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E speriamo che stanotte lo streaming funzioni…

Cliccate qua dalle 0050 alle 220 circa (non di continuo, per carità) e qualcosa speriamo che succeda. O se no prendete un mezzo di locomozione e venite a Bologna, per sentirmi come si fa normalmente, girando la manopolina della radio analogica fino ai 96.250 Mhz.
Seguiranno altre istruzioni.

Di |2003-10-13T13:51:00+02:0013 Ottobre 2003|Categorie: Eight Days A Week, Things We Said Today|Tag: , |8 Commenti

Cyrano e le parole che muovono

Per lavoro ho letto il testo di Rostand e ho rivisto il film di Rappeneau.

“Per lavoro, hai capito? C’è gente che spacca le pietre, gente che ara i campi, gente che fa il capo del Governo e gli tocca fare tante altre cose insieme e lui… legge per lavoro. Dove andremo a finire…”

Il film lo ricordavo bene, l’ho visto quando è uscito, al cinema. E dopo poco mi sono dimenticato che, come il testo originale, è tutto in rima. Non ricordo le esatte sensazioni che ho provato allora, ma di sicuro ricordo che non mi ero annoiato. E che nel film non c’è la frase-da-cioccolatino su “baci e segni ortografici” (sapete a cosa mi riferisco). Scelta coraggiosa. E azzeccata. Ma di questo parliamo dopo.

Ho letto il libro in una traduzione in prosa, scritta da Franco Cuomo. Scelta coraggiosa anche quella. Infatti, l’unica traduzione in italiano di Cyrano de Bergerac è del 1898, di Mauro Giobbe, quindi contemporanea all’opera di Rostand, e rigorosamente in versi. La versione in italiano è stata un successo, nel 1977, quando venne presentata a Parigi. L’ho letta e non mi sembra male. Riesce a conservare una musicalità anche nella prosa. Ma, rivedendo il film, mi è venuta voglia di rileggere il testo in poesia.

Nota ulteriore: i dialoghi italiani del film sono tradotti molto bene da Oreste Lionello. Dimenticatevi il Bagaglino e pensate al grandissimo lavoro che ha fatto con i film di Allen (non sempre) e con il doppiaggio di Monty Python – Il sacro Graal. Non che io sia un fanatico del doppiaggio, anzi. Ma se proprio va fatto, almeno sia fatto bene. Tanto di cappello al prode Lionello.

“No, si è messo a parlare in rima. Speriamo che torni allo stile di prima”

La storia di Cyrano è nota ed arcinota. Infatti non è quella che mi ha emozionato, quella si conosce. È appunto ciò che dicevo prima sulla frase da cioccolatino. Basta. Che palle. Non trovarla nel film è bellissimo, distacca la storia da quello-che-già-si-sa.
Quello che mi ha scosso sono state le parole, le parole che scorrono meravigliosamente, che si accavallano, e giocano e scherzano e ridono. E commuovono, appunto. Con i loro tempi, le loro pause, anche nella versione in prosa, letta da me nella mia stanzetta. Questa è la fine del terzo atto. Cyrano ha combinato la cosa tra sua cugina Rossana. Rendiamoci conto: ha fatto sposare la donna della quale è innamorato da sempre con il giovane cadetto del suo reggimento, Cristiano. E stanno per partire, per andare in guerra. Dolore generale. Rossana, appena sposata, vede il marito partire per la guerra. A Cyrano della guerra non può fregare di meno. Ma ha compiuto un suicidio amoroso. E se ne rende conto. Tutto grazie alle sue magnifiche parole. Che, credo, ami almeno quanto Rossana.

ROSSANA (a Cyrano, trattenendo Cristiano, che lui cerca di tirar via): Lo affido a te… Promettimi che non correrà rischi!
CYRANO: Farò il possibile… ma non posso promettere niente.
ROSSANA (come sopra): Promettimi che sarà prudente!
CYRANO: Sì, cercherò, ma…
ROSSANA: Che non avrà mai freddo!
CYRANO: Ci proverò, ma…
ROSSANA: Che sarà fedele!
CYRANO: Sì, certo, però…
ROSSANA: Che mi scriverà!
CYRANO (fermandosi): Questo sì – te lo prometto!

Le parole. Nient’altro. “Creiamo un eroe da romanzo” dice Cyrano a Cristiano. “Io ci metto le parole e tu la bellezza”. A prescindere dalla morale, dalle storie su bellezza interiore ed esteriore, quello che mi affascina, alla fine, son le parole, la creazione e la commozione alla quale mi hanno portato, ancora una volta.
Mica per niente questo diario urbano ha anche a che fare con l’amore per le parole.
Beh, sì. A volte anche con l’amore-e-basta.

The Riot Yogurt Grrrl

Sono andato a fare la spesa al notosupermercato. Stavo passando vicino al banco latticini e c’era una ragazza che metteva a posto delle scatole su un carrello. Passa un suo collega e butta sul suo carrello dei contenitori vuoti. Lei se ne accorge e dice: “Ma guarda questo se mi deve rompere il cazzo in ‘sta maniera”. Io vedo e le sorrido complice. Lei mi guarda e aggiunge: “Solo perché ha una cosa in mezzo alle gambe si permette di fare quello che vuole”.

Ho smesso di sorridere e me ne sono andato a comprare della passata di pomodoro. Con passo spedito.

Di |2003-10-10T16:30:00+02:0010 Ottobre 2003|Categorie: I Me Mine|Tag: , |5 Commenti

Colpo partita: triplo filotto reale con pallino

Sono uscito, questa sera, e mica ero di umore buono. Andiamo a bere qualcosa. Ordino un martini cocktail e un bicchiere d’acqua.
“Non abbiamo bicchieri”, mi dice la cameriera.
La folla con me ridacchia e inizia a proporre che io beva l’acqua in un’urna, in una cisterna… La cameriera è simpatica e precisa che, insomma, ‘sta acqua me la devo pagare. Mezzo litro. La ordino senza bollicine, temendo il sovrapprezzo.
Il cocktail è così così. Sto per andarmene a casa, quando mi dicono: “Partita a stecca?”.

Il biliardo io l’adoro. Mi piace tantissimo, tutto. Sorrido e accetto.

Andiamo in una notasaladabiliardo, proprio sotto le due torri. Immaginatevi una sala da biliardo nel centro di Bologna. Fatelo veramente. È esattamente così. Sottoterra, in un palazzo con ascensore ingabbiato, cancello per entrare. Tavoli sparsi, fumo, neon. Popolazione varia e inevitabilmente bizzarra.
Nella notasaladabiliardo la televisione è sempre accesa, e c’è sempre qualcuno che la guarda: e pare non abbia fatto altro in vita sua. Immobile, se non fosse per la sigaretta che viene fumata, spenta, riaccesa. Età compresa tra i cinquanta e i centocinquant’anni. Ma si guardano le cose più normali. Lo so, potreste aspettarvi un porno, o quanto meno le pubblicità dei telefoni erotici. Stasera c’era “Porta a porta”. Mi sa che gli regalo qualche cassetta…
Nella notasaladabiliardo si bestemmia, più o meno ad alta voce, ma si sentono distintamente i rumori crocchianti delle palle, del primo colpo, delle stecche, dei gessetti che vengono strofinati sulle loro punte.
Ogni tanto i giocatori più esperti ti guardano, ma non te lo fanno notare. Meglio così.
Di solito nella notasaladabiliardo ci sono in prevalenza uomini. Ma a volte qualche donna ci scappa. Magari la ragazza di qualcuno, che è lì con i suoi amici. E lui, premuroso e amoroso, tenta di insegnarle a giocare. Lei, di solito, è negata. I suoi amici si sfiancano di sigarette e di birra e tremano ogni volta che lei prende la stecca in mano. Lui, imbarazzato, fa dei sorrisini di giustificazione. Che, spesso, servono a poco.

P.S. Il titolo del post… si può ascoltare qua.

Di |2003-10-10T04:07:00+02:0010 Ottobre 2003|Categorie: There's A Place|Tag: , , , |6 Commenti

Le elezioni in California e le proporzioni cinebiografiche: gioco stupidissimo ma inquietante

Di solito scrivo qua di notte, a tarda notte. E non è detto che non lo faccia anche oggi. Ma era un po’ che non scrivevo, e sembra che qualcuno se ne accorga. La mia compagna di chiacchiere pomeridiane (blogger anch’essa) mi ha detto: “Poi scrivi, eh?”. Un po’ come la mamma dice al bimbo: “Gioca, ma poi li fai i compiti, eh?”. Scrivo, come vedi, scrivo.

Guardo almeno un paio di telegiornali a pranzo e un paio a cena. Ma ho pranzato presto e cenato tardi, quindi mi sono visto le due edizioni principali del TG2. Non ci ho prestato molta attenzione, se no la cena mi sarebbe andata di traverso. Ma la copertina dell’edizione delle 21 era dedicata a Schwarzenegger. Un po’ guardavo, un po’ mangiavo, un po’ ascoltavo. Ho pensato alle proporzioni. Dunque.

Reagan. Attore. Governatore della California. Due mandati presidenziali. E’ vero che viene ricordato come un presidente che ha fatto molto per il disarmo mondiale, ma è pur sempre quello che ha messo in ginocchio l’economia americana con il progetto “Scudo Stellare”.
Che, detta così… Cioè, chiamare un progetto di difesa così, anzi, era meglio noto col nome di “Guerre Stellari”… Solo ad un attore di Hollywood poteva venire in mente. E nel mio cervello rimbalzano, ancora una volta, le parole di Doc in Ritorno al futuro, quando chiede a Marty, per provare che effettivamente viene dal futuro, di dirgli chi è presidente nel 1984. “Ronald Reagan”. “Ma chi, l’attore? E il vice chi è, Jerry Lewis?”.

Schwarzenegger. Attore. Governatore della California con maggioranza schiacciante dei voti. In molti scommettono su una sua candidatura alle prossime presidenziali. E probabilmente vincerebbe anche lì.

Proporzioni. Ronald Reagan, a volte noto come Elvis Reagan (dico sul serio) ha recitato in una sessantina di film. Penso che abbia fatto il cattivo solo un paio di volte. Personaggi scialbi. Film fiacchi.
Arnold Schwarzenegger ha avuto il suo primo ruolo in una puntata de L’ispettore Derrick, dove faceva un culturista che aveva violentato e assassinato una donna (e veniva prontamente assicurato alla giustizia dal teutonico poliziotto). Misteri della mente umana (la mia). Ricordo quella puntata benissimo. Lui la uccideva perché, davanti ad una sua esibizione muscolare, lei rideva dicendo che sembrava una scimmia.
Anche lei, dico, incosciente. Vai a dire “Scimmia” a Schwarzy?
Poi Schwarzenegger ha fatto altri film, raggiungendo la fama con il cattivissimo Terminator.

Un cowboy da quattro soldi, filmicamente parlando, ha comunque combinato dei casini allucinanti per quello che riguarda la politica estera e interna… Speriamo che Schwarzenegger diventi subito il Terminator buono. Hasta la vista, baby?
Sì, sono molto, molto preoccupato.

Messaggio promozionale

Stanotte ricomincia il mio notturno radiofonico del lunedì. Ebbene sì. Chi scrive qui, come altri, o come se stesso in altre forme, fa radio. O tenta di farla. Mi vedete qui in una foto di qualche anno fa.

Se siete a Bologna, sintonizzatevi dalle 0050 sui 96.3 MHz. Se non siete a Bologna, cliccate qui.

Sempre che ne abbiate voglia, ovviamente.

Di |2003-10-06T14:16:00+02:006 Ottobre 2003|Categorie: Eight Days A Week, Things We Said Today|Tag: , |16 Commenti

Letture, santoni e colpi di fulmine

Sono stato, oggi, alla Feltrinelli. Dovevo comprare due libri, sono uscito con quattro. Non c’è niente da fare. È più forte di me. Tempo fa quando andavo là con un caro amico, dovevo tenergli il portafoglio, per evitare che comprasse dei libri. Così li compravo io. Con i suoi soldi.

Insomma, la Feltrinelli di domenica è aperta

“Ma si sta rincoglionendo? Che faceva, andava alla Feltrinelli chiusa? Aiutatelo, o voi che leggete…”

ed è piena di gente. Giovini, meno giovini, famiglie

“Sei prolisso, sei. Va’ al punto”

Insomma, vedo una ragazza

“Eccolo qua. E ti pareva”

carina. Ora, per me, come per molti, i gusti musicali e letterari sono importanti. Vedo che guarda un libro del mio amato Carver, lo prende, lo palpa e lo rimette a posto. Sono lì per lì per andare e rimetterle il libro in mano, ma evito. Passa ad un’altra sala, e io rimango dove sono e cerco i libri che mi servono.

Poi vado avanti e la rivedo, china su dei libri, ne ha due in mano. Faccio finta di niente, ma la guardo con la coda dell’occhio. Chissà che prende, chissà che non prende. Fantastico, viaggio con la mente un po’, appena appena. Penso ai nomi da dare ai nostri bambini, cose così. Finalmente prende un libro, tutta soddisfatta e si avvia alle casse.

La seguo e riesco a vedere di che libro si tratta.

A tu per tu con Sai Baba.

Mi immagino in una casa bellissima. Lei, la ragazza, è con me, e anche lei è bellissima. Tutto è bellissimo. Una bambina, bellissima anch’essa, gioca in un giardino bellissimo. Regna l’armonia. Una voce soave, è quella della ragazza, chiama la piccola: “Nitar, vieni dentro, è l’ora della preghiera”.

Mi avvio alle casse sconsolato.

Una sigaretta

A volte mi capita su WinMx di trovare degli utenti che mi fanno scaricare molto velocemente, e allora saccheggio il loro archivio. Una canzone qua, una canzone là. Mi è capitato di recente di scaricare delle canzoni di Fred Buscaglione. Lo conosco da quando ero piccolo, mi ha sempre affascinato. Ma di solito ascoltavo soltanto le canzoni “da duro”. Invece ha inciso e scritto delle canzoni di una tenerezza incredibile. Insomma, trovo, alla fine, nella mia lista di file scaricati, questa canzone.

UNA SIGARETTA

Prima che finisca questa sigaretta
tu mi dirai di si, oppure forse no,
Puoi pensarci bene,
non avere fretta
hai tanto tempo ancor,
il tempo di una sigaretta

Guardo pigramente, le spire profumate
lo vedi,
fumo a piccole boccate
vorrei fermare un poco,
questa punta di fuoco
vorrei fermare il tempo,
ma il tempo passa e va

Vedi si consuma, questa sigaretta
tu mi dirai di si, o mi dirai di no
passano i minuti,
forse troppo in fretta
io guardo gli occhi tuoi,
fumando questa sigaretta

Guarda come brucia questa sigaretta
potevi dire sì, e invece hai detto no!
Muore un dolce sogno,
nato troppo in fretta
io me ne vado amor,
e spengo
questa sigaretta

L’ho sentita e l’ho trovata bellissima. Un racconto bellissimo. Ero convinto di non averla mai sentita prima, questa canzone. Eppure…
Poi mi è venuto in mente di quando l’avevo sentita. Ero piccolo, e i miei mi portavano alle cene con loro, da amici. Mi trovavo bene con loro, ma non sopportavo quando, alla fine del pasto, si mettevano a cantare brani d’opera. Un’amica di mia madre, per me una specie di seconda madre, una sera, in un momento di silenzio si era messa a cantare, da sola, questa canzone. E mi aveva colpito, e qualcosa si doveva essere sedimentato da qualche parte nel mio cervello.
Questa signora non c’è più, purtroppo.

E adesso accendo, appunto, l’ultima sigaretta.

P.S. Mentre scrivevo questo post, il media player mi mandava random alcuni brani nelle cuffie. So che non ci crederete, e nei commenti fioccheranno insulti di piacioneria. Ma è proprio questa canzone che sto sentendo ora. Il caso mi sbalordisce.

Neighbours 4 – Horror Movies

Il condominio in cui vivo è piccolo, ma ben popolato.

“Ma lo sai che i tuoi permalink funzionano male?” “Mamma! Ma che ne sai tu di queste cose?” “Beh, ho un blog anche io! Anzi, potresti fare qualcosa per il mio template?” Oddio. Un incubo. Solo un incubo. “Francesco? Stai bene? Urlavi qualcosa a proposito dei template. Invece mi spieghi che sono questi feed, che sono?” AAAAAARGH!

Siccome stamattina volevo scrivere qualcosa, ma non sapevo cosa, anche per vedere che fa il mensile effetto di cambio di carattere e di foto-di-sfondo, vi racconto di un’altra coppia di vicini (tranquilli, è pur sempre un condominio: prima o poi gli inquilini finiscono). Al terzo piano (credo)

“Come credi? Ma è sei anni che vivi in quella casa e ancora… E poi uno dice che i giovani non c’hanno a cuore la società… Manco sanno chi sono i loro vicini… E se ti interroga la polizia?”

c’è una coppia. Quello che ci interessa è lui. Probabilmente campano, alto e grosso. Una volta facemmo una festa qui in casa e lui, verso mezzanotte suonò alla porta dicendo che “lui si alza alle quattro”. Ho ipotizzato che lavoro potesse fare. Ancora non lo so. La figura è imponente e minacciosa, ma la faccia, diciamocelo, è buona. E sembra un tipo gioviale. Anche se ha delle mani grandi come padelle da frittura globale (© F. Caccamo). Scusate la rima.

Qualche settimana fa stavo uscendo di casa, quando, davanti alla porta di ingresso del palazzo, ho sentito rumore di chiavi. Qualcuno stava entrando. Quindi mi sono fermato e ho aspettato, immobile, nel buio. E’ entrato proprio lui e ha fatto un salto.
“Mannagg’. Mi hai spaventato”
“Scusa” ho detto io.
E lui (testuale): “Ma no, mica perché sei brutto, è che non pensavo fossi dietro la porta”.

Non ricordo cosa ho risposto e nemmeno se ho risposto. Il cervello girava vorticosamente. Una sola domanda faceva frullare le mie sinapsi: “Ma che cazzo vuol dire?”

Di |2003-10-03T12:28:00+02:003 Ottobre 2003|Categorie: I've Just Seen A Face|Tag: , , , |3 Commenti

Poco più di quarantotto ore

Chissà quando renderò pubbliche queste righe…

“Ma che sta a ddì?”
“Che forse che vuole dire quando posterà ‘ste cazzate”
“Ah”
“Bah”

Dicevo: chissà quando renderò pubbliche queste righe. Tra blackout generalizzati e Fastweb che si rifiuta di funzionare… Per ora scrivo queste cose a mezzanotte e mezza del 30 settembre, vedremo quando le vedrete. Sono state quarantotto ore dense, densissime, per me e per altre persone. Il periodo va dal pomeriggio di sabato al pomeriggio di lunedì. Il post è lungo, e mi dispiace.

Prologo. Preparativi.

Io e il mio fratello di parole, a casa sua a Roma, il sabato pomeriggio. Elettrizzati dalla prospettiva della notte bianca, decidiamo di rilassarci, come si fa (o si dovrebbe fare) prima degli esami o degli incontri di wrestling. Quindi cazzeggiamo e creiamo il banner che vedete (forse) qua a fianco. Così, tanto per fare. Poi usciamo. Aperitivo. Ordiniamo due martini cocktail. Il barista ci chiede se ci vogliamo dentro l’oliva o il wurstel. Il wurstel? Ma non battiamo ciglio e diciamo “oliva”. Senza articolo, senza per favore. Oliva. E mangiucchiamo un po’ di cose. Poi riprendiamo il motorino e iniziamo la nostra notte bianca.

Prima parte. “Quanto sei bella Roma quando è sera”. E Parigi?

Passiamo da Via Veneto, dove dovrebbe essere proiettata “La dolce vita”, e la via dovrebbe essere decorata da ricordi e omaggi a Fellini. Invece la via è tappezzata di Ferrari, sì, le macchine. Una trentina abbondante, modelli dagli anni ’50 a oggi. Belle, non c’è che dire (anche se di motori proprio non me ne frega nulla).

“Ahò. Ma aqquesto nun je ‘mporta de ‘e machine, nun parla mai de carcio, je piace cucinà. Ma sarà n’omo veramente?”

Ma la domanda che ci facciamo è: che cacchio c’entrano le Ferrari con Fellini? Errore degli organizzatori? Ci siamo immaginati il responsabile della Notte Bianca che arriva in Via Veneto, vede tutte queste macchine e dice al sottoposto di turno: “Fellini, non Ferrari, cribbio!”.
Andiamo al Campidoglio. Vista meravigliosa. Dopo tanto tempo ancora Roma mi mozza il fiato. Lo so che è banale. Ma se me lo mozza, me lo mozza, non c’è pezza. In programma un concerto di Nicola “Il grillo fa crì crì” Piovani, in ricordo di Fellini. Stavolta speriamo che non si sia sbagliato nessuno, anche perché un concerto in ricordo di Ferrari eseguito da un compositore di musica da film avrebbe del surreale. E anche del futurista. Invece Piovani è simpatico e racconta aneddoti divertenti. Intervistato da Vincenzo “Ma quant’è meraviglioso questo filmlibrodisco” Mollica. Poi prende la parola Veltroni, il sindaco e fa un bel discorso con dei riferimenti neanche troppo vaghi a proposito dell’ultima follia di Bossi

Sì. Bossi. Quello là. Il ministro.

sullo spostare la capitale a Milano. Ovazioni dal pubblico, ovviamente. Veltroni conclude dicendo che Roma è la città più bella del mondo. Ora, queste cose le puoi dire se hai accanto il sindaco di Dallas, o di Roccasecca, ma non quando stai per dare la parola al sindaco di Parigi. Che, ovviamente, dice che le città più belle del mondo sono due. Poi prende la parola il capo della Camera di Commercio che dice “Possiamo dire che alle 2230 questa sfida della Notte Bianca è stata vinta”. Peccato, il pubblico non si è comportato da vero-italiano. Infatti solo un paio di migliaia di scongiuri simultanei avrebbero potuto non fare succedere quello che è accaduto dopo.
Ma c’è gente, troppo gente, e ce ne andiamo a mangiare qualcosa.

Seconda parte. Il gioco del silenzio

La tappa che più emozionava me e il mio fratello di parole era il silent party. Per due chiacchieroni come noi andare in un posto dove la regola è stare zitti ha il gusto della sfida impossibile. Come da copione, rispettiamo gli orari di entrata e a mezzanotte e qualche minuto siamo dentro una galleria d’arte dietro via Cavour. L’ora successiva dovrebbe essere dedicata alla visione delle opere esposte e ad imparare le regole del gioco (all’una silenzio totale, non si fuma, non si devono alcolici ma solo acqua minerale, chi esce non può più rientrare). Noi ci mettiamo di impegno, prendiamo posto su dei cuscini per terra e iniziamo a guardarci intorno. Del resto, pensiamo, che si può fare? Saranno gli sguardi che contano. E invece la cosa è organizzata all’italiana. Qualcuno sussurra, qualcuno esce e vuole rientrare, gente che fa casino fuori in strada, gente che entra con gli alcolici. La situazione si normalizza verso le due. A quel punto la gente che passa dalla via guarda dentro e ha lo sguardo del visitatore dello zoo. Noi, ché ci vogliamo bene, tendiamo ad interpretare quello sguardo come ammirazione ed invidia, perché noi ci siamo al primo silent party italiano e mamma mia quanto siamo in cool hip. Ma un po’ capiamo lo sguardo annoiato del leone albino dentro la gabbia. Alle due e mezzo ce ne andiamo.

Terza parte. Rock the station: back in black (out)

Stazione Termini trasformata in una discoteca rock! Con i dj che usavano animare le notti radiofoniche di Radio Rai Due con Planet Rock! La trasmissione che mi ha fatto scoprire alcuni dei gruppi che ancora adesso ho nel cuore. Arriviamo ed è bellissimo. Appena entro in stazione scatta il riff di “Master of Puppets” e mi sento adolescente, la canto tutta. Ma c’è un caldo porco, quindi usciamo e ci godiamo lo spettacolo da fuori. Cambia il dj, Mixo in consolle e mi viene in mente la sua trasmissione su Videomusic, Rock Revolution e i suoi capelli e cappelli improbabili. Mixo puttaneggia: nel senso che mette i classici più classici, la gente balla felice. Ad un certo punto inizia a piovere. Mannaggia. E noi siamo in motorino. Vabbè, smetterà. Riconosco il riff iniziale di “Whola Lotta Love”. Al secondo giro di riff:

puff

Termini è al buio. Ma la musica continua, accidenti! Infatti hanno i loro generatori che permettono alle luci di continuare a sbriluccicare e a stroboscopizzare (scusate) la gente. Tutti pensano solo: “è andata via la luce” e sono molto più incazzati per la pioggia che per altro. Capiamo che la pioggia non smette e il Words Brother grande suggerisce di andare a bere qualcosa in un bar di via Nazionale che conosce lui.
Solo che ci rendiamo conto che tutta la città è al buio. Pensiamo, tornando in motorino a casa, a quanto è stato sfigato Walter, a quante polemiche ci saranno, a questa notte bianca che forse è stata un po’ rovinata. Le strade, nel frattempo, sono buie buissime. Non capiamo. Tutta la città al buio? Arriviamo a casa. Buio, buio, buio. Quindi: candele. Cerchiamo una radio a pile, per capire che succede. Musica e un sacco di vuoti. Poi, ad un certo punto, una voce di un’ascoltatrice.

“Da dove chiami?”
“Da Napoli”
“Anche lì siete al buio?”
“Eh sì”.

Interno notte. I Words Brothers si guardano in faccia e sbiancano.

Sentiamo la radio fino alle sei, e veniamo a sapere del blackout totale. Andiamo a letto dicendo cose del tipo “Ma dimmi te” e “Certo che se quello della Camera di Commercio non la tirava così…”.

Quarta parte. I am an Italian journalist.

Mi sveglio poco dopo le 14 ed è tornata la corrente. Iniziamo a capire quello che sta succedendo e quello che è successo quando ricevo un sms da una mia amica inglese che vive a Bologna. Mi chiede se posso fare un favore ad una sua amica che lavora in una tv nazionale inglese, ITV: dovrei parlare in diretta dando testimonianza del black out. Un’ora dopo la mia voce, forse un po’ assonnata, invade le case dei sudditi della regina. Live. In inglese. Ancora non ci credo. Introdotta da “We have live from Rome Fransesco – eccetera eccetera: privacy – an Italian journalist”. Ho pensato all’aplomb del giornalismo (e non solo) britannico e non mi metto a ridere. Mi hanno chiesto, prima del collegamento, che facessi. Ma non so mai cosa rispondere. “Journalist” l’hanno dedotto loro, non è né del tutto vero, né del tutto falso. Alla fine erano contenti. All is good what ends good. No, questo non l’ho detto. Poi cazzeggiamo ancora nel pomeriggio e andiamo a cena. Con il padre del mio fratello di parole. Mi chiedo se sia, quindi, il mio zio-di-parole. Lasciamo perdere.

Epilogo. Il giorno dopo: livin’ on the edge.

La mattina dopo ci salutiamo, io e lui (ciao), e vado a Termini. Stavolta facendo gli scongiuri. Ma non serve a niente. Treni pienissimi, Eurostar stracolmi, mi tocca l’Intercity.
Risultato? Cinque ore (che, dubitavate del ritardo del treno?) di viaggio in piedi. Ma non in piedi nel corridoio. In piedi tra il cesso e la porta scorrevole che sta tra uno scompartimento e l’altro. Un inferno. Che poi, in queste situazioni, accadono cose del tipo:

  • Il treno è popolato da ciccioni
  • Il treno è popolato da famiglie di ciccioni che si spostano portando cose ingombrantissime, tipo impianti da megaraduno techno, riserve di cibo e abiti per un anno, passeggini, falciatrici, reattori nucleari
  • Il treno è popolato da persone che credono che “più in là” ci sia posto. Quindi passano e ripassano. Alla prima passata fai notare loro gentilmente che è inutile. Ma loro rispondono con uno sguardo pieno di speranza. Quindi li fai passare, schiacciandoti contro le pareti del vagone e/o altre persone. Fanno un metro in là e poi ripassano (e tu ti devi schiacciare di nuovo) dicendo “Eh no, non si passa”.
  • Tutti fumano ovunque.

Beh, quest’ultima cosa accade anche altre volte… (Chi scrive è un fumatore, notate bene).

Sono arrivato a Bologna distrutto, alle 1530. Senza avere mangiato né bevuto e con poche ore di sonno, pochissime. Sull’autobus c’era un posto libero, uno solo. Non ho neanche pensato di sedermi. Mai perdere il ritmo.

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