Francesco Locane

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Cronaca Vera alla televisione

Venerdì scorso, 9 settembre. Anzi, il 10, perché era mezzanotte e mezza. La televisione è accesa su RaiUno: c’è un servizio su un uomo che abita a Padova, in una zona malfamata vicino alla stazione. Dice di non essere razzista, e forse non lo è veramente: è solo esasperato dalla delinquenza in strada. Nella noia del venerdì sera non si cambia canale. La trasmissione prosegue, con una voce fuori campo che pare adotti dei temi da Mondo Movie, che ben si adattano al secondo servizio.
Da Padova ci si trasferisce in provincia di Benevento: “I battenti” parla della processione che si svolge ogni sette anni a Guardia Sanframondi, in cui un migliaio di incappucciati si battono il petto con degli spilli, bagnandolo col vino. La suadente voce femminile racconta il rito come Jacopetti parlava di popoli lontani. Abbondanza di primi piani sul petto dei battenti. Ho un ricordo: il tema (e il tono) è lo stesso di un articolo di “Cronaca Vera” di metà agosto. La gente sviene, canta, va in crisi mistica. La voce rimane suadente e morbosetta. All’uscita dei battenti parte una musica tribale.
Terzo servizio: veneti poveri che non possono fare le vacanze. Lo giuro. A questo punto sono completamente rapito. Vengono intervistati (in “Spirito del nord-est”) sempre con tono “esotico”, anziani che prendono il sole in un parcheggio, vigorosi padani che si bagnano nel Po e se la prendono con i meridionali, ciccione di Chioggia che non sono mai andate in altro luogo se non su quelle spiagge e anche delle persone che, oh!, vanno al mare in giornata con la corriera.
La trasmissione prosegue, e la mia incredulità aumenta quando, con tono davvero da “Cannibal Movie”, la voce femminile ci porta, pensate, in Sardegna dove, orrore!, c’è gente che mangia il formaggio coi vermi. Il titolo è “Il verme nel formaggio”, e la colonna sonora è ricolma di suoni gutturali. Ehi, ma la gente lo mangia davvero, il casu marzu, ed è un prodotto clandestino! “Il Guinness dei primati lo considera il prodotto alimentare più pericoloso al mondo”, dice la speaker con tono ammiccante. Verso la fine del servizio, un uomo di 104 anni parla con una di 108… in sardo, definito “incomprensibile dialetto arcaico”. Accidenti. E vivono in un paese con meno di venti persone! E mangiano le pecore “sacrificate ai loro appetiti insaziabili” (roba che neanche Joe D’Amato…).
Ma non è finita: in “Fatece largo” scopriamo che ci sono dei tifosi romanisti che se ne stanno una settimana a Brunico, a vedere la Roma in ritiro, con tanto di fumogeni giallorossi, porchetta, salsicce e l’elezione di Miss Roma a Brunico. “L’unica alternativa alla famiglia e al lavoro è la Roma”, dice qualcuno. E qualcun altro paragona la retrocessione della squadra alla morte di un caro. Per quasi tutti “questa è l’unica settimana di vacanza”. Il tutto sotto gli occhi dei biondissimi, compostissimi e altissimi indigeni. Colonna sonora “Mamma li italiani, mancu li cani”.
Il servizio seguente è su una piattaforma petrolifera: “Uomini in alto mare” è piuttosto sobrio, come contenuti, ma è la prova dello sputtanamento degli Arcade Fire, che vengono usati (nelle parti più corali) come commento musicale.
“Arsenico e vecchi bidoni” scopre il passato oscuro del lago di Vico, nei pressi del quale c’era uno stabilimento per la produzione di armi chimiche. Chi avrà ragione? Legambiente, che dice che l’arsenico nelle acque del lago è sei volte superiore alla norma, o i militari, che dicono “tutto bene”?
Il penultimo servizio è su Castel Volturno, e si intitola “L’Africa in casa”. Ecco, “Cronaca Vera” non avrebbe mai usato un titolo come questo per “quella che è stata definita la Gaza d’Italia”. Grazie al servizio scopriamo che gli africani “hanno paura dell’acqua”: ecco perché non fanno il bagno! Ma, alla fine, il calcio unisce, eh.
Il penultimo servizio, “Estate regale”, che ci porta a Cavallo, isoletta tra Sardegna e Corsica, dove trascorre le vacanze il principe Vittorio Emanuele. Come farne senza?
Dulcis in fundo, la “bonus track” è un fuori onda di una delle ultime interviste a Francesco Cossiga, definito (giuro) “L’italiano più presidente di chiunque”.

Non ci credete? Questa è la scaletta dell’ultima puntata di “E la chiamano estate”: la trovate qua.

Sei anni e sei minuti

Oggi sono sei anni che Enzo Baldoni è morto. Qualche minuto fa è stata aperta la “sua” mailing list, quella attraverso cui avevamo conosciuto lui e tanti altri simpatici cazzeggiatori, arguti, intelligenti e ironici. La zonkerlist è aperta di nuovo per 24 ore e già fioccano i messaggi di ricordo. Messaggi teneri, ironici, senza zuccherosità o lacrimevolezze.
Ma lui ci rimprovererebbe, con sagace presa per il culo, il fatto che, accidenti, quel “mi manchi”, esplicito o implicito che sia, è proprio dappertutto.
Quest’anno, niente link ai suoi blog (li avete letti, vero?), ma un bel ricordo pubblicato nello scorso aprile.

Di |2010-08-26T00:06:00+02:0026 Agosto 2010|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |Commenti disabilitati su Sei anni e sei minuti

La timidezza della disperazione

Secondo giorno di lavoro dopo il rientro dalle vacanze: buona parte di me è ancora e l’umore non è proprio ai massimi livelli. Ricordo che sul sito di Repubblica, nella famigerata colonnina di destra, avevo letto un titolo sul “trauma da ritorno”, ma mi pare esagerata come ipotesi.
Mi ferma una persona, per strada, con una cartina della città in mano. Noto che sulla mappa è evidenziato l’Ospedale Maggiore, ma l’uomo mi chiede, in un italiano stentato, come si arriva in via Corticella. Gli faccio notare che è da tutt’altra parte rispetto all’Ospedale Maggiore, ma l’uomo insiste, in inglese, dicendo che vuole andare proprio in via Corticella. Istintivamente, allora, inizio anche io a parlare in inglese, e finalmente lui si allarga in un sorriso. “Sei la prima persona che parla inglese che incontro, oggi”. Sorrido anche io, e gli spiego che sarebbe meglio se prendesse un autobus, per raggiungere le zone che mi ha indicato, ma lui ribatte dicendo che no, ci andrà a piedi. “Ho problemi, qui a Bologna. Io vengo dall’India, la mia famiglia è a Napoli, moglie, e due bambine”, continua, indicando con il palmo orizzontale rispetto al terreno l’altezza delle figlie. “Sono qui per lavorare”, dice. Io prendo in mano la cartina per fargli vedere con il dito la strada da percorrere, quando noto che l’uomo ha gli occhi lucidi. Nello stesso momento in cui me ne accorgo, lui si porta al viso il fazzoletto di carta che tiene in mano e asciuga un principio di lacrima, tornando subito a interessarsi alle mie indicazioni.
E allora penso che già mollare tutto è difficile, che lasciare moglie e figli lo è ancora di più e che questo continuo non essere capiti, aiutati, compresi, dev’essere insostenibile. Ma ci vuole comunque un coraggio quotidiano a sopportare tutta la fatica e il dolore, e non è da tutti: perché anche tra quelli che vengono qui a trovare lavoro ci sono i deboli, i sentimentali, i fragili, quelli che della loro disperazione non riescono a farsene una ragione (e come non capirli?) eppure devono metterla da parte e andare avanti.
Mi ha salutato benedicendomi, e io ho mentalmente mandato a fanculo me stesso, il trauma da ritorno, la colonnina di destra di Repubblica e la mia finta, ipocrita ed egoista leggerissima infelicità.

Di |2010-08-24T14:13:00+02:0024 Agosto 2010|Categorie: I Me Mine|Tag: , , |2 Commenti

Come al solito, si festeggia in contumacia

Sono in ferie da un po’, e tra un po’ me ne vado proprio. Il blog è trascurato, la città si svuota, i telegiornali aprono con notizie sui cuccioli nati negli zoo del mondo, e ADayintheLife compie, tra qualche giorno, sette anni.

Avrei voluto scrivere un post mistico esoterico sul numero sette, avrei voluto scriverne uno sociologico musicale su Best Coast, ma invece mi accontento di questo “chiuso per ferie”. Va bene così: il blog di cinema va avanti ancora per un po’, poi si ferma anche lui. Tanto si sa che il vero ricominciamento è a settembre, no?
State bene.

Di |2010-08-07T16:32:00+02:007 Agosto 2010|Categorie: I Me Mine|Tag: , , |Commenti disabilitati su Come al solito, si festeggia in contumacia

Bustone sorpresa

Ultimi guizzi, amici, e non nel senso acquatico del termine. Due regali, chiamiamoli così, per chi ancora non è andato in vacanza.
Il primo lo trovate qua: si tratta di un’intervista fatta a Michael Palin durante il Biografilm Festival: chiedo perdono fin d’ora per la mia faccia ebete, ma sapete che quando uno incontra uno dei miti della sua vita…
Il secondo, invece, è qua: oggi inizia l’ultima settimana di programmazione di Maps e, come di consueto, vi regaliamo un doppio cd con il meglio dei live fatti in trasmissione.
Fatemi sapere se i regali sono di vostro gradimento.

Di |2010-07-26T08:00:00+02:0026 Luglio 2010|Categorie: Eight Days A Week|Tag: , , , , , , , |Commenti disabilitati su Bustone sorpresa

Non chiamarmi terremoto

Quanto si parla a vanvera del terremoto che ha colpito l’Abruzzo più di un anno fa? Un sacco. Ora, non è che le immagini siano garanzia di veridicità, ma andare sul campo e parlare con la gente, be’, serve. Per questo vi segnalo, qua, Non chiamarmi terremoto, un documentario che, scrivono dalla produzione,

non è un’inchiesta su cosa ha funzionato e cosa no prima, durante e dopo il terremoto di l’Aquila. 
Naturalmente vengono fuori anche elementi, riflessioni e narrazioni su questo, ma il nostro film vuole ottenere un altro risultato: vuole dare a tutti, a partire dagli studenti delle scuole medie e superiori, informazioni e elementi utili a prevenire i disastri causati dai terremoti. 
Prevedere quando e dove esattamente ci sarà un terremoto, e di che entità, oggi non è possibile. Ma lavorare per ridurne gli impatti, per evitare crolli e morte, per ridurre il rischio di annientamento economico e sociale associato a disastri come il terremoto di l’Aquila, questo sì, questo è assai possibile. E dipende, anche e in buona parte, dalla consapevolezza da parte dei cittadini tutti di rischi, regole, comportamenti che possono ridurre i danni. Esigere che un edificio sia ben costruito, prevedere spazi di fuga e misure di emergenza, non permettere abusivismi e cattive gestioni delle ristrutturazioni, delle costruzioni, della pianificazione di un territorio, controllare i propri amministratori e coloro che sono delegati a fare le scelte in materia di sicurezza sismica e di gestione delle emergenze…  Sono molti i punti dove anche un cittadino, meglio se riunito in una collettività consapevole e responsabile, può intervenire.
Siamo convinti che questo film possa dare agli studenti, alle loro famiglie e quindi alle comunità locali informazioni e motivazioni utili per non trovarsi impreparati e per non rimanere passivi in attesa del prossimo terremoto.
Per fare questo è necessario che il film arrivi nel maggior numero di scuole medie, comunità, emittenti possibili e noi ce la stiamo mettendo tutta.
Abbiamo però bisogno di aiuto: il progetto non è a fine di lucro, ma naturalmente ha dei costi vivi, di lavoro e di materiali, che non riusciamo a coprire interamente da soli. Stiamo cercando finanziamenti pubblici e privati, ma abbiamo deciso anche di provare a rivolgerci direttamente agli amici, ai colleghi, agli insegnanti, ai cittadini, alle famiglie. A tutti quelli che pensano che questo video possa essere utile se gira tra le scuole, se arriva ai ragazzi, se arriva sui media e sulla rete.

Orsù, guardate il trailer e, soprattutto, andate sul sito del documentario per saperne di più su come diffonderlo e sostenerlo.
[youtube=http://youtu.be/70A4KlBVuVw]

Di |2010-07-23T08:22:00+02:0023 Luglio 2010|Categorie: Act Naturally, Taxman|Tag: , , , |Commenti disabilitati su Non chiamarmi terremoto

La lingua e la terra

Ogni volta che leggo un libro di Omar Di Monopoli rimango avvinto, oltre che dalla trama, dal modo che Omar ha di raccontare. Questo terzo romanzo edito per ISBN, La legge di Fonzi, non è da meno. La storia, ambientata in una Puglia cruda, selvaggia e cattiva, assai diversa da come l’ente turismo e i giornali ce la vogliono mostrare, è una vicenda violenta, di delitti e vendette, con dei personaggi che non possono scappare dal loro destino di colpa: non si salva nessuno. Ma è il modo di narrare che affascina: il lessico di Di Monopoli è ricchissimo di sfumature, si contagia e sfocia talvolta nel dialetto vero e proprio, con imprechi smozzicati, commistioni con un improbabile italiano, senza in questo essere minimamente ammiccante. Non si tratta, qui, di un’etnicità da salotto, ma di una lingua dura come la terra arsa dal sole, che esclude chi non la capisce, che non fa sconti né regali, come i personaggi che la parlano. Le parole e le espressioni che l’autore sceglie riescono ad essere sinestetiche, multisensoriali: il suono di certe consonanti sfrega sulla pagina come le macchine che sgommano sull’asfalto arso, le maledizioni che lo sfasciacarrozze Skùppetta lancia rimangono appiccicate sul foglio come i suoi scaracchi, si riesce a percepire la povertà delle case e la disperazione. C’è un’attenzione rara alla lingua, insomma, che di per sè varrebbe il prezzo del libro, senza che, tuttavia, il romanzo si riduca a un esercizio di stile.
In tutto questo, però, La legge di Fonzi non racconta di un mondo atemporale, ma di qualcosa che è ben radicato nei modi d’oggi: a differenza delle altre due, quest’ultima parte di una possibile trilogia è quella in cui il mondo esterno penetra di più nelle vicende. Un mondo che vorrebbe essere luccicante, dell’immagine edulcorata e sorridente, dei VIP, del potere. Un mondo che cozza con il paese di Monte Svevo dove il romanzo è ambientato, e in cui pare che ci sia quasi una forza soprannaturale che tende a mantenere tutto così com’è, rigettando con impeto tutto quello che di nuovo, giovane e pulito possa arrivare, e facendo letteralmente deflagrare ogni tentativo di includere la sua comunità in un contesto più ampio. Come suggello a questa immobilità, Di Monopoli fa campeggiare nei dintorni del paese un cavalcavia, parte di una superstrada mai completata, che incombe come monito sugli abitanti di Monte Svevo.

E nemmeno se lo volessi potrei spiegarle quanta disperazione ci sta, negli occhi di quelle persone [gli abitanti di Monte Svevo, n.d.r.]. Brava gente che magari ha sacrificato una vita per far studiare i propri ragazzi pensando di offrire loro un futuro. E invece quel futuro semplicemente non c’è. Non qui. E non per loro. (…) Quando mi hanno mandato qui, tutti non facevano che ripetermi che la Sacra Corona Unita sarebbe stata l’ultima delle mie preoccupazioni. Lo Stato è intervenuto, dicevano, e l’organizzazione smantellata. Eppure in giro vedo tante di quelle storture, tanto di quel veleno, che a volte penso che quella era solo una sigla, niente di più. Un nome di comodo a uso e consumo dei giornali. (…) Non importa il nome che le diamo, quaggiù il problema più grosso tutta questa rabbia che resta in circolo è, perché come una giostra non fa altro che farci girare su noi stessi, a vuoto, senza arrivare mai da nessuna parte…
(Omar Di Monopoli, La legge di Fonzi, ISBN Edizioni, Milano, 2010, pp. 124-125)

(Domani intervisterò Omar Di Monopoli in diretta a Maps: se volete ascoltare qualcosa sui suoi libri precedenti, cliccate qua e qua).

Di |2010-07-21T08:00:00+02:0021 Luglio 2010|Categorie: Eight Days A Week, Paperback Writer|Tag: , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su La lingua e la terra

Il DJ vs il Paese Reale

[youtube=http://youtu.be/a84L1hVVEls]

La parola d’ordine era una sola, settimane prima della serata: pants down, letteralmente “giù le mutande”. Nel gergo dei dj si traduce anche con “braga calata”. Vuol dire, in sostanza, mettere pezzi “facili”, che conoscono tutti. Un esempio: “I Just Can’t Get Enough” dei Depeche Mode è “pants down” molto di più, che ne so, di “Odessa” di Caribou. Io sono un dj dilettante per tutte le stagioni, quindi non ero spaventato dal diktat: posso accontentare tutti. Questo è quello che pensavo fino a martedì.

Quando arrivo al posto deputato per il djset, la scena è surreale: la scaletta degli incontri di pugilato (sì, pugilato) previsti per quella sera ha subito un ritardo mostruoso, quindi mi trovo circondato da gong, arbitri, uomini e donne più o meno nerboruti e supporter belluini. L’organizzatore della serata mi dice che c’è un sacco di gente che è là ma non vede l’ora di ballare. Fino a quel momento gli unici a fare gioco di gambe sono gli atleti sul ring. Ultimo incontro e l’annunciatore della manifestazione sportiva dice “Rimanete con noi, perché c’è la discoteca“. Io mi rendo conto di essere la discoteca. Parto. Parto con “Bouchet Funk” dei Calibro 35, ma non è sufficiente. Allora metto “The Twist”, di Chubby Checker e…

[youtube=http://youtu.be/1e0u11rgd9Q]
Terzo pezzo, ore 2330 circa: “Cousins” dei Vampire Weekend (2010). Una ragazza si presenta da me e mi fa “Ma il dj quando arriva?”. Io sono con delle cuffie al collo dietro a un mixer e con una marea di cd davanti a me. È vero, non ho un cappellino con su scritto “DIGGEI”, ma mi pare evidente il ruolo che ricopro. “Sarei io, le dico”. “Ah”, fa lei delusa. “No, perché insomma… Stai mettendo musica vecchia.” “Veramente questo pezzo è uscito l’altro ieri”, dico io. “Ah”, fa lei, ancora più delusa. “No, è che sai, qualcosa di più ballabile…”.
Il concetto di “ballabile”, amici e amiche, è qualcosa intorno alla quale bisognerebbe fare degli studi di antropologia. Gli esseri umani hanno danzato ai ritmi di tamburi di pelle di scimmia, valzer di Strauss, polke, mazurke, fino a ritmi trance e goa. Che cazzo vuol dire “ballabile”? E’ un tipico concetto che prende forma nella prassi: una cosa è ballabile se la gente ci balla.
Ma non ci penso, e la rassicuro, sfoderando il mio miglior sorriso: “Tranquilla, ora metto qualcosa di ballabile”, le dico, come se fino a quel momento avessi avuto una predilezione per Berio e John Cage (sulle cui musiche, peraltro, qualcuno ballava). “Ah”, fa lei, forse un po’ meno delusa, e se ne va.
Arriva l’organizzatore della serata. “Senti, va bene, ma ora metti un riempipista, tipo Aretha Franklin. Ricorda: pants down“. Lesto inserisco nel cdj “Respect”, e la gente inizia a ballare. Prendo nota mentalmente del fatto che posso mettere della musica black, soul e simile, quando…
Quinto pezzo, ore 2340 circa. Arriva un’altra ragazza e mi fa: “Senti, io ho qui delle ragazze di una comunità che a mezzanotte devono andare via e vorrebbero ballare la musica moderna”.
Nuova digressione: ai djset c’è sempre qualcuno in qualche situazione particolare tale per cui si richiede un certo brano. Mi sono capitate davanti donne che dicevano di aver scoperto di essere incinte quella sera stessa e volevano i Soulwax, chissà perché, laureate e laureati da una manciata di ore che non potevano non sentire i Cure, gente che si era lasciata, messa insieme e rilasciata e che quindi…
Sfodero un altro sorriso e dico “Ma certo”, decidendo implicitamente di continuare per la mia strada. Sento che si avvicina un lieve mal di testa.
[youtube=http://youtu.be/pRpeEdMmmQ0]
Decimo pezzo, ore 2355 circa. Arriva un’altra ragazza. “Ti posso fare una richiesta?” “Certo” “Ce l’hai ‘Waka-Waka’?”.
Panico.
Mi rendo conto che no, non ho niente di Shakira, nulla. Né un mp3 nel cellulare, né un disco, né una parodia, un video, nulla.
“No, mi dispiace”, rispondo. E lei mi guarda come se fosse entrata in una salumeria e il commesso, perplesso, le avesse detto “Prosciutto? Uhm, ma cosa intende esattamente?”. Io capisco che la mia idea di pants down equivale, agli occhi e soprattutto alle orecchie di chi ho davanti, a una selezione quasi avanguardistica.
[youtube=http://youtu.be/btRpokScYxs]
Sedicesimo pezzo, ore 0015 circa. L’organizzatore della serata non è contento. “Senti,” mi dice, “c’è una festa di laurea con settanta persone e altre trenta di là. Hai un pubblico potenziale di cento persone da far ballare.” E allora io calo la braga davvero e ringrazio i Culture Club per “Karma Chamaleon”, e soprattutto l’amico M. che, per due capodanni di seguito, mi ha fatto scaricare il peggio della musica del ventennio ’70-’80 con la quale ho riempito tre cd, prima di uscire di casa, dicendo “Sai mai”. Quei cd mi hanno salvato le chiappe, denudate, ovviamente. La selezione inizia a essere terribile, degna della colonna sonora di una puntata de “I ragazzi della terza C”. Metto di seguito Cyndi Lauper, Madonna, gli Wham! e poi è un tripudio: capisco di avere toccato il fondo quando attacco i Santa Esmeralda e Claudio Cecchetto. Nel frattempo almeno sei ragazze mi chiedono “Waka-Waka”, tant’è che penso di mettere un cartello con su scritto “Ci dispiace,”Waka-Waka” l’abbiamo finito. Ma l’Emmenthal è in offerta”.
Tra un “Waka Waka” e l’altro, una ragazza (tutte ragazze, quella sera) mi chiede “qualcosa di Nina Hagen”. La richiesta mi allibisce e mi rendo conto di avere davanti un pubblico che non potrà mai essere contento al 100%. Ripiego sui Cure, che insomma, almeno sono un po’ più cupi di Shakira e degli Human League (“Che musica triste”, mi dice una, senza aggiungere altro. Mi verrebbe da dirle che Chicco Lazzaretti e Bruno Sacchi non la pensavano così, ma lascio perdere).
[youtube=http://youtu.be/Xyy9ecr7rv8]
Intorno a mezzanotte e quarantacinque si presenta una ragazza, che si dichiara subito un’amante della musica elettronica. Io sto iniziando proprio a passare un po’ di electro dozzinale quando lei comincia a parlare del fatto che non capisce quelli che si drogano e ascoltano la musica, che però la musica elettronica è bella ma insomma, la chitarra e la batteria sono altra cosa, e inizia a chiedermi se conosco quel pezzo che fa “papapa” o quell’altro che ha un ritornello simile a “trallala”. Imbarazzato, balbetto “Eh, non so, così è un po’ vago…”, ma poi mi risollevo e dico “Ti metto i Bloody Beetroots, eh?” La ragazza si allarga in un sorriso, mentre preparo il disco. “Dai, dai, che bello, grazie!” Io minimizzo, mentre vedo scorrere il minutaggio del pezzo che sta andando. Mancano 30 secondi alla fine e lei è ancora là che mi scrive nomi di band su un foglio (e magari qualche tralalà). “Li metti, allora?” “Sì, tra venti secondi” “Dai, li metti!” “Sì, mancano dieci secondi” “Evviva, i Bloody Beetrots!”, trilla lei. Io catturo il suo sguardo e lo indirizzo verso il contatore dell’altro cdj: lei si rende conto che i secondi che enumero sono realmente sessantesimi di minuto e ai primi ticchettii di “Warp” è in pista e balla felice.
[youtube=http://youtu.be/33ujfNFyetw]
È l’una: mi hanno chiesto i Duran Duran e li ho messi, ed è giunto un tipo con aria truce che mi ha detto: “Ma che è? I Duran Duran? Ma questa è roba di vent’anni fa” “Anche trenta”, ho detto io. “Metti i Queen, piuttosto!” Alla richiesta rimango basito. Il tipo si allarga in un sorriso: “Scherzavo”, dice, lasciandomi un’alitata di RedBull, e se ne va.
Poco dopo arriva una neolaureata in economia: mi dà una foglia di alloro direttamente dalla corona che porta in testa, e mi chiede “Waka Waka” e poi Lady Gaga (“Mi dispiace, non ce l’ho”, ho detto, restituendole la foglia). “Allora qualcosa di ballabile, movimentato…”, insiste la neodottoressa. “Ho messo i Chemical Brothers”, dico io. “Non so chi siano”, replica lei. “Non sai chi sono i Chemical Brothers?” “No”, dice lei un po’ stizzita. “Sai, nella mia vita ho fatto altre scelte: ho studiato economia.”
Il nesso mi sfugge, ma forse è colpa del mal di testa che è diventato insopportabile: chiedo all’organizzatore della serata un Moment. Poco dopo lui torna con una pasticca e io la ingollo senza chiedermi nulla: era un Moment, comunque. Si sa che la droga la mettono nella Coca-Cola.
L’una e venti: ancora risuonano i bassi e la cassa in quattro dei pezzi che metto, quando arriva un tipo: “Hai della house?” “Stiamo chiudendo, mi dispiace”, replico io. “Un pezzettino?” “Eh, mi dispiace, non ce l’ho”. “Un pezzo breve…” Mentre continuo a dire che non ho niente di house, né a casa, né con me, né a casa dei miei, penso al salumiere. “Mi è rimasto questo culetto di prosciutto crudo, glielo regalo”. Ma io non ce l’ho il prosciutto crudo, signò. “Comunque, cioè”, dico indicando le casse, “ho messo della techno…” “Ah, ma la techno fa schifo” “Invece la house”, mi lascio sfuggire. “Eh, be’, no, la house…” Prima di infilarmi in una discussione senza uscita, il tipo se ne va, per fortuna.
In coda riesco a piazzare i Beatles e David Bowie: alle schitarrate di “Ziggy Stardust”, una ragazza si alza e mi dice “Era ora”. Io guardo l’orologio: il mio scontro col paese reale è finito e, mentre metto a posto i dischi, spero che sia rimasto almeno un arbitro dai match di pugilato che sancisca un verdetto di parità. Almeno non sono andato al tappeto.

Cristo!

Stefano Disegni è infaticabile, e per fortuna. Nonostante il caldo orrendo, che personalmente mi impedisce anche solo di pensare di scrivere qualcosa qua, lui sforna cose come questa, e le manda in giro via mail, scrivendo:

Tra polemiche e alti sdegni, alla fine farà da solo. Perché Lui ci credeva sul serio.

Buona lettura: se cliccate sulle immagini, esse (miracolo!) diventano grandi.

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