Dagli archivi: Reality 86’d (David Markey, 1991)
Una delle band più importanti e influenti della storia dell’hardcore celebra nel 2011 due anniversari: trentacinque anni dalla fondazione e dieci dallo scioglimento. Stiamo parlando dei Black Flag, che nel lasso intercorso tra il 1976 e il 1986 diedero davvero una spinta notevolissima all’undereground culturale statunitense e non solo.
Reality 86’d, firmato dallo stesso David Markey di 1991: the Year Punk Broke, racconta l’anno finale dei Black Flag, quel 1986 in cui i nervosismi e gli attriti tra i tre membri (che ipotizziamo non fossero esattamente delle persone facili) portarono al collasso del gruppo.
Certo, i Black Flag non se la passavano comunque bene: sempre poveri in canna, perseguitati dalla polizia ovunque andassero, tesi dai loro stessi caratteri. Neanche un grande disco come In My Head e il tour che lo seguì (al centro del documentario di Markey) poteva salvarli.
Però c’è un problema: se a metà dello scorso maggio Reality 86’d era comparso su Vimeo, salutato da orde di fan entusiasti di poter vedere questo reperto eccezionale di un’era tutt’ora estremamente influente, allo stesso modo, alla fine di quel mese, il documentario è stato eliminato [ndr 2022: è nuovamente disponibile a questo link]. Perché? Per volere di Greg Ginn, chitarrista e fondatore dei Black Flag. Che ha da recriminare quel genio di musicista?
Tentano di scoprirlo Dan Collins in quest’intervista e Tony Rettman in quest’altra, ma pare proprio che Markey non sia riuscito a ottenere nulla se non un “perché no” da Ginn, l’unico tra i protagonisti del documentario che ha creato problemi: gli altri Black Flag, infatti, sarebbero più che contenti di vederlo distribuito e così i membri delle altre band che compaiono nell’oretta che dura Reality 86’d). Caratteracci, si diceva.
Fatto sta che è un peccato: perché, sebbene la mano di Markey sia la stessa, qui c’è una bella differenza rispetto a 1991. Se nel documentario citato c’è la sensazione (veritiera, peraltro) che i Sonic Youth e i loro amichetti se la stiano spassando mentre scorrazzano nei festival estivi europei di inizio anni ’90 e sentano di avere un futuro davanti a loro, i Black Flag non nascondono di essere al limite del collasso.
La macchina da presa sporchissima di Markey, la vita in furgone, l’imponenza titanica di Henry Rollins, le tonnellate di erba fumata, i kids che pogano come se non ci fosse un domani: ci chiediamo che cosa succederebbe se una vecchia videocassetta del documentario spuntasse tra duemila anni nelle mani di archeologi del futuro. Siamo certi che sarebbero anche loro in grado di percepire l’energia (seppure talvolta negativa) che trasuda da ogni secondo del film e, forse, ristamperebbero il documentario. Sempre che nessun parente di Ginn si faccia vivo per impedirlo.
Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel giugno 2011
“Tali padri, tali figli”, dice un vecchio adagio dalla natura piuttosto conservatrice. Ma se tuo padre si chiama Pablo Escobar?
Chissà se i bambini di oggi vogliono ancora fare gli astronauti, quando pensano al loro futuro. Di certo questo documentario di tre quarti d’ora, Hubble 3D, potrebbe stimolare voglie di spazi infiniti, caschi, tute e razzi spaziali.
Chaplin sconosciuto (Unknown Chaplin, Kevin Brownlow e David Gill, 1982)
Charlie – The Life and Art of Charlie Chaplin (Richard Schickel, 2003)
Quando si parla di terrorismo internazionale, tutto è ormai relativo all’undici settembre del 2001. Ma quasi dieci anni prima nasceva in Gran Bretagna una delle organizzazioni terroristiche più potenti ed efficienti della storia, l’Earth Liberation Front. L’ELF (azzeccare una sigla non è cosa da poco: per esempio, in questo caso l’acronimo permette di chiamare gli attivisti “Elves”, cioè elfi) si costituisce per combattere, attraverso azioni mirate e di guerriglia, chiunque sfrutti e distrugga l’ambiente. Sono parole dell’ufficio stampa del Fronte, non mie: capirete che, da un lato, l’obiettivo è condivisibile (i metodi – sabotaggi, incendi, devastazioni varie – molto meno, sebbene non abbiano mai provocato vittime), e che dall’altro, avendo un ufficio stampa, stiamo parlando di un’organizzazione strutturata e pronta a comunicare all’esterno.
Il regista e giornalista inglese Nick Broomfield ha diretto nel 1998 Kurt and Courtney. Stimolato dai misteri legati alla fine del leader dei Nirvana, Broomfield va per conto della BBC negli Stati Uniti occidentali, tra California e Washington, per capire che è successo davvero.
Nel 2004, invece, nel decennale della morte, esce il cofanetto With the Lights Out: in tre cd e un dvd si mette in luce il lato inedito della musica dei Nirvana.
Infine, Kurt Cobain: about a son. Diretto da A.J. Schnack nel 2006, è un documentario bellissimo.
Tra i tanti capitoli da esaminare e riesaminare della storia contemporanea c’è sicuramente quello che ha portato all’emancipazione (almeno sulla carta) della popolazione afroamericana statunitense. Il movimento di liberazione, però, ha avuto tante sfaccettature, spesso in aperta contraddizione tra loro: come spesso capita in ambito storico, è quindi complesso stabilire la verità oggettiva di determinati processi sul lungo periodo o i risvolti e i retroscena di singole azioni dimostrative.
Innanzitutto dividiamo voi lettori in due parti: chi ha visto Il terzo uomo e chi non ha mai visto il capolavoro di Carol Reed del 1949. No, non vale il solo sapere a memoria la famosa frase degli “orologi a cucù” di Orson Welles: è roba da bignami del cinema.
Ogni tanto capita di leggere in giro sondaggi sul migliore film di tutti i tempi: i risultati cambiano, come è ovvio, di anno in anno e di generazione in generazione. Quando si parla, però, di “miglior commedia”, c’è un titolo che ricorre più degli altri, quello del celeberrimo A qualcuno piace caldo, del 1959, con Jack Lemmon, Tony Curtis e Marilyn Monroe. Alla regia uno dei più grandi del cinema hollywoodiano: Billy Wilder.
Immaginate uno dei film più famosi, affascinanti, dibattuti e complessi del mondo, 8 e ½ di Federico Fellini. Immaginate che, dai soliti, mitici e magici scatoloni e archivi vengano fuori delle foto di scena che ritraggono gli attori sul set, in una scenografia inedita, quella di un vagone di un treno. Proprio l’ambiente che viene descritto in alcune versioni della sceneggiatura, nelle ultime pagine: scene che, però, non sono mai finite su pellicola.