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Ciò che pratica Lorenzo P. (5 lingue parlate e scritte – esperto informatica – web marketing/web promotion)

curriculumCaro Lorenzo P.,

ignoro perché tu mi abbia mandato un curriculum. Io, sai, faccio parte di quelli che i cv li mandano, e sperano che qualcuno li legga. Probabilmente hai trovato il mio indirizzo insieme ad altri, o hai usato uno di quei programmini che creano le liste a cui mandare spam, non lo so. Spero per te che tu non sia messo così male da avermi mandato consciamente il tuo curriculum, ma credo sia un’ipotesi improbabile. Comunque, proprio perché spero che qualcuno legga le cose che mando in giro, ho letto quello che hai fatto, e sono rimasto sinceramente impressionato. Hai un paio di anni più di me e hai fatto e studiato una quantità di cose che io forse riuscirei a fare in due vite. Mentre lo leggevo pensavo che avrei potuto inoltrarlo a qualcuno, per darti una mano. Siamo tutti nella stessa barca, in fondo.

Poi, arrivato alla fine, ho letto i tuoi interessi, una parte del curriculum che io stesso valuto poco, sbagliando. E ho visto che, cito, pratichi musica, chitarra, canto, vela, letteratura, scrittura, poesia, volontariato internazionale, moto, tennis, pallavolo, trekking, enologia e gastronomia internazionale.

Potevi dirlo subito che volevi lavorare alla redazione di “Gusto” del TG5.

Settegennaio, ovvero l'orrore della fine delle vacanze

Quando andavo a scuola dovevo attraversare sempre una piccola galleria commerciale nel centro della mia città di nascita: durante le feste natalizie era sempre addobbata a festa, con tristi alberi di Natale, fiocchetti e un tappeto rosso con scritto “Buone Feste!” (sì, con due maiuscole, un punto esclamativo e, forse, numerose facce di babbonatale da pestare: essendo un tappeto…).
La galleria per me non significava niente durante le feste: ignoravo alberi e fiocchetti e pestavo naturalmente la faccia al vecchio grassone.
Ma il sette gennaio, quando si tornava a scuola, passare attraverso quella galleria era dolorosissimo: infatti rimaneva adobbata a festa anche dopo l’Epifania, per qualche giorno, e le faccione ormai grigiastre e tumefatte sul tappeto si prendevano la rivincita su noi ragazzini che tornavamo a scuola, in discesa libera verso le forche della fine del primo quadrimestre.

Era da tanto tempo che non sentivo quella sensazione. Oggi in radio ho preso una pausa, sono andato alla macchina del caffè, ho premuto un pulsante ed è venuto fuori un bicchiere con decorazioni di campanelle, bacche e agrifogli. Mi si è stretto lo stomaco. Ho preso il bicchiere e ho fatto per berne il contenuto. Le macchie sulla superficie della bevanda avevano una forma che ricordava tanto il viso di un vecchio con la barba che sogghignava.

Abitabilità

Una veduta dell'immobile: da notare i pratici scaffali/loculo per riporre inquilini e/o merci.

Mi trovo di nuovo, dopo qualche mese, a guardare annunci immobiliari e riviste gratuite con planimetrie ed espressioni a me praticamente ignote come “nuda proprietà”, “rogito” e “foresteria”.
E incappo in un annuncio che dice:

BOLOGNA (BOLOGNA). Via S. Apollonia, disponibile bilocale interrato di circa 50 mq, impianti autonomi, NO abitabilità, ottimo come punto appoggio/magazzino o per studenti.

Non ci credete? Voilà.

Di |2006-01-08T02:30:00+01:008 Gennaio 2006|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , |9 Commenti

Ricomincio da Bret

Poche ore prima di finire Lunar Park, l’ultimo grande libro di Bret Easton Ellis (autore che qui, lo dico subito, si idolatra vergognosamente), ho rivisto Ricomincio da tre. In un momento del film c’è un dialogo tra Gaetano (Massimo Troisi) e Lello (Lello Arena) che ha per oggetto la verità delle cose che vengono scritte. “Voi scrittori siete dei bugiardi: dite che inventate le cose e invece non inventate niente”, dice Lello alla fidanzata di Gaetano, Marta. La questione è di quelle che, di solito, vengono lasciate perdere, quando si parla di libri e di scrittori. “Ma sono cose vere, quelle che ha scritto?” è la domanda che ogni persona che intervista uno scrittore vorrebbe fargli, nonostante si dichiari sempre il contrario. E Ellis lo sa bene. Per questo motivo, alla fine del primo capitolo di Lunar Park, quello sicuramente più verosimile, l’autore scrive: “Tutto ciò che leggerete è realmente accaduto”, aggiungendo però subito dopo la frase “ogni parola è vera”. Queste due dichiarazioni, sebbene sembrano completarsi l’un l’altra, non sono necessariamente logiche in maniera consequenziale. Soprattutto perché il libro inizia parlando di come gli inizi dei libri di Bret Easton Ellis siano diventati mano a mano più complessi, elaborati e sovraccarichi di parole. Lo scrittore, quindi, può essere sincero con le sue parole, pur usandole per riportare fatti inventati.

Quindi siamo tornati al punto di partenza. Non è importante quanto sia “vera” la storia raccontata in Lunar Park, che, ricordiamolo, è un libro in cui il protagonista si chiama come l’autore, ed è scritto per la prima volta al passato.
Il passato, già: è un “ritorno al passato” quello che fa iniziare il racconto del romanzo (o il secondo romanzo di Lunar Park, secondo la recensione molto bella di Giuseppe Genna), il secondo capitolo, con le parole “Sei una perfetta caricatura di te stesso”, le stesse dell’incipit del primo. Il passato è declinato secondo la vita privata di Ellis e la vita pubblica, o meglio i suoi romanzi: ecco che le due linee vengono a coincidere, visto che emerge dalle prime pagine che il sanguinario protagonista di American Psycho, forse il più riuscito e famoso dei romanzi di Ellis, è ispirato alla figura del padre dello scrittore.

E il passato, infine, si ricongiunge col presente: Ellis è diventato padre a sua volta, è sposato ad un’attrice, dalla quale ha avuto un figlio una decina di anni prima. O tutto questo è solo quello che ci racconta il protagonista di Lunar Park.
Il vero tema di Lunar Park è antico, primordiale: è il rapporto padre-figlio, allargato metaforicamente a quello dell’atto creativo, del dare vita (ad un essere umano, al passato, alle parole, ad una storia, ad una casa, a Lunar Park), ed esteso anche allo stile. L’ultima parte del libro è infatti un omaggio dichiarato alle atmosfere e allo stile di Stephen King, che Ellis ha spesso citato come fonte di ispirazione in dichiarazioni e interviste.

Lunar Park è molto diverso da qualsiasi cosa che Ellis abbia mai scritto prima. Ma, del resto, con il suo ultimo libro Bret Easton Ellis ha partorito con dolore se stesso. Credo quindi che, come tutte le persone che diventano padri, non potrà più essere quello di una volta.

Pork, Alcohol, Dance and eMule

Questo è un buon simbolo di quello che è successo alla festa di fine anno di ieri. Protagonista assoluto il maiale, nella forma a sinistra, ma con i colori e il senso pop di quello di destra. La staticità delle pose, dovuta a profonda riflessione da un lato, e a macellazione dall’altro, invece, non c’entra per niente.
Qualcuno ieri si dev’essere preoccupato che non si mangiasse abbastanza, come ieri. Il risultato è stato una quantità di cibi e bevande varie che avrebbe sfamato uno stato di piccole dimensioni, e non musulmano, si intende, per ovvi motivi. Ogni tanto si sentivano voci come “Ehi, ma qui c’è del tacchino”, o “Ma è incredibile, non credevo che le lenticchie avessero una forma di organizzazione autonoma”. C’è anche stato uno scambio di questo tipo:
“Questo (quello nella foto, n.d.r.) è un salame vegetariano?”
“No, viene da Castel San Pietro.”

Qualcuno ha intonato canti leninisti alternandoli con pezzi dei Van Der Graaf Generator. Altri hanno insegnato alla straniera di turno parolacce e filastrocche che finivano con cose come “and all the angels in a column” (e alle traduzioni letterali delle espressioni del nostro bell’idioma la WASP di turno esclamava cose come “Oh, really? Is that the translation?”).

Poi si è passati alle danze, con il rituale, angosciante e lunghissimo conto alla rovescia (dio, l’ansia che mi mette ogni singolo anno) a fare da punteggiatura. Un ballo ininterrotto dall’una alle sei sulle note di canzoni scaricate al momento, a seconda della generosità della rete p2p.

Conclusioni raggiunte alla fine della serata, cioè quando ormai albeggiava:
– il Martini cocktail è qualcosa che non si può improvvisare;
– non c’è alcuna differenza tra il primo, il secondo e il terzo giro di rhum e pera: sul quarto sospendo il giudizio;
– una stanza normalissima dotata di un letto a soppalco, un portatile e una connessione a banda larga può diventare dancefloor, locale di lap dance, sala prove del Living Theatre;
– la musica è fondamentalmente la stessa dal 1982 ad oggi (questa è di Manu);
– dopo le cinque del mattino la funzione di una cravatta è esattamente a metà strada tra quella di un boa di piume e una corda per saltare.

Ancora una volta, buon anno a tutti.

Loffi di Capodanno

Nei giorni scorsi un argomento, come sempre, è stato tabù: piuttosto che fare o rispondere alla domanda “che cosa fai a Capodanno?” la gente si immergeva in profonde discussioni sul caso Unipol o si esercitava in appassionati commenti alla biografia del nuovo governatore della Banca d’Italia (Draghi: ragazzi, con un nome così secondo me siamo a cavallo).
Una cosa mi ha colpito, però: che quando l’argomento veniva infine affrontato si dipingevano sui volti delle espressioni inedite. Non la tipica espressione da punto interrogativo, che ha come corollario “qualsiasi cosa tu faccia, contami, ci sono anche io, perché quest’anno sono disperato”. Non la tipica faccia da quello che la sa lunga, ed è stato invitato ad un esclusivo party con modelle e modelli ai quali è stato vietato di indossare qualsiasi vestito che abbia una superficie superiore ai dieci centimetri quadri. Nessuno ha anche urlato cose come “ma che me frega, io ho comprato una pasticca grande come un 33 giri e me la smangiucchio passandomi tutte le discoteche della riviera”.
Piuttosto, tutti avevano stampata sul volto la stessa faccia che ho visto spesso, nell’ultimo anno: una faccia che comunicava apatia, insoddisfazione, scoglionamento, lasciami perdere.

Ecco, allora l’augurio sincero che faccio a tutti per il prossimo anno è questo senso di disagio, insicurezza, stanchezza, impotenza rimanga ancorato all’ultimo minuto del 2005, e che si possa vivere il 2006 più sereni, leggeri, contenti e sorridenti.

Ehi, ragazzi: ma allora il Prozac fa veramente miracoli!

Di |2005-12-30T20:43:00+01:0030 Dicembre 2005|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |3 Commenti

"Fra le stelle peta e vaaaaa…"

Oggi ad un project manager di mia conoscenza (oh, è il suo titolo e ci tiene: ma del resto gli piace usare esotismi come step, focal point, balengo, cerea, boia faust e via dicendo) è arrivato un sms dalla sua compagnia telefonica che recitava:

Vuoi scaricare la suoneria con la sigla di Goldrake ruttata?

Allora mi ha mostrato il messaggio, perché non ci credeva. Io l’ho letto e gli ho domandato cosa aspettasse a scaricarla, ma vedendolo interdetto, ho capito che non avrebbe avuto senso, visto che il suo cellulare non è polifonico, e non avrebbe riprodotto al meglio le conseguenze aerofagiche del creativo in questione.

Attendo con ansia che gli arrivi, su un nuovo telefonino, la proposta di scaricare la suoneria di Jeeg robot d’acciaio fatta con le scoregge.

Pringles gusto negro e tortellino

L’autobus numero tredici, direzione est-ovest, intorno a mezzogiorno, è pieno. Lo so e mi rassegno. Come sempre. Tanto ho da ascoltare The Shape of Jazz to Come, sperando di capirci qualcosa. In piazza Malpighi, però, l’autobus magicamente si svuota, in coincidenza con un piano nelle cuffie. Allora mi siedo, sperando di leggere qualcosa. Dopo due fermate, però, in coincidenza con un crescendo e toni alti di sax, entra una scolaresca intera: una ventina di bambini intorno ai dieci anni. Che fa quello che fa una scolaresca: casino, anche se in maniera moderata. L’autobus si riempie all’inverosimile, secondo uno schema che ha come base scientifica la legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi. Stiamo tutti fermi, a parte Gillespie e i suoi, si sa, ma quelli li sento io. Sento anche un odore strano. I bambini non sanno di strada, ma di Pringles, tutti. Ma non vedo patatine in giro: l’odore sale dalla pelle, e si mischia a quello del tredici pieno, direzione est-ovest, poco dopo il mezzogiorno di un giorno feriale d’inverno.
Poi l’autobus si ferma, il disco nelle orecchie no. Qualcuno parla da fuori, la voce proviene dalla porta posteriore, aperta. La voce ha un accento bolognese: è l’autista, aspro e incazzato.
“Dovete andare avanti.”
Nessuno si muove: se lo facesse potrebbe essere tranquillamente accusato di molestie, pedofilia e violazione delle leggi della fisica, in un colpo solo.
“Lei”, dice l’autista.
E gli altri, dietro, tirano un sospiro di sollievo. C’è uno scuro, sull’autobus. È lui. Tutto.
“Parla italiano? Deve andare avanti!”
Ma nessuno, compreso lo scuro, si muove. Nessuno può muoversi. Ma tutti sono tranquilli, perché quello che si deve muovere è lui.
“Insomma, parla italiano? Lei deve andare avanti”, dice l’autista, marcando il “deve”. Lo so, alla prossima frase inizierà ad usare gli infiniti, come nei film di una volta. Si sa che l’italiano coniugato all’infinito è una specie di lingua universale, un esperanto che funziona.
Poi lo scuro parla: “Sì, capisco, ma non posso andare avanti.” E, nel dirlo, tenta di muoversi. Ma non può.
Nessuno si muove, a parte il tempo. Per evitare ritardi, lamentele, note di demerito o chissà che, l’autista torna al suo posto.
Alle dodici e ventitré l’autobus arriva alla fermata Berretta Rossa, e dovrei scendere, ma non posso farlo, se non dalla porta posteriore. Nonostante le mie richieste, la porta dietro non si apre, e io non scendo. Allora affronto il codice penale e le leggi naturali e attraverso tutto l’autobus, ma non sento quello che la gente mi dice, perché, stavolta è più forte la forma del jazz che ha da venire nelle mie orecchie, e penso che sia quella che mi fa andare avanti.
Passa l’odore di Pringles, supero anche lo scuro, che ha ancora lo sguardo spaventato dall’interrogativo alla fine dell’accusa “parla italiano”.

Dopo due mie parole l’autista mi chiede se io voglia insegnargli il suo mestiere. Noto che ha gli occhi azzurri e la faccia buona. Scendo.

C'è posta per me: pizzo version

Ieri mi è arrivata una lettera dalla RAI, in cui mi si informava dell'”avvenuto pagamento per le prestazioni autoriali” dello scorso luglio.
Oggi mi è arrivata una lettera dell’ordine dei giornalisti, con la quale vengo invitato al pagamento della quota per il duemilasei, quota che ammonta esattamente alla metà del compenso netto ricevuto dalla RAI.

No, niente teste di cavallo bronzeo nel letto. Domani vado a pagare.

Di |2005-12-13T14:56:00+01:0013 Dicembre 2005|Categorie: We Can Work It Out|Tag: , , |6 Commenti

La notte dei morti viventi 2005

Il comunicato stampa. Ma quanto siamo seri(osi)!

Inizia la “Campagna Abbonamenti 2005” di Città del Capo – Radio Metropolitana, emittente bolognese di Popolare Network: una decina di giorni di palinsesto speciale con quiz, giochi e premi per sensibilizzare gli ascoltatori al sostegno della nostra emittente.

Anche quest’anno ci sarà l’evento speciale “La notte dei morti viventi”. Una diretta di dieci ore, dalle 2230 di venerdì 9 dicembre alle 830 di sabato dieci, per inaugurare la “campagna abbonamenti” della radio.
Dopo l’edizione 2002, dedicata alla morte, e quella 2003, dedicata alla religione, quest’anno “La notte dei morti viventi” è dedicata al sesso, in tutte le sue forme e manifestazioni. La trasmissione, condotta in studio da Federico Bernocchi, Francesco Locane e Simone Sabattini, avrà numerosi ospiti, in studio, in diretta telefonica e intervistati, tra cui:
Arween Akane (http://www.arweenakane.org/), performer BDSM;
Ayzad (
http://www.ayzad.com/), master BDSM e autore del libro “BDSM”,
edito da Castelvecchi;
Berbera e Hyde (
http://www.berberaehyde.it/), la griffe che ha firmato progetti per conto del portale Libero, Mondadori, Wind, e che cura la collana erotica degli Oscar Mondadori;
Giorgio Bortoluzzi (
http://www.deltadivenere.com/), direttore del sito Delta di Venere;
Letizia Bruni (
http://www.letiziabruni.com/), attrice hard, miglior performer femminile, Delta di Venere Torino 2004;
Patrizia D’Agostino, redattrice di Hot News (
http://www.hotnews.it/);
Jessica Gayle (
http://www.jessicagayle.com/), attrice hard, una delle ultime rivelazioni della factory di Mario Salieri;
Manya (
http://www.manyastar.com/), attrice hard, protagonista di numerosi film, anche con Moana Pozzi e Cicciolina;
Giacomo Manzoli, storico, critico e docente universitario di cinema;
Giuseppe Matera, produttore hard, FM Video (
http://www.fmvideocorp.com/);
Erika Neri (
http://www.erikaneri.it/), migliore contract girl Delta di Venere Torino 2005, migliore attrice europea hard Erotica Sex Praga 2005, Best Starlet Festival International de l’Erotisme, Bruxelles 2005;
Priscilla Salerno, attrice hard, migliore starlet italiana, Delta di Venere Torino 2004;
Riccardo Schicchi (
http://www.divafutura.tv/), storico regista dell’hard italiano, produttore e fondatore di Diva Futura;
Shakner, master BDSM, organizzatore di feste, eventi ed esibizioni BDSM;
Franco Trentalance, miglior attore hard protagonista ai Festival di Praga, Milano e Bruxelles nel 2004.

E in più altre interviste, sondaggi, giochi e tanti inviati nei posti caldi della Bologna di notte.
Le frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana, per Bologna e provincia, sono 96.250 e 94.700 MHz. È possibile ascoltare la radio anche in streaming, collegandosi al sito www.radiocittadelcapo.it.

Siateci.

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