Francesco Locane

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Tensioni

E così ieri, alle 8, torno a casa e penso: “Ma dai, facciamo una bella lavatrice, come le so fare io”. Mi piace un sacco fare le lavatrici. Carico, metto il detersivo, guardo che non siano rimasti dei calzini in giro, sento un calzino ridere sotto il letto, lo cerco, non lo trovo, lo minaccio, si arrende, regolo la temperatura, il programma, premo “start” e mi rimetto al computer. Tempo due minuti scarsi e poff. Computer spento, io al buio, è saltata la corrente. Il calzino agonizza, immerso per metà nella lavatrice, io impreco, cerco la torcia, la trovo. Penso: “C’è forse il forno acceso? No. C’è forse una stufa elettrica accesa? No, non la possiedo. Qualcuno ha abusivamente collegato delle luci natalizie al mio contatore? Chissà.” Faccio finta che non sia successo niente, scendo due piani di scale, riattacco il contatore, risalgo due piani di scale, riaccendo la lavatrice.
Un minuto.
Aripoff.
Questo accade altre tre volte, con varie pause nel mezzo. Nel frattempo s’è fatta una certa ora, ma io ci riprovo. Senza biancheria la lavatrice regge. Rimetto la biancheria zuppa nella lavatrice, la faccio ripartire. Poff.
Prima di andare a letto, da vero malato di mente, chiedo aiuto alla rete, digitando su Google le parole “lavatrice salta corrente”. Il primo risultato è questo qua. Leggo il post e, disperato, mando una mail alla tenutaria del blog, che ho incontrato una volta e con la quale abbiamo parlato di cinema per un po’, prima di capire che non potremo mai andare al cinema insieme. Mi sono quindi messo, quella sera, a parlare di fumetti horror con i due suoi amici.
Vado a letto e sogno di passare i miei giorni attaccato alla cornetta di vari call center, con la mia lavatrice che, autonomamente, si accende e fa saltare la luce in tutto il palazzo.

Oggi mi sveglio vagamente più intelligente e decido di fare una prova: accendo il forno. Poff. Salta la corrente. Quindi non è la lavatrice. Quindi devo chiamare l’Enel. Quindi è esattamente come descritto nel post di cui sopra. Mi asciugo le lacrime e chiamo il centro guasti dell’azienda.
Scopro che il numero verde del centro guasti non prevede voci umane, ma solo frasi preregistrate, e serve solo se:
– c’è una guerra nucleare e ci sono interi quartieri senza luce: comunque ti dicono che “il servizio verrà riattivato a breve”;
– c’è un essere umano che sta friggendo attaccato ad una presa di corrente;
– è in atto un attacco terroristico.
La telefonata viene conclusa dall’elenco di tutte le zone di Bologna e provincia in cui c’è qualche problema elettrico. Ovunque, nella città, tranne che nella mia zona. Cambio tattica: farei qualsiasi cosa per parlare con un essere umano. Chiamo quindi il numero verde dell’Enel, fingendo di voler cambiare contratto.
Appena sento una voce femminile, confesso tutto. La gentilissima operatrice mi dice che non ho pagato una bolletta che scadeva il 2 ottobre. Bolletta che non ho mai vista, perché è stata mandata all’indirizzo della mia casa vecchia.

(E allora penso a quel deficiente che abita dove abitavo io. “Ehi, una lettera per il precedente inquilino. Enel. Che sarà? Ente Nazionale degli Enti Locali? Pubblicità? Nell’incertezza la butto.”)

L’operatrice inizia a darmi le indicazioni per riparare al misfatto, ad una velocità supersonica. “Un attimo che prendo carta e penna”, dico io. Dopo quindici secondi di silenzio, l’operatrice Enel sbotta: “Oh, allora, l’ha presa la carta e la penna?”
Le ho mangiato la faccia, letteralmente. Un po’ mi sono pentito, perché in effetti il servizio dell’Enel è davvero sempre celere. Eh, che volete, ero nervosetto.

Esco di casa alle ore nove. Ho una riunione in radio alle nove e trenta, ma prima devo pagare la bolletta. Ovviamente quando il mio numero si illumina sopra uno sportello dell’ufficio postale vicino a casa, l’impiegata si alza e se ne va. Colite? Pausa sigaretta?
Arrivo in prossimità della fermata dell’autobus e mi passano due 13 davanti. Sono già in abbondante ritardo, ma, attenzione, non sono così sfortunato. Uno è lì che aspetta. Ci salgo sopra tutto contento. Dopo cinquecento metri si rompe. Arrivo in radio alle 10. Non c’è stata alcuna riunione, i problemi sono ben altri: la rete interna è andata, completamente.

A parte questo, tutto bene, grazie.

Dead Again

Nella foto i conduttori della Notte dei Morti Viventi 2005 tornano a casa nelle prime ore del mattino

Come già successo l’anno scorso, questa notte sarà La Notte dei Morti Viventi. Chiudiamo quindi la Campagna Abbonamenti della radio con una diretta lunga dodici ore, a partire dalle 2230 di stasera. Il tema di quest’anno è la magia: parleremo di incantesimi, astrologia, esoterismo, manovre economiche, musica maggica, film maggici. Come al solito l’invito è quello di chiamare in diretta, partecipare ai quiz, vincere dei premi, mandare mail e sms, e magari anche passare in radio a spruzzarci di acqua santa.

Adesso, invece, vado al Sesto Senso, dove c’è l’aperitivo di fine Campagna Abbonamenti. Mi tratterrò, per evitare che “La Notte dei Morti Viventi” si trasformi per me in una diretta di un paio d’ore scarse.

Di |2006-12-16T16:57:00+01:0016 Dicembre 2006|Categorie: Eight Days A Week, Things We Said Today|Tag: , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dead Again

In una galassia lontana lontana…

Il tenutario del blog (bloglord?) ringrazia i curatori del numero di oggi del supplemento Nova del “Sole24Ore”, che hanno incluso A Day in the Life nella “galassia dei blog italiani”. Praticamente un paginone centrale senza conigliette, ma con molte lineette e centinaia di nomi di blog più o meno famosi, collegati tra loro, sparsi ovunque su due fogli. Il paginone è al centro di uno speciale chiamato “Bigblogbang”.

Ma ringrazia soprattutto il fatto che il quotidiano economico non sia un tabloid, perché ci sono dentro per un paio di centimetri appena.

Vengo in pace.

Mai avrei creduto di…

Stilare una lista dei migliori dischi dell’anno. Un po’ perché non credo di avere la competenza necessaria per farlo: non sono sempre così attento alle ultime uscite. Un po’ perché mi stanno sulle palle le liste. Comunque, stavolta l’ho fatto, per questioni di partecipazione. Mi sono messo e ho visto che, nel 2006, mi sono passati per le mani e per le orecchie poco più di una quarantina di dischi. Sulle prime ho pensato “Sono veramente pochissimi: sicuramente molti molti di meno di quelli che hanno ascoltato colleghi radiofonici e blogganti vari”. Ma poi ho fatto un calcolo: quaranta dischi in dodici mesi fanno un disco ogni nove giorni. Poco meno di un disco nuovo, inedito, mai sentito prima alla settimana. E come si fa?  L’ho sempre pensato: la bulimia musicale è tremenda, il rincorrere sempre e comunque il nuovo, abbindolati da varie copertine e home page che parlano ad ogni uscita di capolavori e di gruppi stratosferici, il consumare nella maniera più tremenda la musica è male. Si rischiano di prendere fischi per fiaschi, e arrivare a pensare che, facendo un parallelo letterario, l’Iliade l’abbia scritta Baricco. Signori: gli anni che vanno dai ’50 ai ’70 sono la nostra antica Grecia. I classici vanno studiati. (Bum. Ah, per inciso, se volete vedere la lista, è sul forum di Città del Capo – Radio Metropolitana, più precisamente qua.)

Andare a vedere un concerto dei Living Colour nel 2006, anzi, quasi 2007 – sempre a proposito di musica vecchia. E quindi domani li vedrò con la formazione originale. Che vi devo dire? Secondo me sono molto sottovalutati, sono stati un’ottima band a cavallo degli anni ’80 e ’90. Un periodo tremendo, stretti tra il metal e il grunge. Però Stain, nonostante non sia il loro lavoro migliore, non mi stanca mai (e se domani dovessero fare “Nothingness” in versione acustica, i miei singhiozzi copriranno la loro musica).

Suonare questo pomeriggio con Jon Spencer e gli Heavy Trash. Sì, ho un po’ barato, “suonare” non è la parola esatta. Ma insomma, quando qualcuno nei dischi batte le mani è accreditato, sotto la voce “handclapping”, no?

La pazzia di Sir George

Sgombriamo subito il campo da equivoci: per me Love è uno dei dischi dell’anno. Non vi sareste mai aspettati un’affermazione così da uno che ha un blog con quel titolo e quel sottotitolo, da uno che ha iniziato ogni singola puntata di una sua trasmissione con una canzone diversa dei Beatles, eh? Ma ho i miei motivi. Oltre al fatto che i Beatles sono la più grande band mai apparsa sulla faccia della Terra. Ovvio.

Prima di tutto: Love è la definitiva consacrazione del genio di George Martin, prima che dei Beatles stessi. Sir George, il quinto Beatle, chiamatelo come volete: c’è lui dietro al risultato del disco. Insieme al figlio Gilles ha avuto in mano tutti (e dico tutti) i pezzetti di nastro che i Beatles abbiano mai registrato. Stiamo parlando di chiacchiericcio, cazzeggio, le linee vocali di un pezzo, una parte di chitarra di un altro, effetti sonori, fruscii, assoli di batteria, tutto. Considerate anche che i quattro, notoriamente prolifici, sono rimasti in studio per anni, da quando hanno smesso di fare concerti. Bene. Martin conosce perfettamente ogni pezzo di nastro: e grazie, li ha prodotti lui, ma non solo. Non era solo il produttore dei Beatles. Insieme a loro li sentiva crescere, comporre, provare e scartare soluzioni, modificarne altre. Dio solo sa l’emozione che lui stesso ha dovuto provare quando si è ritrovato davanti a quelle migliaia di ore di registrato. Però Martin è inglese, quindi avrà nascosto l’emozione e si sarà messo al lavoro. E già questo riprendere dei brani che sono scolpiti nella memoria di tutti e “sconvolgerli”, in qualche modo, non è qualcosa che ti aspetti da uno che ha ottant’anni suonati e che potrebbe tranquillamente starsene in poltrona a sentire la discografia dei Beatles urlando: “L’ho fatta io, ‘sta roba”. E invece no: si ricomincia. Risultato?
Quello che fa Martin con questo disco è dire a tutte le band del pianeta: toh. Un “toh” lungo ottanta minuti e passa. E’ banale, lo so, ma sentite dei passaggi di “Tomorrow Never Knows” e ci ritroverete tutto il neofolk, sentite la chitarra di “I Want You” che spazza via lo stoner, e certi ritmi che anticipano punk, punkfunk, funkpunk, *unk, e altro. Toh. Per non parlare di quello che Martin ha detto con Love ai “mashuppers” del globo (non riferisco, perché sarebbe volgare e quel gentiluomo di Sir George non apprezzerebbe): mischiare la linea di basso di un pezzo con la batteria di un altro, rallentando o velocizzando le tracce, in maniera perfetta e naturale, creando qualcosa di nuovo e riproponendo qualcosa di ben conosciuto, in un rimando continuo e fluido tra le due (o più) parti.

Già, mettendo mano ai pezzettini di nastro: ma in fondo queste erano cose che lui e la band, in studio, facevano sempre, di continuo. La ricerca sulla produzione, oltre che sui timbri e sulla forma canzone, ha sempre fatto parte dei Beatles: in Love è portata ai massimi livelli, viste anche le possibilità che la tecnologia offre oggi. Comprate la versione cd+dvd: sentire questo disco in surround è un’esperienza, davvero, anche senza drogarsi prima. Credo.
Non voglio arrivare a dire che “se i Beatles fossero tornati in studio” eccetera eccetera, no. Ma questo disco è corretto da un punto di vista filologico e, permettetemelo, “spirituale”: non è “muzak”, non ci sono pacchianate: Love è più divertente di un film, coinvolge e appassiona. E, in fondo, è “solo” musica dei Beatles.
No, non tutta, a dire il vero. C’è una singola cosa che non proviene dai nastri di Abbey Road, una sola. Un nuovo arrangiamento per archi per “While My Guitar Gently Weeps”. L’ha scritto George Martin ex novo. Ma del resto aveva scritto anche la partitura per il quartetto di “Yesterday” e il sestetto di “Eleanor Rigby”. Gli sono riusciti abbastanza bene. E sono sicuro che da qualche parte King George approva, ancora una volta.

Un semplice divenire

Non ho mai parlato su queste pagine della mia passione per Ludovico Einaudi: sinceramente credo di averlo scoperto grazie al film Fuori dal mondo, in cui c’erano alcuni suoi pezzi. Mi aveva conquistato la semplicità con la quale riusciva ad affascinare l’ascoltatore, e ho iniziato a procurarmi i suoi dischi e i suoi spartiti. Una melodia reiterata con la mano destra, mentre la mano sinistra andava e tornava sulle note fondamentali dell’accordo. Einaudi non è facile da suonare bene davvero, ma dà soddisfazioni enormi anche ad un principiante come me.
In tutta questa ammirazione ho sempre messo da parte qualcosa che, invece, salta agli occhi di chiunque si avvicini (giustamente) alla sua musica in maniera “laica”. E’ difficile contrastare qualcuno quando dice che, in fondo, quello che scrive Einaudi è un po’ tutto uguale. Ho avuto quest’impressione anche io sentendo uno dei suoi ultimi dischi, Una mattina, uscito nel 2004.

L’ultimo disco di Ludovico Einaudi, ha un titolo azzeccatissimo: Divenire. Non c’è più solo lui col piano. In numerosi brani è coinvolta la Royal Liverpool Philarmonic Orchestra e c’è un uso per una volta funzionale dell’elettronica. Questo fa sì che il piano lasci spazi ad altri timbri, ad altri strumenti: sono le sezioni di archi o i loop a gestire alcuni tratti caratteristici delle composizioni, come il divenire (appunto) di terzine in quintine e poi settimine. Scusate, mi sono lasciato trasportare. Non c’è forse bisogno di appellarsi a nozioni teorico-armoniche per sentire davvero un disco del genere: ancora una volta la semplice musica di Einaudi arriva dentro, da qualche parte, e stringe, o abbraccia, a seconda dei casi.
Un altro punto essenziale sono le influenze: se qualcuno vi dicesse che è uscito nel 2006 un disco di musica “classica” che però ha richiami precisi (tanto per dirne due) a Radiohead da un lato e a Vivaldi dall’altro, che ne direste? Vi verrebbe subito in mente qualche orrendo pasticcio di un cinquantenne che vuole rifarsi una verginità musicale senza scontentare i maestri del conservatorio. Niente di tutto questo: il disco è perfettamente in equilibrio: i richiami sono richiami, non scimmiottamenti. Sono suggestioni che Einaudi controlla benissimo, e, soprattutto, inserisce nella sua musica, rendendola davvero nuova, in mutazione verso qualcos’altro, ma senza intellettualismi o facili concessioni. Appunto, in divenire.

Ludovico Einaudi – Divenire – La primavera da confrontare con
Antonio Vivaldi – Le quattro stagioni – L’estate, terzo movimento: presto

Ludovico Einaudi – Divenire – Uno da confrontare con i suoni di Kid A e Amnesiac

Potrete sentire un’intervista a Ludovico Einaudi nella puntata di giovedì 7 dicembre di Sparring Partner: lo stesso giorno il pianista si esibirà con un sestetto d’archi e con strumenti elettronici all’Arena del Sole, nella data bolognese del “Divenire tour”.

Ecco l’intervista!

O mio Dio, un post a punti

Per evitare di parlarvi sempre di radio, che ne avrete anche le palle piene (però l’intervista con Luca Sofri, oggi, è stata piuttosto divertente), ecco alcune considerazione sparse, scritte qui con l’unico scopo di non farvi dire: “E ma però non scrive più, quel simpatico imbecille.”

  • La home page di Repubblica, in occasione della Giornata Mondiale della Lotta all’Aids, linka un simpatico video in cui Clinton (uno dei più grandi caratteristi potenziali della storia del cinema, secondo me) dialoga della malattia con un “Muppet sieropositivo”. Ovviamente non si parla di preservativo, ma, in un avviluppo metatestuale abbastanza ipocrita, si raccomanda ai genitori di parlare ai figli della malattia. Ah, già, poi si dice anche che bisogna abbracciare i sieropositivi. Clinton se la cava abbracciando un pupazzo. Bah.
  • Stasera Raf tiene un concerto in centro a Bologna, praticamente a venti metri da dove vivo. Tornando a casa l’ho visto: assomiglia in modo impressionante a Rocco Siffredi, da lontano. Queste somiglianze con le pornostar mi sconvolgono: avevo un professore di educazione fisica veramente identico a John Holmes. Di viso, sicuramente. Il resto non mi è dato di sapere, per fortuna.
  • Poco fa ho telefonato a Tony Binarelli, per motivi che scoprirete. Ho trovato un numero di telefono sul suo sito, ho chiamato, mi sono presentato, ho chiesto chi ci fosse dall’altra parte del telefono. “So’ Tony Binarelli”. Magia, ho pensato.
  • Sempre per motivi di lavoro (saprete caro, saprete tutto), ho cercato un contatto con Il Divino Otelma: il suo sito consiste solo della homepage. Non resisto: è scomparso. (Uccidetemi).

Partners

No, giusto una breve nota per dirvi che domani a Sparring Partner c’è Paolo Sorrentino che chiacchiererà con me, Fede MC e con voi del suo ultimo film L’amico di famiglia. Non al telefono, proprio negli studi della radio. Se avete domande, usate la sezione “contatti” di Sparring Partner. Se arrivate tardi c’è il podcast e anche l’archivio audio. Non dite che non eravate stati avvisati.

Poi mercoledì c’è al telefono Giampaolo Felici degli Ardecore.

Ecco l’intervista!

 

E poi inizierò anche a scrivere sul blog di Sparring Partner. Appena la Clone Inc. mi consegna un altro me, che si occuperà anche di rispondere a mail piacevoli, scrivere regolarmente qua, riprendere il fotoblog, andare a bere le birre.

Ultim’ora: Paolo Sorrentino ha la febbre, quindi, come da scaletta, oggi si parla di Caravaggio. Butta via.

Ma alla fine l’intervista a Sorrentino l’ho fatta…

Cookies 4

Ricominciamo da dove avevamo iniziato. Esiste il corrispettivo-biscotto degli Special K? Sì. Anzi, ne esistono molti. Qualcuno, come i Grancereali del Mulino Bianco, è decisamente passato di moda, altri non hanno mai acquistato quote di mercato. Ma il vero biscotto radical-chic, spartano e hype è The Original Digestive della McVitie’s.
Nella foto vedete la confezione inglese del prodotto: in Italia la scatola che contiene il tubo di biscotti è quadrata, di cartone.
Esaminiamo prima il biscotto: ha il diametro di una betulla molto giovane, e anche lo stesso gusto. Insomma, un biscotto che, quando cade a terra, non si sbriciola: si struciola. Ruvidissimo al tatto, se non fosse così friabile lo si potrebbe usare per fare leggeri lavori di scartavetratura. Ma il Digestive è modesto e spartano: nutre come il cartone, ma probabilmente brucia meglio.
Mentre ne sgranocchiate uno, e vi sentite una via di mezzo tra un castoro e Woody Woodpecker (Picchiarello, in italiano, ma qui si parla di prodotto inglese), leggiamo insieme ciò che c’è scritto sulla confezione.
Intanto notiamo la scritta “The Original”: due parole che si trovano solo sulle Clark’s, sulle cinture “El Charro” e su qualche altro prodotto. “Ricetta originale della Gran Bretagna”, c’è scritto in bianco sul rosso, colore dominante della scatola. Immediatamente siete spinti a prendere una bustina di Twinings e a prenotare un volo per Londra. Ma non è tutto, sentite qua:

“Nel 1892 nascono con nostro grande orgoglio gli Original Digestive [è la partita tuttora in commercio: 114 anni e li dimostra tutti, nd.r.]. E la loro straordinaria ricetta, la loro unica bontà li ha fatti apprezzare nel mondo ed in particolare in Italia”

Ma certo, in Italia i Digestive vanno alla grande: provate a chiederli ad un commesso di un supermercato. Frustrato dal non trovarli, ma a rischio licenziamento a causa del contratto interinale, vi offrirà in cambio l’ubicazione esatta del Sacro Graal. Non cascateci: quel Graal non è The Original Holy Grail.

“Original McVitie’s Digestive è un biscotto con farina integrale [di betulla, n.d.r.], delizioso [de gustibus, n.d.r. ] e ricco di sapore [e vabbè, negare l’evidenza, però… n.d.r.], adatto ad ogni occasione.”

Come, per esempio, cacciare qualcuno di casa tirandogli un Digestive in un occhio: le schegge sono micidiali.

“Perfetto a colazione, da gustare con tè, caffè, latte, ti accompagna in ogni ora del giorno per uno snack insuperabile…”

Autogol di chi ha redatto il testo: mi sono immaginato in un bar, con un McDigestive in mano, mentre ordinavo un cornetto al cioccolato.

“… ogni volta che hai bisogno di recuperare un po’ di buon umore.”

Eccoci qua. Come con i Kellogg’s Special K torna il buonumore e, attenzione, è immediatamente legato ad altro: il paragrafo successivo, infatti, parla di una “gamma McVitie’s”. Girate la scatola: qual è il biscotto che viene richiamato? Ovvio: il Chocolate Digestive. E torniamo sempre al cacao, torniamo.

Ora siete tristi? Ma no, in fondo state inzuppando un biscotto digestivo in un the. Cosa ci sarà poi da digerire in un the… Ma, attenzione!

“L’espressione ‘Digestive’ originale inglese non sta a significare che il biscotto possieda caratteristiche dietetiche digestive.”

Troppo tardi, siete fregati. Per digerire i numerosi dischetti di betulla che avete appena ingurgitato, pieni di buonumore, gusto e bontà, sarete costretti a ricorrere ad una sola cosa: un Original Alka Seltzer.

Specchio delle mie trame

Nell’ultimo numero di “Specchio”, supplemento settimanale de “La Stampa”, c’è un’intervista di Marco Gregoretti a Licio Gelli. L’occasione è data dall’uscita di Licio Gelli. Parla il venerabile, un libro-intervista al capo della P2 di Sandro Neri.
Gelli, nell’articolo di “Specchio”, inizia subito a provocare: “Io sono l’ultimo gerarca fascista in servizio permanente effettivo in vita”, dice che per risollevare il paese servono “due anni di dittatura”, che dovrebbero iniziare con l’abolizione del Consiglio Superiore della Magistratura e delle Regioni. Gelli definisce la Massoneria come “una scuola di etica”, e parla della strage di Bologna come di un “incidente di percorso”.

La cosa che mi chiedo è: salvaguardando il diritto all’informazione, perché dare ancora spazio a Licio Gelli, adesso, considerando che è agli arresti domiciliari, ha 87 anni, ha fatto dei danni incommensurabili al Paese, e da lui i magistrati non potranno sapere nulla? Che informazioni mai mi daranno l’articolo e il libro (citato all’inizio, ma di cui poi non si parla neanche per una riga: tutt’altra cosa è l’articolo di Alfonso Contrera su “L’Espresso”, riportato da Dagospia)? Ditemelo voi, perché io proprio…

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