodo al suo editor.
Sapevo da tempo di questa versione, e l’apprendere che esistesse mi ha fatto sorgere alcune riflessioni, diciamo, filologiche. Facciamo un esempio apparentemente distante, ma che riguarda un altro dei miei grandi amori. A settembre usciranno i dischi dei Beatles rimasterizzati: il processo che ha portato a questa riedizione è stato seguito dai membri vivi della band, dalla moglie di Lennon e dal figlio di Harrison. Quindi, diciamo, questo controllo dovrebbe essere garanzia di genuinità, se non altro dal punto di vista della sensibilità filologica (non ho intenzione qui di parlare di sfruttamento intensivo di marchi quale Carver e i Beatles – seppure molto diversamente – sono). Così come questa edizione è tradotta dal migliore conoscitore di Carver in Italia, approvata dalla compagna dello scrittore e dai più importanti studiosi americani della sua opera.
Ma il punto è: il concetto di originalità dell’opera è davvero così slegato dall’hic et nunc in cui l’opera è stata licenziata? O è invece puramente collegato alle questioni della fattibilità tecnica e a quella dell’intentio auctoris?
Una cosa alla volta. Paul McCartney ha detto, in un vecchio numero di “Mojo”, che l’album bianco non ha mai suonato così bene. Ma, d’altro canto, i Beatles, George Martin e i tecnici di Abbey Road non erano proprio gli ultimi in quanto a inventiva e capacità di innovazione. Altro esempio: le riedizioni con aggiunte della prima trilogia di Guerre stellari. Nel presentarle, Lucas ha detto che quei mostri, quella scena, quel fondale erano da sempre nella sua mente, solo che la tecnologia allora disponibile non gli permetteva di ottenerli. D’altro canto, però, i dischi dei Beatles e i film di Lucas sono stati pubblicati (nel senso più ampio del termine) in un certo modo, e proprio in quel modo lì (carente?) sono stati amati, memorizzati, storicizzati.Ovviamente quando si parla di scrittura, la questione tecnologica decade, ma rimane – ed è più pressante – l’intenzione dell’autore. D’altro canto, sempre quando si parla di scrittura, è un nonsense immaginare lo scrittore preso dal fuoco sacro dell’arte. L’editoria è un’industria, con i suoi processi e le sue figure professionali: tra queste, l’editor.
Ora: Gordon Lish non era un fesso qualunque, così come non lo era Carver. E la riconoscenza che lo scrittore dimostra nei confronti dell’editor è evidente e giustificata. Dietro ad ogni buono scrittore c’è un buon editor, per fare una parafrasi. Lish è stato più che utile a Carver, c’è poco da fare. L’ha indirizzato, corretto, lodato: tagliando, aggiungendo, discutendo con lui ha fatto l’editor, punto. Ma è bene distnguere anche il lavoro dell’editor, che si gioca tutto nella misura e nel contesto. Paradossalmente, tagliare un romanzo del 60% è meno grave, a mio parere, che tagliare un racconto del 40. Perché il racconto è un organismo più delicato, più piccolo e fragile di un romanzo: bisogna andarci, insomma, coi piedi di piombo. Se no, tanto vale riscrivere tutto.
Torniamo alla storia: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore esce e spalanca a Carver le porte del successo. L’opera di Lish, per molti versi artificiale come ogni manufatto industriale seppur “alto”, ha funzionato, il minimalismo diventa nuovo canone (e permane come modello ancora oggi, il che ci dovrebbe fare riflettere). Qualche anno dopo esce Cattedrale, ed è un successo ancora maggiore: i critici notano che c’è maggior respiro nei racconti, e iniziano a “indagare” sulla figura di Lish. C’è anche un racconto che è ripreso pari pari dal libro precedente, ma Carver gli cambia il titolo e gli dà aria: per Cattedrale Carver agisce praticamente da solo.
Attenzione, però: Lish, su Di cosa parliamo fa due editing. Il primo, più leggero, è accettato da Carver. Il secondo, quello con le grosse cifre percentuali citate sopra, getta Carver in uno sconforto disumano, ben testimoniato dalle lettere in appendice al volume. Si parla di “paranoia”, per intenderci. Ho finito oggi Principianti, e, ancora una volta, Carver mi ha stretto l’anima e commosso fino alle lacrime. Ma l’ho sentito più vicino di quando ho letto per la prima volta Di cosa parliamo. I personaggi, sebbene risolti magistralmente in poche righe, sono ancora più veri., forse perché le righe invece di essere tre sono sette. I discorsi che fanno sono più reali, forse perché inframmezzati da digressioni e cambi d’argomento, sembra che palpitino sulle pagine le parole che vengono scambiate, e pare di sentire più di prima il vento che batte incessante sulle case dove sono ambientate le storie. Ma per capire di cosa si tratta, cos’è che rende Principianti un libro da leggere e rileggere, è necessario arrivare alle ultimissime pagine. In una lettera a Lish Carver scrive, a proposito della seconda revisione della sua raccolta, poco prima che sia pubblicata:

Lo voglio quel senso di bellezza e di mistero che [i racconti] hanno ora, ma non voglio perdere di vista, perdere il contatto con i piccoli nessi umani che avevo visto nella prima versione che mi hai mandato. In qualche modo sembravano essere più pieni, nel senso migliore, in quella prima revisione.
Raymond Carver,
Principianti, Einaudi, Torino 2009, p. 287. Traduzione di Riccardo Duranti.

Ecco, i piccoli nessi umani, che sicuramente lo stesso Lish aveva tirato fuori all’inizio del suo lavoro. Ecco cosa c’è in più in Principianti e Cattedrale rispetto a Di cosa parliamo. I nessi umani. Qualcosa che non è poco per nessuno, figuriamoci per Carver, che di questi nessi, tessuti in manciate di parole, ha fatto grande la sua scrittura.
Certo, il problema se mi ricomprerò o meno la discografia dei Beatles tra qualche mese permane.

Ritorno a Brokeback Mountain

Non mi sono dato all’allevamento di bestiame e non ho neanche cambiato gusti sessuali. Solo, torno dopo tre anni, portando con me nuovi giovani virgulti e vecchie conoscenze, nell’ameno luogo dove sono stato nel 2005, e di cui ho scritto qua.
A differenza di allora, troveremo la neve.
È stato bello, miei piccoli lettori.
 

Di |2009-04-30T12:04:00+02:0030 Aprile 2009|Categorie: I Me Mine|Tag: , |1 Commento

La nuova stagione

Sono tornati gli Amor Fou. Il loro disco d’esordio, La stagione del cannibale, mi aveva entusiasmato (guardate qua e qua. Molte cose sono cambiate, nella band, nella mia e nelle nostre vite, ma la canzone “Filemone e Bauci”, che prosegue in qualche modo la serie di riferimenti mitologici dell’ep di Casador, continua a parlarmi con la stessa schiettezza che avevano le canzoni del primo album.Comunque, ecco quello che scrive Alessandro Raina sul brano.

Una canzone on line da oggi, un Ep e un racconto inedito di Alessandro Raina in uscita a Giugno, che riaffermano il legame fra la band e il grande cantautorato italiano riletto in chiave moderna e cinematografica.
Racconta Ovidio nelle Metamorfosi che Zeus ed Ermes vagarono per la terra con sembianze umane, bussando invano a mille porte. Una sola capanna di canne e fango offrì loro asilo. Qui, Filemone e Bauci nvecchiavano insieme sopportando la povertà, resa più dolce dal loro legame.
Scatenata la propria ira gli dei risparmiarono i due coniugi, offrendosi di esaudire qualunque loro desiderio. Filemone e Bauci chiesero solo di poter morire insieme e Zeus li trasformò in una quercia e un tiglio uniti per il tronco.
Nella canzone che segna il ritorno degli Amor Fou, tuttavia, non c’è nessuna voglia di celebrare una storia leggendaria. Non c’è alcun grande amore da esaltare.
C’è un atto di accusa rivolto innazitutto a sè stessi. La confessione di due trentenni qualunque, come tanti di noi, per cui una storia d’amore non sembra avere ormai quasi piu’ nulla di sacro.
Si fanno i conti col presente, con il diventare grandi nel solco di una generazione smarrita, disillusa da decenni di promesse non mantenute, che di idealismo, cambiamento e trasformazioni sembra non avere piu’ voglia. E che imperterrita si specchia ripetutamente, dolcemente, sempre e solo in sè.

"Ricordati che devi morire" (cit.)

Per motivi che non vi sto a spiegare, capito sul blog “Canta la vita”. Scorro un po’ con il mouse e capito su questo post. Vi prego, cliccate sulla slide. Sì, dove c’è scritto “E per riflettere puoi scaricare: sarai crocifisso”.
Come sbarazzino contrasto, ecco un link a un video dei Deicide. Alla fine sono più allegri loro. Poi uno dice che sceglie il lato oscuro della Forza…

Caput minchiae

Ancora una volta mi arrivano le strisce del prode Stefano Disegni, che a differenza di molti non lascia passare sotto silenzio l’ennesima prova della fallibilità del Papa che, con una bella uscita… Ma ecco cosa dice Stefano nella sua mail.

Benedetto Benedetto! Finché c’è lui c’è da lavorare! L’AIDS si batte con la preghiera, i preservativi peggiorano il problema! Fantastico! Mai nessuno era riuscito a coalizzare il mondo contro la Chiesa. Record omologato. Inevitabile disegnarci su.


Come al solito, cliccate sulle immagini per non peggiorare ulteriormente la vostra vista, già messa a dura prova dalla vostra dipendenza da Internet. Per non parlare della masturbazione. Peccatori.
Di |2009-03-23T21:04:00+01:0023 Marzo 2009|Categorie: I Am The Walrus, Lady Madonna|Tag: , , , , |2 Commenti

I giornalisti preferiscono i biondini

Devo avere studiato, anni fa, la tendenza che i mezzi di comunicazione di massa hanno nel chiamare i protagonisti dei casi di cronaca nera (soprattutto) con il loro nome di battesimo. Erika e Omar, Amanda e Raffaele, eccetera.
Ma, nell’ultimo caso di stupro balzato agli onori della cronaca, quello del parco della Caffarella a Roma, uno degli accusati viene ormai chiamato “il biondino”.Sono i momenti in cui mi vergogno profondamente di fare parte dell’Ordine dei giornalisti. Che schifo.

Contadini, poeti, tigri!

Oggi ho comprato un cd di vecchie canzoni di Cochi e Renato. Mi piacciono, che ci posso fare? A ognuno i suoi guilty pleasures. In ogni caso, sentendo le prime tracce, mi sono reso conto che davvero Cochi e Renato (e Jannacci e Gaber e Fo) sono riusciti a rappresentare il linguaggio della società italiana di quegli anni e, attraverso il linguaggio, a rappresentarla tout court, o comunque a tracciare un ritratto verosimile, seppur allegorico, della borghesia italiana dell’epoca, piccola e grande. Mi chiedevo, allora, come mai adesso non ci sia nessuno che lo faccia in quel modo, divertente, leggero e arguto. C’è poco da ridere, oggi, direte voi. Mah, sarà. Cioè, è vero, ma in fondo cose come questa ci sono state sempre. Ci manca solo la peste nera, direte voi. Ok, avete vinto.
Non dandomi risposta a quella domanda, ho pensato a una caratteristica abbastanza frequente di sketch e canzoni di Cochi e Renato. Cochi faceva il ricco (il poeta), Renato il povero (il contadino). Era ancora, quella, una società in cui esistevano le classi e nella quale la tendenza che avevano le classi basse di salire di rango era comunque ostacolata, nella maniera più evidente, da differenze linguistiche.
Anche adesso ci sono classi, checché se ne dica, e siamo pure messi peggio: la famosa forbice che si allarga. Ma il linguaggio è uniformato, purtroppo. Dico purtroppo perché si è uniformato verso il basso, in tutti i campi o quasi. Il contadino si veste come il poeta, e si crede tale, e il poeta parla appena meglio del contadino, fregandolo con le sue stesse parole e modi dire, addirittura scambiandoseli. Ma nessuno dei due, oggi, sa zappare la terra davvero o scrivere due versi in croce.
E mi è poi venuto in mente un libro che ho letto, o meglio guardato, di recente: Metti un tigre nel motore, che raccoglie alcune pubblicità apparse su riviste tra il 1960 e il 1973, in un’Italia radicalmente diversa e distante da quella che c’è adesso. Più o meno quella di Cochi e Renato di allora. E la prima emozione che ho avuto è stata di nostalgia, ma come la si può avere per una nonna di cui ti parlano tutti, ma che non hai mai conosciuto.

Emerge, da quelle pagine e da quelle canzoni un Paese sì con problemi, nel quale si sentono i germi di quello che succederà da lì a qualche anno, ma innocente. Insomma, la foto della nonna un po’ prima che morisse: vedi che è vecchia, capisci che l’occhio non è più vispo come poteva essere, ma insomma, è là.

Mi chiedo se la speranza sia che tutti ci si trovi, prima o poi, nella condizione di uno dei due personaggi de “Il Bonzo”: ci tocca perdere tutto, per accorgerci che anche il poeta, pardon, il re è nudo da un pezzo? 

Old School

Con i miei studenti di quinta superiore stiamo preparando un documentario, diciamo, sulla cultura hip hop. Oggi abbiamo parlato di musiche da inserire nella colonna sonora.
“Avete proposte?” ho chiesto.
“Mah, del rap”, ha detto uno di loro. “Ma magari qualcosa di molto vecchio.”
“Tipo?” ho chiesto.
“Beh, qualcosa anni ’90…”(E poi, al supermercato, una ragazza mi ha dato del lei.)
Di |2009-03-09T13:14:00+01:009 Marzo 2009|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , |12 Commenti
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