Il DJ vs. il Paese reale – Appendice 2: Dell'importanza di nomi, suggerimenti e generi nelle richieste musicali

Mettere qualche disco al matrimonio di sabato con P. e F. è stato più che divertente: uno spasso. Certo, anche in una villa isolata da un bosco può mettere piede la Polizia Municipale a causa di lamentele giunte per il volume troppo alto, probabilmente da una famiglia di tassi, ma tutto il mondo è un paese, a quanto pare. Anche per le richieste che arrivano puntualmente e che (senza ironia) ti danno la possibilità di accontentare una persona e talvolta di renderla davvero felice. Per questo, a parte l’ironia che se ne è fatta in questi post, se qualcuno chiede una canzone, cerco di metterla, prima o poi. Figuriamoci ad un matrimonio. Però succedono delle cose davvero buffe: come ad esempio, sabato, una ragazza che mi chiede “Rock N Roll”.
“Dei Led Zeppelin?”, domando.
“Ah, sì, i Led Zeppeling“, dice lei tradendo la conoscenza della grammatica inglese.

“Dovrei averla…”, mormoro iniziando a cercare il cd.
“Ma anche un’altra dei Led Zeppeling“, rilancia la ragazza.
“Ah, ok: quale vuoi?”
“Non so… ‘Stairway to Heaven’?”
Per fortuna in quel momento P. tira fuori il cd con “Rock N Roll” ed evitiamo il penoso tentativo di fare ballare gli invitati sulla lunghissima epopea di Page e Plant.
Poco dopo, però, si presenta un ragazzo che chiede prima del “rap futurista” (dei Marinetti bros., presumo) e subito dopo, senza neanche darmi il tempo di stupirmi, del country.
Mi chiedono del country da ballare e qualcosa mi viene in mente, un lampo. Ma il fatto è che, sarò un dj scarso quasi quanto a fare il cowboy, ma io non ho nulla di quel genere con me. A parte…
“Johnny Cash”, fa il ragazzo, mentre mima che suona una chitarrina.
Ce l’ho, ce l’ho.
“Un attimo”, dico. Ma lo stesso ragazzo dice ancora: “Anche una canzone folk.”
Country o folk, penso. Cos’è che mi ricorda?
“O qualcosa dei Blues Brothers”, suggerisce ancora lui.
E io mi illumino. Perché era esattamente quello il film: i musicisti entrano in un locale. “Che musica si suona qui?”, chiede la band. “Oh, nel facciamo di tutti e due i tipi”, risponde il gestore che indossa un cappello a falde larghe. “Country e western”.
E io so che cosa mandare in quel momento: un pezzo che mai avrei pensato potesse trovare spazio in un djset, questo.

Capisco che abbiamo avuto successo quando vedo che anche la ragazza dei Led Zeppeling danza scatenata insieme agli sposi.

Welcome to England

Eccoci qua. Non vi preoccupate, non vi ammorbo con post lunghissimi, tanto più che quello che ho fatto in Inghilterra negli scorsi giorni è stato vedere concerti (e ne ho parlato sul sito di Maps). Quindi, di seguito, piccolissime note prese al volo, con tanto di fotografie altrettanto estemporanee scattate col cellulare (cliccateci su se le volete vedere grandi), tra Londra e Bristol.
Venerdì 4 dicembre. Vengo accolto da Valido (grazie, grazie, grazie) e andiamo subito in un bel pub a magnare purè e salsiccia. Ci raggiungono anche l’amica C. con fidanzato. Si chiacchiera, ed è strano trovarsi a Shoreditch, perché il tavolo su cui stiamo è davvero familiare, per le cose che diciamo, la voce, la lingua. Vado in bagno e vedo una scritta sulla porta: “You’re smiling, but are you happy though?”. “Yeah”, dico, prima di accorgermi che per terra c’è del liquame. “Fuck yeah”, aggiungo, scrollando la scarpa.
Sabato 5 dicembre. Torno alla National Portrait Gallery dopo secoli, per vedere la mostra “From Beatles to Bowie”, che, peraltro, è bellissima. Ogni stanza dedicata a un anno, dal 1960 al 1969. Beatles, ma non solo. Valido, giustamente, mi fa notare che, mano a mano che gli anni passano, i soggetti ritratti hanno i capelli sempre più lunghi. È davvero tenero vagare con lo sguardo tra fotografie giganti, pubblicità di dischi, copertine. Tutto richiama la mia attenzione. Quindi dopo, molto godardianamente, decidiamo di passeggiare (letteralmente) tra le sale della National Gallery, buttando l’occhio qua e là tra capolavori del passato più o meno noti. Leggerezza.
Domenica 6 dicembre. Arrivo a Bristol, dove vengo accolto da P. Rapido giro della città, e la sensazione che ho, venendo da Londra, è la stessa che, ormai tre anni fa, mi accolse a Boston, giunto da NYC. Un rallentamento del ritmo, una calma e una pace quasi fastidiosa. A Bristol fa più freddo che a Londra, ma c’è un clima umano più tiepido. Sfortunatamente, ma ce lo potevamo aspettare, gli studi della Aardman sono chiusi: anche da fuori, però, sembrano dei semplici uffici. Guardo un po’ le mura dell’edificio che li ospita, pensando a Wallace&Gromit e a tutta la plastilina che quelle stanze contengono.

Lunedì 7 dicembre. Appena tornato da Bristol, via al concerto degli Alice In Chains. A parte il concerto vero e proprio, la sorpresa sarà vedere la bellezza del posto che lo ospita, la Brixton Academy. Ma anche il suo esterno non è male. Vedere la scritta ALICE IN CHAINS su sfondo neon ti fa pensare subito di essere in un periodo tra il 1950 e il 1995 (ma non oltre). Sono emozionato ben prima che Jerry Cantrell e soci colleghino i loro strumenti. Ancora non so quanto sarò emozionato durante e dopo. Wow.
Martedì 8 dicembre. Passeggio mollemente per le vie del centro di Londra e capito al British Museum. Anche quello non mi vede da anni e anni, quindi varco l’imponente soglia dicendo “Ma sì, dai”. Mi perdo, ovviamente, tra le sale, e vengo rapito da mummie, statue, gioielli, armi, pannelli esplicativi, bassorilievi, steledirosetta, eccetera. Giungo casualmente ad una sala dedicata alla storia delle monete e delle banconote. Vago tra le bacheche quando, d’un tratto, qualcosa di familiare richiama la mia attenzione. “Quella faccia la conosco”, penso. È quella di Bossi, stampata sulle 500000 lire del “conio padano”. La banconota è ben esposta in una teca che raccoglie monete politiche o commemorative. Due righe sotto Bossi, una moneta di Harry Potter. E tutto, quindi, ha un senso.

Incontri ravvicinati di tipo assurdo

E così, l’altra sera, siamo usciti io, P. e M. Appena fuori casa, incontriamo dei ragazzi, vestiti più o meno tutti uguale: giacca Dainese bianca, capelli ricolmi di gel, jeans stretti. Il capo, l’unico che ha tutte queste caratteristiche di vestiario, si avvicina a noi, che appariamo come la loro antitesi.
“Scusate, c’è una discoteca qua vicino?”
Noi snoccioliamo i nomi delle discoteche che conosciamo, pur non essendoci praticamente mai entrati.
“No, no, fa’ lui. Vogliamo una discoteca… più di sostanza.”
Rimaniamo per tutta la sera a scervellarci su cosa sia una discoteca-di-sostanza. Avesse detto “una discoteca con delle sostanze” sarebbe stato più facile.

Dopo un po’ M. si apparta con una ragazza e io e P. facciamo i reggi candela, annoiandoci un po’. Quando, all’improvviso, si avvicina un ragazzo, giovane, mi mette una mano sulla spalla e inizia questo dialogo/monologo (tutto vero).

– Non mi dire che sei di Lecce!
– Veramente no, faccio io.
– E di dove sei?
– Di Gorizia.
– Provincia?
– Gorizia.
– Regione, allora!, fa lui spazientito.
– Friuli.
– Ah… Io la geografia la so a occhio, dice, mimando una forma nell’aria con le mani. E poi aggiunge: E’ che la colpa è di quella bottana della mia professoressa di geografia. Non capiva un cazzo. E tu, di dove sei?, chiede rivolto a P.
– Lucca.
– Ah, quella so dov’è.
A quel punto un amico gli fa un gesto abbastanza volgare, il ragazzo si rivolge al mio amico e gli fa: Lucca? Succhia.
P. rimane impassibile. Ma il ragazzo, che si chiama S., non molla.
– E che studiate?
– Lavoriamo, rispondiamo all’unisono.
– E dove?
– In radio.
– Ahh, fa lui, e inizia a mimare delle cuffie e un microfono. Fate la fonica?, ci chiede.
Io e P. siamo stremati.
– No, non proprio, cioè, parliamo alla radio, rispondiamo incenerendo il nostro pur striminzito curriculum.
– E avete studiato qua?
– Sì.
– Cosa?
– Cinema.
– Be’, fa S., ha a che fare con la fonica.
A quel punto io non resisto.
– Be’, sì, a parte il periodo del muto…
S. non coglie. Chi l’avrebbe mai detto. P., mosso a pietà, rende la cortesia della domanda.
– E tu che fai?
– Studio giurisprudenza, e lavoricchio, come bòdigard.
– Ah, facciamo noi.
– Eh, ma lo sai qual è il problema? Che io, mi vedi, non sono grosso. Ma lavoro con delle persone di cento chili per un metro e novanta. Ma loro sono sempre (e mima uno che cerca di attaccar briga, con una certa efficacia), mentre io…
Si ferma e si mette un dito alla tempia.
– … io uso la testa. Perché quella ci vuole. Io sono intelligente. E in questo modo si lavora, con la testa.
– Giusto, diciamo io e P.
– Che poi, sono terzo dan di ju-jitsu, e devo dichiarare il porto di arma bianca. Perché se io, per esempio, mi attacco con te e reagisco, io è come se avessi una spada in mano.

A quel punto, siamo presi dalla smania di entrare in un locale il cui spazio vitale è mezzo metro quadro. Lo salutiamo, entriamo nel locale, usciamo, facciamo due passi. M. parla ancora con la ragazza, io e P. interpretiamo i segni che il munifico destino ci ha fornito e ce ne andiamo a casa.

Party Weekend

La radio su cui chiacchiero da anni 7, ne compie 21.
Per questo, ma anche perché ci va, doppia festa.
Stasera al Locomotiv Club con concerto di Ah, Wildness! e poi djset insieme ai diggei d’a radio.
Domani a Villa Serena io e il dott. Noto cercheremo di battere noi stessi. Ma non verremo vestiti da donna su una Vespa.
Siateci lo stesso.

Hey, DJ

Non faccio spesso il dj, a meno che uno non consideri la trasmissione quotidiana che faccio in questo modo. Non è così.
Ma ho messo i dischi, recentemente, alla festa finale del Biografilm Festival, insieme a P. Ora, io e P., soprattutto lui, siamo persone serie. Ma quando ci fomentiamo a vicenda non ci tiene nessuno. Quindi siamo entrati in scena in Vespa, vestiti da donna, tirando polli di gomma sulla gente, con in mano un piumino rotante. Il fatto che quella serata fosse dedicata ai Monty Python è stata un’induzione a delinquere, più che una causa fondante del nostro comportamento.
Comunque, è stata una serata memorabile: non credo di avere messo dischi per fare ballare così tanta gente. Quanta ce n’era? Cinquecento? Seicento persone? Non lo so, io dalla consolle non vedevo la fine delle teste.
E come ogni volta che faccio il dj, ho rivissuto (di persona o con la memoria) i tipi di personaggi che incontrano tutti quelli che-mettono-dischi-per-fare-ballare-la-gente:
il critico: ti si avvicina con aria normale, sorride. Poi lei (spesso è una donna) ti dice: “Ma ci sarà questa musica di merda per tutta la sera?”. Soluzione uno, fare i vaghi: “Quale musica?” (dire “quale merda” non funziona). Soluzione due, essere secchi: “Sì, problemi?”. Questa soluzione è da adottare, vigliaccamente, quando si valuta che, nel caso di scontro fisico, si avrà la supremazia, seppur a fatica. Nota: controllare che la signorina non sia accompagnata da un uomo grande quanto la Basilicata;
il sordo: ce ne sono di due tipi, il cinico e il timido. Usano toni diversi, ma entrambi ti si avvicinano e dicono: “Ma qualcosa anni ’80?”. In quel momento, di solito, stai mettendo l’unica canzone dei Duran Duran che concedi al pubblico, ben contento di farlo, peraltro. Soluzione unica: alzare il master del mixer e fare notare i tipici suoni sintetici della musica del decennio citato;
l’aspirante dj: vorrebbe farlo lui, il dj, ma fisicamente non può, non vuole o non ha il coraggio di oltrepassare la linea immaginaria o reale che divide il dj dal pubblico. Si avvicina con un cd masterizzato in mano, te lo passa e – come se foste al bar – ti dice: “Metti la due?”. Alla domanda “Ma che è?”, l’aspirante dj, che la sa lunga, dice “Metti, metti.” Soluzione uno (da adottare in caso non si verifichino le condizioni elencate alla fine de “il critico”): mettere la traccia, sperare che vada bene e che duri poco. Meglio la soluzione due (se le condizioni si verificano): fare cadere accidentalmente il cd per terra o nella birra; scambiarlo per un frisbee, lanciarlo tra la folla e addurre lo stato di ebbrezza come scusa;
il preciso: non ti fa una richiesta normale, no. Ti chiede una rara versione di “Friday I’m in Love” in cui Robert Smith scambia la prima strofa del testo con la seconda. Se non ce l’hai, ci rimane malissimo e se ne va mogio, per poi tornare all’attacco sperando che tu abbia quella nota cover in cui Modugno canta i Judas Priest. Soluzione: inesistente, bisogna solo sperare che chieda una canzone che hai (raro) o che si stufi della banalissima musica che stai mettendo e se ne vada via dalla festa;
il disinvolto: ti si avvicina come se foste in un prato di campo, e inizia a parlare. A voce moderata, tanto siete in campagna, che vi frega? Non si rende minimamente conto che quel tuo agitarsi sui piatti non dipende dalle convulsioni o dal fatto che hai smesso di fumare e non sai stare fermo, e che le cuffie che indossi non sono per proteggerti dal rumore. Quale rumore, poi? Siete in campagna, che vi frega. E il disinvolto parla, parla, parla. E voi non sentite una parola: a malapena riuscite a distinguere le asserzioni dalle domande. Soluzione: fare “sì” con la testa alle asserzioni e ridere appena appena alle domande. O viceversa.
il deciso: fa una richiesta, ma aggiunge che se non hai quello che desidera, non balla. Ora, amici, ascoltate bene: questo – che sembra un blando ricatto – è l’equivalente della kriptonite per il dj, il cui scopo non è rimorchiare o essere preso per una stagione a Ibiza, ma semplicemente vedere che tutti ballano alle canzoni che ha scelto. L’unica soluzione è trovare la canzone. E quando ce la fai, è gioia pura, e a volte il deciso viene a ringraziarti pure. Se non si ha la canzone, la soluzione è trattare come se foste al Gran Bazaar di Istanbul, scambiare un Depeche Mode per due Camerini, o un Sonic Youth per un Pavement più CCCP;
il vigile: ti si avvicina in divisa, ti chiede i documenti e ti impone di spegnere la musica. Soluzione: farlo, pur essendo preparati all’assalto della folla. Pericolosissimo non tanto perché ti menano, ma perché iniziano a lamentarsi che “Bologna proprio non è più come una volta.”
(Grazie anche da qua a tutti quelli che sono venuti: io e P. vi abbiamo fatto ballare una canzone russa sconosciuta di vent’anni fa, il tema di Tropa de Elite e un pezzo di Simonetti. Insomma, abbiamo stravinto.)

Square Love Parade

Quando i miei amici erano tornati dal concerto dei Flaming Lips al Velvet di Rimini, qualche anno fa, ero convinto che fossero stati vittime di un’allucinazione collettiva. Con occhi spiritati mi avevano raccontato di palloncini colorati, coriandoli, stelle filanti, pupazzi enormi, Teletubbies e tanto, tanto amore. ” E vabbè, avevano l’erba buona”, avevo pensato io, scettico.

Sono andato ieri a Ferrara con più o meno gli stessi amici che erano stati a Rimini, pensando: “Vabbè, l’erba buona ce l’avranno anche stavolta.” Del resto il pomeriggio prometteva bene, in quanto a stranezze.
Prima dei Flaming Lips ci sono stati gli Ok Go, una di quelle band sulle quali ti sforzi di dire due parole in più di “Ma sì, dai”, ma non ce la fai. Tant’è che la parte migliore del loro set è stato un balletto finale che – mi dicono – era quello di un video che ha fatto avere loro i quindici minuti di celebrità.

Poi è stata la volta dei Flaming Lips. Wayne Coyne, il cantante, è comparso dal cielo in una bolla enorme di plastica morbida, e si è rotolato sul pubblico, che lo reggeva con le mani. Poi degli invasori spaziali l’hanno aiutato ad uscire, mentre dieci Babbo Natale lo illuminavano con dei fasci di luce, la platea è stata invasa da enormi palloncini bianchi, coriandoli e stelle filanti, ed è iniziato il concerto con “Race for the prize”. I palloni bianchi sono stati sostituiti da Capitan America, Thor, Batman e Superman con palloni ancora più grandi blu e gialli. Abbiamo urlato “Fanatical – Fuck!” decine e decine di volte. Abbiamo detto “yeah-yeah-yeah-yeah” all’amore e “no-no-no-no” all’odio. Abbiamo cantato la reprise di “Yoshimi” con una suora. E infine abbiamo inneggiato all’amore eterno insieme ai Teletubbies. Ma c’è stata la sorpresa finale: una cover di “War Pigs” dei Black Sabbath, con la quale i Flaming Lips hanno chiuso il loro concerto, uno dei più belli che abbia mai visto nella mia vita. E ce ne siamo tornati a Bologna in Vespa, come da tradizione, pieni di sorrisi e amore.

Ho letto un post sul concerto dei Flaming Lips a Ferrara. Mah, non ci credo molto a quello che il tipo ha raccontato. Secondo me si è strafatto, e ha immaginato tutto, altro che. Però, per sicurezza, la prossima volta ci vado anche io.

Mondo Bizzarro

Non credo nelle coincidenze, nei segni del destino, non sono superstizioso. Credo di essere un materialista, o almeno così mi ha detto il mio parroco. Però devo dire che negli ultimi tempi sono successe delle cose strane.
La prima serie di coincidenze, di stampo prettamente musicale, è iniziata venerdì scorso, quando ero in macchina con il dottor M., diretti all’isola d’Elba. Non so perché, ma mi è venuta in mente la canzone di Venditti che fa “Autostrade deserte”*, eccetera. E per innervosire l’autista ho cominciato a tradurla in inglese maccheronico. Sapete, quel placido cazzeggio da viaggio. Ovviamente dopo dieci minuti non riuscivamo a togliercela dalla mente.
Il giorno dopo il dottor M. ha deciso di condividere con delle persone appena conosciute la follia, cominciando una perversa versione del “gioco della torre”. Non ha fatto in tempo a chiedere “peggio Venditti o Baglioni”, che la radio del bar dov’eravamo ha suonato una canzone dell’Antonello nazionale. Forse proprio quella, non so. Sorpresa, ma non è finita qua.
Sempre il dottor M., più tardi, è stato preso dalla quasi-voglia** di ballare il trenino: una prospettiva accolta dagli altri del gruppo con tentativi di suicidio all’arma bianca. Comunque, abbiamo iniziato a speculare su Disco Samba, ovverossia il medley di canzoni-da-trenino. Sapete, quel placido cazzeggio da vacanza. Visto che non andavamo oltre “Meu amigo Charlie Brown”, “A E I O U ì-psilon” e “Brigitte Bardot-Bardot”, abbiamo deciso di mandare degli sms a Violetta e al dottor N., che hanno puntualmente colmato le nostre lacune, con il titolo dei due pezzi restanti.***
Il giorno dopo andiamo a comprare del vino per la cena, in un paesino dell’Elba. Incrociamo una prima enoteca, ma andiamo avanti. Entriamo nella seconda e, nel momento stesso in cui varchiamo la soglia del negozio la radio inizia a mandare Disco Samba. La signora dietro il bancone si stupisce del nostro stupore, e noi le spieghiamo delle coincidenze. A quel punto la signora scuote la testa e dice: “Eh, ma questa versione qua non è mica quella dei nostri tempi.” E continua: “Questa è una versione di Gigi D’Alessio, anche le parole di Brigitte Bardot, sì, sono un po’ quelle, ma mica tutte.” Io mi stupisco ancora, e dico alla signora: “Ci hanno veramente preso tutto.” La signora annuisce e batte lo scontrino.
L’epilogo risale a lunedì sera. Torno a casa, stanco e nostalgico, come dopo ogni bella vacanza. Soprattutto con la prospettiva che la prossima vacanza (anche brutta) chissà quando sarà. Accendo la televisione e mi distendo sul divano. A Fuori Orario danno un film muto, su cui Ghezzi sovrappone un disco dei Pink Floyd: è Meddle, lo stesso che ascoltavo seduto su degli scogli un paio di giorni prima. In quel momento si è alzato un po’ il vento e il divano mi è parso meravigliosamente rigido e roccioso.

* E ogni volta mi chiedo: ma perché mi sono dimenticato, che ne so, le date delle Guerre di Indipendenza, che pure conoscevo, e invece i neuroni occupati da Venditti sono irremovibili e immutabili?
** Il “quasi” è messo solo per evitare che il dottor M. mi faccia causa.
*** Che ovviamente, adesso, non ricordo: probabilmente quei neuroni sono impegnati da “Brutta” di Alessandro Canino.

Andar di là – prima parte

Non so con precisione dove si trovi il reparto di ostetricia dell’ospedale civile di Gorizia, ma devo comunque essere nato al massimo ad un centinaio di metri dalla Yugoslavia. “Yugo”, la chiamavamo. “Sciavi”, li chiamavano.
A dodici anni ho avuto il lasciapassare, prepustnica, per allungare le passeggiate domenicali. Mia madre mi comprava le scarpe Adidas in un grande magazzino di Nova Gorica.

Andare in Slovenia passando da Gorizia è piuttosto particolare. Anche senza attraversare la piazza Transalpina, già definita “il muro di Gorizia”, anche se era una rete alta un metro che impediva lo sguardo alla bellissima facciata della stazione ferroviaria “di là”. Rete già presa a picconate da Fini nel 1989. Quello che ci frega, a noi italiani, è la voglia di emulazione.

Da piccolo sapevo parlare un po’ di sloveno. Avevo una donna che aiutava mia madre nelle pulizie (e mi sono sempre chiesto se fosse giusto, adesso ho smesso) che mi parlava in sloveno. Nelle scuole a Gorizia non si è mai insegnato lo sloveno. Forse adesso lo si insegna, ma fino a quando ero piccolo io, e c’era ancora la Yugoslavia, anche senza Tito, la Yugo era sciavi e pericolo rosso. Comunismo. Minaccia. Altro. Yughi. Tutta roba che non doveva esistere, e che veniva fortemente contestata da persone che avevano il padre, il nonno, o al massimo il bisnonno, sloveno.

Adesso mi ricordo solo qualcosa, e insegno qualche parola ai miei compagni di viaggio: hvala, prosim, dober dan, kruh, voda. Tanto per non morire di fame ed essere educati. L’altra cosa che insegno è la pronuncia: la c si legge z dura, la č c dolce, la ž come il suono “j” in francese, la š “sc”. E, con buona pace dei commentatori sportivi, si dice “kranska gora”, e non “kraniska gora”, perché la j in mezzo alla parola spesso non si legge. Gli accenti? Mistero.

Si andava di là, quindi, a passeggiare o a fare grandi mangiate, in una gostilna in cui la cameriera ti sciorinava il menù cantilenando, in quell’italiano così simile al goriziano e allo sloveno insieme, “domače”, “casalingo”, lo chiamano, alla faccia della purezza dell’italiano. “Gnoki con šugo rošto, conilijo, karne feri (o ferji, chissà), čevapčiči.” E poi si passeggiava per il Carso.

La zona del Carso è la prima che andiamo a vedere, e in particolare le grotte. Non quelle di Postumia, stupende e monumentali, ma quelle più nascoste e spettacolari di Škočijan, San Canziano, in italiano. In un antro di quel complesso scorre in un canyon enorme il fiume Timavo, un fiume che appare e scompare e riappare e scompare, giocando a rimpiattino tra la Slovenia e l’Italia.

Per me il fiume Timavo era una rupe con dei lupi in bronzo, sulla strada per Trieste, la costiera, una delle strade più belle e pericolose che abbia mai visto. E sotto c’era una frase di Virgilio, tratta dall’Eneide. Guardavo le parole in latino come in una striscia dei Peanuts Linus affermava di guardare soltanto e di non leggere i nomi russi de “I fratelli Karamazov”. Sapevo che lì sotto il Timavo si concedeva alla vista dell’uomo, per poi tornare sotto, nascosto, a scavare e a nutrirsi di roccia bianca. Virgilio sapeva dell’esistenza nascosta del fiume, e ne ha parlato. La cosa ancora mi emoziona.

Nessuno parla, invece, di quello che è accaduto prima della fine della seconda guerra mondiale. L’argomento dominante (e tremendo) sono le violenze titine nel 1945: anche loro, come il Timavo, hanno sfruttato gli anfratti carsici. Ma c’è altro, come l’ospedale partigiano di Franija, che ha preso il nome dalla dottoressa che l’ha diretto dal 1943 al 1945. Un miracolo di ingegneria, un ospedale tra le rocce, con tutto, dalla camera per le radiografie alla sala operatoria, dalla cucina alla centrale elettrica. I tedeschi non l’hanno mai trovato. I feriti vi venivano portati risalendo un torrente gelido. È la seconda volta che lo visito, e rimango sempre colpito dalla commistione di dolore e speranza che trasuda dalle baracche di legno.

“Potremmo andare a Lubiana”, si era detto con il mio fratello di parole, la sua mamma e la sua ragazza di allora quando sono stato a Franija per la prima volta. Alla fine non ci siamo andati. C’ero stato poco tempo prima con P. e, lo ammetto, eravamo rimasti colpiti da ogni tipo di bellezza che ci si presentasse davanti. Lubiana, per me, è una bella ragazza che sorride (e Guccini non me ne voglia se gli rubo la banale metafora).

Ljublijana è, prima di tutto, difficile da scrivere. Perdonatemi, quindi, se la chiamo Lubiana. Lubiana ricorda Gorizia, Trieste, Vienna e Praga, ma si è data qualcosa in più e qualcosa in meno. Non ha il mare ma ha la Sava, ha i turisti ma non sono così allucinantemente italiani come a Praga. E soprattutto respira, a differenza del rantolo di Gorizia. A Lubiana, come in tutta la Slovenia, ci sono giovani-che-fanno-cose. Hanno percepito la fine del regime, ma, per qualche miracolo, non sono andati tutti fuori di testa. Hanno sentito il mercato, ma, per un altro miracolo, sono rimasti attenti al loro patrimonio storico, culturale, e ambientale, soprattutto. A Lubiana l’italiano già non si parla più tanto: quasi tutti sanno l’inglese, e ti senti di essere in una capitale europea. Nello stesso tempo senti l’odore di casa, quell’odore che veniva “da là”, poco oltre la finestra della mia cucina.

Quando ci fu la dichiarazione d’indipendenza slovena, nel giugno del 1991, mio padre ancora lavorava in dogana. Gli dissero di mettere il giubbotto antiproiettile, e lui ce lo raccontava ridendo. Io ridevo un po’ meno. Poi ci fu la battaglia di Nova Gorica, ed esplose un carrarmato: la veranda di casa mia fu velata dal fumo e dall’odore di bruciato. I goriziani andarono in alto, su al castello, forse sperando di vedere qualche sciavo sbucherellato. Se ne andarono annoiati dopo un po’. La Slovenia non seguì la catena di massacri che si stava per compiere. Noi non andammo di là per un po’. Quando ci tornammo, la stella sulla bandiera era scomparsa, iniziammo ad imparare che quella era la Slovenia, non più “la Yugo”. Molti continuano a dire Yugo ancora adesso. Per distinguerla sempre e comunque dall’Italija, pardon, Italia.

Anche la Slovenia finisce un po’ prima del suo confine. C’è una zona che si chiama Prekmurije, cioè oltre il fiume Mura, una zona che per motivi geografici è molto di più legata all’Ungheria che alla Slovenia: i nomi sono diversi e sulla cartina stradale che abbiamo, esattamente come al confine con l’Italia, l’Austria e la Croazia, sotto a molti nomi di città ce n’è uno più piccolo, spesso con qualche zeta e gi in più. Niente più montagne, ma pianura. E le “tipiche fattorie a l” (come dice la Lonely Planet) sono ovunque e punteggiano una zona altrimenti perfettamente piatta. Alloggiamo in una di queste, che odora di legno ed erba. Vediamo un cavallo bianco, chiaramente un “lipizzano”, originario cioè di Lipica, una cittadina vicino al confine italiano. Vediamo anche due gattini, di cui uno malato e uno soriano. Un rospo. Ma capisco che siamo in Ungheria, perché sui pali, in alto, ci sono le cicogne.

Sono stato a Budapest per la prima volta nel 1986, credo. Era la festa nazionale, ci davano mele verdi in ogni negozio. Ne ho mangiate due. Non ho capito molto, all’epoca.
Ci sono tornato dieci anni dopo: le cose erano notevolmente cambiate. Quella volta, però, non ho visto le cicogne, che invece mi avevano affascinato, forse anche grazie ai miei otto anni. Avrò pensato ai bambini portati da questi enormi uccelli? No, perché, lo ricordo bene, nel mio librino di educazione sessuale, prima di “mammaepapà” c’erano le api (davvero!), i cani (giuro) e, appunto, “mammaepapà”.

continua

Kraftwerk Kino

Non so voi, ma quando io vado a vedere un concerto e scopro che ci sono i posti a sedere, ci rimango sempre male, di primo acchito. Certo, non mi aspetto di andare a vedere un concerto di musica classica e fare headbanging o ballare sotto il palco, ma ci siamo capiti. Quando ho saputo che il concerto dei Kraftwerk a Ferrara aveva i posti a sedere, quindi, non ero molto contento. Ma avevo comunque una gioia, quella di andare in Vespa a Ferrara, come avevo già fatto per gli Air. Quando ci sono gli anni ’70 di mezzo, non c’è nulla che trattenga me e P. da inforcare la sua Vespa e scorrazzare per la bassa.
Dopo una sosta-piadina a Minerbio, quindi, arriviamo in piazza Castello e ci mettiamo a sedere. Davanti a noi, dei fan sfegatati del gruppo tedesco, che non fanno altro che abbracciarsi a vicenda e dirsi “Ma ti rendi conto?” Considerando il loro entusiasmo e che, ad occhio, hanno la mia età, penso che debbano avere sentito i dischi dei Kraftwerk in età infantile, pre-infantile, fetale, o, visto il comune pensare, embrionale.
Quando il sipario (sì, il sipario) si apre sul palco, attaccano con “The Man Machine”: sembrano immobili, con ai lati Hutter e Schneider e in mezzo gli altri due. Hanno davanti una tastiera con sopra un computer che paiono sospesi nell’aria. Dietro, una cosa del genere. Sono musica, e pare che la loro presenza sia quasi superflua. Il pubblico rimane ipnotizzato e ascolta in silenzio. I pezzi si succedono, uno dopo l’altro, praticamente senza pause. Dietro, sugli schermi, vediamo biciclette per “Tour de France”, autostrade per “Autobahn”, con giochi di luce perfetti. I quattro non si muovono e non dicono nulla, niente.  Il risultato è estramamente coerente, e non capisco più se si tratti di un’estetizzazione della loro musica, o di una colonna sonora per i loro concetti visuali, a partire dalle loro copertine e, volendo, andando ancora più indietro nel tempo, fino agli evidenti riferimenti ai motivi grafici dell’avanguardia russa, ma anche dell’estetica totalitarista nazifascista. I testi svuotano ancora di più i brani, fino a ridurli a pura forma, ma il miracolo avviene nel momento in cui questa forma si fa leggera, ingenua e, allo stesso tempo, concreta. “Kalium Kalzium Eisen Magnesium Mineral Biotin Zink Selen L-Carnitin Adrenalin Endorphin Elektrolyt Co-Enzym Carbo-Hydrat Protein A-B-C-D Vitamin”, con dietro piogge di pillole: non è didascalismo (sarebbe evidente e banale), ma un’esperienza audiovisiva elementare ed elementale, perfettamente coerente e coinvolgente.
Il messaggio esiste, però, e viene messo in evidenza in “Radioactivity”, cupa e martellante, con un’intro da manifesto politico vero e proprio. E allora ti ricordi che i Kraftwerk vengono dalla Germania degli anni ’70, quella dei movimenti radicali ecologisti, della Rote Brigade, oltre che dal conservatorio di Düsseldorf. E c’è un pensiero articolato, dietro a tutto questo: l’annullamento, volontario, coatto e/o alienante, dell’essere umano. Pensiero che viene espresso, nello spettacolo, da “The Robots”. Sono dei manichini meccanici quelli che “suonano” la canzone al posto del gruppo, e si muovono molto di più degli umani, davanti a tastiere e computer. E quindi si può pensare che, in fondo, nessuno stesse suonando le canzoni precedenti, o, addirittura, che non ci fossero i Kraftwerk sul palco, ma macchine per suonare macchine, che è esattamente quello che ci si aspetta. In “The Robots” viene solo resa esplicita questa possibilità, viene mostrata con la stessa immediatezza e banalità con cui hanno usato un calcolatore per “Pocket Calculator”, con la stessa logica con cui si costruisce una progressione musicale  o si progetta un’autostrada.
Penso, per un attimo, a cosa potrebbe pensare il solito alieno venuto sulla Terra, vedendo una schiera di umani immobili e seduti che guardano delle luci un uno schermo e ascoltano suoni elettronici, con quattro umani altrettanto immobili davanti, che si confondono con le luci e i motivi alle loro spalle. E penso che, comunque, dev’essere un bello spettacolo. Rovinato dal fatto che siamo schifosamente italiani e che, quindi, ad un certo punto qualcuno inizia ad abbandonare il proprio posto, facendo partire una reazione a catena che si conclude con decine di persone in piedi sulle sedie. E in quel momento, visto che la magia era rotta, avrei proprio voluto che una voce diffondesse questo in Piazza Castello.

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