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Ritorno a scuola

Insomma, sono davanti al portatile tutto il giorno per preparare le lezioni da tenere alla nota-università-con-le-scale-mobili, e ho poco tempo per scrivere sul blog quanto e quando vorrei.
Tra l’altro questa preparazione continua ad essere difficoltosa. Quando devo preparare le diapositive mi si blocca PowerPoint e quando devo preparare le clip video mi si blocca VirtualDub. Ma io resisto.

Insomma, già qualche settimana fa ricevo una mail da un’agenzia di pubblicità di Bologna, che recita (sic):

“Re: sua lettera del 24 febbraio. Se è ancora interesato ad un colloquio, mi chiami”.

E io chiamo, nonostante l’interese per quello che fanno in quell’agenzia non sia mica così grande. Ma sapete com’è… E vado al colloquio. Quando vado ai colloqui nelle agenzie di pubblicità (tre colloqui in tutto compreso questo, che credete) capita sempre un momento in cui viene recitato il seguente copione.

Interno giorno. La sala riunioni dell’agenzia di pubblicità. Il capo dell’agenzia dà un’occhiata al curriculum di Francesco, che attende una domanda.
Capo: “Ma lei, scusi se glielo chiedo, con le cose che ha fatto… Insomma, qui le parole si usano in maniera diversa, sono piegate ad un bieco interesse commerciale. Mi dica: che ci fa unocomelei [giuro, mi dicono così: secondo me si confondono con qualcun altro] in un posto come questo?”
Francesco: “Sa, con l’arte, o come la vuole chiamare, non si mangia”
Capo: “Ah”
Francesco: “Eh”

Alla fine dell’ultimo colloquio, il Capo di turno si alza e mi dice: “Che ne dice se la metto alla prova subito?”. Come in un film, proprio in quel momento entra nella stanza il giovane art director e porge delle bozze di volantino al Capo, tanto che mi chiedo se ci siano i microfoni nascosti, da qualche parte.
“Ecco, guardi. Questi sono dei volantini che noi abbiamo fatto. Io perfidamente ho fatto togliere tutte le parti scritte. Ci provi, le scriva lei”. Detto questo mi dà un bloc notes e una penna e il “brief”, cioè le indicazioni sul prodotto in questione. Io rimango un po’ perplesso, chiacchiero con il capo, abbozzo a voce un paio di slogan, e, alla fine, la spunto: manderò i miei compiti per casa via mail.

Ieri ho chiamato l’agenzia di pubblicità, perché volevo dire loro che ancora non sapevo nulla della data dell’inizio del mio seminario alla nota-università-con-le-scale-mobili, e che quindi non sapevo quando potevo iniziare il mio periodo di prova. Il Capo si è mostrato molto comprensivo: “Sa, il mio socio vuole che lei provi a lavorare su qualcosa di più complesso, tra un paio di giorni ci faremo sentire. Dimenticavo: ho letto le prove che ha fatto, quelle dell’altra volta… Beh, benino, sono andate benino”. Io mugolo qualcosa, ma il Capo incalza: “Se permette…” “Prego” “Un sei più, diciamo”. E ridacchia.
Il punto è che la campagna sulla quale mi sono esercitato aveva a che fare con il mondo dell’automobile, e io non ho neanche la patente.
“A professò, ma proprio quel capitolo mi doveva chiedere?”

Regalo (per voi che leggete)

Se fossi giulio mozzi, vi racconterei per filo e per segno cosa sto andando a fare a Milano per il fine settimana. Anche perché un po’ giulio mozzi c’entra. Invece, siccome me ne sarò via fino a lunedì, vi lascio un dono culinario. No, nessun link da cliccare e poi vi viene fuori dal lettore cd una torta al cioccolato. Ma questo. Che, in parte, c’entra con uno dei motivi per cui sono a Milano.

Pasta col cavolfiore al forno

Dosi per quattro persone: 400 grammi di pasta corta (dipende da quanto mangiate, ovviamente) tipo tortiglioni, penne rigate, sedani; 900 grammi circa di cavolfiore molto fresco; due spicchi d’aglio; sei filetti d’acciuga sott’olio; una manciata di capperi sotto sale; olio e parmigiano quanto basta.

Pulire il cavolfiore togliendo le foglie esterne e il torsolo più duro, tagliarlo a cimette, sbucciare la parte tenera del torsolo e tagliarla a fettine. Mettere tutto a lavare in acqua fredda. In un tegame basso e largo mettere l’olio, i capperi ben lavati le acciughe e l’aglio (non tritato), quindi aggiungere il cavolfiore senza scolarlo troppo. Porre il tegame sul fornello a fiamma media e mescolare per distribuire bene gli ingredienti. Quando l’olio si è ben scaldato, abbassare la fiamma e mettere sul tegame un coperchio. Lasciare cuocere lentamente mescolando di tanto in tanto, badando che non si asciughi troppo. Le acciughe, l’aglio e parte del cavolfiore si devono disfare, ma senza che si spappolino. Assaggiare per regolare di sale (che va messo dopo).
Cuocere la pasta al dente, scolarla e mescolarla al cavolfiore. Ungere una teglia con un po’ di olio, versare la pasta condita, livellare e cospargere di parmigiano grattato. Mettere nel forno caldo e fare gratinare.

Fatemi sapere. Buon appetito e a lunedì.

Francesco prepara il suo famoso piatto, i testicoli di porco flambè, ad una simpatica coppia di clienti nel suo ristorante di Pasadena. O di Seattle. Non ricorda.

Di |2003-11-07T02:15:00+01:007 Novembre 2003|Categorie: I Me Mine, Savoy Truffle|Tag: , , , |7 Commenti

La rivolta degli oggetti – parte terza (detta anche "Revolution": ma li mortacci dei Wachowski)

Oggi mi si prospettava una giornata di lavoro. Devo preparare dei seminari da tenere in una nota-università-con-le-scale-mobili. Visto che là sono tecnologicamente avanzati, mi sono detto: “A Francè, qui devi usare PowerPoint, ché fa fico”. E vabbè, usiamo PowerPoint. “E poi, per fare vedere i pezzi di film, mi raccomando, non le vecchie e squallide vhs: divx e dvd”. Va bene. Martedì tutto bene. Mercoledì (oggi secondo il mio orologio biologico, ieri secondo quello di Splinder… e a pensarci bene anche secondo altri) un disastro.
Apro PowerPoint, inizio a comporre una diapositiva e, senza dire nulla, il programma muore. Poff. Se ne va. Riavvio il computer e penso di dare una pulita al disco. Ma la pulizia disco non ne vuole sapere. Inizio a sudare (e sto attento a non sgocciolare sulla tastiera). E ripenso alla prima rivolta. Ma lì era per causa mia.

Riprovo: come prima. Ma stavolta, avendo attaccato le casse, viene emesso quel bellissimo stacco d’archi sintetici che Windows usa come messaggio d’errore. Senza che appaia alcun messaggio d’errore.
Allora esco e lascio che vada di nuovo la pulizia disco. Vado in edicola a comprare qualcosa e vedo il DVD di Moulin Rouge. Manco ci penso. Lo compro.
Spendo, tra giornali e altro, una trentina di euro. L’edicolante fa il conto e quando vede il risultato mi dice:
“Bravo”.
“Grazie”, rispondo io. E torno a casa. Insomma, ho comprato il DVD di Moulin Rouge e sono contento.

La pulizia disco non va. Ma riprovo con PowerPoint e, magicamente, funziona. Ovviamente salvo il mio lavoro ogni cinque secondi. Un po’ stressante, ma sapete. Intanto ho perso tutto il pomeriggio, ho fame.

Si fanno le dieci. Vado a vedere Matrix Revolution. Non me ne frega niente, ma lo faccio per dovere, diciamo… E poi, penso, non sarà brutto come Matrix Reloaded.

Infatti è peggio. Ma da questi qua che ci si può aspettare? ‘Fanculo.

Torno a casa incazzato. Entro in camera e accendo la luce. Niente. Svito e avvito la lampadina. Niente. Sono tutt’ora quasi al buio. Mi siedo davanti al pc, mi accendo una sigaretta e inizio a smanettare sul blog. Sono loggato, ma quando lascio i commenti qua e là mi segna come anonimo. Non capisco. Mi riconnetto. Funziona. Mah. Poi aggiorno il template. “Ok”. Non si aggiorna. Riprovo. Niente. Aririprovo. Va. Arimah. Guardo perplesso lo schermo del portatile, faccio un gesto sbagliato e il contenuto del portacenere finisce sul mouse e sul tappetino.
Per sicurezza ho spento il cellulare. E adesso vado a letto. Sempre che questo post sia pubblicato.

P.S. Giuro che è la terza volta che lo scrivo e lo correggo, questo post maledetto. Ma che succede? Sono le tempeste elettromagnetiche?

Il mio barista – Un post à la NuoveParole

Adoro il mio barista. Lavora in un notodiscopub dove vado per gli stessi motivi per cui frequento il notodiscobar. L’ho conosciuto lì, scambiando due chiacchiere in serate mediocri in cui le persone intorno a te, i maschi, soprattutto, ti sembrano squallide e quasi di un altro pianeta. E sono contento perché, dopo cinque minuti, ha detto a me e al mio amico: “Ce ne fossero di clienti come voi”. Senza che noi avessimo fatto o detto niente di particolare.
Ho incontrato il mio barista per strada e in autobus, e abbiamo sempre scambiato due parole, che andavano leggermente oltre il “comevabeneetu?”. Una volta l’ho invitato in radio, ma non è potuto venire perché aveva dei problemi con la sua ragazza.

Io e A. stanotte siamo andati nel notodiscopub. Sempre per i soliti motivi. Era un bel po’ che non ci andavo. Quando mi ha visto, il mio barista mi ha fatto le feste, mi ha stretto la mano e mi ha chiesto “comeva?”. Ho ordinato un Martini cocktail e l’ho visto un po’ in difficoltà, ha chiesto aiuto al padrone del notodiscopub e, alla fine, il Martini l’ha fatto lui, mentre il mio barista guardava.

Martini cocktail eccellente, secco e perfetto. Ci mancherebbe, l’ha fatto il padrone. Padrone che poi ha spiegato come si fa un Martini cocktail al mio barista. Il mio barista, che, praticamente, mi fa pagare sempre la metà.

Ho ordinato un altro Martini cocktail, perché mi piace, mica per sadismo. E ho detto: “Fammelo tu”. Perché volevo che me lo facesse lui. E lui ha fatto tutto, creando quel cono trasparente e meravigliosamente ghiacciato che mi emoziona. E, ancora una volta, praticamente non ho pagato. Mi ha chiesto com’era. Sono stato sincero: “Una mazzata” gli ho detto.

Io voglio bene al mio barista.

Possibilità

Potrei raccontarvi tante cose, successe in questo fine settimana.
Potrei dirvi che sono contento che qualcuno ci sia (di nuovo).
Potrei dirvi che la “sindrome da clessidra di Windows” continua, per certi versi.
Potrei dirvi che ho conosciuto, grazie all’amica norvegese che ho ospitato nel fine settimana, cose della Norvegia che non sapevo (che ne so, che ha due lingue, che amano mangiare, a Natale, gelatina di merluzzo, che il loro primo ministro è un prete, che lì non fa così freddo come si dice, eccetera eccetera eccetera. Sì, abbiamo parlato molto.)
Potrei dirvi che sono salito per la seconda volta sulla Torre degli Asinelli, e, mentre arrancavo gradino dopo gradino (e sono cinquecento) mi dicevo “fuma, fuma” e poi la vista dall’alto era talmente bella che mi è venuta voglia di sedermi là e fumare una sigaretta (non l’ho fatto).
Potrei dirvi che ho dormito poco, troppo poco e sto crollando dal sonno.

In realtà volevo solo cambiare font, come faccio ogni mese, e cambiare foto (questa è di Tina Modotti, “Le mani di un burattinaio”, 1929).
E anche dirvi che, come al solito, questa notte, o meglio, nella notte tra lunedì e martedì sono in onda, come sempre, sui 96.3 MHz per chi sta a Bologna. E, per gli altri, qui. Tra l’altro vi farò sentire e intervisterò loro. Che sono bravi, secondo me.

Tutto qua.

Di |2003-11-03T00:06:34+01:003 Novembre 2003|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Possibilità

Senso civico e sociale, "cinnazzi" e discobar(s?)

Piccole osservazioni di ieri sera e stasera.

Ieri sera: vado a vedere Caterina va in città di Virzì. Sulla strada, passo accanto ad una ragazza. Il mio passo, per qualche metro, è identico al suo, quindi, per pochi secondi, camminiamo uno a fianco dell’altra. In quei pochi secondi ci incrocia uno di quei personaggi che girano nella zona universitaria bolognese, e che di solito o ti chiedono una sigaretta o qualche moneta, o ti offrono del fumo o una bicicletta. Invece lui dice:
“Ah, che bella coppia. Preservativi?”

(Usateli, i preservativi, mi raccomando. Non lo si dice mai abbastanza. Poi, fino a che il governo fa pubblicità-regresso come quella che dice “Avete Idea Della Sofferenza”…)

Stasera sono andato con il caro F. a giocare a biliardo nella notasaladabiliardi. Nel tavolo accanto al nostro giocano dei “cinnazzi” (pronuncia: “zinassi”, cioè “ragazzini” o “ragazzotti”) che, di seguito, dicono le seguenti frasi.
1. “Che palle, però, domani, la scuola”
2. “Io l’ho sempre detto: dobbiamo fare un weekend a Brescia, ché lì ci sono fighe troie” (per la citazione esatta ringrazio il caro F.)

Dopo andiamo in un notodiscobar. Una schifezza di posto, ma serve per l’autostima, vero? Cioè, ti guardi intorno e vedi gente impazzita per “Papi Chulo” e stai meglio. Dopo un rum-e-pera (che F. chiama così, per ordinarlo, e la barista lo guarda e gli dice, un po’ stizzita: “waikiki”) e un cuba libre, inizio a guardarmi intorno. Qualcuno si bacia, qua e là. La cosa bella è che penso che, in un posto del genere, si può limonare solo in due casi:
1. hai rimorchiato quella sera, quindi, giustamente, limoni là;
2. il tuo rapporto di coppia è in crisi: chi si sognerebbe di portare la propria donna nel notodiscobar a ballare “Papi Chulo”?

Due note finali. La prima è che, dico veramente, tutto quello che scrivo è vero. La seconda è: ma perché i miei permalink non funzionano e rimandano all’inizio della pagina in cui c’è il post in questione? Aiuto.

Cercare sollievo

Ultimamente

“sono andato a letto presto”.

No. Anzi. Ultimamente torno a casa, di sera e mi prende una forte malinconia. I motivi li so, ma li tengo per me. Uno dei trucchi per farmela passare è fare qualcosa di piacevole. Bere da solo è triste, ultimamente i libri che leggo sono sbagliati (da quel punto di vista: dopo inizio il tuo, Zazie, vediamo un po’…). Insomma, per fortuna quest’estate ho registrato da Rai Click una serie di puntate di bei programmi della televisione che era: “Avanzi”, “Tunnel”, “L’ottavo nano”, “Pippo Chennedy Show”, “Su la testa” e altre. In queste settimane mi sto ripassando “Hollywood Party”, geniale programma sul cinema dei Broncoviz, ve lo ricordate? Quindi i miei progetti per questa notte, visto che di canne non ce n’è manco l’ombra, sono mettermi sotto il piumone, farmi cullare dal lettone Ikea, che mi canta dolci melodie svedesi (è un prototipo, non lo trovate sul catalogo) e farmi due risate. Non avevo voglia di scrivere sul blog. Però mi sono detto: magari qualcuno sta girando sui blog in cerca di qualcosa per risollevarsi il morale. E allora, con spirito altruistico, ho deciso di raccontarvi uno degli episodi più assurdi che mi sono successi nella mia giovane vita. Questo.

All’epoca, stiamo parlando di cinque anni fa almeno, forse anche sei, ero fidanzato col mio primo amore, C., che studiava a Venezia, ma era originaria di un paesino vicino a casa mia (no, non sono di Bologna, ma del profondo nordest, in Italia per un pelo – dico sul serio). Problema della storia con C.: la mamma, che non tollerava la mia presenza, o la tollerava male. Quindi manco a parlare di dormire da lei.
Però una sera capita che io rimanga lì e che mi tocchi dormire da lei. Casa sua è enorme, su tre piani, l’ultimo dei quali occupato da una stanza in cui dormono lei e la sorella, con bagno annesso. Io spero di dormire nel suo letto, con lei, ma il terrore che la madre salga per svegliare le figlie è enorme. Quindi?

“Non è che puoi stare in bagno, fino a che mia madre non esce?”

In bagno. Dico sul serio. La madre non sarebbe uscita prima delle nove del mattino. Al massimo, quando mi è stata rivolta questa domanda/supplica/imposizione, erano le tre. Ma penso anche prima. Acconsento (l’amore, sapete. La madre. Sapete) e mi sistemo in bagno. Che, ovviamente, è sprovvisto di vasca. Mi metto quindi, giuro, disteso sul tappetino con degli asciugamani come coperte. Per fortuna è l’inizio dell’estate, quindi non fa freddo. Ma, estate o non estate, le piastrelle del bagno non sono certo comode. Il campanile del paese batte le ore. Tento di non concentrarmi per non urlare. Dopo un po’ rientra in bagno C. Spero sia mossa da pietà, che l’amore-che-vince-tutto le faccia superare le eventuali ire materne. Macché.

“Mia sorella. Se mia sorella si sveglia e va in bagno e ti trova le prende un colpo, magari urla ed esce fuori mia madre. Le lascio un biglietto”.

E così la mia presenza viene segnalata da un biglietto attaccato alla porta del bagno che recita: “A., stai tranquilla, c’è Francesco in bagno che dorme”.
“Dorme”. Parole grosse. Ho sentito tutti, e dico tutti i rintocchi del paese di C. Fino alle prime luci dell’alba. Le mie occhiaie ormai strisciano per terra. Ho delle borse sotto gli occhi tanto enormi che non potrei neanche passare senza cauzione un check-in di un volo intercontinentale. La porta si apre. È la sorella di C., che scoppia a ridere, mettendosi due mani davanti alla bocca per non produrre pericolosi rumori. Io la guardo con un’aria distrutta, senza dover fingere alcunché, peraltro. Spero che, a questo puntom lei convinca la sorella a prendermi con lei nel letto. Invece si limita solamente a mormorare un “povero” soffocando le risate. E torna a letto.
Dopo poco torna C. Penso sia la volta buona, invece vuole solo sapere come sto. E mi dice che la madre si è svegliata. Chiude la porta del bagno. Io rimango seduto per terra e mi viene da piangere.
Dopo un tempo enorme, C. torna dentro e mi dice che la madre se ne sta andando, ma può essere che torni. Io, però, non ce la faccio più. Sto per scoppiare. Anche lei, poi, non è che abbia dormito tanto. Che fare?

“La cassapanca”
“Cosa?” dico io.
“Nella cassapanca. Ci sono delle coperte. Mettiti dentro, ormai mia madre se ne sta per andare. Almeno stai comodo”.

E io vado nella cassapanca. Che viene chiusa. Non ho neanche pensato di potere morire soffocato, di avere una crisi di claustrofobia. Perché, vedete, nella cassapanca ci sono delle coperte, è morbida, si sta da dio nella cassapanca.
E il coperchio è chiuso sopra di me.
Passa una mezz’ora. Nessun rumore. Passano quaranta minuti. Nessun rumore. Ma io inizio a sentire che mi manca l’aria. Chiamo la mia ragazza, piano, quasi sussurrando. Nessuna risposta. Alzo un po’ la voce. Niente. Inizio a pensare che non me ne frega niente se mi sente la madre. E inizio a battere sulla cassapanca, sperando che qualcuno, chiunque, mi venga ad aprire.
Un secondo prima dell’irreparabile arriva C. e apre la cassapanca.
“Scusa, mi ero addormentata”.
In un film americano scemo avrei risposto “Figurati, amore”. Credo, invece, sia volato un “fanculo”.

Adolescenza

Ogni volta che tengo dei seminari nelle scuole superiori penso sempre che la differenza di età tra me e i miei “alunni” non si senta. Mica vero. Cioè, quando ho iniziato, ormai più quattro anni fa, poteva non sentirsi, ma adesso…

Però è bello vedere gli “zombetti” alle prime ore. Prima ti guardano, poi, siccome (diciamolo) sono un paraculo ruffiano, si rilassano e iniziano a parlottare tra loro, a scambiarsi bigliettini. Allora chiedo che stiano zitti. A quel punto mi obbediscono. Ma la platea che mi trovo davanti è allucinante. Quaranta facce che mi fissano, tra lo stanco e l’annoiato (non sempre, non è che dica delle cose così tremende), assolutamente inerti e silenti. Manichini di vetroresina.
Ma fatti male. Brufoli, orecchie o nasi troppo grandi (soprattutto i maschi), tentativi di trucco non sempre andati a buon fine, scarpe enormi e improbabili, corpi. E si ostinano a darmi del lei.
Mi piace guardarli e tentare di scoprire, nelle poche ore che ho a che fare con loro, chi è il secchione della classe, chi è la bella che fa impazzire tutti, chi, alla fine, potrà essere uno scrittore e chi no. Provo a pensare chi ero io, ormai una decina di anni fa.
Sicuramente non la bella della classe.

Note a margine. Sto per tornare a Bologna, dopo sette giorni e quasi millecinquecento chilometri percorsi in vari vagabondaggi qua e là. A pensarci bene fa una media di più di duecento chilometri al giorno. Accidenti. Ma per il mio notturno radiofonico sarò fresco e pimpante, ve lo giuro. Come al solito, se vi va, nella notte tra lunedì e martedì, dalle 0050 cliccate qua.

BowieSpots

Siccome non ha molto senso che io vi faccia una recensione del concerto: sicuramente c’è qualcuno che la farà – o l’ha già fatta – meglio di me. Lascio solo delle piccole macchie, cose che ho visto, sentito, intuito, prima, durante e dopo uno dei concerti più emozionanti che ho visto nella mia vita.

In fila, un po’ sotto la pioggia un po’ no. Dei ragazzi alla mia sinistra discutono se si dica “boui” o “baui”. Al che uno inizia a cantare la canzoncina della “bauli” usando il nome storpiato di Bowie. Due donne di fianco a me parlano del concerto. Una dice: “No, perché io, lo ammetto, ho solo il The Best of, però, beh, lui è un personaggio…”.

Dentro il Filaforum. Dopo cinque minuti vedo sorella e madre della mia ex-ragazza. Ricordo di avere frequentato un corso per corrispondenza di intelligenza e intuisco che ci dev’essere anche lei. Prima di farmi prendere dal malessere che mi sale quando penso a quell’essere, mi ricordo di avere frequentato un corso di corrispondenza per agente segreto e mi mimetizzo da pavimento-del-Filaforum. E passo inosservato.

Concerto dei Dandy Warhols. Diciamolo. Mi preoccupava il fatto che, oltre a “Bohemian Like You”, non ho mai sentito niente della band. Ma così sembrava anche per la maggior parte delle persone venute là. E anche per i Dandy Warhols stessi, che però sono simpatici, suonano bene e se ne fottono allegramente. Quando attacca il riff di “Bohemian Like You” il pubblico impazzisce, loro sorridono nervosetti e siamo tutti felici e contenti.

Pausa pipì. Vado in bagno prima che inizi il set di Bowie. Fila enorme. Quando, finalmente, entro nei bagni, c’è un quarantenne, ma forse anche qualcosa in più, che piscia nel lavandino. Sente che la gente lo sta guardando ed esclama: “Ma sì, dai, ché in fondo io sono sempre stato un po’ punk”. Lo guardiamo con aria commiserevolincazzata. Se ne va fischiettando “Anarchy in the WC”.

Veneriamo le icone. Si spengono le luci e inizia ad essere proiettato il video introduttivo del Reality Tour. Un cartone animato della band di Bowie che suona. Quando compare il Bowie-cartone la gente si alza in un boato. Non credo ci sia da aggiungere altro.

Bowie, finalmente. A Lucca due anni fa aveva iniziato con “Life on Mars”, stavolta inizia con “Rebel rebel”. Mi viene da piangere.

Tradimenti. Accanto a me una coppia, lei un po’ freddina, lui l’abbraccia, lei ricambia poco, lui la solleva per farle vedere meglio il palco e la coccola, lei tenta di resistere alle coccole di lui. Ad un certo punto la vedo armeggiare al cellulare. Sentite, lo ammetto, ho guardato il messaggio che le era arrivato. “Mi manchi, ho voglia di sentirti, mi chiami dopo?”. La sua risposta? “OK”. Mi è venuto un magone allucinante.

The Show Must Go On. “Under Pressure” non mi è mai piaciuta tanto come canzone. Ma la melodia che era cantata da Mercury viene cantata dalla bravissima bassista di Bowie, Gail Ann Dorsey (grazie Z., sai com’è, quando uno posta a tarda ora si dimentica delle cose…) (un plauso a tutta la band: sono eccellenti). Alla fine della canzone il pubblico è tutto per lei.

Love, love, love. Amore, amore, amore. Bowie parla di amore, prima quando dice che il suo batterista si è fidanzato in Italia (non con un’italiana): ah il paese dell’ammmoure. Mi sa che mi hanno adottato. Oppure vivo in un’enclave. Boh. Poi dice, prima di suonare “5:15 the Angels Have Gone” che è la storia di uno che ha perso la speranza e la fiducia nell’amore. Qualcuno in prima fila dice anche io. Bowie sorride e dice “Really? Shit”. E gli dedica la canzone.

“Scusate, ho qualche problema alla gola”. Dice proprio così, il duca. Ma aggiunge che è talmente contento della serata (e continua a ringraziare il pubblico in italiano, a scusarsi di sapere solo poche parole in italiano, ad inchinarsi ad ogni pezzo) che vuole lo stesso fare una canzone. Una versione di “Loving the Alien” solo voce e chitarra. Alla fine si sente il brivido del pubblico. Quest’uomo non ha cinquantasei anni. No. Impossibile.

L’altra faccia della medaglia. Dopo avere infiammato la platea con la solita versione rullo compressore di “I’m Afraid of Americans” (la adoro, quella canzone, si sente lo zampino del mio adorato Trent, altro che), dice che ogni medaglia ha due facce, e parte “Heroes”. Che da quando l’ha dedicata ai pompieri, poliziotti e altro dell’11 settembre la canzone sia ormai da intendersi in un solo modo? Mah.

B – O – W – I – E. Dopo due ore di concerto, in cui ho urlato e mi sono emozionato, ho cantato e ballato come un ossesso, in cui i pezzi da “Heathen” sono stati due o tre, e altrettanti quelli da “Reality”, ’ultima canzone non può che essere “Ziggy Stardust”. Quasi non si sente. Il pubblico tutto la canta per intero. Alla fine del pezzo una scritta enorme compare sullo schermo. “BOWIE”. Non c’è da aggiungere altro. A parte il fatto che si pronuncia “boui”.

“Monologo interiore”. Metropolitana dopo il concerto. I vagoni sono riempiti praticamente solo da gente che è stata al Filaforum. Noto una signora di una certa età che parla da sola. Si fa proprio dei discorsi. Ma senza emettere alcun suono. Forse era al concerto e se lo sta ricanticchiando. Forse.

P.S. Per chi fosse interessato, questa è stata la scaletta.

1 Rebel Rebel
2 New Killer Star
3 Fame
4 Cactus
5 China Girl
6 Fall Dog
7 Hallo Spaceboy
8 Sunday
9 Under Pressure
10 Ashes to Ashes
11 Fashion
12 NGO
13 The Motel
14 5:15
15 Loving the Alien (Acustica)
16 I’m afraid of Americans
17 Heroes
18 Heathen (The Rays)

Encore:
19 Slip Away
20 Changes
21 Let’s Dance
22 Hang on to yourself
23 Ziggy Stardust

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