Francesco Locane

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Corsi e ricorsi

Finalmente parto, me ne vado. Esattamente come nell’estate di quattro anni fa, quando aprii il blog, raggiungo la Corsica. Nel 2003 il viaggio era stato un giro completo dell’isola pernottando in diversi campeggi. Quest’anno io e i miei tre compagni di avventure siamo talmente distrutti che, come le civiltà più evolute, abbiamo optato per l’essere stanziali, abbiamo affittato una casa e non ci muoveremo da Saint Florent. Ma credo che trascorrere otto giorni nel posto che vedete raffigurato in foto non sarà male.

Ho bisogno di ricaricarmi, di rimettermi insieme, di recuperare energie: mi aspetta un nuovo inizio a settembre, un po’ come fu qualcosa di nuovo aprire questo blog, che festeggia il suo compleanno, ancora una volta, in mia assenza.

Statemi buono.

Di |2007-08-10T15:11:00+02:0010 Agosto 2007|Categorie: I Me Mine, There's A Place|Tag: , , |5 Commenti

As a Rose

Qualche anno fa avevo scritto un post su Bologna di domenica, su come i non italiani che ci abitano vedessero davvero quel giorno come una giornata di riposo, durante la quale uscire e stare in giro.
L’estate, fondamentalmente, è un’enorme e lunghissima domenica (sarà per questo che non mi piace?), e in questo periodo mi rendo conto di come i non italiani occupino spazi e tempo, di come si trovino fuori, insieme, di come vivano la strada e la piazza. Dei modi che ormai sono diffusi solo tra gli italiani che vivono nei piccoli paesi.

Ma ultimanente una cosa mi ha colpito più delle altre. Quando vado al lavoro passo sempre vicino ad un enorme supermercato, circondato da un prato, che dà direttamente sulla via Emilia. Non esattamente un luogo ameno. Nonostante ciò, ho visto innumerevoli volte sostare sull’erba, sotto la scarsa ombra degli alberi giovani e piantati da poco, gruppi di pakistani, cingalesi, ucraini, russi, albanesi. Stanno là, si tolgono le scarpe, fanno pausa pranzo con un panino e una birra, chiacchierano o non si dicono nulla. Fanno quello che sempre meno fanno gli italiani in parchi, giardini, cortili, lo fanno in un posto che io non vivrei come un prato, ma come “il prato davanti al supermercato”. Per loro non è così. E in fondo, come contraddirli se mi dicessero Un prato è un prato è un prato è un prato?

Di |2007-08-08T16:46:00+02:008 Agosto 2007|Categorie: I've Just Seen A Face|Tag: , , , , |4 Commenti

Love (Hate Love) Street

In questi giorni di caldo torrido, quando le finestre sono aperte soprattutto di notte, mi accorgo di una peculiarità della strada dove abito. È una piccola traversa, molto vicina a grandi piazze e grandi vie del centro di Bologna, e questo suo essere defilata e allo stesso tempo centrale, la rende una specie di retroscena naturale di ciò che accade sul palcoscenico della città. In particolare per quanto riguarda drammi e commedie romantiche.

Sì, è una via in cui la gente si ama o si odia, senza mezze misure. Capita di vedere quelli che sembrano essere primi baci, altri che sembrano sancire unioni clandestine, altri ancora che preludono ad una serata-che-è-tutto-un-programma. In questo caso si sente poco, si vedono ombre abbracciate e appoggiate ad una colonna, sussurri tra un bacio e un altro. Ma nella mia strada le coppie si lasciano, litigano, urlano contro qualcuno dall’altra parte della cornetta o a pochi passi da loro. La strada è stretta, e anche se sono in casa, le voci rimbalzano e raggiungono tutte le finestre aperte, facendo penetrare in camere e salotti dolore, sarcasmo, spesso pianti e grida. Capita che io e i miei vicini ci affacciamo alle finestre, quando le urla si fanno talmente forti da rendere roche le voci e da bruciare le gole. Tuttavia spesso non vediamo da dove vengono, queste grida, nascoste dai portici, e aspettiamo, con apprensione e tenerezza, che vengano soffocate da un bacio riappacificatore e che tutto torni quieto, dopo qualche bisbiglio.

Di |2007-07-30T19:24:00+02:0030 Luglio 2007|Categorie: I Me Mine, I've Just Seen A Face|Tag: , , , , , , |5 Commenti

Parole di diamante

Ho incontrato le parole di Olivier Adam per caso, l’anno scorso, quando ho letto la sua prima raccolta di racconti apparsa in Italia, Passare l’inverno: era da molto tempo che non leggevo dei racconti così gelidi, freddi e perfetti, e ho iniziato a consigliare e regalare quella raccolta a tutti. I racconti di Adam erano per me paragonabili a quelli di Carver, ma non semplicemente come accostamento, ma dal punto di vista qualitativo. Un uso delle parole puntuale, le frasi che finivano sempre al punto giusto, un equilibrio della narrazione magistrale. Per questo ho sempre associato la scrittura di Adam all’arte prodigiosa del racconto, un genere che amo moltissimo, ma che, ahimè, pare che in questo paese sia – come il cortometraggio nel cinema – semplicemente una prova necessaria per giungere all’Opera Lunga (romanzo o film).

Sono rimasto sorpreso, quindi, quando ho iniziato a leggere Scogliera, uscito qualche mese fa: un romanzo, uno dei tre che Adam ha scritto. Ma la sorpresa si è esaurita nel momento in cui ho cominciato la lettura. Eccole, le parole di Adam, ecco il suo modo unico di raccontare e rappresentare la tristezza e il dolore, sentimenti abusati in ogni modo e con ogni mezzo, ma che con la scrittura dell’autore francese assumo nuova forma, quella gelida, perfetta, preziosa e naturale del diamante. Percorrendo nelle pagine del libro la vita del protagonista non si viene mai colti dal sospetto che Adam voglia catturarci con qualche trucco: tutto è assolutamente sincero, spontaneo, francese e allo stesso tempo universale, esattamente come, leggendo Carver, ci sembra che i luoghi e le persone che descrive, così distanti culturalmente e geograficamente, facciano in realtà sempre parte della nostra vita. Noi, lettori e protagonista del romanzo, ci immergiamo nella memoria, nel passato, per provare a ritrovarci, ben sapendo che alcune cose sono e saranno perse per sempre.

Ciò che si cancella dal nostro cervello si cancella anche dal nostro corpo, dal nostro sangue, dalla nostra vita, non lascia alcuna traccia, alcun segno, se non quello di un vuoto assoluto, freddo e vertiginoso
(Olivier Adam, Scogliera, minimum fax, Roma, 2007, p. 164 – traduzione di Maurizia Balmelli)

Così intensi e così italiani

Sono tagliato fuori dalle conversazioni dei giovani per due motivi fondamentali: il primo è che non sono aggiornato sulla scena indie, il secondo è che non sono appassionato di alcuna serie televisiva. Non ho mai visto una puntata di Alias, né di Heroes, non ho mai visto My Name is Earl, né Prison Break. Prometto di rimediare al più presto, e di vincere la mia paura di diventare dipendente al punto tale di farmi tutta la prima serie di Lost in due giorni, ma per il momento sono contento di essere incappato, grazie alla cara Bì (che nel caso leggesse, saluto), in Boris, una serie italiana di cui la prima stagione è appena passata su Fox.
Lo so, anche questa volta (e non è un caso) arrivo dopo la puzza, ma sono rimasto davvero piacevolmente colpito da questa serie. Ambientata sul set di una fiction tremenda, Gli occhi del cuore 2, gioca ovviamente molto con metatestualità varie, ma, soprattutto, è scritta e recitata bene. Più che della serie, Boris adotta il modello della sitcom: puntate di una ventina di minuti l’una, con un filone di trama centrale per ciascuna, sul quale si innestano trame secondarie, alcune delle quali vengono riprese in altri episodi. Nonostante questo schema piuttosto banale, però, i contenuti sono divertenti e intelligenti. Si tratta di intrattenimento, quindi non aspettatevi discorsi alti e tematiche profonde, ma ci sono diversi momenti spassosi, con ottime battute, in cui leggerezza e rapidità non rimandano a stili videoclippari, ma ad un aggiornamento di parte della tradizione della commedia all’italiana, e ad un continuo rimando al politicamente scorretto che, pure nel 2007, è cosa rara in TV.
Esagero? Guardatelo e ditemi che ne pensate. Come, se la stagione è appena finita? Ingegnatevi, su.

La sigla di testa di Boris firmata da Elio e le storie tese.

 [youtube http://www.youtube.com/watch?v=65vj-dCqLq8]

Strangers in a strange land

Affrontiamo oggi un argomento scottante, ma che in questo periodo di saldi è quanto mai di attualità. Sto parlando dell’accompagnare una donna a fare shopping. Il contesto è uno di quelli in cui le parificazioni tra i sessi non contano nulla: in un negozio di abbigliamento femminile (che venda scarpe, intimo o burqa) l’uomo e la donna stanno su due piani radicalmente e indissolubilmente differenti. Alla donna interessa quello che sta facendo, all’uomo no.

Nei negozi di intimo si possono creare situazioni spiacevoli, che non accadono, per dire, nelle corsie riservate all’intimo di un grande magazzino. Caratteristiche del negozio di biancheria intima sono la sua peculiare dimensione, visto che di solito è grande come uno sgabuzzino, e il fatto che – incredibile – la maggior parte della clientela è di sesso femminile ed è lì per comprare biancheria intima. Fino a che l’uomo sta vicino alla donna può consigliarla, con estrema malizia, facendo battute sconce, cercando di non indicare reggiseni sovradimensionati rispetto al petto della partner. Ma soprattutto gli uomini possono perdersi negli sguardi delle modelle delle gigantografie, modelle che di solito vestono sì e no con 12 grammi di acrilico in tutto. Se si guarda intorno, l’uomo inevitabilmente verrà accusato di fare confronti con altre donne presenti nel negozio. Il che, beninteso, è assolutamente vero: d’altro canto, in un contesto del genere, è difficile non fantasticare su sconosciute in biancheria intima. Basta spostare i reggiseni dalle loro mani che soppesano elastici e controllano coppe, alla loro naturale posizione, ben visibile, peraltro, in questa stagione.
Il dramma avviene quando la donna, contenta delle sue scelte, va a provare la biancheria. L’uomo, in quel momento, è solo, e sbaglia comunque, qualsiasi cosa faccia. Se rimane immobile, ecco che tutte pensano che sia un feticista del pizzo. Se si guarda intorno, palpando la merce, questo pensiero si fa certezza. Non può neanche cercare complicità negli altri uomini, a differenza di quanto accade in altri negozi. Se accompagnati, gli altri uomini saranno presi da una giustificata gelosia, visto che l’uomo in questione, come loro stessi hanno fatto, starà fantasticando sulle donne presenti nel negozio vestite solo di autoreggenti e baby doll. Se soli, potranno scambiare lo sguardo-da-richiesta-d’aiuto come una perversa forma di rimorchio omosessuale decontestualizzato. Disperato, l’uomo tenta di avvicinarsi ai camerini, per sollecitare la donna a muoversi, ma non appena si avvicina alle cabine, viene cacciato di malomodo nel negozio, ponendo fine ai suoi problemi.

Nei negozi di abbigliamento la situazione è meno drammatica. Sono più grandi, è più facile passare inosservati, e soprattutto si viene a ricreare quella ancestrale forma di solidarietà maschile che anni di progressismo hanno tentato di cancellare, senza risultati. Come in uno spogliatoio, in un bar o in una trincea, nei negozi di abbigliamento femminile gli uomini fanno subito amicizia. Seguendo istinti di sopravvivenza si attaccano l’uno all’altro, trovano sicurezza in individui simili a loro che seguono passo passo donne che li usano come attaccapanni, e li riempiono di borse, sciarpine, foulard, gonne e camicette. Nei negozi di abbigliamento si sentono cori maschili che intonano parole come “Ti sta benissimo”, con voce priva di tremori, perché sanno che un’incertezza nel giudizio richiesto può costare cara. Nelle corsie ricolme di top, uomini di tutte le età si guardano e si dicono silenziosamente “E che dobbiamo fare”, guardano furtivamente l’orologio, si muovono come le oche di Lorenz dietro a donne in vena d’acquisti senza fare domande, senza fiatare, sopprimendo ogni dissenso, zitti e mosca.

Gli uomini che accompagnano le donne nei negozi di abbigliamento, umiliati, ridotti a reggiabiti e a dispensatori di complimenti, soffrono. Ma resistono come soldati, spinti da un’unica speranza: che almeno quella sera, poi, si riesca a trombare.

Daydreaming

I concerti dei Sonic Youth sono una delle poche certezze della mia vita: come i film di Woody Allen, i Peanuts, il rapporto qualità prezzo della birra Moretti. Tanto per mischiare cose diverse.
Li ho visti per la prima volta nel 1998, e poi in tante altre occasioni, e sono sempre stati grandiosi. La data di ieri a Ferrara è stata qualcosa in più, però. Sentire Daydream Nation suonato tutto insieme, dall’inizio alla fine, è stato entusiasmante. E ancora mi meraviglia il fatto che le canzoni dei Sonic Youth, ruvide, difficili e respingenti all’apparenza siano stampate nella mia testa. Si agganciano ai neuroni perché sono, alla base, pop (rock), base su cui poi ci stanno tutte le influenze no-wave, jazz e sperimentali che la band ha costruito in venticinque anni e passa di carriera.
E tutto questo si nota ancora di più in un disco fondamentale come Daydream Nation, in cui la tempesta elettrica di “Eric’s Trip” si mischia con il refrain pop di “Silver Rocket”, e viene da canticchiare ogni pezzo, e si smette di battere il tempo col piede solo nelle code di feedback di ogni pezzo, per poi riprendere a tempo con Steve Shelley.
Ma dicevo, la serata di ieri: tutto Daydream Nation, e poi dei bis, in cui Kim Gordon ha lasciato il basso a… Mark Ibold, il bassista dei Pavement. E Kim Gordon ha ballato, roteato su se stessa e percorso il palco in lungo e in largo come non l’avevo mai vista fare. E ho capito, ancora una volta, il segreto di questi 50enni e passa: amano davvero la musica e si divertono a farla, prima di ogni altra cosa.

Insomma, Sonic Youth: di nome e di fatto, ancora una volta. Che meraviglia.

Sonic Youth performing Daydream Nation – Piazza Castello, Ferrara, 06.07.07. Setlist:
Daydream Nation – Reena – Incinerate – Jams Run Free – Or – What a Waste

I'm in Haven

Non avevo mai letto niente di Daniel Clowes, ma a New York ho comprato senza batter ciglio Ghost World, da cui è stato tratto un buon film nel 2001. Mi è arrivato dalla Coconino, un po’ di tempo fa, il nuovo graphic novel di Clowes, Ice Haven. Si tratta di un oggetto particolarissimo: in ventinove storie brevi, ognuna scritta e disegnata con uno stile diverso (dal classico tratto anni ’30, alla strip modello Peanuts, dall’ipercolorato stile anni ’50 alle tendenze in bicromia più recenti), che ci portano nell’universo di Ice Haven, una piccola cittadina americana, e dei suoi abitanti.

Il ritmo di Clowes è perfetto, la narrazione non concede nulla alla soluzione facile, al colpo di scena, ma neanche all’eccesso di pathos. Tutto è brillantemente dosato, le singole storie sono perfettamente chiuse e allo stesso tempo portano avanti il racconto generale in maniera funzionale: il senso di comunità di Ice Haven fa sì che ogni singolo abitante della cittadina (ogni singola storia) sia organico rispetto alla vita della cittadina stessa (il graphic novel nel suo complesso).

Ma molto del gioco dell’autore sta nei registri, negli stili ripresi, che fanno sì che Ice Haven sia una specie di summa dei modi di raccontare americani, usati peraltro per descrivere e narrare una storia (o diverse storie) profondamente legate alla quotidianità statunitense. Compaiono quindi gli aspetti più tristi e nascosti della provincia, i minimarket gestiti dai coreani, le piccole riviste letterarie che nessuno compra, il caso di cronaca nera che compatta una città altrimenti disgregata (e di nuovo, come sopra, c’è un parallelo, visto che la vicenda del rapimento del bimbo è uno dei pochissimi eventi che lega diverse storie tra loro).

Un grandissimo libro, insomma. E magari, adesso, qualcuno di voi andrà in libreria per vederlo. Leggerà le prime pagine e, dopo tutto questo parlare di americanismi di qua e di là, scoprirà delle citazioni tanto involontarie (probabilmente) quanto precise di Amarcord. Anche lì un narratore ci introduceva in una città (di nuovo la città delle memorie dell’infanzia) e veniva tremendamente sbeffeggiato.
Adesso, davvero, correte a comprarlo.

Cinematografo musicale

Non è la prima volta che mi capita di vedere un film muto musicato dal vivo: l’attività della Cineteca di Bologna è ed è stata molto ricca da questo punto di vista. Ma il primo film concerto di Chapliniana di ieri, al Teatro Comunale, è stato davvero particolare. Non tanto per la qualità delle proiezioni: il restauro delle pellicole nel Progetto Chaplin è straordinario, e il bianco e nero di A Dog’s Life, Shoulder Arms e The Pilgrim era splendente come se i film fossero appena stati girati. E neanche per la qualità dell’orchestra del Comunale. Nonostante la bravura del direttore Timothy Brock, un uomo che potrebbe tranquillamente stare in un film di Chaplin, l’esecuzione non è stata perfetta (e lo scrivo con enorme rammarico).

No, la serata è stata particolare per il pubblico in sala. Persone eleganti e vestite sportive, giovani e vecchi, uomini e donne, che ridevano a crepapelle, con risucchi, singulti, singhiozzi e borbottii, senza il minimo pudore, come se le comiche fossero state lì solo per loro. E soprattutto i bambini: ne ho visti due in particolare, due bambine che sono entrate nel teatro e da come si guardavano intorno era evidente che fosse la prima volta. Ho pensato alla fortuna che avevano, di entrare per la prima volta in un teatro per vedere tre mediometraggi di Chaplin musicati dal vivo da un’orchestra sinfonica. Queste bambine hanno avuto un saggio di cos’era il cinema, e io l’ho capito dai loro occhi, enormi e curiosi, e dal loro sguardo sognante, che avrebbe commosso per primo Charlot.

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