Francesco Locane

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Rincorro anch'io

È appena uscito nelle librerie italiche l’ultimo libro di Gianluca Morozzi: si intitola Nato per rincorrere ed è edito da Castelvecchi. Questa volta Morozzi rischia di brutto: nel volume sono raccontati, con stili e modi diversi, i cinquanta concerti di Bruce Springsteen che l’autore ha visto finora.
Pazzesco. Non sapevo che Morozzi fosse un fan del Boss.

L’autore mi ha concesso l’onore di raccontare con le mie parole il mio primo (e finora unico, ahimè) concerto di Springsteen, quello di Milano di due anni fa. Sì, è un messaggio pubblicitario, che credevate? Qua, se volete, trovate una scheda del libro e un estratto.

Era una nota buia e tempestosa…

Inutile negare che devo molto a Matteo B. Bianchi, una delle pochissime persone che ho conosciuto nel mondo editoriale che non fosse uno stronzo. Ho presentato spesso i suoi libri e lui ha introdotto con passione la presentazione milanese de La guerra in cucina, qualche mese fa. Ma soprattutto Matteo, qualche anno fa, ha scelto un mio racconto per la sua rubrica su Linus “Laboratorio esordienti”, ed è stato un onore essere pubblicati  grazie a lui su una delle riviste più importanti del panorama editoriale italiano, di cui io sono affezionato lettore fin da quando ero piccino. Oltre a quello spazio, Matteo curava anche una piccola rubrica di novità letterarie “altre” rispetto a quelle recensite dal grande vecchio Piero Gelli. Si chiamava “Shorts”, ed era davvero un bell’osservatorio sui giovani autori, e non solo.
Perché declino tutto al passato? Perché dal numero di maggio, Matteo non ha più i suoi spazi. Perché non  li ha più? Leggetelo sul suo blog.
È uno schifo, e lo sarebbe anche se non avessi mai neanche letto una riga di Matteo. Ma, conoscendolo, perdonatemi, sono ancora più incazzato.

The Residents, The Texas Chainsaw Massacre e l'inossidabile Sigmund

Non sapevo davvero cosa aspettarmi dal concerto dei The Residents di venerdì scorso all’Estragon. La band, in attività da una quarantina scarsa d’anni, è davvero uno dei casi più strani della storia della musica del secolo scorso. Non si sa chi siano, non rilasciano interviste, non appaiono mai senza maschere e, soprattutto, da decine di anni fanno esattamente la musica che vogliono, senza alcun tipo di compromesso, perseguendo la loro visione artistica (e quanto è bello usare questo termine quando ha senso).
Il locale alla periferia nord di Bologna, l’altra sera, si presentava già in maniera diversa dal solito: tutti seduti, un palco che ricordava una sorta di salotto, con tanto di abat-jour, televisione e poltrona. Tutti si chiedevano come sarebbero apparsi sul palco Randy e soci (i nomi li sappiamo, ma vuol dire ovviamente poco). Vestiti da conigli? Nel classico costume a forma di globo oculare?

Poco dopo le 22, i tre Residents rimasti hanno fatto la loro comparsa: Randy con una calotta di gomma che gli copriva metà faccia e gli dava le sembianze di un vecchio dai capelli lunghi e l’aria spettrale, gli altri due con delle maschere nere e parrucche. Ed è iniziato lo spettacolo. Già, perché dire che quello della band californiana (si sa anche questo) sia un concerto è scorretto, non solo riduttivo. La musica e le “canzoni”, si alternano a video e lunghe narrazioni di Randy: tutto è esplicito. “Benvenuti nel nostro salotto, oggi vi racconterò delle storie. Alcune di esse sono spettrali.”
E via con gente sepolta, il “popolo dello specchio”, apparizioni e fantasmi, tutte storie narrate come si farebbe intorno a un camino, ma con un livello di inquietudine, trasmesso dall’impatto visivo dei tre, decisamente maggiore.

Durante lo spettacolo ho riflettuto su quello che stavo vedendo, a partire da un dato curioso: il primo disco dei The Residents è uscito nello stesso anno di Non aprite quella porta. Un caso? Forse, ma le assonanze tra i due eventi (e lo spettacolo di venerdì) sono tantissime.
Il film di Tobe Hooper, lo sapete, è agghiacciante: trenta e passa anni dopo la storia di alcuni ragazzi “normali” che vengono massacrati da una famiglia non tanto normale, che abita in una casa ordinaria, in una città come ce ne sono migliaia negli USA, è uno stereotipo. Ma all’epoca il film scioccò non tanto per la violenza del film (che pure è pesantissima), quanto proprio per l’idea che l’orrore fosse dietro l’angolo, a portata di mano, nella pulita e linda (per modo di dire) America. In realtà già da qualche anno il cinema americano indipendente sfogava i mostri dell’inconscio collettivo attraverso un nuovo modo di fare horror: ma i morti viventi di Romero (1968) erano altro. Erano zombie, non (più) umani, uscivano dalle tombe: un’ottima metafora psicanalitica, ma anche una presa di distanza, qualcosa che poneva un’area di sicurezza, per quanto labile, tra la quotidianità e l’orrore. Non aprite quella porta, invece, inizia con un cartello che dice, in sostanza, che la storia è vera. Anche qua, un elemento scontato nel 2010, ma mica tanto nei primi anni ’70 del secolo scorso, sebbene si trattasse di una trovata pubblicitaria.
Insomma, era la distorsione del normale che operava negli spettatori del film di Hooper: la famiglia degli sterminatori era, in fondo, una famiglia, con le sue regole e le sue posizioni. E la famiglia, si sa, sta alla base di quasi tutte le forme sociali, è il primo legame e legante. Da notare, inoltre, che il salotto ha una sua importanza, nell’economia del film.
Cosa c’entra tutto questo con The Residents?

Pensiamo sempre al 1974: il loro primo disco si chiama Meet the Residents, e l’assonanza con l’edizione americana del quasi omonimo disco dei Beatles ha come correlativo la copertina, che vedete qua a fianco. Una distorsione, corrosione, stravolgimento della comunque riconoscibilissima immagine del disco degli inglesi, che comunque, quattro anni dopo lo scioglimento, erano una certezza, qualcosa di condiviso. Ma andiamo alle canzoni: la prima è uno stravolgimento totale della hit portata al successo da Nancy Sinatra “These Boots are Made for Walking”. E si continua con urla, melodie popolari passate al tritacarne, schizzi di acido su strutture ben note (familiari!) della tradizione americana, o anglosassone. Tutto è riconoscibile, eppure diverso. Esattamente come il salotto sul palco dell’Estragon.
Ma non mi sto inventando niente: il buon Freud aveva capito (e spiegato) tutto nello stracitato saggio sul perturbante che, come sapete, in tedesco si dice Unheimlich: una parola che include ed esclude allo stesso tempo la vicinanza, la familiarità, il riconoscibile.
The Residents hanno messo in scena la stanza della condivisione familiare, il salotto, e hanno raccontato da là delle storie, un altro elemento di coesione sociale e culturale. Ma le storie erano distorte, bizzarre, inquietanti. Il continuo passaggio da riconoscibile/riconosciuto, familiare/vicino, noto/esperito, a sconosciuto, lontano, ignoto è quello che ha fatto sì che fossi affascinato, spaesato e turbato allo stesso tempo.
E, quando sono usciti di scena sulla melodia poi presa dalla Coca-Cola per un famoso spot, ho capito che, ancora una volta, il lato oscuro degli USA, e non solo, è appena più in là del celebrato “American way of life”. Probabilmente, dietro quella porta chiusa che dà sul salotto.

Ladies and gentlemen… The Menlove!

Sono passati quarant’anni, ma sembra ieri: migliaia e migliaia di giovani uomini e donne (e non solo), nel maggio del 1970, ancora non ci credevano. “Ma come, si sono sciolti davvero i Beatles?”.
Per ricordare tutto questo, domani per tutta la durata di Pigiama Party, dalle 1035 circa, avrò in studio The Menlove, ottima tribute band beatlesiana felsinea che allieterà la trasmissione con cover in acustico. E poi altre mille cose beatlesiane. Per ascoltare in streaming, andate sul sito della radio.
A splendid time is guaranteed for all!

L'importanza di sorridere mentre si suona

Il concerto degli Efterklang al Covo di mercoledì scorso, diciamolo subito, è stato eccezionale: la band, dal vivo, dà molto di più che su disco, sebbene la qualità, l’inventiva e le capacità musicali dei danesi siano evidenti anche ascoltando i loro brani registrati in studio.
Sette musicisti sul palco, ognuno dei quali con in mano almeno due strumenti, oltre alla voce: raramente il leader, Casper, era da solo a cantare. I brani, per lo più estratti da Parades e dall’ultimo Magic Chairs, sono stati resi in maniera perfetta, superando anche i ben noti problemi di acustica del club bolognese (tanto di cappello a chi si è occupato dal gravoso compito di curare i suoni).

Ma questo è stato solo uno dei motivi che mi ha fatto rendere conto della bellezza del concerto al quale stavo assistendo. Ne ho visti di concerti perfetti, ma raramente ho visto l’emozione nei musicisti. Purtroppo sempre più spesso ti capita di guardare ventenni con un disco all’attivo che sono freddi come il ghiaccio: ogni loro mossa, ogni accordo, mostra consapevolezza e un distacco che io mi posso aspettare da gente che calca le scene da decine di anni, non da ragazzini che, per quanto bravi, chissà se dureranno fino al terzo album. Gli Efterklang, invece, mostravano riconoscenza. Erano meravigliati del calore e dell’affetto del pubblico del Covo. Ringraziavano, ma sinceramente, tutti quanti, guardandoci in faccia, viste le dimensioni del palco e del locale. E, soprattutto, erano felici e visibilmente emozionati, senza che questo intaccasse minimamente la perfezione dell’esecuzione dei brani. Sorridevano, perché si rendevano conto di essere fortunati a fare quello che stavano facendo, davanti ad un pubblico di una città poco conosciuta nell’Italia centrale che dimostrava di amarli. Nel giro di qualche canzone, si è innestato una specie di circolo virtuoso, che ha esaltato tutti, anche dopo la fine del concerto. Sull’autobus del ritorno, un ragazzo ci ha visti e ha solo detto, con un sorriso smagliante: “C’eravate anche voi due, eh?”. E non ha aggiunto altro, perché bastava quello.

È tornato, e non è da solo


E te pareva che Trent Reznor se ne stesse buono per un po’. Impossibile. Dopo l’annuncio dato alla fine di aprile, è apparso ieri il primo brano della nuova creatura del leader (o ex?) dei Nine Inch Nails. Il nome, How To Destroy Angels, è preso da un disco dei Coil (buono). Insieme a lui ci dovrebbero essere vecchi compagni di avventura (buono) e sua moglie Mariqueen Maandig (meno buono).
Comunque, qua potete sentire “A Drowning”, un brano che anticipa un ep la cui data d’uscita è fissata per quest’estate.
Speriamo bene…

L'inossidabile classe del 1935

Mentre leggevo, con gusto e passione, l’ultimo libro di David Lodge, Il prof è sordo, non ho potuto fare a meno di pensare al mio rapporto con i film di Woody Allen. Qualsiasi cosa faccia l’attore, regista, sceneggiatore e, ma sì, dai, musicista americano, io lo vado a vedere. E certo, posso uscire dal cinema più o meno contento, ma anche nelle sue prove peggiori, riconosco il mondo, il pensiero, il punto di vista di Allen.

Lo stesso vale per Lodge, del quale lessi Scambi una quindicina di anni fa e che, da allora, non ho più abbandonato. Certo, c’è da dire che Lodge è meno produttivo del suo quasi coetaneo e quindi si dà meno occasione di fallire, del tutto o in parte. Rimane però comune ai due il gusto e la maestria del racconto, inteso proprio come “arte della narrazione” (un’espressione che è molto simile al titolo di un bellissimo saggio dell’inglese).

Come in Allen, inoltre, è sempre facile riconoscere nei romanzi di David Lodge l’autore stesso, che viene nascosto con un garbo quasi vezzoso, molto britannico: non sta bene (ed è anche privo di senso) chiedersi “Ma il Desmond di Deaf Sentence (questo il geniale titolo originale del romanzo di cui vi parlo) sarà veramente lui?”. Con elegante savoir faire, Lodge ci dice nella postfazione che sì, la sordità di cui è afflitto il protagonista è effettivamente un’esperienza provata in prima persona, così come la figura del padre, solo e malato, ha a che fare con la vita reale dello scrittore. Ed è proprio il personaggio del padre ad essere importante nel libro: l’accademico in pensione ha una moglie più giovane di lui, figli, nipoti e una studentessa tanto fascinosa quanto pazza che tenta di invischiarlo in un progetto di ricerca sulle lettere dei suicidi, con tanto di risvolti sadomasochisti; Lodge si diverte un mondo a mostrarci quanto ne sa di linguistica, oltre che di narratologia; ma sono i momenti con il padre a dare un interesse maggiore al libro. Un padre sordo, ma per motivi geriatrici, più che altro, con la prostata mal funzionante, tirchio e cocciuto, nostalgico del suo passato di musicista per orchestre da sale da ballo (Radio Days, come fa a non venire in mente?), che il figlio si costringe a visitare di tanto in tanto, affrontando un viaggio dall’immaginaria cittadina del nord dove Desmond risiede, fino ad un sobborgo del sud-est londinese da cui il padre non vuole andarsene.

Non aspettatevi pietismi: Lodge sa fare divertire, e spesso riduce il lettore a sonore risate. Ma è come, esattamente come nei film di Allen degli ultimi dieci anni, che in questo Il prof è sordo, il brillante scrittore inglese, toccati i 75 anni, si renda conto che, per quanto ci si possa scherzare su, la morte è qualcosa di concreto, vicino, seppure non immediato. È pervaso da uno strano senso funereo, questo libro: o forse sarebbe meglio dire che tra le righe si sente la paura del rendersi conto che le cose non funzionano come prima. Le orecchie, l’apparato riproduttivo, la memoria. Ci si scherza sopra, certo, ma in un momento topico del libro, al quale non accennerò per preservarvi il piacere della lettura, l’inconfondibile humour di Lodge scompare, per dare vita a pagine inaspettatamente dense di sacra umanità, resa in maniera tangibile quanto, per sua stessa natura, sfuggente e fuggitiva.
Anything works, dice Woody Allen nel suo ultimo film: “basta che funzioni”. E nelle ultime prove dei due grandi del ’35, a mio avviso, tutto funziona, e bene. Speriamo solo che, fino all’ultimo, abbiano voglia di raccontarci le loro storie, a modo loro: io sarò là a bearmi delle loro parole.

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