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Spam, spam, spam, space and spam

Magari arrivo dopo la puzza, come si suol dire, ma io l’ho trovato per caso su YouTube. Se non lo capite, evidentemente non avete mai visto l’originale, poco di buono che non siete altro.
A proposito, il 7 ottobre è il quarantesimo anniversario della messa in onda del Flying Circus. Niente, così, per dire. Festino?

Di |2023-09-04T09:18:44+02:0030 Settembre 2009|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , , , , , |Commenti disabilitati su Spam, spam, spam, space and spam

Rimanere senza parole

Appena ho finito di leggere L’approdo, di Shaun Tan, ho avuto due reazioni. La prima è stata una forte emozione, come non mi capitava da tempo. La seconda, strana, è stata la volontà di prestare immediatamente il libro a qualcuno che lo potesse apprezzare. In sè questo non sarebbe peculiare, se non avessi sentito la voglia di abbandonare per un po’ il volume, come per sfuggire al suo potere.
Ma andiamo con ordine: L’approdo è un racconto di emigrazione, innanzitutto. Il protagonista se ne va dal suo non identificato Paese verso un Paese altro, da ogni punto di vista: diverso l’alfabeto, i cibi, le abitudini, i mezzi di trasporto, la lingua, gli animali. Tutto. Il protagonista è spaesato, sperduto, non sa come muoversi, come esprimersi. Faticosamente si adatta, trova una stanza in affitto, un lavoro e, infine, chiama la sua famiglia, moglie e figlia, che vediamo, nell’ultima vignetta, con una mappa in mano, indicare una direzione, una strada che hanno trovato, verso la quale andare.
La particolarità de L’approdo, però, è che non c’è neanche una parola. È un racconto per immagini, e la maestria di Tan sta nell’avere un ritmo incredibile nella composizione della pagina e della singola vignetta, alternandone tante piccole a disegni enormi, che quasi soffocano per l’immensa diversità che veicolano. Solo ritraendo sguardi, volti in primo piano, dettagli, oggetti, Tan racconta tutto. Ma non pensate a un esercizio di stile: la meraviglia che desta lo scorrere con gli occhi le pagine del libro è dovuta al fatto che Tan riesce a raggiungere la comunicazione perfetta e universale. Chiunque se ne vada da casa per approdare a un altro luogo, prova il disagio, il terrore e anche l’emozione del protagonista, al punto tale che il luogo di partenza e quello di arrivo perdono di significato tranne che per la loro opposizione: conosciuto e sconosciuto, casa e non casa, orientamento e perdita, riconoscimento e totale mancanza di conoscenze. Il protagonista si guarda intorno e vede gatti-drago, frutta e verdure ignote, cartelli indecifrabili. E, vignetta dopo vignetta, anche noi non capiamo, ma siamo costretti a metterci in gioco: per sopravvivere, per continuare la lettura.
Un libro di una potenza tale che fa sfigurare tutte le campagne sull’integrazione, anche le più meritevoli: dovrebbe essere adottato nelle scuole, dalle elementari alle superiori, per capire che, in fondo,  “l’altro” è soltanto un modo per definire noi stessi.

Di |2009-09-29T21:14:31+02:0029 Settembre 2009|Categorie: Paperback Writer|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Rimanere senza parole

C’è chiacchierone e chiacchierone

Da piccolo ero un chiacchierone, i miei lo dicono sempre. E ho delle vaghe rimembranze di gente che mi picchia con un cric all’asilo urlando “E basta parlare, Cristo”. Adesso lo sono? Beh, per mestiere sicuramente devo saper chiacchierare. Ehm.
Comunque, domani co-conduco Maps insieme a Alessandro Bergonzoni, di cui ignoro completamente la loquela infantile, ma da molti anni dotato di parlantina assai adulta e pirotecnica.
Che accadrà? Quanto il povero conduttore si troverà sommerso felicemente da fiumi di parole? Perché state pensando subito ai Jalisse? Queste e altre risposte, domani, dalle 16, qua.
Update: la puntata.

Di |2021-09-06T09:36:24+02:0022 Settembre 2009|Categorie: Things We Said Today|Tag: , , , |Commenti disabilitati su C’è chiacchierone e chiacchierone

I migliori dj degli ultimi centocinquant'anni

… cioè MorraMC, Enzo Polaroid e il sottoscritto, vi aspettano questa sera al Locomotiv Club che, gioia e tripudio, riapre con una festa. Si entra gratis (non c’è bisogno di dare neanche un euro, conquistateci così, col vostro charme) con tessera ARCI, a partire dalle 22 circa.
Siate gli utilizzatori finali della nostra musica!

Di |2009-09-11T13:02:11+02:0011 Settembre 2009|Categorie: Eight Days A Week|Tag: , , , |Commenti disabilitati su I migliori dj degli ultimi centocinquant'anni

P.I. (Pupazzi Investigator)

Durante il mio viaggio a Londra ho avuto modo di indagare sulla scomparsa di alcuni pupazzi molto popolari, con delle scoperte sconcertanti.Iniziamo dagli innocenti e lisergici Teletubbies. Che fine hanno fatto Tinky Winky, Dipsy, Nu-Nu, Po e La-La? E i loro creatori sono ancora a piede libero? Domande che chiunque abbia visto la popolare serie della BBC si è posto. I Teletubbies nascono nel 1997 e sono protagonisti di 365 episodi che sono andati in onda sulla rete nazionale inglese e in molti altri Paesi, Italia compresa. Un giro d’affari enorme, con pupazzi, dischi, dvd, tutto a base di pupazzi colorati che non parlano o quasi, non fanno niente a parte cantare musichette idiote, si limitano ad essere. e a fare versi Insomma, una boy band per un pubblico in età prescolare. Avete mai provato a vedere una puntata dei Teletubbies? L’effetto è quello di una canna pesantissima quando si è stanchi e fa caldo: annichilimento totale delle capacità cerebrali, azzeramento del senso critico e della percezione dello spazio e del tempo. E il tutto è assolutamente legale. Beh, erano anni che non si avevano notizie dei Teletubbies, ma proprio quando io ero in terra d’Albione, la bomba: i Teletubbies si riformano (il che rafforza il parallelo con una boy band) per un tour che parte questo giovedì e che toccherà diversi centri commerciali (sic) del Regno Unito (non cinema o teatri, centri commerciali, santiddio). Chissà che non arrivino anche da noi: in tal caso si potrebbe fare questo giochino dal vivo.
L’altra notizia riguarda, invece, un pupazzo nostrano, che ha occupato moltissimi dei nostri pomeriggi televisivi, rubando la scena (sembra incredibile dirlo oggi) a Paolo Bonolis e a Licia Colò. Vabbè, quest’ultima considerazione è piuttosto plausibile. Stiamo parlando, l’avrete capito, miei piccoli lettori, di Uan, vero protagonista di Bim Bum Bam, trasmissione iniziata proprio in questo periodo nel 1983. La domanda “che fine ha fatto Uan?” rimbalza da anni da una pagina web all’altra, dopo la fine del programma nel 2000. L’hanno intervistato le Iene, è stato avvistato qua e là, è stato rapito, ma un tratto è stato (finora) comune a tutte queste notizie vere o presunte: il fatto, cioè, che Uan si fosse ritirato dalle scene. Bene, io ho la prova che Uan non è scomparso, anzi. Nella metropolitana londinese, infatti, ho fotografato la locandina che pubblico qui accanto (per vedere la foto ingrandita, cliccateci sopra, ma a vostro rischio e pericolo). Uan, per quanto porti addosso i segni evidenti di un periodo difficile, è vivo e canta insieme a voi, se andrete a vedere la versione italiana di Avenue Q, il cui tour parte tra un mese circa. Nel caso ci andaste, fatemi sapere com’è.

Life Sax

Il sassofono, al di fuori del jazz e della musica nera in genere, per me è difficile come strumento. Non appena, in un pezzo rock, si sente il sax, mi scatta qualcosa di non piacevole, ecco. Rare le eccezioni: Clarence Clemons della E-Street Band e qualcosa, qua e là, nei dischi di Bowie. Per il resto, nella maggioranza dei casi, il pensiero ricorrente è “No, bel pezzo, peccato per il sax”.
La vera grande eccezione sono, ovviamente, i Morphine: un paio di mesi fa c’è stato il decennale della morte del loro strabiliante leader, Mark Sandman. Al sax c’è sempre stato Dana Colley, un genio. Dei Morphine, io, non mi stanco mai. Ma mai mai, eh. Non li conoscete? Conoscevateli.
Ma c’è un’altra band, scoperta da poco, che riesce a inserire (in un contesto che alcuni definirebbero “alt-jazz” – non è una combinazione di tasti – o “avant-jazz”*) il sassofono, anzi, che fa del sax lo strumento principale, in un contesto (alt e avant a parte) rock. Sono inglesi e si chiamano Acoustic Ladyland. Il loro ultimo disco è uscito poco tempo fa e si intitola Living with a Tiger e, beh, è bellissimo. Qui sotto un video tratto dal loro disco del 2005. Dedicato, ovviamente, a tutti i sassofonisti che mi hanno letto fin qua maledicendomi.
[youtube=http://youtu.be/1dqr1W-4-Wo]

Se cinque anni vi sembrano pochi

Dal 2004 ogni agosto non è un mese come gli altri. A parte le ferie, i lavori, gli amori, la vita, il 26 agosto, oggi, cade l’anniversario della morte di Enzo Baldoni.
Quest’anno non ho intenzione di scrivere le solite cose: voglio che questo ricordo sia intimo. Spazio ai commenti e ai vostri ricordi di Enzo, se volete.
Piuttosto, una riflessione. Da ieri e fino alla mezzanotte di oggi è aperta a tutti la mailing list che Enzo creò tanti anni fa, e che da quel tremendo giorno del 2004 è servita a diffondere notizie su Enzo o intorno alla sua figura. Ricevendo le tante mail di ricordo di persone che, come me, non hanno mai conosciuto Enzo di persona o di altre che, invece, hanno percorso buona parte della vita insieme a lui, mi rendo conto che una delle grandi capacità che Enzo aveva era quella di fare conoscere le persone, di fare incontrare esseri umani, di capire subito le affinità che intercorrevano tra persone anche apparentemente diverse. È una caratteristica preziosa, e io cerco sempre di lavorare su di me, anche da questo punto di vista.
Perciò, in questo post di ricordo, vi lascio con un link: si tratta del blog del fratello di un caro amico, che, dopo essere stato in Portogallo, ora si trova in Angola, da dove scrive il suo Diario Angolano. Ecco, io noto in Sandro una curiosità e una capacità di raccontare e, quindi, di guardare, affine a quella di Enzo.Enzo, non sai quanto vorrei che tu leggessi il mio ultimo libro. È dedicato anche a te. Perché, da lontano e da vicino, anche ora che non ci sei più, continui a essere una guida. E in questi tempi di penombra, quando va bene, non è poco.
Di |2009-08-26T13:00:00+02:0026 Agosto 2009|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Se cinque anni vi sembrano pochi

My London from A to Z – 3

Rough Trade. Sono andato anche in uno dei mitici negozi dell’etichetta inglese. Non ho comprato alcun disco. Indecisione? Segno dei tempi? Non so. Ho scartabellato tra gli scaffali, ma prezzi e/o titoli non mi hanno convinto. Risultato dello shopping? Il nuovo numero di Mojo, due spillette e una borsa di tela. Mmm.
St. Bartholomew the GreatSt. Bartholomew the Great. Ecco, questa è stata la vera scoperta del viaggio londinese. Una chiesa vicino all’ospedale di St. Bartholomew, ovviamente, più o meno nella City, non distante dalla più famosa Temple Church, chiesa dei Templari. Solo che quella è stata abbastanza distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, mentre St. Bartholomew è rimasta più o meno com’era quando è stata costruita, alla fine del 1100. Intendiamoci, sono ateo e materialista, ma entrare in questa chiesa mi ha davvero emozionato, e non succedeva da tanto. A trovarla suggestiva non sono solo io: qui sono state girate scene di Elizabeth: the Golden Age, Shakespeare in Love e Quattro matrimoni e un funerale. E c’è anche qualche simpatico burlone che l’ha definita “la chiesa più infestata (di spiriti) del mondo”. Cliccate sul link, vedete le altre foto che ho pubblicato, ma, soprattutto, se andate a Londra non mancate di visitarla. Davvero spettacolare.
Tamigi. Sembrerà un’osservazione banale, ma questa è stata la visita londinese in cui ho sentito di più il fiume che attraversa la città. Ho passeggiato lungo il South Bank, ho percorso più ponti avanti e indietro, e il marrone, zozzo, affascinante fiume mi è parso fondamentale più che mai, nel panorama di Londra. Ehi, mica uno deve sempre scrivere di folgorazioni o di scoperte. Comunque, non fateci il bagno. Sai mai.
Underground. Sebbene abbia girato molto in autobus, in questo viaggio, non riesco a non amare le metropolitane. Mi piace guardare le stazioni, le mappe colorate, essere portato da una parte all’altra della città in qualche decina di minuti, ma soprattutto amo guardare la gente in metropolitana. Sì, perché, soprattutto i nativi, in metropolitana pensano. E ti sembra, talvolta, di poter indovinare su cosa stiano meditando, dietro gli occhi socchiusi dalla stanchezza della prima mattina o della sera, mentre vanno a lavoro o tornano a casa. E, come al solito, mi incanto davanti alle facce.
Vegetariani. Londra è una città cosmopolita, no? Anche nel cibo, voglio dire. Questo assunto di base ha permesso all’amica V., vegetariana e amica degli animali, di trovare più o meno sempre del cibo per lei. Tranne che nel ristorante brasiliano, la cui poitica era: prezzo fisso e carnazza servita direttamente dallo spiedo alla tavola, di varia provenienza, dall’agnello al maiale, dal vitello al prosciutto. “Avete un menù vegetariano?”, abbiamo chiesto. “No”, ci è stato risposto. “Perché?” E quando abbiamo rivelato l'”handicap” di V., ecco che una bella V verde è stata posta di fronte al suo posto. Vagamente inquietante.
Westminster Abbey. Avrei voluto visitarla, ma… 15 sterline d’ingresso? Per fortuna a Londra, come a New York, i maggiori musei sono a entrata libera. Ho rinunciato alla Chiesa, insomma, ancora una volta.
X. Come è proverbialmente noto, l’incognita in Inghilterra è il tempo atmosferico, che può cambiare anche tre o quattro volte al giorno. La soluzione è il vestiario “a cipolla”, si sa. Comunque ci ha detto bene: pioggia solo un paio di volte, di cui una nel pub di cui ho parlato ieri: l’acquazzone + stata ovviamente l’occasione per intavolare una bella discussione del tempo, argomento di cui i britannici vanno ghiotti. Proverbiale anche questa osservazione, ma talvolta gli stereotipi sono più veri della realtà.
Polka DotsYayoi Kusama. “La mia arte è un’espressione della mia vita, in particolare della malattia mentale.” Così si descrive l’ottantenne artista giapponese, uno dei nomi della mostra che ho visto, “Walking in my mind”. La malattia mentale di Yayoi Kusama si è manifestata molto presto, quando lei aveva dieci anni: a quell’età ha iniziato a vedere dei pois, dappertutto, e lei si è iniziata a sentire un puntino in mezzo a milioni di altri. La sua installazione alla Hayward Gallery (con estensione sugli alberi del lungofiume) è particolarmente emozionante: una stanza di specchi dentro alla quale sono sistemate delle sculture gonfiabili tondeggianti, rosse a pois bianchi. Da rimanerci secchi.
Zzz. Avrei avuto bisogno di vacanze riposanti, ma so che quando vado in una grande città mi prende la frenesia da metropoli. E quindi ho dormito poco. Recupero adesso, con la consapevolezza che dormire poco, macinare chilometri e riempirsi occhi, orecchie e bocca è stata l’unica cosa da fare in una delle città che più amo al mondo.

fine

P.S. Oggi il blogghetto compie sei anni. Lo mandiamo a scuola.

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