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The Dodos – Individ (Morr Music)
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Al sesto disco i Dodos aumentano la posta: le percussioni di Logan Kroeber sono più variegate, massicce e incalzanti, le chitarre di Meric Long passano sovente attraverso pedali, si riproducono in loop, costruiscono strati spessi e densi. Alcuni brani del precedente Carrier avevano questa caratteristica, ma erano immersi in una generale leggerezza che abbiamo amato sin dal secondo disco del duo di San Francisco, quel Visiter che rimane tuttora la loro prova migliore. In Individ le proporzioni sono rovesciate a partire dalla lunga canzone che apre il lavoro, “Precipitation”: giochi sul pedale del volume, linee di chitarra una sull’altra, la voce di Long che raddoppia, poi un’acustica, in un crescendo lungo e sentito fino a un deciso cambio di tempo.
Si prosegue in maniera quasi marziale fino al quarto brano in scaletta. “Competition”, che insieme a “Goodbye & Endings” ha avuto il compito di anticipare l’album, è il trait d’union con il suono tipico dei Dodos: il ritmo rallenta un po’ a metà album, i suoni si semplificano. Il resto (recita il comunicato) “suona come essere all’interno di un tornado”, proprio quello che si allontanava dall’uomo raffigurato nella copertina del lavoro precedente. Qui la copertina è stracolma di colori e linee (e il tratto ricorda curiosamente quello di Fellini). Insomma, un buon disco, per quanto un lavoro di cesello avrebbe permesso risultati ancora migliori.
Recensione pubblicata originariamente sul numero di gennaio 2015 de Il Mucchio Selvaggio
Anche nel secondo disco gli Zun Zun Egui spostano il baricentro della loro musica
Da vent’anni Liam Hayes sperimenta con il pop e la forma canzone, talvolta aderendo ai suoi canoni, altre volte cercando delle rotture totali con i modelli di riferimento. Lo status di culto ottenuto con il nome d’arte Plush lo ha portato davanti alle macchina da presa (Alta fedeltà) e, recentemente, a scrivere la colonna sonora dell’ultimo film di Roman Coppola.

Due tributi diversi, nei modi e nei risultati, per omaggiare due figure mitologiche. Deludente “The Art of McCartney”, prodotto da Ralph Sall, in cui una trentina di musicisti si cimentano con una selezione di successi di Macca, dai Beatles agli anni recenti. La scaletta è scontata, ma maggiormente preoccupante è che due terzi delle canzoni sembrino una sorta di karaoke di lusso, più divertente sulla carta (“Ehi, Alice Cooper canta Eleanor Rigby…”), che nei fatti (“… uguale all’originale”). Compare ogni tanto un barlume di interesse, non tanto negli arrangiamenti, per lo più pedissequamente filologici, quanto nelle interpretazioni vocali: il meglio arriva sul finale con le ruvidezze di Alain Touissant e Dr John, e le tinte black di Dion e B. B. King, a ricordarci quanto certi suoni abbiano educato i quattro di Liverpool. C’è anche Bob Dylan, che rifà (abbastanza svogliatamente) You’ve Got to Hide Your Love Away, pubblicata in origine esattamente un anno dopo il suo primo incontro con i Beatles.
Il legame tra i due titoli di cui parliamo finisce qua; infatti “Lost on the River” è la messa in musica di alcuni testi scritti da Dylan coevi ai Basement Tapes, al buen retiro tra Woodstock e dintorni del 1967. I manoscritti sono stati consegnati dal loro autore a T-Bone Burnett, che ha preso in mano il progetto come produttore. Insieme a lui, nientepopodimeno che Elvis Costello, Jim James (My Morning Jacket), Marcus Mumford (Mumford & Sons), Rhiannon Giddens (Carolina Chocolate Drops), Taylor Goldsmith (Dawes) e un cameo alla chitarra di Johnny Depp. Il risultato è piacevole, non sorprendente, ma con un pugno di canzoni che colpiscono, soprattutto quando è Costello a cantare i versi (musicalmente efficacissimi) perduti e ritrovati.
“LAMENT”, ammoniscono le note del disco, è la documentazione di un’installazione-spettacolo legata ai temi della Prima Guerra Mondiale messa in scena in Belgio in questi primi giorni di novembre. Tuttavia, anche “solo” ascoltata, l’ultima pubblicazione dei tedeschi travolge da subito per la potenza espressiva: Kriegsmachinerie, “La macchina della guerra” è un fragore metallico crescente, puro rumorismo Neubauten, sì, ma anche la “corrispondenza sonora” dell’aumento di spesa per gli armamenti dei Paesi poco prima dell’inizio delle carneficine.
Tranquilli, potete ascoltare questo disco con la famiglia riunita intorno all’albero: neanche alla fine, quando un pianoforte accenna a “Jingle Bells”, qualcuno viene mandato a quel paese. Il titolo del disco di Natale di Mark Kozelek (Sings Christmas Carols), è veritiero: si va da “O Christmas Tree” a “Silent Night”, arrangiate quasi tutte per chitarra e voce, con il canto inconfondibile del musicista, ma senza deviazioni sostanziali dagli originali. “Tra tutti i Kozelek del mondo, tu sei il più Kozelek di tutti, Mark”, si sente in una cover tratta da uno speciale natalizio dei Peanuts. Una briciola di ironia, forse l’ultima che il musicista ha da spendere, dopo l’acrimonia sparsa generosamente negli ultimi mesi. A Natale siamo tutti più buoni?
Il quarto LP dei Twilight Sad arriva dopo un anno in cui il cantante e autore dei testi James Graham si è trovato nel tipico momento di riflessione, con annesse domande esistenziali: il “fermarsi per ritrovarsi” si è concretizzato in questo “Nobody Wants to Be Here and Nobody Wants to Leave”, registrato negli studi dei Mogwai. L’idea era quella di rappresentare le anime musicali espresse in dieci anni di carriera su disco e dal vivo: ecco quindi le scelte di autoprodursi, di usare anche in studio il fonico live Andrew Bush e di affidare il missaggio a Peter Katis, come era accaduto per il debutto “Fourteen Autumns & Fifteen Winters”.
I membri della band disegnati di tre quarti, nello stile iconografico sovietico; intorno, pugni chiusi, raggi di sol dell’avvenir e… l’Atomium, il Manneken-Pis, birra, galli, cozze e patatine fritte. La copertina di The Belgians riassume lo spirito del quarto album del trio di Liegi: Dirty Coq e Boogie Snake (chitarre e voci) e Devil D’Inferno (batteria) costruiscono un disco a tema sul loro popolo: si comincia, come da copione, con l’inno nazionale (“La Brabançonne”) stravolto da elettricità e distorsioni (ma non siamo dalle parti dell’illustre precedente hendrixiano), si finisce con la cupa ed elettronica “Belgians Don’t Cry”. In mezzo canzoni che, tra rock’n’roll, garage e surf, parlano (male) del Paese “grande quanto un coriandolo” (cito dal comunicato stampa) e dei suoi abitanti.
Il punto non è il cosa, ma il come. Già, perché