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Viaggi

Scrivo queste parole su un treno regionale, nel secondo dei tanti viaggi più o meno lunghi che mi aspettano nei sette giorni a venire. A volte penso a quanto tempo devo avere speso sui treni e mi sembra un sacco. Ma in fondo ci sto bene, sui treni. Soprattutto quando viaggio con poche cose. Il che, purtroppo, non capita così spesso. Non mi capita neanche di assistere a particolari avvenimenti, come invece succede a qualcun altro di continuo. Poche volte ho attaccato discorso con qualcuno, altrettanto poche qualcuno ha iniziato a parlare con me. Sarà che ho sempre delle cuffie nelle orecchie. Sono un’ottima cosa, le cuffie nelle orecchie, anche se non sono collegate a niente. Alcune mie amiche sono ossessionate dal fatto che, non appena mettono piede in una carrozza ferroviaria, ecco spuntare il temibile conversatore. Che, a seconda, racconta loro tutta la sua vita (quando va bene) o ci prova con i mezzi più biechi. E io dico sempre loro che basterebbe un walkman, o anche solo un paio di auricolari non collegati a niente. Mi sa che farò dei regali di Natale particolari, tra un po’.

“O forse è che tu sei un maschio normale e loro delle donne carine. Ci hai mai pensato? Regala dei libri, va’”.

Insomma, sarà una settimana di viaggi e viaggi e viaggi.

Mi chiedo anche quanti milioni-di-vecchie-lire (ah, le “espressioni logore e abusate”!) abbia dato alle FFSS ora Trenitalia. A quanto pare non abbastanza. Alla stazione di Mestre mi informo sul viaggio che dovrò fare mercoledì, per andare a Milano. C’è un’offerta per cui l’intercity di prima costa quanto quello di seconda classe, e intendo sfruttarla. Chiedo informazioni in biglietteria.

“Sì, l’offerta è valida”, mi dice l’impiegato con voce annoiata. “Ma se lei ha la carta verde non può accumulare le offerte”.
“Va bene”, dico io. “Allora non importa”. Ma l’uomo non desiste.
“O l’una o l’altra”.
“Va bene, ho capito, grazie” e faccio per andarmene, quando l’impiegato, sempre più annoiato mormora qualcosa che non capisco. Torno indietro.
“Come?”
“No, dicevo, se no a forza di sconti va a finire che dobbiamo noi darle qualcosa”.
Me ne sono andato senza salutare. Oh.

A proposito del cambiamento e del passaggio da pubblico a privato dell’azienda. Sono salito su questo trenino e, non appena è partito, una voce registrata ci ha dato il benvenuto e ha detto che Trenitalia era lieta di ospitarci sull’interregionale, eccetera eccetera. La “sindrome da British Airways”. Insomma, un conto è che tu mi informi del viaggio quando la tratta è intercontinentale e/o quando ti sollevi da terra (che, si sa, un po’ fa sempre effetto). Ma quando sei su un interregionale che fa una tratta di un paio d’ore scarse, beh, quella voce ti sembra proprio una presa per il culo.

Di |2003-10-21T14:28:00+02:0021 Ottobre 2003|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , , |7 Commenti

Please don't wake me, no don't shake me, leave me where I am, I'm only sleeping

Questo titolo lunghissimo serve solo a concorrere al “Titolo più lungo di post”. Mi sembra che ci sia una tale competitività nel mondo dei blog… Ma di questo, un’altra volta.

Ieri notte, venerdì notte, intendo, sono andato a letto tardi e piuttosto ubriaco. Aperitivi a ripetizione, negroni’s a valanga, mangiato praticamente nulla. Ma ho visto la mano-di-dio che rovesciava d’incanto metà del mio gin tonic. Per fortuna. Se no avrei avuto un hangover da competizione (appunto) stamattina.

>E invece no. Stamattina ero solo stanco. Solo che qualcuno si è messo a martellare e a trapanare presto, troppo presto. Erano le undici, ma, si sa, il presto è relativo. Il rumore inizia sordo, ancora sogni. Poi ti invade e non capisci. Poi smette e ti riaddormenti. Nel momento in cui stai per riaddormentarti, ricomincia implacabile.
Il punto è che ho vissuto almeno un paio di mesi, nella tarda primavera di quest’anno, con un problema simile. Ogni mattina alle otto e tre minuti nell’appartamento accanto si scatenava l’armageddon.

“Alle otto. E poi dicono che gli italiani non lavorano. Mica solo pizza e mandolino, noi. Eh.”

Vi giuro che mi tremava il letto. Dico sul serio. Ormai avevo imparato a sentire tutti i rumori. Il suono sordo della mazza, quello acuto di martello e scalpello, il ronzio del trapano, il ritmo devastante del trapano a percussione. Più un altro rumore, allucinante, che non riuscivo a riconoscere. Fino a che, una mattina, incontro un mio coinquilino. Io, come al solito svegliato dall’inferno, esco dalla stanza, gonfio come neanche Rocky dopo il suo primo incontro. Non dico, però, “Adriana”, ma faccio solo una domanda:
“Che cazzo è questo rumore?”
“Cooosa?”
“CHE CAZZO E’ QUESTO RUMORE?”
Silenzio analizzatore. Poi il mio coinquilino risponde, come farebbe Sherlock Holmes a Watson:
“Un martello pneumatico”.

Ebbene sì. Era un martello pneumatico. Poco dopo sentiamo un tonfo, poi un altro. Pezzi di muro del corridoio di casa mia cadono come foglie d’autunno.

“Adoro questa poesia d’accatto”
“Shh. Fallo finire. Dai, che magari questa storia è divertente”

Io e il mio coinquilino ci guardiamo e decidiamo che dobbiamo andare a vedere che accidenti sta succedendo da settimane nell’appartamento accanto, dove, da pochi minuti, tutto tace. Sulla strada ci chiediamo che cosa stiano facendo. Va bene distruggere, ma ad un certo punto si tratta di atomizzare, mica di distruggere.
L’appartamento, in effetti è… Non so neanche come descriverlo. Non c’era niente, ma dico n-i-e-n-t-e. Solo il muro portante, i soffitti resi ai minimi termini, i pavimenti completamente eliminati. Nulla. E sembrava anche che non ci fosse nessuno. Poi sentiamo dei passi e si presenta un omino intorno alla cinquantina, con occhi di un azzurro incredibile e con un’espressione come può avere un vecchino delle fiabe. Dall’accento, probabilmente, dev’essere albanese o slavo

“Come albanese o slavo? Ma… Ecco… Beh, in effetti qualcuno di loro lavora, eh, non è che… Scusate, il telefono”

e, una volta che gli diciamo che può vedere casa nostra da un buco sul muro, dice che avviserà subito il padrone di casa e che metterà tutto a posto (come ha fatto poco dopo). Solo che a me quest’immagine di quest’omino da solo in questa casa devastata proprio non mi va via dalla testa.

L'immortalità e Jacopo Ortis

Mi è venuto da pensare alle persone che ho conosciuto, un po’ come il mio fratello di parole. Ma non, come lui, alle persone che ho conosciuto nella vita reale, ma alle persone conosciute in rete. Mi ricordo quando, diciottenne, facevo i miei primi dialoghi nelle chat con mIRC. Mi ricordo delle prime persone che ho conosciuto, ovviamente, non prendiamoci in giro, donne. Donne delle quali pensi, ovviamente, che siano bellissime, interessanti, insomma, la/le donna/e della tua vita. Poi, ovviamente, spesso le cose stanno diversamente. Anzi, sempre, se no la donna-della-mia-vita l’avrei incontrata (a patto che esista). Poi, dopo un po’, capisci che non devi aspettarti niente, se non una piacevole chiacchierata. E ho vissuto questi incontri, negli ultimi anni, con questo stato d’animo. E le cose sono andate decisamente meglio.

Penso anche alle parole che ho donato a queste persone, prima di incontrarle. Parole spesso seducenti, non troppo calcolate (a volte sì, lo ammetto), ma comunque naturali. Non è un paradosso. E mi chiedo quante si ricordino delle mie parole. Quante delle mie parole siano rimaste nel loro animo. Di solito penso poche, poi, magari, mi capita di incontrare queste persone, e invece a volte scopro che molte delle mie parole sono lì, dentro di loro. E la cosa mi porta ad altre riflessioni, in una catena di pensieri che, come dice Zazie, è bellissima perché potenzialmente infinita.

E penso, quindi, a Foscolo e ai Sepolcri. Molti di voi inizieranno a pensare “ma chi cacchio me lo fa a continuare a leggere questo folle montato?”. Invece no. Perché secondo il geniale poeta, la memoria fa sì che le persone sopravvivano alla morte. Mica roba da poco. Highlander. L’immortalità. Roba da fare impazzire Dracula, alchimisti, Liz Taylor. Le persone sopravvivono nella memoria delle persone che hanno loro voluto bene. E penso se le mie parole potranno fare questo (in scala estremamente più ridotta, c’è bisogno di specificarlo?).

Foscolo. Un nome che incute terrore. Colpa del sistema scolastico e degli insegnanti. E invece no, parte seconda. Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Una volta usai questo libro per un seminario di scrittura che tenni in una scuola superiore. I ragazzi, ovviamente, inorridiscono non appena dico loro che useremo quel libro. Ma io mi faccio coraggio (era il primo anno che tenevo dei seminari) e leggo una lettera in cui Jacopo dice di essere innamorato della sua bella. E dice cose come “ma che bella l’erba, anvedi quant’è verde! E il cielo! Ma che meraviglia quanto è grande!”. Insomma, un perfetto deficiente come siamo tutti quando siamo innamorati.
I ragazzi sono rimasti meravigliati, e spero nel mio cuore che qualcuno, poi, si sia messo a leggere Le ultime lettere, di nascosto, come si leggerebbe una copia di “Le Ore Mese”.

Insomma, Jacopo/Ugo era un essere umano, alla fine, come tutti noi. E, come tutti noi, aveva un terrore schifoso di morire. Però io non credo che le cose raccontate ne I Sepolcri fossero un puro palliativo.

Domani si torna a parlare di meteorismo.

La clessidra di Windows: un post inutile. Più degli altri. Concedetemelo.

Sono passati due mesi esatti da quando ho iniziato a scrivere questo diario urbano. Era Ferragosto, ed ero da solo a casa, da solo nel palazzo, probabilmente anche da solo nella via. Una macchia di umidità in cucina ne minacciava la solidità del soffitto, un frigo con molti Bacardi Breezer minacciava la mia sanità mentale, un caldo atroce minacciava punto e basta. Sono passate di qua cinquemila persone. Mi viene da ringraziarle una per una. Come se l’avessi fatto, immagino capirete. Anche perché dovrei ringraziare me stesso un sacco di volte. Poco elegante.

Mi diverto a scrivere qui. Anche se è riduttivo. Perché per me scrivere è divertente, ma è anche qualcosa di più. Molto di più. Ma non mi va, approfondendo l’argomento, di appesantire un post che già andrebbe letto coi piedi di piombo…

“Hai capito? Appesantire, piedi di piombo… Simpaticissimo. Da morire”

D’altro canto stavo riflettendo sui miei post. Ultimamente, me ne rendo conto, sono poco divertenti. Qualche blogger che ho incontrato mi parla dei “Neighbours” come se fossero personaggi di una sitcom. Qualche altro mi vede bere un Martini cocktail e mi fa notare che sia buffo vedermi fare una cosa di cui ho parlato. Sono cose carine da sentire. Mi ha sempre emozionato tantissimo quando le mie parole, per così dire, “hanno preso vita” (espressione da prendere con le pinze – o con il forcipe…).

“Proprio schiavo del calembour. Più che un dono, una malattia: aiutatelo”

Cos’è cambiato, nella mia vita, in questi ultimi due mesi? Direi poco o niente. A parte che ho deciso di prendere decisamente il volo. A parte il fatto che ho scelto una vita che non mi dà certezze, che mi fa stare ore al telefono (niente a che fare con “gay per te ora dal vivo senti e godi”) a inseguire persone più o meno importanti. Spesso con scarsi risultati (niente a che fare con organizzazione eventi o paparazzamenti vari). Non ho certezze di nessun tipo, per quello che mi riguarda. Però ho dei genitori e degli amici meravigliosi. Scusate se è poco.

Ma il punto è che con tutti i tremori, le incertezze, il conto in rosso, la solitudine momentanea, i dolori interiori, il carovita, il fatto che questa città sia sempre più cara e sempre più piccola, l’aumento istat, il padrone di casa stronzo, le delusioni, i telefoni sempre occupati, l’attendere (mi sento spesso come quando si guarda la clessidra di Windows e si pensa: ma sto aspettando e succederà qualcosa o devo tentare l’abracadabra moderno, cioè la combinazione alt+ctrl+canc?) snervante e continuo…

… vado a letto e penso che sono quello che avrei voluto essere in quel giorno di ormai dodici anni fa, quando scrissi il mio primo racconto. O che quanto meno sto percorrendo quella lunga, difficile, accidentata, meravigliosa strada. Mi sento fortunatissimo.

E da domani, giuro, torno a farvi sorridere. Almeno un po’.

“Leggerezza, santiddio, ci vuole leggerezza. Va’, va’ a dormire. Ma guarda questo… Bah.”

Di |2003-10-16T03:04:00+02:0016 Ottobre 2003|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , |15 Commenti

Microcosmi notturni

Sono appena tornato dalla radio (grazie a tutti quelli che mi hanno ascoltato), come al solito, con l’autobus notturno. Il 61, appunto. Che per andare dalla radio fino alla zona del centro in cui abito fa un giro enorme e lunghissimo. Ma è ormai più di un anno che lo prendo a quell’ora, e mi sono sempre divertito ad osservare quello che capita nell’autobus.
La fauna dell’autobus notturno bolognese è spesso così composta:

  • prostituta/e, spesso africana/e; se la ragazza è sola si fa i cavoli suoi; se è in compagnia, e le sue amiche non sono troppo stanche, chiacchierano, di solito ad alta voce in quella lingua, credo un pidgin, misto di inglese e lingua madre;gente che torna distrutta da cene, feste, serate fuori: di solito sono seduti uno dietro all’altro e regolarmente appoggiano la testa sulla fine dello schienale del sedile davanti; il dramma è se qualcuno interrompe la catena magica, sedendosi sull’ultimo sedile in posizione eretta;
  • vari matti e/o vecchietti più o meno ciarlieri;
  • studenti e studentesse stranieri.

Provate ora a tentare delle combinazioni: io le ho viste quasi tutte. Giovanotti ubriachi che tentano di flirtare con algide svedesi, svedesi ubriache che tentano di flirtare con stagionati pazzerelli, prostitute che chiacchierano con l’autista, autisti pazzi svedesi… No. Questa no.

È bello e strano il clima che si respira sull’autobus notturno, soprattutto nella tratta che faccio io, perché in mezzo c’è una sosta di cinque minuti al deposito, che allunga ancora il viaggio. Quando l’autobus si ferma, molti si svegliano, non essendoci più il rombo del motore a cullarli. L’autista scende e… chiude le porte. Ci si ritrova quindi in una situazione tipo ascensore, in cui il silenzio è assoluto, come può esserlo nella periferia di Bologna alle 3 del mattino. Per di più in un autobus. Oggi ho pensato: adesso mi alzo e leggo qualcosa a tutti. Così. Poi mi è venuto in mente che già ci penserà Bergonzoni sabato prossimo.

E speriamo che stanotte lo streaming funzioni…

Cliccate qua dalle 0050 alle 220 circa (non di continuo, per carità) e qualcosa speriamo che succeda. O se no prendete un mezzo di locomozione e venite a Bologna, per sentirmi come si fa normalmente, girando la manopolina della radio analogica fino ai 96.250 Mhz.
Seguiranno altre istruzioni.

Di |2003-10-13T13:51:00+02:0013 Ottobre 2003|Categorie: Eight Days A Week, Things We Said Today|Tag: , |8 Commenti

Cyrano e le parole che muovono

Per lavoro ho letto il testo di Rostand e ho rivisto il film di Rappeneau.

“Per lavoro, hai capito? C’è gente che spacca le pietre, gente che ara i campi, gente che fa il capo del Governo e gli tocca fare tante altre cose insieme e lui… legge per lavoro. Dove andremo a finire…”

Il film lo ricordavo bene, l’ho visto quando è uscito, al cinema. E dopo poco mi sono dimenticato che, come il testo originale, è tutto in rima. Non ricordo le esatte sensazioni che ho provato allora, ma di sicuro ricordo che non mi ero annoiato. E che nel film non c’è la frase-da-cioccolatino su “baci e segni ortografici” (sapete a cosa mi riferisco). Scelta coraggiosa. E azzeccata. Ma di questo parliamo dopo.

Ho letto il libro in una traduzione in prosa, scritta da Franco Cuomo. Scelta coraggiosa anche quella. Infatti, l’unica traduzione in italiano di Cyrano de Bergerac è del 1898, di Mauro Giobbe, quindi contemporanea all’opera di Rostand, e rigorosamente in versi. La versione in italiano è stata un successo, nel 1977, quando venne presentata a Parigi. L’ho letta e non mi sembra male. Riesce a conservare una musicalità anche nella prosa. Ma, rivedendo il film, mi è venuta voglia di rileggere il testo in poesia.

Nota ulteriore: i dialoghi italiani del film sono tradotti molto bene da Oreste Lionello. Dimenticatevi il Bagaglino e pensate al grandissimo lavoro che ha fatto con i film di Allen (non sempre) e con il doppiaggio di Monty Python – Il sacro Graal. Non che io sia un fanatico del doppiaggio, anzi. Ma se proprio va fatto, almeno sia fatto bene. Tanto di cappello al prode Lionello.

“No, si è messo a parlare in rima. Speriamo che torni allo stile di prima”

La storia di Cyrano è nota ed arcinota. Infatti non è quella che mi ha emozionato, quella si conosce. È appunto ciò che dicevo prima sulla frase da cioccolatino. Basta. Che palle. Non trovarla nel film è bellissimo, distacca la storia da quello-che-già-si-sa.
Quello che mi ha scosso sono state le parole, le parole che scorrono meravigliosamente, che si accavallano, e giocano e scherzano e ridono. E commuovono, appunto. Con i loro tempi, le loro pause, anche nella versione in prosa, letta da me nella mia stanzetta. Questa è la fine del terzo atto. Cyrano ha combinato la cosa tra sua cugina Rossana. Rendiamoci conto: ha fatto sposare la donna della quale è innamorato da sempre con il giovane cadetto del suo reggimento, Cristiano. E stanno per partire, per andare in guerra. Dolore generale. Rossana, appena sposata, vede il marito partire per la guerra. A Cyrano della guerra non può fregare di meno. Ma ha compiuto un suicidio amoroso. E se ne rende conto. Tutto grazie alle sue magnifiche parole. Che, credo, ami almeno quanto Rossana.

ROSSANA (a Cyrano, trattenendo Cristiano, che lui cerca di tirar via): Lo affido a te… Promettimi che non correrà rischi!
CYRANO: Farò il possibile… ma non posso promettere niente.
ROSSANA (come sopra): Promettimi che sarà prudente!
CYRANO: Sì, cercherò, ma…
ROSSANA: Che non avrà mai freddo!
CYRANO: Ci proverò, ma…
ROSSANA: Che sarà fedele!
CYRANO: Sì, certo, però…
ROSSANA: Che mi scriverà!
CYRANO (fermandosi): Questo sì – te lo prometto!

Le parole. Nient’altro. “Creiamo un eroe da romanzo” dice Cyrano a Cristiano. “Io ci metto le parole e tu la bellezza”. A prescindere dalla morale, dalle storie su bellezza interiore ed esteriore, quello che mi affascina, alla fine, son le parole, la creazione e la commozione alla quale mi hanno portato, ancora una volta.
Mica per niente questo diario urbano ha anche a che fare con l’amore per le parole.
Beh, sì. A volte anche con l’amore-e-basta.

The Riot Yogurt Grrrl

Sono andato a fare la spesa al notosupermercato. Stavo passando vicino al banco latticini e c’era una ragazza che metteva a posto delle scatole su un carrello. Passa un suo collega e butta sul suo carrello dei contenitori vuoti. Lei se ne accorge e dice: “Ma guarda questo se mi deve rompere il cazzo in ‘sta maniera”. Io vedo e le sorrido complice. Lei mi guarda e aggiunge: “Solo perché ha una cosa in mezzo alle gambe si permette di fare quello che vuole”.

Ho smesso di sorridere e me ne sono andato a comprare della passata di pomodoro. Con passo spedito.

Di |2003-10-10T16:30:00+02:0010 Ottobre 2003|Categorie: I Me Mine|Tag: , |5 Commenti

Colpo partita: triplo filotto reale con pallino

Sono uscito, questa sera, e mica ero di umore buono. Andiamo a bere qualcosa. Ordino un martini cocktail e un bicchiere d’acqua.
“Non abbiamo bicchieri”, mi dice la cameriera.
La folla con me ridacchia e inizia a proporre che io beva l’acqua in un’urna, in una cisterna… La cameriera è simpatica e precisa che, insomma, ‘sta acqua me la devo pagare. Mezzo litro. La ordino senza bollicine, temendo il sovrapprezzo.
Il cocktail è così così. Sto per andarmene a casa, quando mi dicono: “Partita a stecca?”.

Il biliardo io l’adoro. Mi piace tantissimo, tutto. Sorrido e accetto.

Andiamo in una notasaladabiliardo, proprio sotto le due torri. Immaginatevi una sala da biliardo nel centro di Bologna. Fatelo veramente. È esattamente così. Sottoterra, in un palazzo con ascensore ingabbiato, cancello per entrare. Tavoli sparsi, fumo, neon. Popolazione varia e inevitabilmente bizzarra.
Nella notasaladabiliardo la televisione è sempre accesa, e c’è sempre qualcuno che la guarda: e pare non abbia fatto altro in vita sua. Immobile, se non fosse per la sigaretta che viene fumata, spenta, riaccesa. Età compresa tra i cinquanta e i centocinquant’anni. Ma si guardano le cose più normali. Lo so, potreste aspettarvi un porno, o quanto meno le pubblicità dei telefoni erotici. Stasera c’era “Porta a porta”. Mi sa che gli regalo qualche cassetta…
Nella notasaladabiliardo si bestemmia, più o meno ad alta voce, ma si sentono distintamente i rumori crocchianti delle palle, del primo colpo, delle stecche, dei gessetti che vengono strofinati sulle loro punte.
Ogni tanto i giocatori più esperti ti guardano, ma non te lo fanno notare. Meglio così.
Di solito nella notasaladabiliardo ci sono in prevalenza uomini. Ma a volte qualche donna ci scappa. Magari la ragazza di qualcuno, che è lì con i suoi amici. E lui, premuroso e amoroso, tenta di insegnarle a giocare. Lei, di solito, è negata. I suoi amici si sfiancano di sigarette e di birra e tremano ogni volta che lei prende la stecca in mano. Lui, imbarazzato, fa dei sorrisini di giustificazione. Che, spesso, servono a poco.

P.S. Il titolo del post… si può ascoltare qua.

Di |2003-10-10T04:07:00+02:0010 Ottobre 2003|Categorie: There's A Place|Tag: , , , |6 Commenti

Le elezioni in California e le proporzioni cinebiografiche: gioco stupidissimo ma inquietante

Di solito scrivo qua di notte, a tarda notte. E non è detto che non lo faccia anche oggi. Ma era un po’ che non scrivevo, e sembra che qualcuno se ne accorga. La mia compagna di chiacchiere pomeridiane (blogger anch’essa) mi ha detto: “Poi scrivi, eh?”. Un po’ come la mamma dice al bimbo: “Gioca, ma poi li fai i compiti, eh?”. Scrivo, come vedi, scrivo.

Guardo almeno un paio di telegiornali a pranzo e un paio a cena. Ma ho pranzato presto e cenato tardi, quindi mi sono visto le due edizioni principali del TG2. Non ci ho prestato molta attenzione, se no la cena mi sarebbe andata di traverso. Ma la copertina dell’edizione delle 21 era dedicata a Schwarzenegger. Un po’ guardavo, un po’ mangiavo, un po’ ascoltavo. Ho pensato alle proporzioni. Dunque.

Reagan. Attore. Governatore della California. Due mandati presidenziali. E’ vero che viene ricordato come un presidente che ha fatto molto per il disarmo mondiale, ma è pur sempre quello che ha messo in ginocchio l’economia americana con il progetto “Scudo Stellare”.
Che, detta così… Cioè, chiamare un progetto di difesa così, anzi, era meglio noto col nome di “Guerre Stellari”… Solo ad un attore di Hollywood poteva venire in mente. E nel mio cervello rimbalzano, ancora una volta, le parole di Doc in Ritorno al futuro, quando chiede a Marty, per provare che effettivamente viene dal futuro, di dirgli chi è presidente nel 1984. “Ronald Reagan”. “Ma chi, l’attore? E il vice chi è, Jerry Lewis?”.

Schwarzenegger. Attore. Governatore della California con maggioranza schiacciante dei voti. In molti scommettono su una sua candidatura alle prossime presidenziali. E probabilmente vincerebbe anche lì.

Proporzioni. Ronald Reagan, a volte noto come Elvis Reagan (dico sul serio) ha recitato in una sessantina di film. Penso che abbia fatto il cattivo solo un paio di volte. Personaggi scialbi. Film fiacchi.
Arnold Schwarzenegger ha avuto il suo primo ruolo in una puntata de L’ispettore Derrick, dove faceva un culturista che aveva violentato e assassinato una donna (e veniva prontamente assicurato alla giustizia dal teutonico poliziotto). Misteri della mente umana (la mia). Ricordo quella puntata benissimo. Lui la uccideva perché, davanti ad una sua esibizione muscolare, lei rideva dicendo che sembrava una scimmia.
Anche lei, dico, incosciente. Vai a dire “Scimmia” a Schwarzy?
Poi Schwarzenegger ha fatto altri film, raggiungendo la fama con il cattivissimo Terminator.

Un cowboy da quattro soldi, filmicamente parlando, ha comunque combinato dei casini allucinanti per quello che riguarda la politica estera e interna… Speriamo che Schwarzenegger diventi subito il Terminator buono. Hasta la vista, baby?
Sì, sono molto, molto preoccupato.

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