cinema statunitense

Dagli archivi: Wild Man Blues (Barbara Kopple, 1997)

Ebbene sì, care lettrici e cari lettori di questo blog: io Woody Allen l’ho visto, all’Auditorium di Roma, il 31 marzo scorso. L’ho visto salire sul palco, vestito esattamente come me l’aspettavo (camicia e pantaloni di velluto a coste), con la sua New Orleans Jazz Band, con la quale suona da un quarto di secolo.

Woody Allen l’ha visto (e molto) anche Barbara Kopple, di cui abbiamo già parlato a proposito di Harlan County, USA, nel 1996. Da ore e ore di girato, la Kopple ha fatto uscire nel 1997 Wild Man Blues. Il documentario, in pratica, segue Allen e la sua band (e non solo) in un tour europeo, tra Spagna, Italia e Gran Bretagna.

Dico “non solo” perché in quel periodo Woody aveva lasciato tutti di stucco a causa del fidanzamento con Soon Yi, figlia adottiva della ex Mia Farrow. Inoltre, grazie alla macchina da presa della Kopple, conosciamo anche membri della famiglia di Allen: sorella e genitori, in particolare.

Nelle note di copertina del DVD la Kopple spiega che la spinta per girare questo documentario è stata soprattutto l’attività cinematografica di Allen: e come contraddirla? L’Allen cineasta è ben presente, per quanto il documentario si sforzi di parlare di musica: e che musica!

Allen, lo sanno soprattutto i suoi fan, ama da morire il jazz classico. Le sue predilezioni, però, oltre ai grandi come Cole Porter e Gershwin, vanno soprattutto alla musica che ha originato il tutto: quelle canzoni, spesso solo strumentali, suonate negli Stati del sud, che univano la ripetitività delle work song, e di conseguenza del blues, con una tavolozza sonora più ricca.

Piccoli complessi, che si esibivano nei cassoni dei camion per aggirare leggi strettissime sui concerti in pubblico: un banjo, una batteria, qualche fiato. Una musica che, dice Allen all’inizio del documentario forse esagerando, “non interessa a nessuno”.

Eppure Woody la suona, imperterrito, prima in un piccolo pub di New York tutti i lunedì sera (leggenda vuole che a causa di uno di questi concerti non andò a Los Angeles a ritirare l’Oscar per Io e Annie: ma tutti i fan di Allen sanno che lui odia la California), più recentemente nel lussuoso Carlton Hotel di Manhattan (se vi interessa ci sono da sborsare diverse decine di dollari per avere un tavolo, nelle sere in cui la New Orleans Jazz Band si esibisce).

È vero che questa musica non interessa a nessuno?

Diciamo che interessa relativamente alla Kopple, affascinata soprattutto dalla persona-Allen, ben lontana dalle aperture che, negli ultimi anni, Woody ha concesso alla stampa.

Interessa relativamente anche al pubblico che affolla i suoi concerti.

Ma interessa moltissimo ad Allen stesso: questo si percepisce in Wild Man Blues, backstage dopo backstage e albergo dopo albergo. È una passione che viene dopo il cinema, ma non si distacca da esso così tanto.
Verso la fine del documentario Allen osserva che il tour è finito: il tempo è passato, è ora di tornare a New York, a mostrare i souvenir del viaggio in Europa ai genitori.

In questi piccoli sprazzi la Kopple riesce ad avere un occhio particolare e ci rivela davvero qualcosa di inedito di un’icona dell’oggi. Per il resto il film è un documento curioso di un hobby importante di un grande scrittore e regista.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel febbraio 2011

Dagli archivi: Neil Young: Heart of Gold (Jonathan Demme, 2006)

Nel 2005, Jonathan Demme non sa bene cosa fare. Qual è la vostra prima azione quando non sapete cosa fare? Forse tirate fuori il Sudoku, guardate un video su YouTube, tentate di abbracciare una religione o leggete l’oroscopo di Paolo Fox. Jonathan Demme, quando non sa cosa fare, tira fuori il cellulare e chiama Neil Young.

“Che fai, Neil?”
“È un periodaccio.”
“Anche io: mi annoio.”
“Ah, be’, sì. Io invece ho scoperto di avere un aneurisma al cervello, vorrei scrivere un disco, ma ho solo mezza canzone.”
“Uhm, sì. È che io mi annoio, sai…”
“E mio padre è morto da poco.”
“Senti, ma se un giorno venissi là, con la troupe?”
“Vieni pure.”

Tutto vero. Be’, almeno i fatti citati sono documentati.

Dopo un po’, Neil Young entra in studio con una serie di amici, che potrebbero essere definiti “i migliori musicisti di Nashville e dintorni”: ma ha sempre mezza canzone. E ha un aneurisma al cervello. Il primo giorno la canzone è fatta e finita. Neil Young torna in albergo e scrive una seconda canzone. Il giorno dopo la porta in studio. La arrangiano e la registrano. Va avanti così per dieci giorni, e l’album (denso di riferimenti alla sua malattia e alla scomparsa del padre) è finito.

Neil Young va a New York, si opera, fa un po’ di convalescenza. Poi chiama tutti, Jonathan Demme, la troupe, i musicisti con cui ha inciso l’album (Praire Wind), sua moglie, Emmy Lou Harris, e decide di fare una prèmiere mondiale del disco nella cattedrale del country mondiale, il Ryman Auditorium di Nashville. Quell’esibizione è gran parte del contenuto di Neil Young: Heart of Gold, il secondo film-concerto di Jonathan Demme, dopo il celeberrimo Stop Making Sense del 1984, un monumento ai Talking Heads.

Innanzitutto c’è da notare lo splendido lavoro alla fotografia di Ellen Kuras, che si è trovata nella difficile e stimolante condizione di dover illuminare un concerto come se fosse un film, tenendo però ben presente lo spazio quasi mitologico che lo ospitava. Si crea, con il procedere della scaletta (nella prima parte del tutto fedele all’ordine delle canzoni del disco) un’atmosfera quasi da sogno: il pubblico si sente, ma non è quasi mai inquadrato.

Le riprese sono lunghe, fluide, totalmente opposte allo stile ipercinetico abituale nei live. Neil Young parla con il pubblico, introduce i brani, totalmente rilassato, nonostante i soli dieci giorni di prove per il concerto. E’ una meraviglia, e i suoi musicisti non sono da meno. Si arriva alla seconda parte del live, formata da classici di Young selezionati, però, esclusivamente tra le canzoni effettivamente registrate a Nashville. Come mai questa scelta? Facciamo un passo indietro.

“Neil, scusa, permetti una parola?”
“Prego, Jonathan, ho un sacco di tempo, figurati.”
“Ecco, ho cronometrato le prove… Praire Wind, dal vivo, dura un’oretta… È un po’ poco. Non è che faresti qualche pezzo in più?”
“Quanti?”
“Eh, devo arrivare a… Dunque… Una mezz’ora, una quarantina di minuti al massimo. Eh? Grazie Neil, mitico, ciao.”

Gli aneddoti aumentano, ma Young è sempre sobrio e preciso, nel raccontare le storie dietro le canzoni, quando decide di farlo. Talvolta sembra che parli con la voce di alcuni grandi narratori nordamericani, dalla scrittura pulita e struggente al tempo stesso. Non è un caso che Demme chiuda il concerto con il nostro ripreso da dietro, di tre quarti, mentre canta, accompagnato dalla sua fedele chitarra, “The Old Laughing Lady”. Un finale struggente, appunto, ma sobrio per un film, documentario, concerto inaspettatamente emozionante.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel marzo 2011

Dagli archivi: Mario Bava, Maestro of the Macabre (Garry S. Grant, 2000)

Il detto “Nemo propheta in patria” è spesso abusato, ma non è un caso che l’unico documentario su una delle nostre glorie cinematografiche nazionali, Mario Bava, sia di produzione statunitense. Furono infatti per primi statunitensi, francesi e inglesi ad apprezzare i film di Bava, il cui riconoscimento in Italia è cosa tutto sommato recente.

Mario Bava – Maestro of the Macabre è diretto da Garry S. Grant e scritto da Charles Preece, autore quest’ultimo anche di altri documentari monografici di argomento cinematografico. Il film, uscito nel 2000 e proposto come bonus disc nella ricchissima edizione DVD della Ripley’s del film d’esordio del regista sanremese, La maschera del demonio, racconta la storia di questo grande nome del cinema nostrano, concentrandosi sulla sua filmografia da regista, iniziata appunto nel 1960 con il celeberrimo horror interpretato dall’icona Barbara Steele.

Definire Bava un artigiano, come spesso si sente dire, non è solamente un modo di dire: la sua carriera cinematografica, infatti, è stata influenzata molto – come si sottolinea nel documentario – dal lavoro di scultore del padre, e dalle decine di film per i quali ha firmato la fotografia, prima di dedicarsi completamente alla regia per vent’anni, fino alla sua morte nel 1980.

Grant e Preece adottano uno stile piuttosto convenzionale: seguendo una linea “biografica”, esaminano le varie fasi della carriera di Bava alternando brani dei suoi film, a testimonianze di registi e critici per lo più statunitensi (da Tim Burton a Joe Dante a Kim Newman) e di collaboratori e familiari del regista. Non è chiaramente la forma a essere interessante in Maestro of the Macabre, né una particolare innovazione critica o prospettica (per esempio quando si parla di Italia non si esula da immagini cartolinesche di alberi, fontane e Cinecittà che si alternano su un’aria d’opera…): è una contrapposizione a colpire lo spettatore.

Da un lato la semplicità assoluta e l’ironia superlativa di Mario Bava che, è noto, non si prendeva mai sul serio su niente, ed era prontissimo a smorzare ogni entusiasmo cinèphile di rilettura critica della sua opera. Dall’altro risulta evidente come i film del nostro, specialmente gli horror, abbiano avuto un’influenza enorme su tutto il cinema di genere a venire, sia dal punto di vista estetico che dei contenuti. L’uso delle luci, la rilettura del gotico, lo stilema dello zoom, la rappresentazione della donna sono solo alcune caratteristiche per cui si è coniato l’aggettivo “baviano”.

Bava, insieme a Riccardo Freda, ha dato il via alla stagione dell’horror italiano, influenzato dalle produzioni Hammer degli anni ’50 e in contemporanea ai primi film AIP di Roger Corman (in seguito molto debitori del cinema baviano). Ma la strada che ha percorso, come spesso capita per alcuni geni solitari, è stata del tutto personale: il suo modo di mischiare elementi della tradizione gotica, del giallo e, una tantum, della fantascienza, è stato sempre avulso da qualsiasi tipo di compromesso, che non fosse la magica congiunzione tra appeal popolare (inteso come pop) e alto valore artistico. Spesso, inoltre, il suo cinema è stato anticipatore di tendenze e sottogeneri: due esempi per tutti sono il poliziesco all’italiana declinato con il sadismo e la violenza di Cani arrabbiati e lo splatter di Reazione a catena che informa buona parte dei momenti più felici dello slasher americano degli anni ’80.

Mario Bava – Maestro of the Macabre, in conclusione, è un buon documentario, ma Bava ha bisogno di qualcosa di più che faccia giustizia all’importanza del suo lavoro. D’altro canto, scrivendo queste parole, ce lo immaginiamo sorpreso e quasi scioccato dal fatto che ci sia ancora qualcuno che spende pellicola e inchiostro per un onesto artigiano, tenutosi sempre lontano dalle luci della ribalta: probabilmente il migliore che il cinema italiano abbia mai avuto.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel dicembre 2010

Dagli archivi: Harlan County, USA (Barbara Kopple, 1976)

Barbara Kopple è del 1946, quindi ha più o meno venticinque anni quando decide che il suo secondo documentario, dopo il film collettivo Winter Soldier, avrà a che fare con i sindacati dei minatori americani: c’è una lotta interna nel mondo corporativo di una delle categorie di lavoratori più sfruttate e sottopagate in assoluto. Barbara Kopple ha circa 30 anni quando vince un Oscar per il migliore documentario. Quello che accade in questi cinque anni è Harlan County, USA.

Il lavoro sul film è iniziato da un po’ quando, nel giugno del 1972, 180 minatori di un paesino nella contea di Harlan nel Kentucky entrano in sciopero per rivendicare diritti negati da decenni. Kopple e la sua troupe decidono che quello è il vero focus su cui puntare: vivranno con i minatori e le loro famiglie per anni e seguiranno tutte le fasi dello sciopero, fino alla conclusione della lotta, producendo, alla fine, poco più di un’ora e quaranta di montato. Il film prenderà il nome della contea in cui è in gran parte ambientato e uscirà nell’ottobre del 1976, per vincere l’ambita statuetta qualche mese più tardi.

Non è così banale che l’eccezionalità di Harlan County, USA sia la storia che racconta: una lotta durissima e violenta contro i grandi gruppi energetici condotta dagli ultimi. La comunità dei minatori vive in baracche sugli Appalachi, senza acqua corrente; è decimata dalla povertà, dall’indigenza e dalle malattie, compresa l’antracosi (una patologia tipica dei minatori, che porta alla distruzione progressiva del tessuto polmonare).

E deve vedersela non solo con l’immediata conseguenza dello sciopero, cioè la decurtazione del già misero salario, ma anche con la violenza dei crumiri che, armati, sfondano i picchetti. Il tutto senza che la legge alzi un dito, o quasi: Kopple, infatti, ci regala uno dei momenti più alti e tesi del documentario proprio quando gli scioperanti e i crumiri si fronteggiano, entrambe le parti con armi alla mano e lo sceriffo locale a fare da mediatore.

Se questa è la vicenda principale narrata, ci sono alcune sottotrame, per così dire, ben presenti. Innanzitutto le lotte ai vertici della United Mine Workers of America (UMWA), la principale organizzazione sindacale dei minatori: scontri furiosi che portano ad accuse (poi rivelatesi fondate) di corruzione nei confronti di un leader e di omicidio su commissione di un rivale, con sterminio totale della famiglia di quest’ultimo.

Quella che rappresenta Kopple è l’America rurale, che parla un inglese stentato; l’America di “un fucile in ogni casa”; l’America della giustizia personale, delle lotte di potere e del profitto a tutti i costi. Ma è anche l’America cantata da Seeger, Springsteen o meglio, in questo caso, l’America del bluegrass. È la musica, infatti, la grande coprotagonista di questo documentario: una passione di Kopple che, non per niente, firmerà nel 1999 My Generation, incentrato sulle tre edizioni del Festival di Woodstock.

In questo caso, però, le aule comunali, le case e le manifestazioni raffigurate in Harlan County, USA risuonano dei banjo, delle chitarre e di pochi altri sporadici strumenti che servono per suonare una delle musiche più antiche e popolari degli USA. Sono le parole delle canzoni bluegrass a rendere immediatamente cronaca quel che accade, anche se risalgono agli anni ’30. Per i minatori, infatti, il tempo pare non scorrere mai, le vite immutabili come le loro condizioni lavorative: o quasi.

Vi svelo infatti che la conclusione delle vicende narrate nel documentario di Kopple è abbastanza positiva: “Anche grazie alla presenza della troupe”, hanno dichiarato congiuntamente gli interessati. Talvolta, insomma, il grande cinema serve.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel dicembre 2010

Dagli archivi: When You’re Strange (Tom DiCillo, 2010)

Nel dicembre 2010 TomDicillo scrive sul suo blog: “Quando mi sono svegliato stamane ho scoperto che When You’re Strange ha ricevuto una candidatura ai Grammy. La categoria è video di lungo formato (dvd), il che va bene, sebbene sia stato concepito, prodotto e distribuito come film”.
Due mesi dopo il documentario vince il premio, eppure per ora When You’re Strange ha avuto una distribuzione, internazionale e domestica, davvero scarsa. Possibile che la figura di Jim Morrison non sia più interessante? E che la voce narrante di Johnny Depp non attiri almeno il pubblico anglofono?

E dire che di cose interessanti il film ne ha, a partire (è una banalità?) dalla musica dei Doors che, emendata tanto da retrospettive maledettiste quanto dagli strali di detrattori inutilmente acidi, rimane per molti versi superba. È notevole anche il lavoro di ricerca: molti documentari musicali si vantano di avere al loro interno sequenze mai viste prima, ma in questo caso è proprio così. E, infine, si parla almeno un po’ anche di Krieger, Manzarek e Desmond, che pare abbiano appoggiato il progetto (cosa che al famigerato The Doors di Oliver Stone non era riuscito neanche per sbaglio). DiCillo adotta una visione globale del percorso compiuto della band californiana, che viene riallacciato ai momenti turbolenti della storia dell’epoca degli USA e anche alla storia personale di Morrison, qui visto davvero nel modo più oggettivo possibile.

È chiaro perché Oliver Stone si sia fatto prendere la mano con quel film, vent’anni fa: a rivedere certe sequenze e a risentire certi brani, si percepisce la grandezza quasi minacciosa di Morrison, e quel misto di fragilità, carnalità e lirismo che emana ogni sua nota e parola. E quindi anche DiCillo, qua e là, perde il controllo, toccando ahinoi l’apice quando fa spegnere un fiammifero mentre Depp ci narra della morte del leader dei Doors. Subito dopo, però, monta “The Crystal Ship” con immagini dei Doors in vacanza su una specie di yacht, mentre nuotano in acque cristalline e si tuffano dalle balaustre dell’imbarcazione, e tutti hanno uno sguardo un po’ triste. La pacchianata del fiammifero scompare di fronte a un brano di montaggio eccellente.

Quindi, nella sua ora e mezzo, When You’re Strange non è privo di difetti, o meglio, di piccoli eccessi, qua e là. Però glieli si perdona, un po’ nel nome della buona volontà che lo sostiene, un po’ perché alla fine è difficile essere immuni, tuttora, dal fascino della musica dei Doors.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nell’aprile 2011

Dagli archivi: due documentari su Charlie Chaplin

Chaplin sconosciuto (Unknown Chaplin, Kevin Brownlow e David Gill, 1982)

Non si finirà mai, per fortuna, di parlare del genio di Charles (Charlie) Chaplin. Anche di recente una piccolissima sequenza di un suo film è stata al centro di curiose osservazioni, in quanto sembra che, sullo sfondo della scena, una comparsa parli a un telefono cellulare. E siamo negli anni ’20 del secolo scorso.

Senza approfondire teorie sulla curvatura dello spazio-tempo, né tirare fuori gli UFO e i Templari, andiamo a scoprire o riscoprire un documentario uscito per la prima volta nel 1982 e uscito nuovamente in DVD qualche anno fa. Si tratta di Unknown Chaplin, una produzione della BBC pensata appunto per la televisione, diretta e scritta da due storici del cinema inglesi, Kevin Brownlow e David Gill. L’edizione italiana è del 2005, e il disco è in allegato ad un libro bilingue, scritto da Brownlow, intitolato Alla ricerca di Charlie Chaplin / The Search for Charlie Chaplin, pubblicato dalla casa editrice genovese Le Mani insieme alla Cineteca di Bologna, nell’ambito del progetto “Chapliniana”.

Ma, si diceva, Unknown Chaplin: la prima domanda che ci si può porre riguarda il cosa ci sia di sconosciuto, ancora, riguardo a Chaplin. La risposta è un sacco di cose: il titolo – ve lo assicuro – non è per nulla fuorviante. I due storici, lo raccontano nell’edizione speciale del DVD e nei testi del volume, hanno avuto accesso trent’anni fa a diversi archivi di collezionisti ricolmi di materiale che Chaplin stesso aveva conservato. Tutti i suoi film, certo, ma soprattutto le riprese delle prove che hanno portato a sequenze rimaste nella storia del cinema. Io non so cosa hanno pensato Brownlow e Gill quando hanno iniziato a passare alla moviola le migliaia di metri di pellicola inediti, ma la loro scoperta ha dell’incredibile.

Chaplin, scopriamo nel documentario, filmava tutto, ma soprattutto non usava alcuna sceneggiatura per le sue comiche. Prima dei suoi lungometraggi più famosi il metodo di Chaplin era semplicissimo: andava sul set con un’idea per una gag, la girava. Poi ci ripensava e ne aggiungeva una parte, o ne spostava un’altra. Infine invertiva le due parti della gag, sempre con la macchina da presa che andava. Poi buttava tutto e ricominciava. Capite quindi che si tratta dell’esplicitazione del metodo di uno dei grandi del Ventesimo secolo. Non incomprensibili appunti o racconti di altre persone che riportano aneddoti più o meno veritieri: in Unknown Chaplin c’è l’archeologia del cinema, come l’hanno definita gli stessi autori; conosciamo direttamente il percorso creativo di un genio.

Oltre a tutto questo, le tre ore di documentario ci offrono uno sguardo sull’uomo-Chaplin: ci sono errori sul set, momenti di ilarità tra i membri della troupe, scoppi di rabbia per una scena non riuscita e altri episodi della vita professionale dell’artista. Ma anche la sua vita privata è inclusa nei tre capitoli in cui è diviso il film: sono davvero emozionanti alcuni home movies che ritraggono Chaplin in momenti di pausa negli studios o in ambienti più domestici e familiari. Punteggiano la narrazione, affidata alla voce narrante di James Mason, diverse interviste realizzate con parenti, colleghi attori e mogli di Chaplin.

Possiamo dirlo? Anche se non siete fan di Charlot (davvero non lo siete?), Unknown Chaplin è uno dei documentari più belli che possiate mai vedere.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel dicembre 2010

***********************************************************************************************

Charlie – The Life and Art of Charlie Chaplin (Richard Schickel, 2003)

Charlie – The Life and Art of Charles Chaplin potrebbe essere il documentario di introduzione a un corso sul grande cineasta, attore, scrittore, eccetera eccetera, dove Unknown Chaplin farebbe la parte del testo di approfondimento. L’approccio che Richard Schickel sceglie, infatti, è classico: già critico cinematografico del Time dal 1972, Schickel decide di raccontare arte e vita di Chaplin seguendo un “banale” ordine cronologico, ma ottiene un risultato eccezionale, soprattutto evitando l’agiografia.

Come si fa a non amare Chaplin? Be’, Charlie ci racconta che non c’è sempre stato amore tra uno dei londinesi più famosi della storia e il pubblico mondiale. Se agli inizi l’ascesa dell’artista è vertiginosa e tuttora ineguagliata (diventa milionario – nonché una delle persone più famose del mondo – a ventotto anni, dopo soli tre anni di attività cinematografica), dopo la Seconda guerra mondiale gli incubi ricorrenti di non piacere e di non fare più ridere diventano realtà e sono ben riflessi in film come Monsieur Verdoux e Luci della ribalta.

Charlie è impreziosito dalla voce narrante di Sydney Pollack e da innumerevoli interviste a storici, critici, registi e attori. Spesso i contributi sono superlativi: valga come esempio l’entusiasmo di Scorsese che analizza alcune scene di Una donna di Parigi o di Verdoux. Altri, come le tranche di intervista a Johnny Depp, servono per i crediti del dvd. In generale, però, il documentario presenta prospettive nuove e interessanti: analizza in modo eccellente alcuni tratti dell’arte di Chaplin, come il suo perfezionismo, i progressi tecnici e il metodo di lavoro. Ma, soprattutto, Charlie si rifà al contesto storico, artistico, economico e sociale nel quale sono inseriti i cinquant’anni di attività dell’artista: dai bagni di folla alle accuse di bolscevismo, dall’impegno per sostenere gli alleati durante il secondo conflitto mondiale alle laceranti e costose cause di divorzio.

Già, perché diciamocela tutta: Chaplin non era un santo. Aveva una certa passione per le donne molto più giovani di lui, non teneva in grande considerazione la fedeltà coniugale ed era totalmente devoto a se stesso e al suo lavoro. Senza cercare la morbosità da gossip, Schickel mostra anche questi lati della vita di Chaplin, probabilmente perché (per sua stessa ammissione) quando ha iniziato i lavori preparatori per Charlie non era un suo fan. La passione è cresciuta mano a mano che la produzione del documentario avanzava: questo ha permesso l’allontanamento da qualsiasi tentazione agiografica, come abbiamo ricordato all’inizio, e quindi la realizzazione di uno dei migliori documentari su quello che, in fondo, era un geniale, sensibile e unico essere umano.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel maggio 2011

Dagli archivi: The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara (Errol Morris, 2003)

C’è un nome che ricorre nella storia statunitense della seconda metà del secolo scorso: quello di Robert McNamara, nato nel 1916. Un uomo che ha svolto dei ruoli fondamentali nella politica estera USA e, di conseguenza, negli equilibri mondiali, in uno dei periodi chiave della storia dell’umanità: quello che va dal secondo conflitto mondiale alla Guerra fredda. Ottavo segretario della difesa degli Stati Uniti, si trova a ricoprire il delicato incarico proprio nella prima fase della guerra del Vietnam.

Immaginate ora di avere quest’uomo, laureato ad Harvard, già ai vertici della Ford, presidente della Banca Mondiale, davanti a una videocamera per 30 ore, che parla a ruota libera.

Il risultato (ovviamente montato e ridotto a poco più di un’ora e mezzo di lunghezza) è The Fog of War, diretto da Errol Morris nel 2003, che nell’anno successivo ha collezionato una quantità di premi, tra cui l’Oscar come miglior documentario.

McNamara parla di fronte alla camera, lo vediamo mentre ascolta dei nastri di conversazioni storiche o mentre è in macchina e risponde alle domande incalzanti di Morris. Spesso il regista lo riprende in primissimo piano, come per cercare i segreti nascosti di quest’uomo, ma, lo dice McNamara stesso, “preferisco essere bastonato per una cosa che non ho detto, piuttosto che dirla.”

Non pensate, però, di vedere un uomo che fa sfoggio di potere e che gioca sulle sue evidenti abilità dialettiche: McNamara, che all’epoca delle riprese ha quasi novant’anni (morirà nel 2009), è pacato, riflessivo, brillantissimo nell’eloquio senza però neanche sfiorare la retorica. Il documentario tocca vertici davvero alti, grazie alla bravura di Morris e con l’aiuto “emotivo” delle musiche di Philip Glass, quando si affrontano i capitoli legati alla figura di Kennedy, il presidente che lo volle al suo fianco.

McNamara si commuove e ricorda con intensità una delle crisi internazionali che più fecero tremare i blocchi contrapposti durante la Guerra Fredda, quella della “Baia dei porci”. Quei giorni, raccontati da lui, si trasfigurano in due direzioni opposte: da un lato c’è la sensazione (peraltro reale) di sentire parlare uno che in quel momento era presente e aveva enormi responsabilità. Dall’altro l’episodio diventa quasi una parabola filosofica e politica sul conflitto come concetto storico.

Infatti sono gli eventi bellici a occupare il centro del documentario, che in Italia è uscito non a caso con il sottotitolo La guerra secondo RobertMcNamara. Negli undici capitoli che compongono il film il conflitto è sempre presente, sia quello reale della Seconda guerra mondiale, sia quello più astratto, ma non meno distruttivo, tra ragione di Stato e umana razionalità.

Ed è la guerra che vince, alla fine: il sogno di McNamara, anticomunista ma umanista allo stesso tempo, pragmatico e idealista insieme, è svanito. Le conseguenze si leggono sui giornali ogni giorno e rimangono impresse nello spettatore di The Fog of War nell’espressione triste di quest’uomo potentissimo sulla quale si chiude il documentario.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel gennaio 2011

Dagli archivi: Flightplan – Mistero in volo (Robert Schwentke, 2005)

Di Robert Schwentke
Con Jodie Foster, Peter Sarsgaard, Sean Bean, Kate Beahan, Greta Scacchi
Durata 98’
Distribuzione Buena Vista International Italia

La storia: Kyle Pratt, ingegnere aeronautico, sta volando da Berlino a New York con la figlia Julia, insieme alla salma del marito, morto accidentalmente, che deve essere seppellita negli Stati Uniti. Durante il volo la bimba scompare, e Kyle inizia una ricerca, aiutata dall’addetto alla sicurezza di bordo Gene Carson e dai membri dell’equipaggio.

Leggendo la trama e il cast di Flightplan, vengono in mente altri due thriller di ben altro spessore, La signora scompare di Hitchcock e di Panic Room di Fincher. Ma la scomparsa misteriosa di un personaggio in un luogo chiuso, e “Jodie Foster con la figlia in un luogo chiuso” sono gli unici due elementi che aprono e subito esauriscono i paralleli con questa opera seconda del tedesco Schwentke. Flightplan, infatti, è carente proprio nei due punti che hanno fatto la forza dei film citati.

Tipico di Hitchcock è il “mcguffin”, un espediente che innesca e mantiene il meccanismo narrativo, e la tensione che ne deriva. La sparizione di Julie Pratt, così come quella di Miss Froy nel film di Hitchock, vorrebbe funzionare proprio in questo senso, ma non riesce nello scopo. Un difetto non proprio trascurabile di un prodotto che vorrebbe essere un thriller, infatti, è proprio la mancanza quasi assoluta di tensione: ce n’è un accenno nella prima parte, ma poi scema fino al necessario e annunciato colpo-di-scena-di-tre-quarti-di-film. La sceneggiatura, però, non riesce a tenere insieme tutti gli elementi, e quindi la loro soluzione nel finale appare davvero improbabile e forzata.

L’elemento chiave di Panic Room, invece, era lo spazio (cinematografico) e la sua gestione. Le scenografie di Alec Hammond in Flightplan, per quanto convincenti nel mostrarci un enorme aereo di linea a diversi piani, con salotti, salottini, scale e posti per quasi quattrocento persone, non sono sfruttate dalla macchina da presa di Schwentke, che si limita a qualche scolastico virtuosismo con immagini riflesse e superfici lucenti varie. Il senso spaziale è, insomma, annullato, tant’è che ci si dimentica presto di essere in/su un aereo: lo spazio si caratterizza semplicemente come un “luogo dell’azione” anonimo e viene privato di alcun tipo di forza narrativa o di tensione.

L’unico tentativo di opposizione a questo appiattimento progressivo dell’ambientazione del film è dato da alcuni richiami alla situazione dei voli dopo l’undici settembre. Mano a mano che la tensione tenta di crescere, nascono paranoie e razzismi vari tra i passeggeri, che sfociano in un attacco dell’esasperata Kyle nei confronti di un arabo. Ma anche quel tipo di tensione, se sulle prime rischia di trasformarsi in lapidazione collettiva, viene facilmente risolta dall’arabo che tende una mano verso la protagonista, in un finale che più lieto non si può.

Recensione originariamente apparsa su duellanti, dicembre 2005

Dagli archivi: Cursed – Il maleficio (Wes Craven, 2004)

Cursed

Di Wes Craven (Usa 2004)
Con Christina Ricci, Jesse Eisenberg, Joshua Jackson, Judy Greer
Durata 96’
Distribuzione Buena Vista International Italia

La storia: I fratelli Ellie e Jimmy Hudson, nella stessa notte, assistono ad un incidente stradale. Mentre tentano di soccorrere una ragazza ferita, una creatura li assale, sbrana la ragazza e li ferisce entrambi. Da quel momento le loro vite non saranno più le stesse, perché la creatura è un lupo mannaro e il suo morso li ha contagiati.

Ritorna l’accoppiata Craven/Williamson, quella di Scream per intenderci, e un modo per leggere questo Cursed è forse proprio quello di avvicinarlo alla serie di metahorror creazione dei due, anche se di tempo ne è passato per l’horror contemporaneo.

Ci sono stati due sequel di Scream, subito dopo tre film parodia dell’horror (Scary Movie), una serie di remake di classici degli anni Settanta e, contemporaneamente, l’invasione di prodotti orientali e i loro rifacimenti. Nonostante questa abbondanza, c’è da dire però che l’immaginario orrorifico classico occidentale ha tuttora qualche crisi di identità, e gli autori di Cursed lo sanno bene. Decidono quindi di puntare sulla tradizione pura, creando un film di lupi mannari schietto e semplice.

Lo spettatore smaliziato, che conosce le derive interpretative di Craven e Williamson, si trova sempre superato a destra da un proliferare di elementi e situazioni a lui note, come se il film diventasse un esplicito e divertito breviario, una specie di manuale.

Il quadro è sempre ricolmo di elementi noti all’appassionato, basti pensare alla sequenza ambientata nel locale di Jack, una sorta di “Planet Hollywood” dell’orrore, in cui spicca ovviamente Lon Chaney nelle vesti di licantropo e fa capolino anche Freddy Kruger. In quest’ottica il film è compatto, non si perde in contaminazioni con altri sottogeneri dell’horror e rispetta le regole fissate da Curt Siodmak (L’uomo lupo, 1941).

Regista e sceneggiatore rendono omaggio a una figura che è stata in gran parte fissata dal cinema nelle sue caratteristiche fisiche e caratteriali, a differenza di altre icone dell’horror classico di derivazione letteraria. E, ovviamente, si ricordano della sofferenza e della profondità psicologica che ha donato Landis al suo lupo mannaro americano a Londra (gli effetti speciali sono dello stesso Rick Baker).

Infine è da segnalare il rimando al teenage movie: i cenni a I was a teenage werewolf (1957) e a Voglia di vincere – Teen Wolf (1985) sono evidenti e suggellati dalla presenza, nei panni di se stesso, di Scott Baio, il “Chucky” di Happy Days; e quest’ultimo entra un ulteriore cortocircuito con Joshua Jackson, uno dei protagonisti di Dawson’s Creek.

Recensione originariamente apparsa su duellanti, luglio 2005

Dagli archivi: Ocean’s Twelve (Steven Soderbergh, 2004)

Ocean’s Twelve

Di Steven Soderbergh (USA/Australia 2004)
Con George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon, Catherine Zeta-Jones, Julia Roberts, Andy Garcia, Vincent Cassel
Durata 125’
Distribuzione Warner Bros.

La storia: Terry Benedict ha rintracciato gli undici di Ocean, la banda che lo ha rapinato. E adesso rivuole indietro i soldi che gli sono stati rubati. Più gli interessi. La banda si riforma, ma entra subito in competizione con “il ladro più bravo del mondo”, Night Fox.

La storia la conosciamo bene: esattamente come è successo per Ocean’s Eleven, anche per il suo seguito Steven Soderbergh ha raccolto intorno a sé i suoi amici, che hanno lavorato per un compenso nettamente inferiore a quello per cui sono abituati a recitare, e addirittura ha girato a casa di uno di loro, la villa sul lago di Como di George Clooney. Il senso che Ocean’s Eleven lasciava allo spettatore era quello di puro divertimento, percepito anche nel film. Sembrava che gli attori si stessero veramente divertendo, mentre stavano girando, che il loro cazzeggio splendidamente cool (dio mi strafulmini se uso ancora una volta queste tre parole insieme) trasudasse dalla pellicola. E sono sicuro che tutti loro l’hanno ammesso, magari nei documentari allegati al dvd, che spesso diventano sempre di più una ripetizione, in salse diverse, della medesima affermazione: “È il set più bello sul quale ho lavorato.”

Il divertimento si percepisce anche in Twelve, senza dubbio. Sia a livello microscopico, con alcuni dialoghi tra Clooney e Pitt o tra Clooney e Damon ironici e leggeri, quasi da commedia sofisticata. Ma anche a livello macroscopico alcuni nodi della trama sono ingegnosi e, allo stesso tempo, ammiccanti: uno su tutti, il ruolo del personaggio interpretato da Julia Roberts nel piano finale, quando finge di essere una famosa attrice hollywoodiana (indovinate chi?), ma non riesce a trattenere l’emozione quando le si para davanti il suo “amico” Bruce Willis.
Il problema con questo film è, però, che il pubblico non si diverte più di tanto. La stilosità degli stilemi (perdonate il bisticcio) di Soderbergh diventa fastidiosa e fine a se stessa: zoom, fermo immagine, profusione di scritte, sono decisamente pesanti. Così come è macchinosa e intricatissima la trama. Un film-con-piano non può e non deve essere lineare, per carità; allo stesso tempo, però, un film che parla di una truffa non dovrebbe truffare a sua volta lo spettatore con una svolta finale troppo tesa al coup de théâtre che al rigore narrativo. Peccato, perché comunque Ocean’s Twelve rimane un film godibile, ironico e scanzonato. Esattamente come può essere (talvolta) una rimpatriata di vecchi amici particolarmente riuscita.

Recensione originariamente apparsa su duellanti, febbraio 2005

Torna in cima