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E anche per quest'anno, rigà, l'abbiamo sfangata (o quasi)

Sono appena tornato a casa dopo la lunga Notte dei morti viventi. In realtà la diretta doveva durare fino alle 9.30 di oggi, ma, cosa volete farci, non abbiamo più l’età. Ci siamo divertiti e parecchio, ma, ad un certo punto, le defaillances sono state ripetute, quindi abbiamo abbandonato qualche ora prima del traguardo.
Nell’ambito dei blog, vorrei particolarmente ringraziare i blogger che, anche a loro insaputa e loro malgrado, sono intervenuti. Innanzitutto Colas, che ha avuto il privilegio di usare l’espressione rigà. Poi Daniela, che non faceva altro che ripetere la suddetta espressione, farci i complimenti e usare espressioni di gioia&stupore. Posso non linkarti? Ovviamente no. E come non ricordare il brevissimo intervento di Zazie, forse ubriaca o forse emozionata per la diretta, chissà? Il mio fratello di parole Martino, presente con due e-mail. Infine, last but not least, come si dice in Camerun, Enzo e la Laura. Il primo mi ha regalato una spilla bellissima che ho tosto appuntato sulla giacca. La seconda che, per tutto il tempo, ha toccato il materiale isolante della radio con aria estatica.

Grazie a loro e a tutti i morti viventi. La campagna abbonamenti (e la mia onnipresenza in radio) inizia adesso. Sono le sei, sta per spuntare il sole e io vado a letto.

Cosa c'entra Elisa con le Harley Davidson?

Sento una strana vicinanza con Elisa. Il sentimento, ovviamente, parte da basi generazionali e geografiche: siamo coetanei e nati ad una manciata di chilometri di distanza l’uno dall’altra. Ha una bella voce. Le canzoni non sono sempre valide, o quanto meno mi stufano spesso, ma non credo che nel panorama desolato e desolante della canzone italica, sia da buttare via. Ma non basta.
Il chitarrista di Elisa è il cugino di un mio (ormai ex) compagno di classe: quando uscì Pipes and Flowers il suddetto compagno di classe tirò fuori, con abile mossa da prestigiatore, il cugino dal cilindro e si legò, in qualche modo, al successo della giovine.

Questo mi ricorda un buffo aneddoto che credo mi abbia raccontato un caro amico. L’amico dell’amico (che volete, capita sempre così) aveva passato le vacanze con Sergio del Grande Fratello, proprio lui, l’Ottusangolo. L’amico dell’amico, non appena era iniziato lo spettacolo e registrava successo, andava in giro vantandosi di conoscere Sergio e di avere passato ore indimenticabili e divertentissime con lui. Fino a che venne fuori che proprio questa gran cima Sergio non era, e l’amico dell’amico si adeguò all’andazzo mediatico, eleggendosi come primo denigratore. “Lo prendevo in giro io già allora”.

Ma torniamo ad Elisa. La fanciulla, nonostante canti prevalentemente in inglese, pare legata alle sue terre d’origine. L’avete mai sentita in un’intervista? Quello strano accento da patata-in-bocca, tutto vocali aperte e leggermente strascicato, beh, quello è l’accento goriziano, o, per essere precisi, “bisiacco”, cioè della zona di Monfalcone. L’avere questo accento marcato la rende ai miei occhi più umana, modesta e, quindi, simpatica. Poi gira i suoi video in posti che conosco bene e che raramente sono mostrati in televisione. Insomma, il tutto ha un’aria familiare.
Ho visto Elisa dal vivo una volta solamente, in un’occasione molto particolare. Mi sono trovato, non ricordo neanche io come, ad un raduno di biker, vicino Gorizia. Non so se avete mai avuto l’occasione di assistere ad un raduno di biker. Sono omoni (e donnoni) prevalentemente vestiti di cuoio, con moto enormi, nerissime e spesso iperaccessoriate, che bevono birra, scherzano e ridono. E giocano con i motori. Ma non nel senso che li montano e li smontano, con sana e ludica passione. No. Giocano con i motori in due modi.
Il primo è quello di accendere la loro moto, dalla marmitta enorme alla quale è stato tolto ogni tipo di silenziatore, e di accelerare mandando il motore su di giri e producendo un rumore assordante. La performance si può concludere così, semplicemente raggiungendo il picco dei decibel, oppure come ho visto io (fortunello): il biker spegne il motore, tira fuori una sigaretta e se l’accende sulla marmitta incandescente, tra le ovazioni della folla.
Il secondo è quello di prendere un motore di una macchina di bassa cilindrata, tipo quello di una Cinquecento Fiat, e di mandarlo su di giri fino a spaccarlo. Dico sul serio. Visto con i miei occhi.

Insomma, mi godevo lo spettacolo. Ero venuto a sapere che, però, quel raduno aveva qualcosa di particolare. Infatti era la festa di compleanno di uno del club di biker, un ragazzo che era appena uscito dall’ospedale per un bruttissimo incidente in moto. Aveva perso entrambe le gambe, però, a quel che si diceva, gli era andata bene.
Sale un gruppo sul palco (ovviamente un gruppo metal). Quando finisce il loro concerto, sorpresa, salgono sul palco altri musicisti e il ragazzo festeggiato, che ringrazia tutti. Ad un certo punto sale sul palco una ragazza piccina, con un berretto calato sugli occhi. È Elisa. Pubblico in delirio, anche senza bisogno di marmitte. Inizia a cantare “Knockin’ on Heaven’s Door” con il festeggiato, che è felicissimo, ride contento e canta.
Mi sono guardato intorno. Lo so che vi sembrerà stereotipato, ma fa veramente impressione vedere omoni enormi, di cui hai avuto un sano terrore istintivo fino a pochi secondi prima, piangere. Non “occhi lucidi”, dico proprio piangere. Beh, un po’ mi sono commosso anche io.
Elisa ha continuato con un altro paio di canzoni, poi è arrivato il regalo per il festeggiato. Una moto a tre ruote, che si può guidare anche senza gambe.
Ancora mi viene il groppo in gola a pensarci.

P.S. Ovviamente stanotte io sono uno dei morti viventi.

Ni*olas, Bruce Lee e la meglio gioventù

Bruslì

Domenica pomeriggio: Bologna invasa dalla gente (come oggi, del resto). E ovunque suonatori e persone con cappello da Babbo Natale (ma perché?). Vado a vedere con E. Alla ricerca di Nemo, l’ultimo film della Pixar. Il cinema, ovviamente, pullula di gente. Era secoli che non andavo al cinema la domenica pomeriggio, a vedere un film “per bambini”, poi. La sala è piena e ci sono un sacco di pargoletti che scorrazzano, ridono, cantano e fanno esperimenti con Coca-Cola e popcorn. Mi metto già dell’umore (sorridente) di vedere il film con i sottofondi e i commenti dei bimbi. Inizia il film.
Dietro di noi una bimba bellissima, che dice più volte “Ho paura”, “Perché?”, “Dov’è andato?”, “Chi è quello?”. E la mamma, paziente, spiega, illustra, risponde. Si accendono le luci e i bimbispettatori tutti non vedono l’ora di poter comprare altro materiale da esperimento. La mamma fa una telefonata, e dice: “Sì, l’ho portata a fare la cacca, la pipì, ma secondo me questo film le fa paura, che casino, come fa uno a sapere se le fa paura o meno? Ogni volta scegliere un film… La prossima volta decidi tu, ok?”

Tigei

Alla fine del film sento un padre che richiama il figlio e dice di non rispondergli e di fare il bravo. Solo che il figlio si chiama Nicholas. O Nikolas. O Nicolas. O, se proprio la perversione onomastica raggiunge vette inaudite, Nikholas. Ma non credo. In ogni caso Ni*olas se ne sbatte e continua a urlare e a farsi i cazzi suoi.
Mi sono chiesto quanti anni avessero i vari Terry, Brooke, Ridge, e soprattutto i Diego Armando che sono proliferati per un certo periodo nel nostro paese. Mi sono ricordato che, quando ero bambino, conoscevo un mio coetaneo che si chiamava di nome Bruce Lee. Dico veramente. E il fratello TJ. Solo che per noi uno si chiamava Bruslì e l’altro Tigei. Anzi, forse Tigei scriveva proprio così il suo nome. Solo di recente ho pensato che forse il padre era appassionato, oltre che di kung fu, anche di telefilm americani (io poi manco l’ho mai visto T.J. Hooker). Neanche a dire che Bruslì era uno scriccioletto magrissimo con occhiali enormi. Ovviamente.

Alla fine del film parlo con la mia amica E. di bimbi. Arriviamo all’originalissima conclusione che costano moltissimo, in tempo e soldi. Come siamo gretti. Però lei conclude dicendo “Ma tanto mio marito sarà meraviglioso”.

Torno a casa e mi preparo a registrare La meglio gioventù. Non è che mi abbia fatto impazzire, come film nel suo complesso. La prima parte (le prime tre ore) l’ho

Giovanna

trovata veramente eccellente, la seconda decisamente meno. Mentre preparo la cassetta e attendo che finisca il telegiornale e poi quello sportivo e poi le pubblicità penso perché stia registrando il film di Giordana. Forse influenzato dai discorsi del pomeriggio, sento una voce: “Lo stai registrando per i tuoi figli”. Sto per svenire per l’abominevole cazzata che la voce ha detto e inizio a pensare a me come a Giovanna d’Arco. In quel preciso momento inizia la pubblicità del governo sull’incentivo di 1000 euro per il secondo figlio. Premo velocemente REC. Questa cosa abominevole (che tanto ricorda lontane iniziative governative) deve rimanere da qualche parte sulle mie cassette.

Inizia il film. Penso a Ni*olas, a E. e a suo marito (chiunque esso sarà), alla mamma al cinema, alla meglio gioventù. A che fine ha fatto Brooke Caracci, Ridge Meneghelli e Bruslì e Tigei. E penso che per il momento di figli non se ne parla neanche lontanamente.

P.S. A parte i miei adorabili trollini, che, senza aspettare suggerimenti, pare abbiano aperto il loro blog. Del resto sono grandi, è bene che si facciano le loro esperienze. Buona fortuna, cari. Tornate a trovarmi, ogni tanto. O almeno fate una telefonata.

Pregiudizi e stereotipi

Ci si cade, ogni tanto, c’è poco da fare. E ovviamente ci cado anche io. Iniziamo.
Gli studenti della nota-università-con-le-scale-mobili sono tutti fighetti. Falso. Premessa. Ah, intanto la prima rampa di scale mobili non funziona. Eh. E poi: gli studenti del mio corso sono, fortunatamente, persone normalissime. Certo, sulle suddette scale mobili ho visto un paio di personaggi che sembravano usciti da Vogue: patinati e bidimensionali. Ma questo capita quasi ovunque. Sono quindi orgoglioso di fare parte del corpo insegnante della nota-università-con-le-scale-mobili. E ho anche il registro. Che vuole, signò, so’ soddisfazioni…
A Milano corrono tutti e tutti hanno fretta e tutti devono lavorare. Non ci ho mai creduto. Ma in un noto locale per l’aperitivo sono andato al bancone e sono stato lì un minuto di orologio ad aspettare, guardandomi intorno. Locale e bancone abbastanza affollati. Il ragazzo dietro il bancone, ad un certo punto, dà uno scappellotto sulla nuca di un altro barista (un “sottoposto”?) e gli dice: “Oh, ma allora! Hai visto che quello lì [io] è da due ore al bancone? La tua area è questa (fa gesto con le mani per indicare il bancone), non questa (fa gesto con le mani per indicare il resto del locale)”.
Poi mi chiede cosa voglio e mi prepara il Martini cocktail. Nel frattempo il ragazzo malmenato mi dice “Seiecinquanta” e io pago. “Mi dispiace di essere stato causa di questo”. E lui: “Ma tanto mi vendico”. Io faccio una risatina, lui no. Il Martini è buono, ma mi viene servito in un bicchiere tondo. Per non incentivare la spirale di violenza, non dico niente, figuriamoci.
Chi ha un blog rimorchia di più. Falso. Speravo, io. E se no perché l’ho aperto? Invece niente. Che delusione.
I troll sono il Male. Ma no. È carino allevarseli. E poi, mi hanno detto a Milano, è molto molto cool averne almeno un paio. Tipo che se hai un blog e aprono un blog che sembra il tuo ma non lo è, anzi, ti prende anche in giro, diventi immediatamente una blogstar. Che è un po’ la massima aspirazione della mia vita, dopo, ovviamente, la conquista del primo posto nel Grand Prix Classic di Napa Valley.

Un weekend postmoderno

Domani, finalmente, inizierò il seminario nella nota-università-con-le-scale-mobili. Ovviamente il mio portatile non si poteva fare sfuggire la ghiotta occasione, e quindi adesso ha deciso che ogni volta che c’è un’animazione in PowerPoint lui emette un rumore che, perdonatemi, assomiglia a quello di un peto con sordina. “Prrfft”. Gli studenti saranno entusiasti, e inizieranno a sghignazzare, sempre composti nei loro abitucci firmati e senza che un filo di trucco si sposti. Se mi chiederanno dove ho scaricato l’incredibile petosuoneria, indicherò loro questo sito. Sconvolgerò le loro abitudini-per-bene? O mi troverò ad ordinare orrendi cocktail alla fragola con loro?

Nei giorni passati ho tenuto tre incontri in tre scuole diverse. Momenti topici:

  • alla fine di una lezione a Gorizia, posto dove sono nato e ho vissuto fino a qualche -sette- anno fa, si avvicina un giandone di due metri e mi dice: “Ciao Francesco, forse non ti ricordi di me, sono F., il fratello di F., eravate amici da piccoli”. Quando io e F. ci frequentavamo, F. era piccolo piccolo, e secondo me manco molto sveglio. Non so se adesso sia sveglio, ma mi avrebbe potuto uccidere con una mano. Speriamo che non si ricordi di eventuali mie prese in giro che possano avere turbato la sua infanzia;
  • incontro a Udine; i ragazzi hanno letto un mio racconto che si intitola “Puttana” e parla di un ragazzino la cui madre fa la prostituta, appunto. Una ragazza alza la mano e mi chiede: “Il racconto è autobiografico?”;
  • durante l’incontro a Trieste mi sono portato dietro V. , e l’ho presentato, ridacchiando, come la “mia guardia del corpo”. In una pausa una ragazza viene da me e mi fa: “Ti posso chiedere una cosa? Ma tu e la tua guardia del corpo siete fratelli?”

Ho visto amici a Gorizia, ho sbevazzato allegramente, stimolando la parte friulana che evidentemente da qualche parte alberga (o bivacca) in me. E ho anche mostrato a V. la cassapanca. Mi sono commosso anche io, era anni che non rivedevo il comodo giaciglio.
Sono anche andato al Chocofest di Gradisca d’Isonzo, una cosa quanto meno imbarazzante. Soprattutto la Chocogallery, e il Palachoco. Mi sembrava di stare a Topolinia o nella città dei Puffi. Nel Palachoco la situazione è agghiacciante. Non è né più né meno che un tendone da giardino sotto il quale ballano qualche orripilante melodia discolatina tre elementi. Il Maestro di Cerimonie (M.C.), una mamma e la sua bimba. Il resto della gente guarda e sorride, forse inebetita dalla cioccolata. Mi sposto, ma nella Chocogallery (identica al Palachoco, solo di forma allungata) l’M.C. della situazione urla in un microfono cose come “No alla dieta” (giuro).

La settimana è però iniziata male. Svegliatomi il lunedì mattina, dopo cinque minuti cinque vado in cucina, dove i miei sorseggiano caffè pensierosi. Piccola premessa. Da qui al ventuno dicembre sarò sballottato qua e là come una palla da flipper, saranno giorni intensi e faticosi. Con questo pensiero sono andato in cucina per iniziare questa settimana.
“Ngionno”, faccio io, forse ancora un po’ ubriaco.
“Buongiorno”, dicono loro. E, subito dopo, con dei tempi che manco Ben Johnson quando diceva “Ma che me frega, me pijo anche ‘ste artre pillolette, anvedi che scatto poi”, aggiungono: “Sai, il tuo conto in banca è un disastro”.
Tento di ricominciare da capo, pensando che a volte quando il portatile mi si blocca, basta resettare.
“Ngionno (dicevo)”
“Ma dove li metti i soldi?”
Ho tentato inutilmente di premere alt+ctrl+canc, ma non c’è stato nulla da fare.

Referrers – Gente che cerca altro

Dagli stessi produttori di Neighbours in associazione con Google.com, Virgilio.it, Shinystat e Yahoo!

1. “liquore della corsica a base di castagne”

La cena era pronta. L’avrebbe riconquistata, lo sapeva. Ce l’avrebbe fatta. Aveva preparato tutto, dall’antipasto al dolce. Tutto quello che avevano mangiato quella sera di molti anni fa, in quel paesino corso, era lì pronto per lei. Le cose erano andate male, poi. E non si ricordava nemmeno perché esattamente. Ma si erano rivisti, avevano parlato di quella cena, si erano guardati negli occhi un po’ più di quello che era successo fino a quel momento. Le aveva chiesto: “Vieni a cena da me”. Lei aveva sorriso, era leggermente arrossita, aveva accettato. Lui non poteva sbagliare. Aveva ripassato mentalmente la cena corsa, aveva ricreato tutto.

Poi il dubbio. Cosa avevano bevuto alla fine del pasto?
Non se lo ricordava. Forse lei non avrebbe dato peso alla cosa, ma lui voleva essere perfetto fino al minimo particolare. Come si chiamava quella cosa che avevano bevuto?
Era un liquore di castagne. Ma non sapeva come si chiamava. Aveva provato a chiedere nei negozi, ma senza risultato.

Allora si era messo su Internet, e aveva digitato “liquore della corsica a base di castagne” in un motore di ricerca. Aveva atteso un po’, e aveva trovato un sito strano. Un diario urbano, bla bla bla. Aveva iniziato a leggere qua e là, ma senza trovare il nome del liquore. Aveva trovato qualcosa di incredibile. Nel blog era descritta una cena, nello stesso posto dove erano stati lui e lei. Continuò a leggere. Dimenticandosi delle cose che erano sul fuoco. Lo destò dalla lettura l’odore di bruciato.

Sono andati a cena fuori, quella sera. Le cose tra di loro non sono andate bene. E lui ancora si chiede come si chiami quel liquore. Non lo sa neanche la sua nuova fidanzata.

Storie raccontate da una donna

Qualche giorno fa è uscito Tales of a Librarian, una raccolta di Tori Amos: venti canzoni per ripercorrere dieci anni di carriera, sempre ad alti livelli. Ci sono due inediti, e molti pezzi sono stati remixati e/o registrati ex-novo. Inoltre il disco esce anche con un bonus DVD in cui ci sono alcuni video di Tori durante dei soundcheck e una galleria fotografica, interessante ed emozionante per vedere come la sua immagine sia cambiata durante il tempo (lo show biz…).
Ci si possono fare infinite domande, più o meno taglienti e graffianti su una raccolta, su un gritistitz, che esce, guarda caso, in un periodo caratterizzato dall’acquisto sfrenato (sì, è già Natale). Eppure io credo sia nei tremendi meccanismi, appunto, dello show biz, sia all’onestà artistica di Tori Amos. Vi rinvio quindi a questa interessante intervista, in cui la splendida quarantenne parla a cuore aperto di temi sulla bocca di tutti, magari sfiorandoli appena, ma riuscendo a colpire, con grazia, classe e intelligenza, come al solito.

Ah, l’intervista è in inglese. Ma, ricordando il nostro leader e la sua geniale trovata delle “tre I”, non ci dovrebbero essere problemi, no? Inglese, e vabbè. Internet, e ci siete. E la terza? Qual era? Informazione? Imparzialità? Inettitudine? Vattelo a ricordare. Che Ignoranza.

P.S. Ultimamente questo blog non parla più dei cavoli suoi. Abbiate pazienza, tornerò a tediarvi presto. Nel frattempo faccio finta di essere un blogger serio.

Ra(d)iot

Che dite, la dovrei smettere con questi titoli creativi? Mi servono per esercizio, se mai la poco-nota agenzia di pubblicità dovesse decidersi a chiamarmi…
Continuo ad espletare i miei compiti per casa, e affronto l’argomento Raiot e tutto quello che ne è conseguito.

Come forse sapete, è finito da un’oretta uno spettacolo “sostitutivo” della trasmissione della Guzzanti&Co., che io ho seguito sulle frequenze della mia radio. Lo spettacolo si è tenuto all’Auditorium di Roma ed è stato trasmesso, tramite megaschermi, in molti posti in Italia e, appunto, sulle radio di Popolare Network. Non si è trattato della seconda puntata del programma, che probabilmente mai andrà in onda, ma di qualcosa di più complesso e ricco. Sono intervenuti, tra gli altri, Luttazzi, Grillo, Fo e Rame, addirittura la Mannoia accompagnata al piano da Piovani (!). Oltre allo staff di Raiot.

In molti hanno criticato la prima puntata, che potete trovare qui, dicendo che era un autogol per la sinistra, che non faceva ridere, eccetera. Andiamo con ordine.
Guardo da sempre le trasmissioni della Dandini, dalla TV delle ragazze in poi. E devo notare che, effettivamente, le ultime trasmissioni (diciamo da dopo Tunnel) avevano dei problemi di ritmo, normali nelle prime puntate, ma che potevano infastidire quando si protraevano. Quindi il fatto che la prima puntata di Raiot fosse imperfetta è assolutamente normale. I tempi si affinano volta per volta, e tutto dipende dalle condizioni in cui si crea, si scrive e si può provare uno spettacolo. Non so in che condizioni abbiano lavorato autori e attori, ma non mi sembra un male tremendo.
Dal punto di vista “politico”, invece, mi è sembrato un urlo disperato, ma non di parte. Lo sketch del consiglio comunale di sinistra avrebbe dovuto fare accapponare la pelle a molti compagni, con o senza virgolette. Mi è sembrato un urlo disperato, come se si sapesse già che quella era l’unica e ultima chance per dire delle cose. Non è una cosa bella, me ne rendo conto, ma probabilmente le cose stavano così.
Dario Fo e Franca Rame, e, per certi versi, anche Beppe Grillo, hanno detto che è stato un bene essere censurati, perché così il governo si sputtana. Sono d’accordo, ma fino ad un certo punto.
Idealmente, sarebbe stato strategicamente più efficace iniziare a salire piano piano con i toni, puntata dopo puntata, in modo tale da conquistarsi un pubblico ampio, l’audience nel vero senso del termine, al quale parlare (anche se, diciamolo, la prima puntata ha fatto un bel 18% di share: non male).
Invece è stato scelto il “colpaccio”. Non so se attuare il “piano A” sarebbe stato meglio: forse Raiot sarebbe rimasto un programma di nicchia, di cui parlare “tra di noi”. Così un po’ di rumore c’è stato. Ripeto: non so se questa sia stata la soluzione migliore, entrambe presentano – o avrebbero presentato – pro e contro.

Lo spettacolo di stasera mi ha lasciato con uno strano stato d’animo. Da un lato molto emozionato nel sentire tanta partecipazione e affetto intorno al gruppo. Ma dall’altro la domanda che mi sono fatto (e che mi faccio sempre più spesso) è: quanti siamo? Contiamoci. Quanti siamo veramente? E tutto questo basta?

L’ultimo urlo della Guzzanti (bravissima, lodi e plauso a lei e agli altri) è stato: “Non finisce qua!” Io lo spero, lo spero vivamente. Tutto questo non basta. Sinceramente, e ammetto per primo le mie colpe, non so proprio cosa si possa fare. Boicottare le aziende che comprano gli spazi pubblicitari Mediaset, certo. Firmare questa petizione. Ma soprattutto parlare, parlare, parlare delle cose che questo governo sta combinando. Informandosi e leggendo molto (magari il problema potrebbe essere dove leggere ed informarsi… me ne rendo conto).

Ma non parlarne “tra di noi”, è troppo facile. “Noi” già lo sappiamo che questo Paese sta andando a scatafascio.

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