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The Swedish Experience

Care e cari, l’ho fatto. Con due validi accompagnatori, V. e G. (detto Peppino – se scrivevo “detto P.” non aveva senso: mi espongo alla sua querula querela), sono andato all’Ikea. Partenza prevista ore 10 a.m. Partenza effettiva: ore 10.30. Impossibile utilizzare navetta, in quanto il servizio funziona solo nel pomeriggio. Adottiamo la soluzione autobus. Risultato: viaggio lunghissimo. Vorrei farla breve, ma forse anche no.

L’autobus ci scarica non esattamente vicini al luogo magico, ma abbastanza da vedere la scritta gialla e blu troneggiare. Io ho catalogo e appunti, esattamente come viene suggerito.

Preparati.
Fai una lista di tutto quello di cui hai bisogno per la tua casa. Sarai sorpreso dalla varietà dell’offerta dei negozi IKEA. Prendi le misure degli spazi che desideri arredare. C’è abbastanza spazio nella tua macchina? Lo utilizzerai tutto!

Non ho la macchina. Ma sono pronto per l’IkeaExperience. Un solo motto: comprare solo quello che mi serve. Guardo i miei accompagnatori: sappiamo che la missione è dura. Verso le 1145 entriamo.

Dopo quindici secondi V. e G. detto Peppino sono persi a guardare degli oggetti di gomma in una grande cesta: li palpano, mormorano “costa poco” e “che carino”. Li trascino via a forza. “Abbiamo una missione”, dico loro. Permetto loro di prendere la borsa gialla (il carrello no), dei metri di carta, dei blocchetti e delle matite e andiamo avanti verso il primo obiettivo: letto nuovo, modello divano-futon. Nome: Grankulla. Con la “k”. Ma lo sapevo. Vuol dire che ci dormikkierò sopra. Appena arrivato nella zona-divaniletto i miei due accompagnatori si svelano per essere uno pessimista (V.), l’altro più accondiscendente (G. detto Peppino). I due litigano tra di loro e non mi assistono nella difficile scelta e nell’iter di acquisto. Mi rivolgo allora ad una signorina Ikea che mi dice come fare. Sono ancora lì a litigare, quando passo al secondo obiettivo: la libreria.

Ora, la libreria del vero giovane è modulare: compri i pezzi e te l’aggiusti come ti pare. Però devi calcolare prima la composizione. Per questo i gentili svedesi mettono a disposizione dei banchetti con matitine e calcolatrice. Quest’ultima è avvitata al banchetto. Vabbè che sono svedesi, ma noi siamo italiani, no? Una calcolatrice a energia solare fa gola un po’ a tutti. Ma io non ne ho bisogno. Ho già fatto i conti a casa. Quindi controllo che ci siano tutti i pezzi e seguo la stessa procedura per l’acquisto del letto. I pezzi si ritirano alla fine. Nome della scaffalatura: Ivar. Segni particolari: semplice.

Andiamo avanti. Terzo ed ultimo obiettivo: varie ed eventuali. Grucce e biancheria da letto con cuscino. La scelta delle grucce solleva un dibattito politico tra i miei accompagnatori. V. sostiene che siccome io mi sono laureato e non sono più uno studente sono diventato un lussuoso capitalista spendaccione, un gaudente che non si accontenta più delle cose di plastica. La causa di tutto questo è l’acquisto del set di grucce Bumerang con la “u”. Roba da fare impazzire i sociologi e gli economisti di tutto il mondo.
Alla fine riesco anche a comprare le lenzuola che mi servono.

Io arrivo alle casse trionfante. Ho solo preso quello che mi serviva. G. detto Peppino mi ha detto che lo scopo per cui mi accompagnava era di prendere degli asciugamani. È arrivato alle casse con un portacd. Senza asciugamani, ovviamente. Do il bancomat alla cassiera, che me lo restituisce esanime. Il bancomat, non la cassiera.

Passiamo le casse… e cado anche io nel tranello. G. detto Peppino si allontana e torna con del cibo. Tre minuti più tardi addentavo un würstel e bevevo una nota bibita gassata. Ho guardato il würstel. C’era scritto che era stato fabbricato con materiale biodegradabile e che per produrlo non era stato abbattuto neanche un albero.

Ho capito, adesso, cos’è l’IkeaExperience.

Di |2003-09-17T18:44:00+02:0017 Settembre 2003|Categorie: I'm A Loser, There's A Place|Tag: , , , |23 Commenti

Donne che si abbracciano troppo

Intontito dai nuovi video bruttissimi di Metallica, Iron Maiden e Korn, visti ieri notte sulla televisione ggiovane per eccellenza, ho deciso di darmi il colpo di grazia. E ho guardato per un po’ quello che doveva essere un programma sulle selezioni per un altro programma, “Superstar” o qualcosa del genere, condotto da Daniele Bossari (credo) su Italia 1. La storia è sempre la stessa: fanciulle mediamente carine che danzano e cantano davanti ad una giuria di esperti che poi le giudicano e le fanno passare al turno successivo, fino alla finale, che poi, credo, diventa il programma stesso. Ora, quello che ho visto è ragazze che, comunque vadano le cose, si abbracciano e si fanno i complimenti. Perfetto esempio di fair play.

Lo stesso accade con quella schifezza che è Miss Italia. Non ce la faccio proprio a guardarlo. Ieri per caso sono passato davanti al televisore e ho visto questo momento. Una concorrente, chiamata alla fase finale, già si commuove. E che cavolo. Già piangi? Oh! Non hai ancora vinto. Devi piangere dopo! Insostenibile.

Come avete forse visto ieri, e l’anno scorso, e l’anno prima ancora, eccetera, alla fine della serata, quando viene proclamata la vincitrice, le altre comunque circondano la piangente e l’abbracciano e la baciano, sorridenti.

Ma come? Ho la fortuna di avere molte amiche donne. Queste amiche mi raccontano spesso del mondo delle donne visto dalle donne. Da loro (non da una, ma dalla maggioranza di esse) ho visto che le donne sono spesso in competizione furente tra loro, gelose, a volte perfide, spesso cattive. Per carità, esiste anche l’amicizia al femminile. Ma a Miss Italia? Un concorso di bellezza tra le donne di un Paese in cui l’arrivismo-votato-alla-celebrità-televisiva sta diventando uno dei fondamenti della nazione? Andiamo…

Sarebbe stato bello che la nuova miss Italia avesse festeggiato da sola, tra gli sguardi delle altre che, tra i denti, la mandavano sonoramente a fanculo. Allora sì, le lacrime avrebbero avuto un senso. Forse.

Mobilitiamoci

Sto diventando un ometto e ho le mie esigenze. Per esempio una è quella di cambiare l’arredamento della mia stanzetta, visto che pare che il futuro mi voglia a Bologna ancora per un po’. Niente di più facile. Per voi, forse. La mia stanza è piccola e piena di cose. E non so da dove iniziare, essendo negato per quasi tutte le cose pratiche. Mi addormento con questi pensieri e sogno. Sogno di quando ero piccolo ed esisteva una cosa chiamata Aiazzone e la sua canzoncina (da me modificata per motivi di copyright e per motivi neuronali che adesso non vi sto a spiegare).

..con la moto o in carrozzella, ma vai a Biella, ma vai a Biella, con la moto o col furgone e Aiazzone ti aiuterà.

C’era Guido Angeli che diceva “provare per credere”. Ma soprattutto c’erano gli architetti. Ricordate? Questi venivano a casa tua e ci pensavano loro. Metri, righelli, compassi. Roba che io non ho mai usato in vita mia, o quasi. Progettavano, disegnavano, pensavano, lì a casa tua. Architetti, ordinati, in giacca e cravatta. Magari gli offrivi un caffè, e, alla fine, tac, pronta la soluzione per te. Il catalogo a portata di mano. Fatto. Adesso, invece, non è più così.

Aiazzone esiste ancora, ma si va tutti all’Ikea. Ecco, io all’Ikea non ci sono mai stato. Ma dico: mai. Penso di essere uno dei pochissimi a non avere mai messo piede in quegli enormi posti gialli e blu, dove una sedia si chiama “Lothar” e un pensile “Gustaffson”. Ma del brandnaming (scusate: del nome dei prodotti) parliamo un’altra volta.

All’Ikea, mi dicono, c’è tutto. Dalla tazzina alla chaise longue, dal divano alla mensola, dal porta cd alla polpetta svedese. C’è lo spazio per fare divertire i bambini, c’è il ristorante (anche se credo che mangerò un panino prima, vedi foto…). Anche all’Ikea ci sono gli esperti di arredamento, ma li devi chiamare prima e poi non vengono a casa tua. E poi sono svedesi. Insomma, mica avremo lo stesso gusto nell’arredamento?

Tutti vanno all’Ikea. Mi chiedo perché. L’Ikea sostiene l’Unicef, usa il legno giusto, fa pagare le sue cose ma non tantissimo. E l’Ikea è perfettamente conscia del tremendo sforzo dell’acquisto che ogni consumatore affronta, quindi non solo ti viene a prendere direttamente con delle comode navette, ma ti coccola anche là.

Per quanto IKEA sia divertente, fare shopping è sempre una bella fatica. Quindi, se ti viene voglia di una bibita fresca e di un boccone sfizioso, al ristorante IKEA troverai un’intera gamma di piatti svedesi e italiani. Molti negozi hanno anche un bistrot vicino all’uscita, dove fare uno spuntino veloce.

Non vedo l’ora di divertirmi e fare shopping all’Ikea. E poi mi strafaccio di polpette svedesi. E non solo.

Ti senti affamato dopo la tua esperienza all’IKEA?

Quella di andare all’Ikea è un’esperienza. Qualcosa da raccontare agli amici, qualcosa che ti cambia la vita. “Da quando sono andato all’Ikea non sono più lo stesso”. E per concludere, la chicca finale.

Gli Svedesi amano festeggiare, stare in compagnia, mangiare e bere (bene!) e cantare. La nostra Bottega svedese offre molti prodotti tipici svedesi, tra cui le aringhe, il pane croccante e le squisite marmellate di mirtilli.
Troverai anche molte delle prelibatezze svedesi che hai assaggiato al ristorante: puoi portartele a casa, e seguire i nostri suggerimenti originali su come servirle. I mobili non sono l’unico punto forte di IKEA.

I suggerimenti Ikea non si limitano ai mobili, ma anche all’alimentazione e al bon-ton. Accidenti. Swedish way of life?

Domani vado all’Ikea per la prima volta (nonostante qualcuno me l’abbia sconsigliato: perdono). Forse diventerò biondo e i miei occhi si schiariranno. O forse l’immaginetta di Guido Angeli che porto sempre con me mi salverà.

P.S. Mi chiedo come mai l’Ikea sia così buona (bambini, cibo, Unicef, ecologia). Io diffido sempre delle cose/persone/animali/fiumi/città troppo buoni. Un mio coinquilino mi ha poi detto che il capo dell’Ikea pare sia un nazista. Ah, ecco. Mi chiedo se questa cosa venga tradita da qualche parte. Magari qualcuno di voi è seduto su un divano che si chiama Adolfson. Mamma mia.

Vuoi star zitto, *per* favore?

Leggo dal Venerdì di questa settimana, a pagina 74, un’intervista di Antonio Dipollina a quel genio inutile di Tiziano Ferro. Il nuovo singolo del giovine 23enne di Latina si chiama XVerso. L’inizio di Dipollina è fulminante.

“Potremmo partire da questa cosa della scrittura da Sms. Stavolta non poteva chiamarlo Perverso, scritto normale?”

“Non me la sono sentita, e comunque è un grosso vantaggio”

E il grandissimo Dipollina chiede:

“XChé?”

(sic). Risponde il Kelly de noantri:

“Nelle interviste. Ne ho fatte a decine. Si inizia a parlare solo di quello, del XDono scritto così, mi chiedono solo quello, e capisco che posso sbrigarmela in cinque minuti”.

A Tizià, ma che cacchio ti devono chiedere? Il povero Dipollina ci prova a fare il ligio intervistatore, ma sentite qua.

“Risulta che lei vende uno sproposito”

“Rispetto al passato, sono cifre minori. Poi, certo in questo mercato vendo parecchio”.

Eh? Nella risposta alla domanda precedente, in cui gli veniva chiesto se guadagnasse tanto, Tizzone risponde che guadagna

“relativamente poco”.

Rosso relativo, quello del conto in banca? Ma no, è un poveretto. Ascoltate qua.

“Una casa come vorrei, per esempio, non sono riuscito a comprarla”.

Forse perché a Latina non c’è abbastanza terreno edificabile?

Sentite qua. Dipollina dice:

“Torniamo a lei. Soldi pochi, ma donne…”
“Capisco cosa intende, ma non è così”
“Parliamone”

(e mi chiedo se l’intervista sia stata fatta per telefono o di persona, perché leggendola si capisce dove gli veniva da ridere, al giornalista). La fine della risposta di Tirello è:

“Ecco: io non sono quello che cerca amori di una notte, proprio non ci riesco. Non so se si capisce”
“Beh”

dice Dipollina, evidentemente non ne può più. Ma Tignazzo affonda.

“Ecco, io non riesco mai a capire quanto cercano il ragazzo di successo o la persona. E allora preferisco rinunciare”.

Bravo. Bravo. Questa sì che è integrità morale, caro il mio Tinello. Ma non ti preoccupare, ché dopo quest’intervista, in cui dichiari che non hai una lira, nessuno busserà più al tuo camerino.
Ancora lui, Tafazzi Ferro:

“E poi il sesso non è tutto: ci sono i concerti”.

Certo, aggiungo io. E ci sono le macchine, i pranzi in famiglia, i bei libri, il tramonto sul mare… Invece il mio eroe Dipollina dice, secondo me tra le lacrime (di ilarità):

“Con tutto il rispetto, non dovrebbe essere la stessa cosa”.

Lapidaria la risposta di Tiscalio Ferro:

“A volte i concerti sono meglio”.

Durano di più. Certo. Hai un microfono in mano e un pubblico davanti. Oddio, non è che… Ma andiamo avanti.
L’intervistatore tira fuori una mezza accusa: pare che “XDono” sia molto simile ad un pezzo di Kelly. E Tiplagio Ferro inizia a dire le solite cose, che ci sono un sacco di canzoni sul giro di do, che la musica oggi è tutta un grande mescolamento (ho in mente di fare un mescolamento di qualche grande successo di un gruppo minore inglese, i Beatles), eccetera. Poi aggiunge, alla fine:

“Ha presente un pattern?”
“No, e non si azzardi a ripeterlo”

Ma Tirante non è così scemo. Infatti dichiara:

“Io (…) leggo Oscar Wilde. (…) Mi piace moltissimo, mi piace poi collegare l’estetica e la fisicità, ripensare alla moralità dell’Irlanda puritana, tutta quella costrizione sul sesso che poi esplode e va”.

Ecco, Tiziano, fa’ come il sesso: va’, va’.

Lib(e)ri

Uno dei momenti più belli e normali della mia vita è quando finisco un libro e mi appresto a leggerne uno nuovo. Momento bello, importante ed emozionante. Insomma, si esce da un mondo e si entra in un altro mondo. Ma, per quanto i mondi possano essere avvolgenti, siamo comunque noi-in-un-dato-momento a leggere. Quindi la nostra vita, in senso lato, si mischia, è influenzata ed influenza la lettura. Inoltre, per quanto uno possa sapere di un libro prima di averlo letto, è difficile sapere tutto e sapere come la lettura influenzerà lo stato d’animo. Un’ulteriore premessa. Difficilmente leggo più di un libro alla volta e difficilmente non finisco un libro.

Adesso, giochiamo.

Due tra i libri più belli letti in quest’anno sono stati Appuntamenti al buio di Cornell Woolrich e Norwegian Wood, Tokyo Blues di Haruki Murakami. La tristezza di quest’ultimo è cosa nota, altro che. E anche la sua bellezza. Tant’è che quando dicevo che lo stavo leggendo, tutti mi guardavano con due occhi così. Non solo perché il libro era triste, ma perché in quel momento stavo vivendo uno dei dolori sentimentali più grandi della mia vita. E ovviamente il libro parla, tra le altre cose, di amori impossibili (avevo scritto “umori”, ecco) e sofferenze assortite.

Anche mia madre l’ha letto, quel libro. “Ma qui si ubriacano tutti e si suicidano”, mi dice. La guardo con lo sguardo-pieno-di-vita. Per fortuna non sa niente del cellulare.

Insomma, con il libro di Murakami ho vissuto il mio dolore riflesso, come le pagine se ne fossero preso un po’. Forse il mio dolore era tanto che sono stato io ad intristire il libro, non viceversa.

Appuntamenti al buio (Stile Libero Einaudi, 2000), finito di leggere ieri, è un noir scritto da Woolrich, un tipo strano, legatissimo in maniera morbosa alla madre, incapace di avere a che fare con altre donne. Scrive in maniera molto efficace ed avvincente. Solo che anche questo libro… È la storia di un ragazzo che ha solo la sua ragazza al mondo. Viene uccisa in maniera bizzarra mentre passa un piccolo aereo nel cielo e lui decide di fare provare a tutte le persone a bordo di quell’aereo ciò che ha provato lui, cioè la perdita della donna che amano di più al mondo. Il libro, ogni tanto, presenta frasi come queste:

“Lei si chiamava Dorothy, ed era deliziosa; non era facile descriverla, ma non per la stessa ragione: non si può descrivere la luce. Si può dire dove è, non che cos’è. Ci saranno state ragazze più belle, ma non più adorabili. Era una qualità che veniva da fuori e dentro di lei, un minuscolo particolare. Era il primo amore di ogni uomo, l’amore di cui ci si rende conto solo quando lo si è perduto e si guarda indietro a riflettere. Era la promessa fatta al principio e che non può essere mantenuta oltre un certo punto – e infatti non lo è mai” (p. 5)

“Mi piace vedere una coppia che si diverte, finché può. Poi ci sarà tutto il tempo per soffrire” (p. 141)

E adesso mi trovo davanti alla libreria, guardo i dorsi dei libri, pensando a cosa mi potranno nascondere. Chiudo gli occhi e scelgo.

Il dugongo sepolto

Qualche giorno fa, un’amica che vive a Londra da qualche anno mi diceva di quanto fosse buffo che certe parole che rimangono chiuse e sepolte per anni nella memoria, a volte, di colpo, tendano a rimergere.

Ieri sera io e qualcun altro abbiamo giocato a Trivial (lo so, ultimamente me ne sto in casa di sera, ma, a differenza di Marcel, non me ne vado a letto presto: quindi invitatemi ad uscire, anche tardi). Insomma, ad un certo punto capita una domanda: “Che animale dell’antichità era spesso scambiato per una sirena?”. Io e la mia squadra abbiamo risposto “il delfino”. Invece la risposta corretta era “il dugongo”. Non so se abbiate idea di che animale sia un dugongo. Lo vedete lassù. È un mammifero acquatico, anche piuttosto brutto, un incrocio tra un delfino e una foca. Come cacchio avrà fatto a ricordare una sirena agli antichi… A me Daryl Hannah ricorda una sirena… Ma il punto non è questo. Il punto è che quando ero piccolo avevo un amichetto piuttosto grosso e sua madre lo chiamava scherzosamente dugongo. Io non sapevo cosa fosse il dugongo, ma ero un grande appassionato di animali, quindi lo cercai in uno dei miei libri. Mi vedo in questa stanza, in quella che non so se chiamare casa mia o casa dei miei (no, non sono a Bologna, provengo da altri lidi e ogni tanto torno a salutare mamma e papà, eh insomma), una stanza che era sistemata diversamente, sulla poltrona intento a sfogliare un librone di animali e a guardare una foto o un disegno del dugongo. Che è rimasto sepolto nei miei pensieri fino a ieri.

P.S. La parola a cui si riferiva la mia amica, invece, era “blog”.

Di |2003-09-12T00:32:00+02:0012 Settembre 2003|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |7 Commenti

11 settembre ***3

Sono sicuro che, per quello che riguarda ciò che è successo due anni fa, basterà la televisione per ricordarcelo e farci tornare alla mente lo shock. Sono meno sicuro che oggi venga dedicat0o abbastanza spazio a ciò che successe trent’anni fa. Delle Twin Towers abbiamo immagini, immagini, immagini, immagini. Del palazzo della Moneda la nostra generazione ha ricordi di brani di libri di storia (se li ha ancora, questi ricordi) e poco altro. Dal palazzo della Moneda ecco le parole di un uomo che più essere-umano non si può. Leggetele qui.

Work in progress

Sono andato nel negozio di alimentari sotto casa, per comprare del latte e un po’ di pane. Come la maggior parte di negozi di alimentari a Bologna, è gestito da pakistani. Ogni tanto faccio due chiacchiere col proprietario, come va, come non va. Oggi c’è stato questo dialogo.

– Ma dimmi, sei laureato? – mi chiede.
– Eh, sì, da quasi un anno – rispondo. E prego non mi faccia la domanda successiva, la maledetta domanda. Ovviamente me la fa.
– E il lavoro?

(Cristo).

– Eh, lo attendo.
– Vieni a lavorare qua.

È la prima proposta di lavoro diretta che ricevo. Ma non ce la potrei fare. Tutto il giorno a contatto col cliente, che per definizione è stressante. Spesso. “Magari”, penso, “è una battuta”. Quindi dico sorridendo che non sono fatto per un lavoro del genere.

– Ma in mezz’ora si impara – dice lui serissimo. E aggiunge: -Lo può fare anche un dottore.

Mi sono guardato intorno nel negozio per vedere se ci fosse un posto per appendere il certificato di laurea.

Di |2003-09-10T13:56:00+02:0010 Settembre 2003|Categorie: We Can Work It Out|Tag: , , , |14 Commenti

Una serata secondo i programmi

Lunedì, ore 1945.
Sono pronto, come neanche Fantozzi quando deve vedere Italia-Inghilterra.
Cena con amico alle ore 20 in punto, poi concerto di Bowie alla radio, in diretta, da Londra. Il mio amico dovrebbe portare qualcosa da bere o altro, chissà. Comunque mangeremo, ci sentiremo il concerto alla radio, chiacchierando e cantando pezzi di canzoni e scoprendone di nuove. E poi avrò il ricordo del concerto, lo registro.

E come?

Corro alla Virgin, che è aperto fino alle ore venti. Entro e, ovviamente, sono l’unico cliente. Di solito alla Virgin la musica è varia, ma comunque orecchiabile–>gradevole–>acquistabile. Invece c’era sparato a palla un gruppo metal urlatissimo. Compro due cassette da novanta ed esco, pensando “mitico, ce l’ho fatta”. Piove tantissimo, ma il mio amico ha trovato un passaggio in macchina. Arriverà.

Ore 2005. Mi chiama. “Ritardo una ventina di minuti, i viali sono completamente bloccati, piove tantissimo”. Guardo il sugo per la pasta e gli dico di aspettare. Un po’ borbotta, ma poi si quieta. Penso che mangeremo in ritardo, ma pazienza. La pioggia, intanto, aumenta.
Ore 2035. Il mio amico non si fa vedere. E io non ho una lira sul cellulare per chiedergli dove sia, come stia, e soprattutto quando pensa di arrivare.
Ore 2045. Mi sintonizzo su Radio Due, dove c’è qualcuno che fa dei discorsi assolutamente magniloquenti che elogiano una band nostrana. “Sentiamo”, mi dico, mentre sgranocchio degli animaletti di cristallo per alleviare la tensione: il mio programma sta andando completamente a puttane. La canzone è orrenda. Ovviamente.
Ore 2050. Arriva il mio amico, zuppo e trafelatissimo. Ovviamente, poverino, non è riuscito a portarmi alcun omaggio. “Non importa”, dico io, “sta per iniziare il concerto”. E mi sento un po’ come si dovevano sentire i miei nonni, vicini alla radio per non perdere niente, neanche una parola. Quasi mi commuovo.
Ore 2103. Il concerto non verrà trasmesso. La Sony ha revocato all’ultimo momento la licenza per la diffusione. Tento di fare come Muzio Scevola e sto per immergere la mano destra nel sugo bollente, ma il mio amico mi ferma all’ultimo momento.

La serata si è conclusa con una partita a Trivial, che perdo. Però ho imparato che i ragni hanno otto occhi. Di tutte le cazzate che scorrono in una partita di Trivial Pursuit, in genere se ne ricorda una soltanto, dopo. Il ricordo non permane per più di un paio di giorni. No, questo non l’ho scoperto giocando. Esperienza personale.

Andando a letto ho maledetto la Sony, spegnendo la luce. Poi mi sono alzato di colpo, sono andato vicino allo stereo e ho guardato le cassette comprate per registrare il concerto. Ho tirato un sospiro di sollievo. Almeno erano della TDK.

Neighbours 2

Mi piacerebbe rimandarvi alla prima puntata della saga, ma purtroppo sono una schiappa con la gestione del template e non ho i permalinks.

“Francesco, ma come parli?”. “Ehilà, mamma”. Imbarazzo. “Che hai detto? Templi? Permanente?” “Ma no, parlavo del templeit che è il modello del mio blog, e che non ha dei link sull’ora. Cioè, quando posto qualcosa…”. Mia madre inizia a diventare terrea. “Ti continui a fare le canne?” “Mamma, ma che c’entrano le canne” “Magari ti ubriachi ogni sera, lì, sul templeit”. “Mamma…” “Che è blog? Ma non era ‘Blob’? Ti piaceva tanto!” “Ma lo guardo ancora e mi piace. Sto parlando di blog, una specie di diario…””Se ti fai la permanente, secondo me, stai male”. Mi arrendo. Ma datemi una mano con i permalinks. Io nel frattempo spiego a mia madre di che si tratta.

Nella mia casetta, al piano di sotto, proprio sotto di me, abita un geometra. O meglio, ha lo studio un geometra. Anche se una domenica mattina l’ho sorpreso sulla porta, un po’ assonnato, in maglietta e boxer. “Amore sul tecnigrafo”. Insomma, il geometra ha la finestra di una parte del suo studio proprio sul pozzo luce dove si affaccia la finestra di camera mia. Questo vuol dire che, per esempio, d’estate, quando abbiamo tutti e due le finestre aperte, è meglio che io non tenga la musica troppo alta. All’inizio per dirmi di abbassare fischiava, e io abbaiavo, di conseguenza. Poi ci siamo conosciuti meglio. E adesso prima fischia, poi dice il mio nome. Io abbaio, ma se me lo chiede gli porgo la zampa. Progressi. Questione di addestramento.

Ho conosciuto il geometra del piano di sotto perché lui, anche se non conta niente, era l’amministratore del condominio. Quindi lui sa e può. Ha una specie di carica onoraria, che ne so, come gli ex-presidenti della Repubblica che diventano poi senatori a vita. Avevo una bicicletta. E la mettevo nel cortiletto del palazzo. Lui mi ha detto che non si poteva, citandomi una delibera condominiale. Io un po’ ho insistito. Lui anche. “Che gliene frega?” pensavo. Ma sarebbe come dire che gli frega dell’Italia a… Esempio sbagliato. Scusate. Insomma, l’ho messa fuori, la bici. E me l’hanno rubata. Ce l’ho avuta con lui, per un po’. Ho pensato di tenere la musica a tutto volume quando cavolo mi pareva a me. Per un po’ l’ho fatto, ma lui si ad un certo punto si è rifiutato di darmi l’osso-di-gomma-che-ne-vado-pazzo. Quindi ho smesso.

Il geometra del piano di sotto ha una strana caratteristica. Quando parla al telefono aumenta automaticamente il tono di voce. Ora, il mio squallido tenore di vita fa sì che, quando lui (e il resto del mondo sul fuso di Greenwich+1) inizia a lavorare, io sia in piena fase REM. E lui, una delle prime cose che fa, è telefonare. Quindi io mi sveglio regolarmente con le sue telefonate. Una delle ultime è andata così. Giuro.

“Pronto, Sandro, ciao, sono M. Bene, bene, tu? Sei tornato, eh? Anche io. No, bene. Senti, Sandro, mi hai fatto quella richiesta? Come… Ma no, Sandro, te l’avevo detto prima delle vacanze, Sandro. Ma Sandro, come. Ma Sandro, non l’hai fatta. Ma come, non te l’ho dett… Mosocc’ ma non… Sandro. Sì che. Sandro. Sandro. Io. Ma no, figurati se me lo sono dimenticato, Sandro. Ma la rich. Sandro, non mi fare. Sandro te l’ho detto prima delle vacanze, figurati se. Sandro. Sandro. No, mi serve oggi, Sandro, che figura ci faccio, Sandro? Ma stai scherzando? Ma secondo te io. Sandro, sto perdendo la. Cosa? No, facciamo. Sandro. Sandro. Domani? Ma mi serve oggi, soccSandro. Te l’avevo chiesto, mi ricordo benissimo. No, alle dodici. Passo io, Sandro. Va bene Sandro. Ciao.” Socc.

Insomma, sono cose che traumatizzano. Ma poi mi sono riaddormentato. Indovinate che ho sognato? No, non Sandro. Ho sognato Filippa Lagerbach e Tori Amos che litigavano perché erano entrambe innamorate di me. Uno dei miei sogni erotici preferiti.

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