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Il Monolocane perde il pelo, ma non il vizietto

Torna Monolocane. Giuro che eviterò di parlare di quella legge di cui tutti parlano. Proprio perché ne parlano tutti, non ho trovato nessuno da intervistare su altro. Ma, perché c’è sempre un ma, senza se e senza ma, regalerò inviti per due persone per il film Ray, la cui anteprima si terrà a Bologna lunedì prossimo. Chiamate e rispondete a facili domande sulla vita e le opere del famoso musicista di pianobar.
Dalle 2230 alle 0030 sui 96.3 o 94.7 MHz di Città del Capo – Radio Metropolitana, se siete nella città felsinea. Se siete altrove, potete sentire il tutto in streaming dal sito della radio o su RadioNation (forse, non si sa: fatemelo sapere!).

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Di |2005-01-13T17:26:00+01:0013 Gennaio 2005|Categorie: Eight Days A Week|Tag: , , , , , |7 Commenti

Esiste forse un'ironica giustizia nelle gif animate?

Sul sito di Repubblica, oggi, c’è un articolo che parla di un’indagine dell’Eurispes sul lavoro oggi, sulle aspettative di chi lavora.
Praticamente una ricerca di Riza Psicosomatica sulla depressione.
Ma tanto il rapporto verrà bellamente ignorato, e si continueranno a magnificare le opere (grandi, medie, piccine) di questo governo, che ci ha dato lavoro (un lavoro di solito part time, senza diritti, senza possibilità di sviluppo, con il quale non puoi accendere un mutuo, ma manco affittarti un monolocale da solo).
Ma il perfido caso, o un perfido webmaster, ha voluto che, accanto al paragrafo sul lavoro atipico e sugli abusi che si fanno di quelli che hanno un contratto Co.Co.Co., comparisse una pubblicità sull’Opa Tim Telecom, una delle aziende che più sfrutta le anomalie contrattuali, tanto che ci sono diversi procedimenti in piedi contro l’azienda stessa. Il risultato, comunque è questo, o meglio ancora, questo.

Lavoratore atipico TIM, o altro, che leggi questo post: ridi amaro, ma non farti vedere. Ricordati che, fondamentalmente, non conti un cazzo e che non ci vuole niente per perdere il quasi niente che hai.

L'umanità è bella perché è varia

Tornato dalla mia vacanza più lunga dopo quella di quest’estate, avrei voluto scrivere qua delle cose buffe e belle viste e sentite tra Venezia e Verona. O magari del fatto che mi sono fatto leggere per la prima volta i tarocchi, che mi hanno previsto un 2005 splendido. Sì, mi sto toccando, embè? Invece no.

No, perché ieri, nell’ultimo giorno di questa brevissima vacanza, ho assistito ad una serie di episodi orrendi e sussurrati, comuni e tremendamente fastidiosi. Piccoli come cellule tumorali, e con lo stesso potenziale distruttivo, proprio perché invisibili.
Un viaggio in autobus. In fondo ci sono dei ragazzi marocchini, giovani, sui quindici anni. Accanto a loro due ragazze loro coetanee, che sembrano marocchine anch’esse. Quando le due ragazze si avvicinano alla porta per scendere, i ragazzini iniziano a prenderle in giro. “Bum, bum Camerùn, meglio negro che terùn!”, “Dal Po in giù l’Italia non c’è più”, e cose del genere. Le ragazze un po’ sorridono, un po’ sono in imbarazzo. Poi iniziano a parlare tra loro e sento che sono meridionali. Una di loro dice ai ragazzi: “Ma proprio voi parlate”. Poi, rivolta all’altra: “Verona, non c’è niente da fare.” Il mio primo innocuo pensiero è “Ma guarda un po’ come si mescolano i tratti dei volti”. Il secondo pensiero è “Umanità di merda.”

Un altro viaggio in autobus, poco dopo. Una donna africana, vicino all’uscita, parla a voce alta con un uomo, nella sua lingua. Non si capisce se stiano litigando o se si stiano prendendo in giro. Altri passeggeri dell’autobus, rigorosamente italiani, quindi inclini di natura al silenzio e alla contemplazione, sbuffano e protestano. Un ragazzo accanto a me dice, a voce né troppo alta né troppo bassa: “Una bella pistola, quello ci vorrebbe, e… bam bam”. Affiora nella mia mente solo il secondo dei due pensieri di prima.

In stazione, meno di un’ora dopo, sono al bancone del bar, e sto per pagare una Coca. Arriva un signore, dal chiaro accento meridionale, e chiede con una certa arroganza di parlare con “il responsabile”. La signora alla cassa si gira verso di lui e chiede quale sia il problema. L’uomo, sempre con lo stesso tono, protesta dicendo che il caffè che gli è appena stato servito è troppo lungo, o troppo corto, non ho ben capito. Intanto dietro di me si forma una piccola coda. L’ultimo in fila, un ragazzo della mia età, protesta dicendo che certa gente dovrebbe smetterla di rompere le scatole in questo modo. La discussione tra il cliente e la barista continua, e accanto all’uomo arriva una donna, dai tratti nordafricani: evidentemente i due sono insieme, e forse il “problema” del caffè riguarda anche lei. Il ragazzo dietro di me continua: “Sicuramente quello là non è italiano”. Io mi giro e lo fisso, pensando a quanto noi italiani, effettivamente, siamo accomodanti sulla risoluzione di ogni tipo di problema. In quel momento l’uomo alza la voce, e si sente che parla evidentemente nella nostra bella lingua, anche se non con una cadenza che l’Accademia della Crusca approverebbe. Il ragazzo continua: “Certo, guarda con chi sta, con quella mezza araba del cazzo.” Solo a quel punto, un attimo prima che io dica qualcosa, l’uomo dietro di me lo zittisce come si direbbe ad un bambino di smetterla di fare dei versi. Io guardo il ragazzo, lui mi guarda, poi la signora torna alla cassa e pago. Non ci sono pensieri, nella mia testa.

L’epilogo di tutto questo si svolge un paio di ore dopo, in un autobus che sostituisce il tratto di treno dove è accaduto l’incidente di qualche giorno fa. Fuori è tutto buio, non si vede nulla, e mi sembra di stare fermo. Accanto a me, da una parte e dall’altra, due ragazze africane si preparano per una notte di lavoro. Una tira fuori un opuscolo dallo zaino. E’ il giornale dei Testimoni di Geova, in inglese. In quel momento l’orologio digitale in fondo al pullmann mi dimostra che il tempo scorre: scattano le ventidue e tre minuti dell’ottavo giorno dell’anno nuovo.

Di |2005-01-09T14:35:00+01:009 Gennaio 2005|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , , |13 Commenti

Bring your friends

Ci vuole tanto tempo per ascoltare i tre cd e per vedere il dvd del cofanetto With the Lights Out. Ogni canzone è difficile da sentire, il suono è spesso sporco e lontano anche dalla raffinata produzione di Nevermind, e da digerire. È istintivo cercare di intravedere nei video il viso di Cobain, ma non è facile. Sembra sempre nascosto, e spesso lo è. Come ha scritto Bertoncelli sul numero di dicembre di Linus, ascoltando i dischi si prova un senso di disagio. Sì, perché per quanto ne sapessimo delle difficoltà private di Cobain, sfociate nel gesto più intimo e privatamente doloroso che si possa immaginare, si sapeva poco della sua musica, del suo modo di sentirla. Non basta avere sentito e letto le sue dichiarazioni di amore e di riconoscenza nei confronti di Melvins, Beatles, Dinosaur Jr e Sonic Youth, tanto per fare quattro nomi. Quando si sente Kurt suonare a casa sua, provare le canzoni, quando lo si vede suonare ventenne a casa di Krist Novoselic sempre rivolto contro il muro, come se volesse sfondarlo con la voce, ecco che penetriamo con violenza una sfera che Cobain stesso ha sempre voluto mantenere privata, a prezzo della vita. E si sente un disagio e un dolore diverso da quello che ci ha colpiti dieci anni e mezzo fa.

Non intendo fare il fighetto. Non sapevo cosa fosse Bleach, prima dell’uscita di Nevermind. La maggior parte di noi ha sentito l’immediatezza di “Smells like teen spirit”, e si è accodata ai suoi accordi iniziali, sentendoli veramente come propri, o solo usandoli per prendere il ritmo e saltare verso altre persone ed altre camicie a quadri svolazzanti. Avevamo bisogno di Kurt Cobain, perché non avevamo nessuno, in quel momento. Dovevamo rifarci al passato, a qualcosa di lontano, che aveva il fascino della morte. E mi fa strano adesso vedere come si pongono di fronte a Cobain gli adolescenti con cui talvolta lavoro. Kurt è come Jim. Niente cognomi, niente gruppi. Solo nomi. Idoli. Qualcuno di appartenente ad un altro tempo, che è morto violentemente e con la coscienza di farlo. Qualcuno che, con Grohl e Novoselic, non dimentichiamolo, ha veramente segnato un’epoca, in sette anni. Sette anni, la gente si stupisce, si meravigliano anche i recensori. “Soli sette anni”, dicono. I Beatles hanno avuto una carriera di otto anni in un periodo in cui i percorsi musicali potevano tranquillamente durare il doppio. I Nirvana hanno avuto un percorso di sette anni quando i percorsi musicali iniziavano ad essere di qualche decina di mesi. Adesso i tempi sono cambiati, due diciottenni su tre (secondo quanto scritto nelle note del disco) non sanno chi sono i Nirvana. Facciamo loro ascoltare qualche canzone, cercando di non sentirci vecchi. Anzi, alziamo il volume e facciamogli sentire “Smells like teen spirit”. Noi, almeno, quella canzone ce l’avevamo.

Metti una sera a cena – Atto unico

E quindi capita che, dopo avere visto Ti ho sposato per allegria, il vostro vada a cena con i protagonisti della commedia. Conoscenze altolocate, sapete. Mica sono milionario per meriti miei, io. Comunque. Il locale scelto è il posto più in di Bologna, roba segnalata con una profusione di palline, cappellinidacuoco, forchette e stelline su ogni tipo di guida. Io, per fortuna, ho già cenato, prima dello spettacolo, tutti gli altri no. Io bevo e basta, guardo e ascolto. Oltre ai tre attori protagonisti e C., c’è un quinto commensale: è un architetto, amico della protagonista. Persona gioviale e simpatica. Sipario.

Entra il cameriere. Molto, molto depilato in zona sopraccigliare, molto calabrofrancese. Chiama l’attrice più anziana madame. Quando capisce che io e C. non mangiamo, non ci degna di uno sguardo. Quando la meravigliosa protagonista chiede, in un posto noto per le sue ostriche, una pasta al pomodoro, io vorrei alzarmi e applaudirla. Il cameriere abbozza, e tenta di propinarle, quanto meno, non delle penne, ma delle farfalle (les pennes sont très vulgaires). Non le chiama, però, papillons. Il cameriere prende le ordinazioni alzando ritmicamente quel poco di pelo che si è lasciato sopra gli occhi. Quando annota mentalmente le pietanze dice “sì”, ma dentro di sé, forse, pensa “oui”. E gli manca la ‘nduja che faceva sua nonna.
Arriva il vino, che viene fatto assaggiare all’attore protagonista. Solo che si accorge solo dopo un paio di minuti che il cameriere è accanto a lui e gli sta mostrando l’etichetta del vino che ha scelto. L’attore mi guarda, come per dire “Sì? Va bene?”. Io lo guardo come per dire “Ma a me lo chiedi?”. Lui si gira verso il cameriere, fa un cenno con la testa, il cameriere versa un goccino di vino, l’attore gira il bicchiere un po’, odora, beve e io penso “Ti prego, ti prego, sputalo, come si fa veramente!”. Niente. Lo ingoia. Altro cenno. Il cameriere pensa “bon” e ci versa il vino.
Arrivano i primi: l’attore ha chiesto una zuppa di lenticchie. Che gli viene servita (giuro) in un Bormioli Quattro Stagioni. “Perché?”, pensiamo io e l’attore. “Pas que”, risponderebbe il cameriere, se glielo chiedessimo. Non glielo chiediamo, e ci concentriamo invece su cosa sta dicendo l’architetto alla sua amica attrice. Niente di tale, solo frasi del tipo “Sono architetto, ma mi sono sempre interessato alla psicanalisi. Ho studiato quaranta correnti diverse, ma sono un cosano [scusate, non ho preso appunti] convinto. Coso stava a New York, era ebreo, ovviamente [eh certo, ti pare uno psicanalista che sta a New York, può non essere ebreo? No]. E parlava di rebirthing [in questo punto preciso C. mi stringe la mano, io le tasto il polso, per accertarmi he non stia per avere un collasso]. Si tratta di una tecnica per cui si cerca dentro se stessi tramite l’ossigeno, andando in iperossigenazione”, conclude l’architetto. “Iperossigenazione a New York?” dico io all’attore. “Roba da prendersi un cancro ai polmoni fulminante.” L’attore ride, un po’ per la battuta, un po’ perché sta mangiando una zuppa di lenticchie carissima in un vaso di vetro.
Poi si parla di genitori, di lavoro, di psicanalisi, di architettura, di materiali di recupero, di psicanalisi, di energie negative e positive.
L’attrice protaginista sta per chiedere qualcosa al calabrofrancese, che trema. “Vorrei della frutta”, dice. “Le posso fare un misto”, replica lui. “Veramente vorrei solo un mandarino”, dice lei. Lui pensa agli anni passati alla scuola alberghiera.
Tutto viene interrotto dall’arrivo del conto.
Arriva poi lo chef: la compagnia vorrebbe che facesse una teglia di lasagne che loro vorrebbero portare a casa del figlio dell’attore, dove passeranno la vigilia. Ma non sanno quanto possa costare. Lo chef è evidentemente imbarazzato, chiede una calcolatrice, chiede aiuto con lo sguardo al calabrofrancese (che pensa “e mho sono cazzhi thuoi, io ‘u thurn’ l’ho finith”), alla fine dice: “120 euro”. E aggiunge “Però è spesso, eh”, e fa’ un gesto con due dita. Lo spazio tra il suo pollice e il suo indice corrisponde esattamente allo spessore di una mazzetta di banconote. Sorride. Sorridono.
Sorridiamo anche io e C., perché il vino che abbiamo bevuto ci viene offerto dall’attrice anziana (che, detto per inciso, è una delle pochissime persone di spettacolo che conosco che ha mantenuto una certa umanità).
Sipario.

Segno dei tempi

Le cose cambiano, ragazzi, e le occasioni conviviali delle feste sono il momento migliore per accorgersene.
Le domande che mi sono state rivolte durante il pranzo di Natale, infatti, sono state sempre le stesse. Dal poco invasivo “Come va?” al molto invasivo “Ma ce l’hai una ragazza?”. Ma, nonostante le persone sedute a tavola intorno a me fossero tutte nate dagli anni quaranta in su, nessuno e dico nessuno ha detto cose del tipo: “Beati voi, che siete giovani: ai miei tempi…”.
No. Tutti sono stati zitti, tant’è che si è creato una sorta di vuoto nel copione, al momento della fatidica e ormai consueta battuta.
Un’amica di mia madre mi ha sussurrato “Passerà”, tracciando colla punta del coltello su una tovaglia una sinusoide, come a mimare l’andamento economico degli ultimi trent’anni. “Noi eravamo qua”, ha detto indicando un punto. “Voi…”. La punta del coltello è rimasta alta sulla superficie del tavolo.
Dopo un momento di indugio, il suggeritore ha sussurrato il tema del successivo argomento di discussione. E tutti, dimostrando estremo cattivo gusto, hanno iniziato a parlare delle loro pensioni.

Di |2004-12-28T14:39:00+01:0028 Dicembre 2004|Categorie: Taxman|Tag: , , |7 Commenti

La posta di A Day in the Life

Mi scrive M., che mi dice:

In una settimana ho visto dirigenti di una multinazionale fare il trenino su una canzone dei Lùnapop, ho cenato con una ex-letterina e un comico televisivo, ho mangiato pasticcini con un’ex-presentatrice di Fuego e con un veejay, sono con un’amica alla festa della Redbull; di notte leggo Bergson per salvarmi l’anima e sta arrivando Natale. Mi sparo o stermino il mio prossimo?

Caro M., la soluzione al tuo quesito non è semplice. Hai due strade. La prima è attualizzare tutto ciò che vedi facendolo, oppure fare un passo avanti nelle frequentazioni. Mi spiego. Inizia a cenare con le letterine e le presentatrici, e sii tu ad aprire il trenino, ma non su una canzone dei Lùnapop (chi li ascolta, ormai?), bensì su qualcosa di più attuale. Non ti limitare a mangiare pasticcini con un veejay, fatti ospitare a Total Request Live, e pretendi i pasticcini in camerino. Non andare ad una festa: sii tu ad organizzare un Bacardi Breezer Party (e, in tal caso, chiamami). In questo caso, però, dovrai lasciar perdere Bergson, e lui potrebbe averne a male.
Hai però un’altra strada: continua a studiare Bergson, sfoderalo nei momenti più impensabili e sorprendi i tuoi commensali, spiegandogli magari anche le sue influenze sulla teoria del cinema di Deleuze. Per fare questo basta introdurlo come un precursore degli Air o dei Noir Desir. Li lascerai a bocca aperta, e potrai così sfilare loro il portafogli, magari aiutato dalla confusione del trenino. Se la tua opera di persuasione funziona, potrai anche far sì che, per esempio, una letterina si iscriva a filosofia, o che un veejay si trovi ad aprire una puntata di MTV on the beach, parlando del senso del tempo.

Scherzavo: sterminali tutti. Ma ricorda che l’unica cosa veramente inevitabile dell’elenco che mi hai scritto è l’approssimarsi del Natale.

Resoconto emotivo di una settimana intensa

Mi è arrivata una mail da un amico dei miei, dal nulla. Non lo vedo da anni, ma mi è sempre rimasta un’immagine vivida di lui, del suo umorismo, della sua casa. Adesso ho anche un’immagine vivida di qualcos’altro.

Caro Francesco, ti ricordo con tanto affetto per le tue risate a crepapelle.
Era quel tempo, quando si giocava a tombola, a casa mia.

No, voi non siete obbligati a commuovervi, ma credo che queste siano tra le parole più belle che abbia ricevuto.

Mercoledì ci chiama in diretta un ascoltatore entusiasta di quello che facciamo, la sua felicità è incontenibile e, per un momento, i tempi, la diretta, i volumi, scompaiono. Ci godiamo la sua meravigliosa e spontanea gioia. Sì, gioia.

Vedo la Beatles Anthology, e sento Ringo che parla di quando lui, Paul e George si sono rivisti per registrare “Free as a bird“. Ringo dice che, per evitare di farsi prendere dall’emozione, pensava continuamente che John fosse in pausa, a prendere un caffè o fuori, a farsi un giro. E poi aggiunge: “Perché John non c’è, è in Paradiso”. E indica seriamente il cielo con un dito.

Oggi, passeggiando per la città intasata dall’ansia consumistica, sento riecheggiare le note di “I Feel Fine”. Un gruppetto, per strada, sta suonando delle canzoni dei Beatles. Presto intorno a loro si raduna un sacco di gente, e tantissimi bambini piccoli, avvolti in strati e strati di giubbottini e cappelli e guanti. Tutti, e dico tutti, sorridono beati.

Ma la chiusura di questo resoconto è lo scambio che ho avuto ieri sera con un ascoltatore di una ventina di anni più vecchio di me. Mi dice: “Ma siete così cinici in radio, poi uno vi vede dal vivo e…”. Si ferma. Io provo: “E abbiamo la faccia da bravi ragazzi?” Lui non pare convinto. Riprovo: “Sembriamo dei coglioni?”. Lui pare convinto.

All work and no play

Qua non si aggiorna il blog, e me ne rendo conto, care e cari. Ma praticamente sto passando tutto il mio tempo, anche quello libero, quello part e quello pieno, in radio. Nel frattempo vi segnalo quello che sto facendo, e rivelo così la mia identità segreta: ebbene sì, non c’è crisi in questo paese, perché io lavoro (da pronunciare come fa Beyoncé nella pubblicità de L’Oreal).

Da oggi e fino a giovedì in Neon Metrò troverete un mio speciale sui blog, con interviste a Giuseppe Granieri, Francesco Mollo, Massimo Mantellini e Paolo Valdemarin.

Il marketing e l’arte della manutenzione radiofonica

Ce l’abbiamo fatta anche questa settimana a mettere in piedi un’altra puntata di Monolocane. Il titolo del post è solo in parte sconclusionato, nel senso che parlerò con lui, l’unico blogger che lavora per una multinazionale, di cosa significa veramente fare il mestiere che fa. Ovviamente domani il nostro sarà licenziato e citato in giudizio per miliardi.
Inoltre, se ce la faccio a prepararla, vi faccio sentire un’intervista con Faso, sì, proprio il suonatore di chitarra basso di Elio e le storie tese, che ci parla di “peer to peer” e di quando sarà possibile scaricarsi sul computer di casa una riproduzione della Venere di Milo.
Come al solito, dalle 2230 alle 0030 sui 96.3 o 94.7 MHz stereo di Città del Capo – Radio Metropolitana, se siete a Bologna. Se siete in qualsiasi altro posto, ma avete un collegamento internet, potete dilettarvi con non uno, bensì due streaming.
Se no, niente.

Update. Stasera telefoneranno a Monolocane i Micecars. Oh.

Ecco l’intervista a Faso!

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