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My London from A to Z – 2

Influenza suina. Sono passati due giorni dal mio ritorno e ancora non ho alcun sintomo, ma aspettiamo ancora un po’, non si sa mai. Comunque, la metropolitana di Londra è piena di cartelli che raffigurano bambini, donne e uomini che starnutiscono spruzzando nuvole di bacilli, creati spero con Photoshop. Il motto è “Catch it, bin it, kill it”: insomma, ti dicono di spruzzare muco e saliva in un fazzoletto, poi di buttarlo e di lavarti le mani appena puoi. Ironia della sorte: qualche giorno dopo il mio arrivo a Londra, ho letto su un free press che uno dei testimonial della campagna (l’uomo) si è preso l’influenza suina. Sfortuna maiala.
Jacko. Londra è ancora sotto shock per la morte di Michael Jackson: la cittadinanza lo dimostra comprando tutto quello che lo riguarda, i commercianti espongono in bella vista t shirt, dischi e dvd del cantante, gli impresari si fregano le mani perché Thriller – The Musical era in produzione prima della scomparsa di Jackson e la O2 Arena, dopo l’ovvio annullamento dei concerti, sta rimpolpando il programma. Insomma, chi ci ha rimesso è il morto, guarda un po’.
Kew GardensKew Gardens. Prima di partire V. mi ha detto: “Facciamo quello che vuoi, ma andiamo a vedere almeno un giardino botanico”. E io l’ho portata ai Kew Gardens, che si vantano di essere i giardini botanici più grandi del mondo. Una meraviglia: serre enormi, piante mai viste o solo sentite nominare, spazi vastissimi. In quasi una giornata abbiamo girato metà dei giardini. C’è la palma più alta del mondo, che detta così fa ridere, ma è davvero impressionante. E poi una passeggiata a venti metri d’altezza, tra le chiome degli alberi, piante che vengono da tutto il mondo, fiori meravigliosi. Uno spettacolo, andateci.
London EyeLondon Eye. È stata una delle nuove costruzioni più criticata di Londra, ma l’immensa ruota panoramica appoggiata alla riva sud del Tamigi è meravigliosa. Dal primo giorno a Londra avrei voluto metterci piede, ma le file, il costo e il fatto che il fattore pacco è alto in caso di tempo non eccellente (e siamo a Londra, quindi non è così improbabile che una giornata di sole si trasformi repentinamente in una fiera dell’uggiosità) hanno fatto sì che potessi vederla solo da sotto. La prossima volta ci vado. Forse.
Monty Python. Sarà che mi sono portato dietro un libro su di loro, ma insomma, insieme ai Beatles, il fenomeno pop che ho avuto in testa durante tutto il viaggio sono stati loro, i Monty Python. Sarà che sono la quintessenza (rovesciata, sbeffeggiata, spernacchiata) del British Way of Life, sarà che girando per Londra ti vengono in mente le location dei loro sketch, sarà anche che sono capitato, grazie all’aiuto inestimabile di Valido, in Neal’s Yard, dove c’è una targa che ricorda che lì i Monty Python hanno creato e lavorato… Beh, insomma, ho detto abbastanza. E ora, qualcosa di completamente diverso.
Workers in LondonNotting Hill. Passeggiando per l’esclusivissimo quartiere, pieno di belle case, begli esseri umani, bei giardini, ho pensato che lì la spazzatura non la riciclano: ci fanno i ripieni per i panini di McDonald’s. A Notting Hill si respira ricchezza, le case sono immacolate, le strade pulite, c’è un buon profumo nell’aria. Sicuramente si annoiano tantissimo, però.
Operai. Ogni tanto, quando vado in giro per il mondo, mi prendono delle fisse fotografiche. Quella del viaggio di Londra è stata immortalare operai. Ce ne sono un sacco, per le strade (in cantiere permanente) della città. Il bello è che, magari per una questione di orari, ho visto sempre gruppi di operai in pausa. Fumavano, mangiavano o non facevano niente. Ma non lavoravano. Avrei voluto fotografarne molti di più, ma, sapete, è gente grossa e incazzata, a vedersi, e io ero in vacanza.
Pub. Cosa c’è di più londinese del pub? Vero, ma quanto è difficile vederne uno vero, di pub. Per nostra fortuna, quando io e V. siamo arrivati in città, l’amica S. che ci ha ospitato era ancora al lavoro. E quindi siamo entrati in un pub vicino casa sua, un pub di quartiere, il Crown&Rose. Beh, immaginatevi la scena: le cinque passate, gli avventori abituali staccano dal lavoro e vanno a farsi una pinta: sono operai, gente normale, ben lontana dai clienti dei pub della City, per dire. Entriamo noi, chiaramente non inglesi, con degli zaini enormi. Inquadrati in un istante. Mentre aspettiamo S., V. e io ci inventiamo storie sull’uomo che è entrato con una spatola, su chi è il padre del bambino pericolosamente attratto dal videopoker, e, sebbene non a disagio, ci sembra di stare in casa d’altri. Ogni tanto qualcuno ci rivolge la parola e parla, ovviamente, del tempo. Mi sembra di essere per la prima volta in Inghilterra.
Q. Nei negozi di dvd, ormai, buona parte della scaffalatura è occupata da cofanetti di serie televisive, inglesi e americane. Incuriosito, allora, chiedo in più posti se hanno Q, una serie di Spike Milligan, riconosciuta come precursore del più famoso Monty Python’s Flying Circus (che ovviamente già possiedo). Non ne sa niente nessuno. Allora concludo questa seconda parte con un video proprio di Q.
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=KVVcSpYtieI]

continua, ahivoi

My London from A to Z – 1

London Eye with airplaneAeroporto. L’ultima volta che sono stato a Londra stavo per perdere l’aereo, grazie a quel casino a forma di aeroporto che è Stansted. Per questo viaggio sono atterrato e ripartito da Gatwick, ma anche in questo caso sono stato sorteggiato per il controllo delle scarpe. Non solo: una solerte impiegata britannica mi ha svuotato la borsa che avevo con me, non guardando, peraltro, in una tasca interna. La prossima volta so dove nascondere… scherzo, eh.
Beatles. Prima o poi dovrò andare a Liverpool, ma nel frattempo mi sono accontentato di essere ad Abbey Road esattamente quarant’anni dopo lo scatto della famosa foto finita sulla copertina del disco omonimo. Anzi, quarant’anni e un po’ dopo, visto che mi sono perso l’arrivo dei sosia dei Beatles: li ho visti poi su diversi siti internet. Somiglio di più io ai Beatles: saranno dei raccomandati. Poi però sono finito al Beatles Store, eh sì. E lì ho comprato un po’ di cosine, con le mie due amiche che aspettavano fuori negando di conoscermi.
Cibo. Quando andavo in vacanza studio in Inghilterra non ho mai sofferto, a differenza di miei coetanei, del cibo inglese. Il punto è che a Londra si può mangiare davvero di tutto: il problema sono i soldi. E quindi ecco che nei quartieri più poveri ci sono un sacco di ciccioni che si nutrono di schifezze e nelle zone più ricche tutti sono magri e belli, pur facendo la tara con le possibilità offerte dalla chirurgia estetica. Ma comunque ho mangiato bene, in posti hongkonghesi, brasiliani, italiani, francesi e, soprattutto, da Moro: un mix eccellente di cucina portoghese, spagnola e nordafricana. Peccato per i vini: lì non ci siamo proprio.
Piccadilly (line)Distanze. Non so perché, a differenza di altre metropoli che ho visitato, le distanze a Londra mi sono sembrate maggiori. Il record, comunque, è stato fatto sabato notte, quando abbiamo deciso di prendere un autobus per tornare a casa. Da Piccadilly Circus a Oxford Circus, una distanza che a piedi si fa in dieci minuti, abbiamo impiegato 35 minuti abbondanti. Ancora adesso ho in mente la disposizione degli articoli nelle vetrine di Regent Street. Un incubo.
Elephant&Castle. L’amica S. che ci ospitava ha trovato casa in un quartiere a sud del Tamigi, chiamato Elephant&Castle. La zona dov’è nato Chaplin, per dire. Fama non buona, ma tutto sommato molto vivibile. E, a proposito di Chaplin, è curioso passeggiare e perdersi per le vie del quartiere e riconoscere, sotto gli strati di gentrification, conversioni e interventi del council, proprio le casette piccole e povere che fanno da sfondo a Il monello, che Chaplin ricostruì in studio negli Stati Uniti. Un’emozione non da poco.
Fragole. Uno dei tormentoni della vacanza è stato quello delle fragole del Somerset. Un pomeriggio io e l’amica V., aspettando S., abbiamo guardato un po’ di televisione, incappando in un documentario lunghissimo sulla produzione di frutta del Somerset, sulla BBC2. Non finiva mai, incredibile. Ma ancora una volta mi sono reso conto che nel Regno Unito, seppur sempre di meno, la programmazione televisiva non segue solo criteri di audience. Ehm, certo, magari uno straniero, facendo zapping tra i nostri canali, capita su “Linea Verde”…
Gusto. Fu un pensiero che formulai la prima volta che misi piede in Inghilterra, ormai più di 15 anni fa: il popolo britannico non ha gusto. Nel vestire e nel mangiare soprattutto, ma il discorso può essere esteso all’arredamento e a certi modi di parlare, per esempio. Pare che gli inglesi abbiano riversato tutto il gusto nel giardinaggio. Alcuni pub sembrano negozi di fiori, certi modesti giardini hanno una bellezza incantevole, per non parlare dei parchi. Perché?
Harrods. Una tappa obbligata per turisti, la visita a questi grandi magazzini: ma non ci avevo mai messo piede, fino a ieri. Sono rimasto stupefatto, non tanto dalla grandezza del posto, quanto da alcune cose, come l’orrenda statua di Diana e Dodi con gabbiano posta all’ingresso. Ma tutto è molto alla luce del giorno, in realtà: la sezione cibi è fenomenale: in un tripudio di colori e odori potete spendere 925£ per 125 grammi di Beluga, oppure comprare delle ciliegie americane a 50£ al chilo. Passando ai piani superiori, nella sezione musica, ci sono pianoforti da 100.000£ e impianti stereo da 150.000£ (ma con parti in oro a 24 carati). Ma la cosa più sorprendente è stato un biliardo, tutto intarsiato, creato apposta – immagino – per il giubileo della regina. Prezzo? Un milione di sterline. Scritto così, proprio: 1.000.000£, sul cartellino. E pensare che avrei sempre voluto avere un biliardo. Non ho avuto il coraggio di chiedere uno sconto.

continua, ahivoi

Sono stanco

Sono stanco, sì. Sono stanco fisicamente, ma non solo. Sono stanco del mio Paese, o meglio, sono stanco di come ormai veniamo visti all’estero: pigri, puttanieri, inconcludenti. Per questo, domani io vado a Londra a prendere l’influenza suina, senza aspettare italianamente che sia lei a raggiungermi qua.
Penso però di portare con me una escort, tanto per non disorientare troppo i britannici. Se mi va, aggiorno il blog anche da là, se no ne riparliamo quando torno.
Oink.

Di |2009-08-05T20:36:00+02:005 Agosto 2009|Categorie: I Me Mine|Tag: , |2 Commenti

L'importante è la salute

Sono stato dal medico, l’altra settimana. Già che c’ero, in previsione di prossimi viaggi, gli ho chiesto: “Dottore, ma che sapete voi medici dell’influenza suina?”. “Niente di ufficiale”, mi ha risposto il mio medico. “Nel senso che dal Ministero non ci arriva nulla”, ha continuato. “O meglio, qualcosa ci hanno mandato”, ha aggiunto. Il mio sguardo indubitabilmente interrogativo l’ha fatto proseguire. “Ci hanno mandato una mascherina…” “Mi scusi”, l’ho interrotto, “ma se c’è una cosa sicura è che il virus è più piccolo e che la mascherina non serve a nulla.” Lui, giustamente, mi ha guardato come per dire “Ehi, bello, e che, non lo so? Il medico sono io, tu hai una laurea in Scienze della comunicazione, ah ah ah.” Poi ha continuato: “E ci hanno anche mandato un camice monouso.”
E allora capisco che la grande forza cialtronesca che ci governa (e non pensate a un individuo, un soggetto, neanche una classe politica: intendo qualcosa di più ampio) ormai è veramente ovunque: una sorta di pandemia, appunto. E ha del suino anch’essa.

DiscoEstate

Questo blog sta diventando un po’ troppo réclamesco, ma abbiate pazienza.
Insomma, dopo dieci mesi e oltre duecento puntate, domani si conclude la seconda stagione del programmino Maps. Come l’anno scorso, il regalo che vi facciamo è un disco, anzi due, no, tre, con il meglio delle session acustiche che ci sono state durante le puntate. Mica pizza e fichi, eh. C’è gente come Okkervil River, Jason Lytle, Calibro 35, Dente, Beatrice Antolini, Casador e… altri sessantasei. Già, perché Live@Maps Vol. 2, che potete scaricare aggratis qua, è fatto da tre “dischi” per un totale di 71 pezzi.
Bene. Nel prossimo post un’offerta imperdibile per una batteria di pentole. E vi regalo una mountain bike. 

È nato

Doveva uscire nel novembre del 2007. Poi una serie di sfighe, coincidenze e cialtronaggini assortite hanno fatto sì che solo da ieri il mio nuovo libro La guerra in cucina (Eumeswil) sia effettivamente* disponibile.Si tratta di una raccolta di racconti, il modo migliore per non vendere in Italia, ma, oh, che ci possiamo fare? E che racconti sono, direte voi? Beh, uno lo potete scaricare qua, è la titletrack, che deriva in qualche modo da un postche scrissi proprio qua sul blog, qualche anno fa.Come fare per avere il libro? (Copio e incollo dalla mail che ho mandato a mo’ di spam tra ieri e oggi):
1. potete andare nella vostra libreria di fiducia, chiedere il libro, scandalizzarvi perché non ce l’hanno, ordinarlo, tornare (punti affetto nei miei confronti: millemila, ma ricordate che da Trame ce l’hanno, pure in vetrina)
2. comprarlo on line su LaFeltrinelli o su Webster o su LibreriaUniversitaria: costa uguale, eh (punti tecnologia: millemila)
E fatemi sapere che ne pensate.
*Avevo scritto “affettivamente”. Pronto, Sigmund?

Neighbours 12

Quando si abita in una via stretta, diventano vicini anche quelli che vivono due numeri civici più in là. Soprattutto se hanno la finestra della camera che dà sulla strada, e sono giovani e sguaiati (sto invecchiando, ‘mbè?).
Domenica ho lavorato, di mattina. E ho dormito poco la notte prima. Tornando a casa dalla radio avevo un solo desiderio: dormire, nonostante io non sia tipo da pennichella. Comunque, dopo pranzo mi sono messo a letto, intorno alle 14. Poco dopo, una voce inconfondibie mi ha svegliato, quella di Lady Gaga e della sua hit “Poker Face”. Una delle forme meno ispirate dell’arte umana occidentale delle contemporaneità. E i vicini che cantavano a squarciagola. Maledette siano le playlist: già, perché dopo Lady Gaga mi sono toccati Tiziano Ferro, Eros Ramazzotti e altri. Sempre in versione simil-karaoke. Mentre rimanevo inerte a subire, disteso sul letto, mi sono detto che questo è il Paese reale, altro che “compilazione degli Afterhours”, con tutto il rispetto.
A metà pomeriggio hanno finito, e io sono rimasto in stato catatonico per buona parte della giornata.
Cala il buio, e sale il sonno, che ormai è talmente enorme che ha un suo codice fiscale, SNN qualcosa. Ma fa caldo, e non riesco a dormire fino all’una passata. Quando finalmente sto per addormentarmi sento delle persone che, apparentemente, discutono per strada, proprio sotto la mia finestra. In realtà è solo perché non sono un tipo impressionabile che non penso che queste persone siano nella stanza di là, oppure appese su delle impalcature sulla facciata del mio palazzo. La discussione è animata, animatissima: colgo la musica, ma non le parole, se non a sprazzi. “Ci sono delle regole, e vanno rispettate”, “Questa è disonestà pura”, “Che strategia imbarazzante hai usato”. Sono loro, i miei vicini, e probabilmente stanno discutendo di politica internazionale, di strategie geoeconomiche, dei risultati del G8. Ma poi, una frase che sento distintamente mi fa comprendere la tremenda verità. “Ma scusa, il colore viene prima o dopo la scala reale?”. I deficienti stanno giocando a poker, ma con una tale animosità che pare siano su un tavolo verde alla Fiera del Bestiame di Pizzighettone, nel momento dell’asta dei tori da monta. Vanno avanti così per un paio d’ore, urlando punti e puntate e, orrore!, riproducendo i toni dei commentatori delle partite di poker alla televisione (che non ho mai visto, ma da quello che ho capito hanno bizzarramente riciclato dei giornalisti che si occupavano di wrestling, dal tono che usano).
E ripenso al Paese reale, prima di addormentarmi, finalmente, con un ultimo pensiero: se nel pomeriggio ascoltavano quella canzone di Lady Gaga e poi di sera giocavano urlando a poker, spero che la prossima volta, in controtendenza, rimangano affascinati da “Bridge over Troubled Water” e vadano a giocare a carte su un fiume.

A mezzanotte va…

Ancora una volta mi arriva una mail da Stefano Disegni. Riceviamo e, come si dice, pubblichiamo.

Chiunque conosca certe situazioni familiari, o solo le immagini, non può non provare vergogna per la deriva incivile che sta prendendo questo paese. Tettamanzi for President, e sapete quanto mi costi pensarla come un prete.
Stefano Disegni

 


Al solito, per evitare l’esplosione del globo oculare, cliccate sulle immagini che, oh!, diventano grandi.
Di |2009-07-08T20:38:00+02:008 Luglio 2009|Categorie: I Am The Walrus, Taxman|Tag: , , , , |1 Commento

Appunti sparsi dal Nordest

Venerdì pesce. Sono davvero cose da blog adolescenziale, ma vorrei ringraziare gli dei per il pesce che ho mangiato venerdì sera. Non ho mai mangiato un pesce così buono. Braci fatte dal padrone di casa in giardino, sarde che si mangiavano in un boccone solo, seppie e calamari che si tagliavano sussurrando vicino al piatto parole dolci, pesce spada da applauso. Poi è arrivata la pioggia, il tavolo è finito dal giardino sotto la tettoia e il tonno ce lo siamo mangiati crudo. Memorabile. Da appuntarsi che gli amici salvano, sempre.
Sabato Michael. Con la giornata di ieri arrivano le prime speculazioni sulla morte di Michael Jackson. Il padre ride, i fan piangono, i debiti sono là dietro l’angolo. Parlando sempre con i miei benedetti amici, ci rendiamo conto che, probabilmente, comunque sia andata, anche la morte di Jacko non è stata una cosa decisa da lui. E, senza santificarlo perché musicalmente era ormai orrendo da quasi vent’anni, di colpo Michael Jackson mi fa pena. La cassetta di Dangerous occhieggia tra le altre, ma faccio finta di nulla. Nell’iPod ho Off the Wall. Da appuntarsi che, in fondo, lavorare con Paul McCartney non salva necessariamemente.

Domenica Trip(pa). Tra un’ora prendo un treno e me ne torno a Bologna. Quante volte avrò fatto le quattro ore e passa di strada ferrata (oh yeah) dal 1996 a oggi? Pensateci voi a contarle. Ma la cosa che mi fa strano è che in queste centinaia di viaggi praticamente non ho conosciuto nessuno. Come mai? Perché? Perché una volta che scarti quelle e quelli che leggono “Il Giornale”, “Libero”, “Chi”, “Di Più”, e altro ciarpame, ti rimane poco? Perché abbiamo tutti le cuffiette nelle orecchie che ci proteggono? Ho un aspetto inquietante se posizionato sulle raffinate tessiture dei sedili effeesse? Da appuntarsi che forse per la prima mezz’ora si possono guardare insistentemente i propri vicini-di-sedile, per poi riaccomodarsi su se stessi.
Lunedì gatto. Domani sera, alle 2130 presso Modo Infoshop, presento l’ultimo libro di Giacomo Nanni, Cronachette 2. Sarà presente l’autore, come si dice in questi casi (e Giacomo sarà da me a Maps nel pomeriggio). Curioso presentare questo libro. Avevo presentato il primo volume a Firenze come redattore della casa editrice. Questo secondo mi vede ancora nel colophon, anche se ho lasciato da qualche mese fumettolandia. Uhm. Sarà strano. Chi mi conosce, lo sa (cit.) Da appuntarsi che andarsene da un posto non vuol dire necessariamente esserne esiliato: soprattutto quando sei tu che decidi.

L'irrappresentabile

Sono andato a vedere un film tedesco, Settimo cielo, per parlarne stasera a Seconda Visione. La storia è quella di una donna che ha passato la sessantina e che sta da trent’anni con un uomo più grande di lei. Poi, il colpo di fulmine: lei si innamora perdutamente di un sessantaseienne, con conseguenze drammatiche. Ho visto questo film a uno spettacolo pomeridiano, in una sala gremita (come spesso accade a quegli orari) da persone che avevano le età dei tre protagonisti.
Il regista, Andreas Dresen, non ha pudori, come è giusto che sia. Dovendo rappresentare la passione, sceglie di mostrarla, e punteggia il film di scene di sesso. I commenti del pubblico in sala mi hanno fatto rabbrividire: “Guarda che cadavere” è stato il climax, raggiunto da una coppia di settantenni seduti dietro di me (che hanno commentato per tutto il film: ma di tipologie umane da sala ho già parlato qua e qua), lanciato nell’aere quando è comparso il corpo – naturalmente raggrinzito e molle – di uno degli attori.
Piccoli lettori, avrei capito la risatina imbarazzata, al limite anche la battuta, ma quel “cadavere” non era un vecchio putrefatto: era un corpo non credo così distante da quelli che riempivano la sala in cui ero. E allora ho capito. Ho capito che se delle persone si insultano pubblicamente, dandosi del cadavere, siamo davvero a un punto di non ritorno.
L’erotismo tra anziani è irrappresentabile, il corpo (nudo, ma non solo) dell’anziano è irrappresentabile, poiché distante dai canoni vigenti che vogliono il corpo solo ed esclusivamente come oggetto sessuale. Persino i bambini si avvicinano (orrendamente) a questi canoni, più degli anziani. E questa forma ha coinvolto tutti, compresi i bambini (pericolosamente) e gli anziani, che si odiano, vedendosi su uno schermo. Sarebbe dovuta nascere una qualche forma di empatia, quanto meno.
E invece no. “Guarda che cadavere.” Badate bene: non è moralismo, è istinto di conservazione, amor proprio, accettazione di sè. E la mancanza di queste cose porta a overdosi di cibo, diete e botulino, a età diverse. Parliamone, dopo avere visto Il corpo delle donne.
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