Dagli archivi: Wild Man Blues (Barbara Kopple, 1997)

Ebbene sì, care lettrici e cari lettori di questo blog: io Woody Allen l’ho visto, all’Auditorium di Roma, il 31 marzo scorso. L’ho visto salire sul palco, vestito esattamente come me l’aspettavo (camicia e pantaloni di velluto a coste), con la sua New Orleans Jazz Band, con la quale suona da un quarto di secolo.

Woody Allen l’ha visto (e molto) anche Barbara Kopple, di cui abbiamo già parlato a proposito di Harlan County, USA, nel 1996. Da ore e ore di girato, la Kopple ha fatto uscire nel 1997 Wild Man Blues. Il documentario, in pratica, segue Allen e la sua band (e non solo) in un tour europeo, tra Spagna, Italia e Gran Bretagna. Dico “non solo” perché in quel periodo Woody aveva lasciato tutti di stucco a causa del fidanzamento con Soon Yi, figlia adottiva della ex Mia Farrow. Inoltre, grazie alla macchina da presa della Kopple, conosciamo anche membri della famiglia di Allen: sorella e genitori, in particolare.

Nelle note di copertina del DVD la Kopple spiega che la spinta per girare questo documentario è stata soprattutto l’attività cinematografica di Allen: e come contraddirla? L’Allen cineasta è ben presente, per quanto il documentario si sforzi di parlare di musica: e che musica!

Allen, lo sanno soprattutto i suoi fan, ama da morire il jazz classico. Le sue predilezioni, però, oltre ai grandi come Cole Porter e Gershwin, vanno soprattutto alla musica che ha originato il tutto: quelle canzoni, spesso solo strumentali, suonate negli Stati del sud, che univano la ripetitività delle work song, e di conseguenza del blues, con una tavolozza sonora più ricca. Piccoli complessi, che si esibivano nei cassoni dei camion per aggirare leggi strettissime sui concerti in pubblico: un banjo, una batteria, qualche fiato. Una musica che, dice Allen all’inizio del documentario forse esagerando, “non interessa a nessuno”. Eppure Woody la suona, imperterrito, prima in un piccolo pub di New York tutti i lunedì sera (leggenda vuole che a causa di uno di questi concerti non andò a Los Angeles a ritirare l’Oscar per Io e Annie: ma tutti i fan di Allen sanno che lui odia la California), più recentemente nel lussuoso Carlton Hotel di Manhattan (se vi interessa ci sono da sborsare diverse decine di dollari per avere un tavolo, nelle sere in cui la New Orleans Jazz Band si esibisce).
È vero che questa musica non interessa a nessuno?

Diciamo che interessa relativamente alla Kopple, affascinata soprattutto dalla persona-Allen, ben lontana dalle aperture che, negli ultimi anni, Woody ha concesso alla stampa.
Interessa relativamente anche al pubblico che affolla i suoi concerti.
Ma interessa moltissimo ad Allen stesso: questo si percepisce in Wild Man Blues, backstage dopo backstage e albergo dopo albergo. È una passione che viene dopo il cinema, ma non si distacca da esso così tanto.
Verso la fine del documentario Allen osserva che il tour è finito: il tempo è passato, è ora di tornare a New York, a mostrare i souvenir del viaggio in Europa ai genitori. In questi piccoli sprazzi la Kopple riesce ad avere un occhio particolare e ci rivela davvero qualcosa di inedito di un’icona dell’oggi. Per il resto il film è un documento curioso di un hobby importante di un grande scrittore e regista.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel febbraio 2011

Cose per cui vale la pena di vivere

Sono passati quasi sei giorni e ancora non ci credo: Woody Allen a una manciata di metri da me, che suona. L’avevo mancato a New York, qualche anno fa, e (grazie ad un regalo, anzi, ad un Regalo) sono riuscito a vederlo a Roma, mercoledì scorso, nell’ultima data italiana della tournèe europea della sua New Orleans Jazz Band. Che dire?
Innanzitutto che è molto difficile rendersi conto che tra me, seduto in terza fila all’Auditorium della Musica, e lui, non c’è uno schermo, televisivo e cinematografico. Lui, uno dei miti della mia vita, è là, con i suoi pantaloni di velluto a coste che suona.
Poi, che è vero quello che si dice: è molto meglio come regista, scrittore, attore, che come musicista, ma chi se ne importa. Le uniche cose che ha detto sono state di mettersi seduti comodi e rilassarsi ascoltando dei vecchi brani che andavano per la maggiore nella New Orleans di quasi un secolo fa.
E l’impressione è quella di vedere un gruppo di vecchi amici che, invece che giocare a poker, a scacchi o a Monopoli, stanno lì e suonano: principalmente per loro e poi per chi vuole stare a sentirli. Il fatto che fossimo in tantissimi (tra noti e meno noti) il 31 marzo a Roma, be’, sono cose che capitano, quando in mezzo alla tua band c’è quello là che suona il clarinetto.
Per concludere, il finale (e come vogliamo concludere, se no?). Quel “Bella Ciao” riarrangiato in versione dixieland, suonato nella città simbolo dell’ennesima sconfitta elettorale della non destra, anche se me lo aspettavo, avendo letto le cronache dei concerti di Montecatini e Venezia, mi ha fatto venire la pelle d’oca. Per questo vi dono un video fatto malissimo, a causa dell’emozione e dei severi inservienti dell’Auditorium. È qua sotto.

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