Capolavoro
Come andò veramente l’incontro tra i Beatles e Bob Dylan.
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=ybI34Z_ZHbo%26hl=en%26fs=1%26rel=0%26ap=%2526fmt=18]
Come andò veramente l’incontro tra i Beatles e Bob Dylan.
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Se fosse vivo, in questo 2010 appena iniziato Gianni Rodari avrebbe compiuto 90 anni. Mi sembra strano non avere mai parlato di Rodari in questo blog, che pur spesso si occupa delle (ed è occupato dalle) mie parole: a lui, infatti, è strettamente legato al mio amore per i libri, la lettura e la scrittura, ma non solo. Grazie alle letture di Rodari sono, nel bene e nel male, quello che sono oggi. Come molti, anche io sono stato educato da Gianni Rodari, nonostante sia scomparso quando io non avevo neanche due anni. Ho molti dei suoi libri, che mi sono fatto leggere e rileggere, prima, e che poi ho consumato da solo.
Ma non si tratta solo dei libri. A metà degli anni ’70, infatti, Antonio Virgilio Savona iniziò a lavorare su Filastrocche in cielo e in terra, uno dei libri più famosi di Rodari, uscito nel 1960. Voleva musicarlo, e farne un disco per la sua etichetta “I Dischi dello Zodiaco” (che, per dire, pubblicava all’epoca i dischi degli Inti Illimani). Per questo si fece aiutare, reclutandola come cantante, da sua moglie, Lucia Mannucci. I due erano… metà del Quartetto Cetra, nientepopodimeno che.
Il disco è uscito nel 1976: qualche anno dopo io ne ho avuto la cassetta, che ho ascoltato centinaia di volte, perché le parole di Rodari sono quanto di più alto la nostra letteratura abbia mai espresso, e le musiche di Savona funzionano al punto tale che pare che le Filastrocche, in realtà, fossero testi di canzoni. Se avete dei bambini piccoli li farete felici, se siete stati piccoli e avete amato Rodari, non riuscirete a smettere di ridere e di piangere. Perché è bene iniziare l’anno con qualcosa di bello e puro come queste Filastrocche in cielo e in terra.
Per una volta, fidatevi e ascoltate. Sarà bello ritrovarsi a canticchiare, sparsi in luoghi e tempi diversi.
Buon anno a tutti, di cuore.
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Grazie all’amico Manu sono venuto a conoscenza di PREX, il rosario elettronico che è un perfetto regalo di Natale per il vostro peggior nemico (cattolico). Se lo spot qua sotto non vi basta, c’è anche un sito. Buone feste a tutti.
Proprio qualche minuto fa mi è arrivata un’altra mail con allegato da Stefano Disegni. Ecco le sue parole:
Con i più speranzosi auguri, il mio regalo di Natale per tutti voi. Diciamo un piccolo memorandum sempre utile da tenere in casa, specie quando le acque paiono confuse…
Ed ecco le sue tavole (come al solito, cliccateci su per vederle grandi).
Eccoci qua. Non vi preoccupate, non vi ammorbo con post lunghissimi, tanto più che quello che ho fatto in Inghilterra negli scorsi giorni è stato vedere concerti (e ne ho parlato sul sito di Maps). Quindi, di seguito, piccolissime note prese al volo, con tanto di fotografie altrettanto estemporanee scattate col cellulare (cliccateci su se le volete vedere grandi), tra Londra e Bristol.
Venerdì 4 dicembre. Vengo accolto da Valido (grazie, grazie, grazie) e andiamo subito in un bel pub a magnare purè e salsiccia. Ci raggiungono anche l’amica C. con fidanzato. Si chiacchiera, ed è strano trovarsi a Shoreditch, perché il tavolo su cui stiamo è davvero familiare, per le cose che diciamo, la voce, la lingua. Vado in bagno e vedo una scritta sulla porta: “You’re smiling, but are you happy though?”. “Yeah”, dico, prima di accorgermi che per terra c’è del liquame. “Fuck yeah”, aggiungo, scrollando la scarpa.
Sabato 5 dicembre. Torno alla National Portrait Gallery dopo secoli, per vedere la mostra “From Beatles to Bowie”, che, peraltro, è bellissima. Ogni stanza dedicata a un anno, dal 1960 al 1969. Beatles, ma non solo. Valido, giustamente, mi fa notare che, mano a mano che gli anni passano, i soggetti ritratti hanno i capelli sempre più lunghi. È davvero tenero vagare con lo sguardo tra fotografie giganti, pubblicità di dischi, copertine. Tutto richiama la mia attenzione. Quindi dopo, molto godardianamente, decidiamo di passeggiare (letteralmente) tra le sale della National Gallery, buttando l’occhio qua e là tra capolavori del passato più o meno noti. Leggerezza.
Domenica 6 dicembre. Arrivo a Bristol, dove vengo accolto da P. Rapido giro della città, e la sensazione che ho, venendo da Londra, è la stessa che, ormai tre anni fa, mi accolse a Boston, giunto da NYC. Un rallentamento del ritmo, una calma e una pace quasi fastidiosa. A Bristol fa più freddo che a Londra, ma c’è un clima umano più tiepido. Sfortunatamente, ma ce lo potevamo aspettare, gli studi della Aardman sono chiusi: anche da fuori, però, sembrano dei semplici uffici. Guardo un po’ le mura dell’edificio che li ospita, pensando a Wallace&Gromit e a tutta la plastilina che quelle stanze contengono.
Lunedì 7 dicembre. Appena tornato da Bristol, via al concerto degli Alice In Chains. A parte il concerto vero e proprio, la sorpresa sarà vedere la bellezza del posto che lo ospita, la Brixton Academy. Ma anche il suo esterno non è male. Vedere la scritta ALICE IN CHAINS su sfondo neon ti fa pensare subito di essere in un periodo tra il 1950 e il 1995 (ma non oltre). Sono emozionato ben prima che Jerry Cantrell e soci colleghino i loro strumenti. Ancora non so quanto sarò emozionato durante e dopo. Wow.
Martedì 8 dicembre. Passeggio mollemente per le vie del centro di Londra e capito al British Museum. Anche quello non mi vede da anni e anni, quindi varco l’imponente soglia dicendo “Ma sì, dai”. Mi perdo, ovviamente, tra le sale, e vengo rapito da mummie, statue, gioielli, armi, pannelli esplicativi, bassorilievi, steledirosetta, eccetera. Giungo casualmente ad una sala dedicata alla storia delle monete e delle banconote. Vago tra le bacheche quando, d’un tratto, qualcosa di familiare richiama la mia attenzione. “Quella faccia la conosco”, penso. È quella di Bossi, stampata sulle 500000 lire del “conio padano”. La banconota è ben esposta in una teca che raccoglie monete politiche o commemorative. Due righe sotto Bossi, una moneta di Harry Potter. E tutto, quindi, ha un senso.
Sì, ci torno. Dopo esserci stato in agosto. Perché? Perché ne ho voglia, perché allora non ho preso la suina e perché l’unico modo che ho per staccare da qua (e dai mille lavori) è metterci un volo RyanAir di mezzo. Al mio ritorno, grandi novità, che anticipo qua.
Statemi buono, tanto più di cinque giorni non posso permettermeli.
Mai avrei aperto questo blog senza essermi fatto le ossa sul caro vecchio secondavisione.splinder.com. Da oggi la trasmissione di cinema che conduco da nove anni ha un nuovo spazio, grazie al sempre valido Valido: secondavisione.wordpress.com. Andate, visitate, commentate.
Una delle cose che ricordo con più piacere di quando lavoravo per la nota-editrice-di-fumetti è stato contribuire all’uscita di quel capolavoro che è La mia vita disegnata male di Gipi. Ne abbiamo parlato in radio, ne ho parlato con Gipi stesso poche ore dopo che ci aveva mandato la prima versione del volume in redazione.
Ho affrontato quindi la lettura del nuovo lavoro del fumettista con un misto di nostalgia e curiosità nei confronti di questa raccolta intitolata Diario di fiume e altre storie: storie lunghe, brevi e brevissime, raccolte nel tempo. Qualcuna inedita, qualcuna no. Che dire? Che è l’ennesima conferma del talento di narratore, oltre che di fumettista (termine un po’ riduttivo), di Gipi, che rimbalza, oltre che tra i formati e il respiro diverso dei racconti, tra una serie di opposti: è ironico e tragico, disegna e scrive a penna, cancellando le parole e riscrivendole, creando figure tremolanti, come solo lo possono essere nei ricordi che si tenta disperatamente di fissare. Altre volte, invece, i suoi acquerelli sono lirici e quasi panici, certe tavole paiono davvero uscire dalla carta, per farsi acqua, cielo, alberi, strade. E spesso, libero da ogni riserva, come ogni artista dovrebbe essere (e solo il cielo sa quanto poco uso questa parola), Gipi irride se stesso e noi, rivolgendosi direttamente al lettore, mostrando trucchi, o celandoli appena, con un ghigno che conosco bene. Talvolta, infine, mescola tutto: e allora, come uno sbordare del pennello fa finire una tinta liquida sul segno di una penna, o come uno sbuffo di biro macchia un campo di colore, ci si ritrova completamente nelle sue mani a ridere, piangere, incazzarsi.
Non ha senso paragonare Diario di fiume a opere complete e strutturate (pur sembrando improvvisate o quasi) quali S. o LMVDM: ma qua, tra le pagine di questa raccolta, appare (e scompare con una pernacchia) il Gipi più vero. Anzi, i Gipi. Ne parliamo domani alle 1545 a Maps. Con Gipi. Almeno uno.