Dagli archivi: Reality 86’d (David Markey, 1991)

Una delle band più importanti e influenti della storia dell’hardcore celebra nel 2011 due anniversari: trentacinque anni dalla fondazione e dieci dallo scioglimento. Stiamo parlando dei Black Flag, che nel lasso intercorso tra il 1976 e il 1986 diedero davvero una spinta notevolissima all’undereground culturale statunitense e non solo.

Reality 86’d, firmato dallo stesso David Markey di 1991: the Year Punk Broke, racconta l’anno finale dei Black Flag, quel 1986 in cui i nervosismi e gli attriti tra i tre membri (che ipotizziamo non fossero esattamente delle persone facili) portarono al collasso del gruppo. Certo, i Black Flag non se la passavano comunque bene: sempre poveri in canna, perseguitati dalla polizia ovunque andassero, tesi dai loro stessi caratteri. Neanche un grande disco come In My Head e il tour che lo seguì (al centro del documentario di Markey) poteva salvarli.

Però c’è un problema: se a metà dello scorso maggio Reality 86’d era comparso su Vimeo, salutato da orde di fan entusiasti di poter vedere questo reperto eccezionale di un’era tutt’ora estremamente influente, allo stesso modo, alla fine di quel mese, il documentario è stato eliminato [ndr 2022: è nuovamente disponibile a questo link]. Perché? Per volere di Greg Ginn, chitarrista e fondatore dei Black Flag. Che ha da recriminare quel genio di musicista? Tentano di scoprirlo Dan Collins in quest’intervista e Tony Rettman in quest’altra, ma pare proprio che Markey non sia riuscito a ottenere nulla se non un “perché no” da Ginn, l’unico tra i protagonisti del documentario che ha creato problemi: gli altri Black Flag, infatti, sarebbero più che contenti di vederlo distribuito e così i membri delle altre band che compaiono nell’oretta che dura Reality 86’d). Caratteracci, si diceva.

Fatto sta che è un peccato: perché, sebbene la mano di Markey sia la stessa, qui c’è una bella differenza rispetto a 1991. Se nel documentario citato c’è la sensazione (veritiera, peraltro) che i Sonic Youth e i loro amichetti se la stiano spassando mentre scorrazzano nei festival estivi europei di inizio anni ’90 e sentano di avere un futuro davanti a loro, i Black Flag non nascondono di essere al limite del collasso. La macchina da presa sporchissima di Markey, la vita in furgone, l’imponenza titanica di Henry Rollins, le tonnellate di erba fumata, i kids che pogano come se non ci fosse un domani: ci chiediamo che cosa succederebbe se una vecchia videocassetta del documentario spuntasse tra duemila anni nelle mani di archeologi del futuro. Siamo certi che sarebbero anche loro in grado di percepire l’energia (seppure talvolta negativa) che trasuda da ogni secondo del film e, forse, ristamperebbero il documentario. Sempre che nessun parente di Ginn si faccia vivo per impedirlo.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel giugno 2011

Dagli archivi: Sins of My Father (Nicolas Entel, 2009)

“Tali padri, tali figli”, dice un vecchio adagio dalla natura piuttosto conservatrice. Ma se tuo padre si chiama Pablo Escobar?

Sins of My Father (Pecados de mi padre in originale) è un documentario del 2009 coprodotto dalle due nazioni che segnano per sempre la vita del primogenito di uno dei narcotrafficanti più famosi e potenti della storia: Juan Pablo nasce in Colombia e si gode la vita che può avere un bambino figlio di un milionario che lo ama alla follia; lo stesso Juan, alla morte del padre, è costretto all’esilio in Argentina. Il regista Nicolas Entel, dopo un esordio nel 2005 con Orquesta Tipica, decide di buttarsi anima e corpo in questo progetto: raccontare la storia di Pablo Escobar attraverso moglie e, soprattutto, figlio.

Juan Pablo in realtà si chiama da anni Sebastian Marroquin: e per forza, considerando che le minacce di morte nei suoi confronti non sono ancora solamente un ricordo. Ciononostante, decide di porre fine alla spirale di violenza da subito quando, dopo una reazione a caldo alla notizia dell’uccisione del padre da parte delle forze di polizia colombiane (e pare anche di uomini del cartello rivale, quello di Calì), dichiara di non volersi vendicare degli assassini del padre.

Insieme alla narrazione dell’ascesa e della caduta del boss della cocaina, proprio il tema della spirale di violenza che passa dai padri ai figli, e del sentimento di vendetta, è al centro del film che documenta un gesto eccezionale: l’incontro di Juan Pablo con i figli di due tra le vittime più illustri di Escobar, i politici Luis Carlos Galan e Rodrigo Lara Bonilla. I due, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, avevano provato a fermare il potere del narcotraffico colombiano, il cui radicamento negli apparati statali stava diventando sempre più solido.

Il figlio di Escobar è incredibilmente lucido nel narrare la sua storia, ma anche nell’affrontare l’incontro sul quale si chiude il film: per prepararsi scrive una lettera toccante e profonda ai figli di Galan e Lara, in cui si pone umilmente nella posizione di chiedere scusa per i crimini commessi da un padre perso quando aveva sedici anni. Il protagonista del documentario, però, è altrettanto cristallino nel ricordare l’affetto del padre senza cadere in alcuna forma di assoluzione, tant’è che pare, in certi frangenti, che debba crollare all’improvviso, stremato dai sentimenti contraddittori che – ne siamo certi – nutre tuttora a proposito di una figura così feroce e, al tempo stesso, vicina.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel maggio 2011

Dagli archivi: due documentari su Charlie Chaplin

Chaplin sconosciuto (Unknown Chaplin, Kevin Brownlow e David Gill, 1982)

Non si finirà mai, per fortuna, di parlare del genio di Charles (Charlie) Chaplin. Anche di recente una piccolissima sequenza di un suo film è stata al centro di curiose osservazioni, in quanto sembra che, sullo sfondo della scena, una comparsa parli a un telefono cellulare. E siamo negli anni ’20 del secolo scorso.

Senza approfondire teorie sulla curvatura dello spazio-tempo, né tirare fuori gli UFO e i Templari, andiamo a scoprire o riscoprire un documentario uscito per la prima volta nel 1982 e uscito nuovamente in DVD qualche anno fa. Si tratta di Unknown Chaplin, una produzione della BBC pensata appunto per la televisione, diretta e scritta da due storici del cinema inglesi, Kevin Brownlow e David Gill. L’edizione italiana è del 2005, e il disco è in allegato ad un libro bilingue, scritto da Brownlow, intitolato Alla ricerca di Charlie Chaplin / The Search for Charlie Chaplin, pubblicato dalla casa editrice genovese Le Mani insieme alla Cineteca di Bologna, nell’ambito del progetto “Chapliniana”.

Ma, si diceva, Unknown Chaplin: la prima domanda che ci si può porre riguarda il cosa ci sia di sconosciuto, ancora, riguardo a Chaplin. La risposta è un sacco di cose: il titolo – ve lo assicuro – non è per nulla fuorviante. I due storici, lo raccontano nell’edizione speciale del DVD e nei testi del volume, hanno avuto accesso trent’anni fa a diversi archivi di collezionisti ricolmi di materiale che Chaplin stesso aveva conservato. Tutti i suoi film, certo, ma soprattutto le riprese delle prove che hanno portato a sequenze rimaste nella storia del cinema. Io non so cosa hanno pensato Brownlow e Gill quando hanno iniziato a passare alla moviola le migliaia di metri di pellicola inediti, ma la loro scoperta ha dell’incredibile.

Chaplin, scopriamo nel documentario, filmava tutto, ma soprattutto non usava alcuna sceneggiatura per le sue comiche. Prima dei suoi lungometraggi più famosi il metodo di Chaplin era semplicissimo: andava sul set con un’idea per una gag, la girava. Poi ci ripensava e ne aggiungeva una parte, o ne spostava un’altra. Infine invertiva le due parti della gag, sempre con la macchina da presa che andava. Poi buttava tutto e ricominciava. Capite quindi che si tratta dell’esplicitazione del metodo di uno dei grandi del Ventesimo secolo. Non incomprensibili appunti o racconti di altre persone che riportano aneddoti più o meno veritieri: in Unknown Chaplin c’è l’archeologia del cinema, come l’hanno definita gli stessi autori; conosciamo direttamente il percorso creativo di un genio.

Oltre a tutto questo, le tre ore di documentario ci offrono uno sguardo sull’uomo-Chaplin: ci sono errori sul set, momenti di ilarità tra i membri della troupe, scoppi di rabbia per una scena non riuscita e altri episodi della vita professionale dell’artista. Ma anche la sua vita privata è inclusa nei tre capitoli in cui è diviso il film: sono davvero emozionanti alcuni home movies che ritraggono Chaplin in momenti di pausa negli studios o in ambienti più domestici e familiari. Punteggiano la narrazione, affidata alla voce narrante di James Mason, diverse interviste realizzate con parenti, colleghi attori e mogli di Chaplin.

Possiamo dirlo? Anche se non siete fan di Charlot (davvero non lo siete?), Unknown Chaplin è uno dei documentari più belli che possiate mai vedere.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel dicembre 2010

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Charlie – The Life and Art of Charlie Chaplin (Richard Schickel, 2003)

Charlie – The Life and Art of Charles Chaplin potrebbe essere il documentario di introduzione a un corso sul grande cineasta, attore, scrittore, eccetera eccetera, dove Unknown Chaplin farebbe la parte del testo di approfondimento. L’approccio che Richard Schickel sceglie, infatti, è classico: già critico cinematografico del Time dal 1972, Schickel decide di raccontare arte e vita di Chaplin seguendo un “banale” ordine cronologico, ma ottiene un risultato eccezionale, soprattutto evitando l’agiografia.

Come si fa a non amare Chaplin? Be’, Charlie ci racconta che non c’è sempre stato amore tra uno dei londinesi più famosi della storia e il pubblico mondiale. Se agli inizi l’ascesa dell’artista è vertiginosa e tuttora ineguagliata (diventa milionario – nonché una delle persone più famose del mondo – a ventotto anni, dopo soli tre anni di attività cinematografica), dopo la Seconda guerra mondiale gli incubi ricorrenti di non piacere e di non fare più ridere diventano realtà e sono ben riflessi in film come Monsieur Verdoux e Luci della ribalta.

Charlie è impreziosito dalla voce narrante di Sydney Pollack e da innumerevoli interviste a storici, critici, registi e attori. Spesso i contributi sono superlativi: valga come esempio l’entusiasmo di Scorsese che analizza alcune scene di Una donna di Parigi o di Verdoux. Altri, come le tranche di intervista a Johnny Depp, servono per i crediti del dvd. In generale, però, il documentario presenta prospettive nuove e interessanti: analizza in modo eccellente alcuni tratti dell’arte di Chaplin, come il suo perfezionismo, i progressi tecnici e il metodo di lavoro. Ma, soprattutto, Charlie si rifà al contesto storico, artistico, economico e sociale nel quale sono inseriti i cinquant’anni di attività dell’artista: dai bagni di folla alle accuse di bolscevismo, dall’impegno per sostenere gli alleati durante il secondo conflitto mondiale alle laceranti e costose cause di divorzio.

Già, perché diciamocela tutta: Chaplin non era un santo. Aveva una certa passione per le donne molto più giovani di lui, non teneva in grande considerazione la fedeltà coniugale ed era totalmente devoto a se stesso e al suo lavoro. Senza cercare la morbosità da gossip, Schickel mostra anche questi lati della vita di Chaplin, probabilmente perché (per sua stessa ammissione) quando ha iniziato i lavori preparatori per Charlie non era un suo fan. La passione è cresciuta mano a mano che la produzione del documentario avanzava: questo ha permesso l’allontanamento da qualsiasi tentazione agiografica, come abbiamo ricordato all’inizio, e quindi la realizzazione di uno dei migliori documentari su quello che, in fondo, era un geniale, sensibile e unico essere umano.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel maggio 2011

Dagli archivi: If a Tree Falls: A Story of the Earth Liberation Front (Marshall Curry, 2011)

Quando si parla di terrorismo internazionale, tutto è ormai relativo all’undici settembre del 2001. Ma quasi dieci anni prima nasceva in Gran Bretagna una delle organizzazioni terroristiche più potenti ed efficienti della storia, l’Earth Liberation Front. L’ELF (azzeccare una sigla non è cosa da poco: per esempio, in questo caso l’acronimo permette di chiamare gli attivisti “Elves”, cioè elfi) si costituisce per combattere, attraverso azioni mirate e di guerriglia, chiunque sfrutti e distrugga l’ambiente. Sono parole dell’ufficio stampa del Fronte, non mie: capirete che, da un lato, l’obiettivo è condivisibile (i metodi – sabotaggi, incendi, devastazioni varie – molto meno, sebbene non abbiano mai provocato vittime), e che dall’altro, avendo un ufficio stampa, stiamo parlando di un’organizzazione strutturata e pronta a comunicare all’esterno.

Di questo strano organismo, composto da cellule indipendenti e sparse su tutto il pianeta, parla If a tree falls, documentario presentato all’ultima edizione del Sundance Festival.

Marshall Curry, che ha scritto il film insieme a Matthew Hamachek, racconta in meno di un’ora e mezzo la storia dell’ELF, concentrandosi in particolare sul momento più importante dal punto di vista narrativo: è quello che va dal 2001 (non a caso) al 2005, sei anni di azioni continue, culminati con l’arresto di Daniel McGowan (un normalissimo impiegato dei Queens, con laurea in economia e figlio di un poliziotto) da parte dell’FBI, in un’operazione che mette le manette intorno ai polsi di altre tredici persone dando una poderosa stoccata alle cellule nordamericane del Fronte.

Attraverso interviste e, soprattutto, moltissimo materiale inedito, i registi riescono a parlare di terrorismo con obiettività e controllo: un risultato non facile, dopo l’attentato alle Torri Gemelle. La materia narrativa è facilmente gestibile se si usano gli strumenti giusti: gli autori adoperano delle griglie quasi da thriller per riflettere sull’operato dell’ELF, di conseguenza sulle questioni ambientali e, infine, su cosa sia definibile come terrorismo.

Tutto è partito da un fatto vero: ce lo racconta McCurry stesso nella cartella stampa del film.

In una fredda giornata di dicembre di circa cinque anni fa, mia moglie, tornando dal lavoro, mi raccontò che quattro agenti federali erano entrati nel suo ufficio e avevano arrestato uno dei suoi dipendenti, Daniel McGowan, per “ecoterrorismo”. (…) Come era successo che uno come lui dovesse affrontare un ergastolo per terrorismo? Era corretto usare la parola “terrorismo” per descrivere distruzioni di proprietà in cui nessuno veniva ferito? Che cos’era questo gruppo che agiva nell’ombra, l’ELF? Come si era formato e perché? Che cosa poteva fare pensare a qualcuno che un rogo fosse una risposta ragionevole ai problemi ambientali? Sam Culman (direttore della fotografia e co-produttore) e io abbiamo deciso di scoprirlo.

Un bel documentario, controverso e coraggioso: un po’ come l’ELF, ma meno incendiario.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nell’aprile 2011

Dagli archivi: tre documentari su Kurt Cobain

A settembre sono vent’anni che è uscito Nevermind, una pietra miliare, musicalmente parlando, ma anche probabilmente l’inizio della fine per Kurt Cobain, che meno di tre anni dopo morirà. Di materiale documentari sui Nirvana e Cobain ce ne sono tantissimi: scegliamo qui tre titoli diversi per approccio e stile. Eccoli in ordine cronologico.

Il regista e giornalista inglese Nick Broomfield ha diretto nel 1998 Kurt and Courtney. Stimolato dai misteri legati alla fine del leader dei Nirvana, Broomfield va per conto della BBC negli Stati Uniti occidentali, tra California e Washington, per capire che è successo davvero. Vorrebbe, ovviamente, intervistare Courtney Love, che per un periodo diventò una sorta di “Yoko Ono” perversa e distruttiva. Tutti la descrivono, nel documentario, come una persona orrenda: o meglio, Broomfield non ci mostra nessuno che la difenda, neanche il padre della musicista. La “sottotrama” del film è legata alle difficoltà finanziarie della produzione, che vanno di pari passo con la pressione che l’entourage della moglie di Cobain esercita sulla creazione del documentario. Broomfield intervista una serie di personaggi grotteschi, da Dylan Carlson degli Earth all’ultima babysitter che si è presa cura della figlioletta della coppia prima di quel tragico giorno dell’aprile del 1994. La parata di strani figuri fa pensare una cosa certa allo spettatore: qualcosa di strano sotto l’apparente suicidio di Cobain c’è. Broomfield ci lascia quindi con alcuni momenti struggenti, legati ai ricordi e ai cimeli della zia di Kurt, con qualche dubbio e con nessuna prova, se non quelle terribili coincidenze che hanno portato molte persone a fare delle congetture sulla scomparsa di Cobain. Si respira il clima cospiratorio di quegli anni, che però oggi pare lontano.

Nel 2004, invece, nel decennale della morte, esce il cofanetto With the Lights Out: in tre cd e un dvd si mette in luce il lato inedito della musica dei Nirvana. Cobain, ovviamente, domina la scena, ma è la musica che sta al centro del progetto. Il dvd, in particolare, è realmente emozionante: comprende video amatoriali e non girati tra il 1988 e il 2003. In quindici anni Cobain, nonostante tutto, è sorprendentemente costante. Certo, nelle prime prove filmate a casa della madre del bassista Novoselic, il ventunenne biondo è timido al punto tale da suonare e cantare rivolto al muro, spalle alla camera. In fondo Kurt è ancora in un momento di incertezza e crisi che dura da quando, a otto anni, i suoi hanno divorziato: da quel momento la sua vita è andata a rotoli sempre, dal punto di vista emotivo. Sempre nel dvd ci sono altri momenti eccezionali: uno su tutti è la prima esecuzione dal vivo di “Smells Like Teen Spirit”, una canzone che come poche altre segna gli anni ’90 e quelli a venire. Il live è dell’aprile del 1991, cinque mesi prima dell’uscita di Nevermind e della consacrazione planetaria della band.

Infine, Kurt Cobain: about a son. Diretto da A.J. Schnack nel 2006, è un documentario bellissimo. Oltre un’ora e mezza fatta solo di volti di abitanti delle zone di Aberdeen e Olympia, foto di concerti dell’epoca (soprattutto di altre band), paesaggi squallidi o incantevoli, traffico e periferie, diner e officine meccaniche. Tutto è commentato dalla voce di Cobain, tratta dalle registrazioni di numerose telefonate fatte dal giornalista Michael Azerrad per il libro Come as you are, tuttora considerato uno dei più belli in assoluto sui Nirvana. Le parole di Cobain, talvolta pronunciate con voce un po’ assente, o con la bocca piena, si intrecciano meravigliosamente con una colonna sonora più che notevole, formata dalle canzoni e dalle band che Kurt amava di più. Dai Vaselines ai Melvins, dagli Young Marble Giants ai Mudhoney. “Songs from the era”, si direbbe: una scelta azzeccatissima per un documentario che, non a caso è intitolato quasi come una canzone dei Nirvana. Schnack si sofferma molto sull’infanzia, vero snodo cruciale dello sviluppo emotivo di chiunque, Cobain compreso. Proprio lui continua a dirlo, nel corso del film: sono uno qualunque. Ma non si tratta di modestia. Sembra più una richiesta d’aiuto, di considerazione. Non pone tesi, About a son: racconta la storia di un personaggio, iconico suo malgrado, in maniera affascinante e originale, quasi astratta, abbracciando le contraddizioni di un grande artista così come la sua musica. Un ritratto commovente, consigliato a chi volesse tentare di conoscere, forse senza poterlo capire fino in fondo, Kurt Cobain.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel maggio 2011

Dagli archivi: The Black Power Mixtape 1967-1975 (Göran Olsson, 2011)

Locandina The Black Power Mixtape 1967-1975Tra i tanti capitoli da esaminare e riesaminare della storia contemporanea c’è sicuramente quello che ha portato all’emancipazione (almeno sulla carta) della popolazione afroamericana statunitense. Il movimento di liberazione, però, ha avuto tante sfaccettature, spesso in aperta contraddizione tra loro: come spesso capita in ambito storico, è quindi complesso stabilire la verità oggettiva di determinati processi sul lungo periodo o i risvolti e i retroscena di singole azioni dimostrative.

Sicuramente uno dei mezzi che abbiamo per saperne di più è il documentario The Black Power Mixtape 1967-1975, di produzione svedese, presentato all’ultima edizione del Sundance Festival, che nei prossimi giorni verrà proiettato per la prima volta in patria.

Un film svedese per comprendere il Black Power? La prospettiva geografica, oltre che culturale, storica e temporale, aiuta.

È proprio per capire meglio che stava succedendo negli USA alla fine degli anni ’60 che alcuni giornalisti svedesi si recarono negli Stati Uniti per realizzare dei reportage. Il materiale, rimasto proverbialmente nascosto in qualche soffitta, archivio o cantina, è stato riscoperto dal regista e produttore Göran Olsson che l’ha usato come base per questo documentario, organizzato per anno e, come vedremo, con radici ancorate anche nel presente.

Non sono solamente i grandi nomi del movimento a comparire sullo schermo: certo, c’è Angela Davis, ci sono membri delle Pantere Nere, poeti, scrittori e attivisti. Ma in TBPM sentiamo le voci degli abitanti di Harlem, l’Harlem di quegli anni, ben lontana dai processi di riqualificazione urbanistica che l’hanno investita negli ultimi decenni. Sentiamo le voce della base, si direbbe oggi, della comunità di colore, interrogate sui valori e le azioni esposte dai “dirigenti”.

Olsson, però, non dimentica la prospettiva temporale, come si è detto. Fa quindi commentare alcuni estratti e dichiarazioni dagli stessi protagonisti dell’epoca al giorno d’oggi, affiancandoli a nomi preminenti della cultura afroamericana contemporanea, come, ad esempio, Erykah Badu, forse uno dei personaggi più coerenti e convincenti di quello che, un tempo, si sarebbe chiamato panafricanismo. La distanza fa risaltare alcune cose e ne oscura altre: si percepisce la violenza esplicita delle Black Panthers da un lato e il sentimento genuino egualitario dall’altro; si comprende il razzismo all’interno di un processo orrendo e globale che pare non possa avere fine e ci si indigna per la sua costante presenza nella storia dell’uomo. Insomma, si capisce un po’ di più di quello che abbiamo vissuto e che viviamo: per un film non è poco.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel marzo 2011

Dagli archivi: Sulle tracce del terzo uomo (Frederick Baker, 2004)

Innanzitutto dividiamo voi lettori in due parti: chi ha visto Il terzo uomo e chi non ha mai visto il capolavoro di Carol Reed del 1949. No, non vale il solo sapere a memoria la famosa frase degli “orologi a cucù” di Orson Welles: è roba da bignami del cinema. Allora, chi l’ha visto si può mettere comodo sulla poltrona dei buoni, chi non l’ha visto se lo procuri. Bene, ora possiamo continuare.

Il film di Carol Reed è uno dei più belli del Ventesimo secolo, d’accordo? Questo lo si capisce anche solo seguendo la storia, scritta da Graham Greene, mica uno qualsiasi, e interpretata da Joseph Cotten e Alida Valli. Ma lo si comprende ancora meglio con Sulle tracce del terzo uomo, un documentario scritto, diretto e prodotto da Frederick Baker per la BBC. In realtà è il contenuto del documentario a essere prezioso, non tanto la sua forma: state pensando a un azzardo, a una messa in scena particolare? Tutt’altro.

Baker torna a Vienna, dove è ambientato il film, con Guy Hamilton (allora aiuto regista) e Angela Allen (la segretaria di edizione) a fare da guide. Dopo qualche considerazione da anziano in gita (“Com’è cambiata la città”) si cambia prospettiva e, grazie alla voce fuori campo del regista Carol Reed e a interviste a Greene e altri personaggi, si torna a un documentario classico. Dopo un po’, però, si cambia di nuovo rotta, accennando a uno dei produttori del film, quel David O. Selznick che, in quegli anni, era un altro modo di dire “Hollywood”. Si parla allora dei contrasti tra la produzione inglese (sotto la responsabilità di un altro grande, Alexander Korda) e quella statunitense? Sì, ma per poco: dopo avere rivelato che sia l’uno che l’altro si sparavano anfetamine sei giorni su sette per lavorare, lavorare, lavorare, si passa a un nuovo argomento, ancora una volta. L’argomento è Orson Welles, detto anche Citizen Kane, dal titolo del film su cui ancora campava. Scopriamo, per modo di dire, che Welles fa mille bizze: si presenta in ritardo sul set, dopo avere giocato a rimpiattino con la produzione tra Roma e Parigi. Poi scopre che deve girare nelle fogne e le fa ricostruire a Londra. Infine improvvisa letteralmente il breve monologo che voi, seduti sui ceci sotto il cartello “cattivi”, avete cercato di giocarvi come carta “io Il terzo uomo l’ho visto”. Che beffa, eh, che le battute più famose del film siano le uniche non scritte da Greene…

Insomma, di carne al fuoco ce n’è tantissima, in questo documentario: non ultima la considerazione che, in effetti, Reed è riuscito a “unire” il coevo neorealismo italiano, grazie all’uso di set reali e comparse prese dalla strada, con quel gusto neoespressionista ben sottolineato dalla strepitosa fotografia di Robert Krasker, grazie alla quale quest’ultimo vincerà un Oscar. Il problema è che tutto questo materiale è raccontato in maniera eccessivamente discontinua, spezzettata e singhiozzante. Un peccato, davvero.

E ora, tutti a ripassare Il terzo uomo.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel marzo 2011

Dagli archivi: Billy, ma come hai fatto? (Volker Schlöndorff, 1992)

Ogni tanto capita di leggere in giro sondaggi sul migliore film di tutti i tempi: i risultati cambiano, come è ovvio, di anno in anno e di generazione in generazione. Quando si parla, però, di “miglior commedia”, c’è un titolo che ricorre più degli altri, quello del celeberrimo A qualcuno piace caldo, del 1959, con Jack Lemmon, Tony Curtis e Marilyn Monroe. Alla regia uno dei più grandi del cinema hollywoodiano: Billy Wilder. È proprio il regista di origini austriache, scomparso nel 2002 a quasi 95 anni, la figura al centro di questo documentario costituito, fondamentalmente, da una serie di lunghe interviste realizzate dal regista tedesco Volker Schlöndorff.

Nelle quasi tre ore di film, Wilder è sempre prodigo di racconti e aneddoti: parla volentieri dei suoi film, ma pochissimo di sé. Un modo di fare, questo, che gli ha permesso di lavorare bene anche con attori difficili: “Non dovevo essere un padre per loro”, dichiara uno che, vera rara avis a Hollywood, è rimasto sposato per cinquant’anni con la stessa donna.

È un’etica del lavoro (e forse anche della vita) molto teutonica quella che pervade Wilder: scrivere una buona sceneggiatura (ne ha firmate una settantina) è un compito da svolgere seguendo determinate regole, così come lo è girare un film. Ma non c’è freddezza nelle sue parole, il regista comunica entusiasmo, divertimento, ironia e leggerezza in ogni frangente di queste lunghe chiacchierate multilingue. Sì, perché i due comunicano tra loro passando dall’inglese al tedesco anche all’interno di una sola frase, come a voler sottolineare lo straordinario misto di solidità delle origini e sogno americano che davvero costituiscono la personalità di Wilder.

Billy, chiamato così dalla madre dopo che aveva fatto un profetico viaggio negli Stati Uniti, si forma infatti nella Berlino dei meravigliosi anni ’20. Il cinema della UFA, per il quale lavora, è importantissimo, ma non meno del cabaret e del teatro. Schlöndorff scopre insieme a noi che moltissime trame alla base di film eccezionali come L’appartamento erano ricalcate da commedie teatrali viennesi e tedesche, rigorosamente in tre atti. E il cotè di formazione permane in Wilder, anche sotto forma del famoso cartello appeso a una parete del suo studio, che recita: “Come avrebbe fatto Lubitsch?”. La ricerca della semplicità, dell’eleganza e dell’efficacia, il rispetto dello spettatore, la quasi totale scomparsa della macchina da presa: ecco alcune “regole” che espone il regista che Wilder snocciola spesso, per rispondere a una domanda o per esemplificare un suo pensiero, ma sempre con modestia e understatement. Si presta più volte a spiegare il significato e la funzione di un determinato movimento di macchina, o a giustificare uno scambio di battute: sentire la sua voce descrivere sequenze che ci vengono riproposte come “materiale di studio” supplisce alla ovvia mancanza di alcun suo commento nei dvd dei film che ha firmato, gran parte dei quali entrato a pieno diritto nella storia del cinema.

È forse questa la parte più entusiasmante di un documentario girato nella maniera più semplice e diretta possibile: Billy, ma come hai fatto? dà a ognuno di noi la possibilità di assistere a delle vere e proprie lezioni di sceneggiatura e regia. Insomma, si tratta di materiale da proiettare nelle scuole di cinema, da far mandare a memoria a chi vorrà anche solo tentare di lambire le vette conquistate da questo eccezionale cineasta.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel dicembre 2011

Dagli archivi: L’ultima sequenza (Mario Sesti, 2003)

Immaginate uno dei film più famosi, affascinanti, dibattuti e complessi del mondo, 8 e ½ di Federico Fellini. Immaginate che, dai soliti, mitici e magici scatoloni e archivi vengano fuori delle foto di scena che ritraggono gli attori sul set, in una scenografia inedita, quella di un vagone di un treno. Proprio l’ambiente che viene descritto in alcune versioni della sceneggiatura, nelle ultime pagine: scene che, però, non sono mai finite su pellicola.

Ci sono già elementi a sufficienza per un mistero: Mario Sesti, quindi, indaga. Per certi versi, L’ultima sequenza può essere visto come un’inchiesta-documentario in cui l’autore segue un principio logico, quasi da indagine poliziesca, appunto. Ci mostra le centinaia di foto, gran parte delle quali inedite, che Gideon Bachmann ha scattato sul set, e già queste immagini valgono il documentario. Non solo: Sesti intervista attori, tecnici e altri personaggi che, in qualche modo, hanno avuto a che fare con il film. E qui inizia la magia di L’ultima sequenza.

Già, perché molti di questi personaggi, semplicemente, non ricordano la sequenza, esattamente come tanti altri ricordano perfettamente di averla girata. Il documentario, anche grazie all’uso delle voci di Fellini, di Mastroianni e di altri grandi nomi del cinema italiano che non camminano più su questa terra, assume un tono da sogno, onirico, felliniano, appunto. Si torna con la memoria alla sequenza iniziale di 8 e ½, quella in cui Mastroianni fluttua nel cielo legato a una corda: “Ingegnere, venga giù…”

Ci si chiede come sia possibile che, nonostante gli intervistati abbiano lavorato in centinaia di film, non siano certi dell’esistenza o meno della sequenza, o neanche si ricordino davvero di averla girata. C’è quasi un senso beffardo in tutto, anche questo tipicamente felliniano: si dice che il Maestro fosse un tipo divertente, che amava fare scherzi e prendere in giro la gente, oltre che appropriarsi di aneddoti altrui facendoli propri. Lo scopo principale, per Fellini, era l’affabulazione: qualcosa di ben distante da preoccupazioni di veridicità o di “proprietà autoriale”. Il racconto era tutto.

Nel documentario di Sesti, allora, ci troviamo improvvisamente in un film di Fellini: l’oggetto dell’indagine diventa l’indagine stessa. Alla fine dell’ora scarsa di durata ne sappiamo meno di prima sull’ultima sequenza di 8 e ½: o meglio, ne intuiamo i contorni, grazie alle foto di Bachmann e alle testimonianze a favore della sua esistenza; ma allo stesso tempo dubitiamo di quello che abbiamo sentito, quando ricordiamo le parole di chi nega che questa sequenza sia mai stata girata.

L’indagine è finita, non abbiamo appurato la verità, ma abbiamo sentito un sacco di belle storie. E Fellini, da qualche parte, ne siamo certi, se la ride.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel marzo 2011

Dagli archivi: The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara (Errol Morris, 2003)

C’è un nome che ricorre nella storia statunitense della seconda metà del secolo scorso: quello di Robert McNamara, nato nel 1916. Un uomo che ha svolto dei ruoli fondamentali nella politica estera USA e, di conseguenza, negli equilibri mondiali, in uno dei periodi chiave della storia dell’umanità: quello che va dal secondo conflitto mondiale alla Guerra fredda. Ottavo segretario della difesa degli Stati Uniti, si trova a ricoprire il delicato incarico proprio nella prima fase della guerra del Vietnam.

Immaginate ora di avere quest’uomo, laureato ad Harvard, già ai vertici della Ford, presidente della Banca Mondiale, davanti a una videocamera per 30 ore, che parla a ruota libera. Il risultato (ovviamente montato e ridotto a poco più di un’ora e mezzo di lunghezza) è The Fog of War, diretto da Errol Morris nel 2003, che nell’anno successivo ha collezionato una quantità di premi, tra cui l’Oscar come miglior documentario. McNamara parla di fronte alla camera, lo vediamo mentre ascolta dei nastri di conversazioni storiche o mentre è in macchina e risponde alle domande incalzanti di Morris. Spesso il regista lo riprende in primissimo piano, come per cercare i segreti nascosti di quest’uomo, ma, lo dice McNamara stesso, “preferisco essere bastonato per una cosa che non ho detto, piuttosto che dirla.”

Non pensate, però, di vedere un uomo che fa sfoggio di potere e che gioca sulle sue evidenti abilità dialettiche: McNamara, che all’epoca delle riprese ha quasi novant’anni (morirà nel 2009), è pacato, riflessivo, brillantissimo nell’eloquio senza però neanche sfiorare la retorica. Il documentario tocca vertici davvero alti, grazie alla bravura di Morris e con l’aiuto “emotivo” delle musiche di Philip Glass, quando si affrontano i capitoli legati alla figura di Kennedy, il presidente che lo volle al suo fianco. McNamara si commuove e ricorda con intensità una delle crisi internazionali che più fecero tremare i blocchi contrapposti durante la Guerra Fredda, quella della “Baia dei porci”. Quei giorni, raccontati da lui, si trasfigurano in due direzioni opposte: da un lato c’è la sensazione (peraltro reale) di sentire parlare uno che in quel momento era presente e aveva enormi responsabilità. Dall’altro l’episodio diventa quasi una parabola filosofica e politica sul conflitto come concetto storico.

Infatti sono gli eventi bellici a occupare il centro del documentario, che in Italia è uscito non a caso con il sottotitolo La guerra secondo RobertMcNamara. Negli undici capitoli che compongono il film il conflitto è sempre presente, sia quello reale della Seconda guerra mondiale, sia quello più astratto, ma non meno distruttivo, tra ragione di Stato e umana razionalità. Ed è la guerra che vince, alla fine: il sogno di McNamara, anticomunista ma umanista allo stesso tempo, pragmatico e idealista insieme, è svanito. Le conseguenze si leggono sui giornali ogni giorno e rimangono impresse nello spettatore di The Fog of War nell’espressione triste di quest’uomo potentissimo sulla quale si chiude il documentario.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel gennaio 2011

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