Francesco Locane

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Cookies 2

Continuiamo la disamina sui biscotti. Non mi sono accontentato delle Macine 2.0: in un impeto di consumismo ho comprato anche i Krumiri. Io detestavo i Krumiri, da piccolo: secondo me sapevano di polvere. Però li mangiavano in tanti, e avevano un aspetto inequivocabilmente sano. Quindi, alle soglie dei trent’anni (oh, una soglia lunga due anni, sia chiaro), mi sono detto: “E’ ora di comprare i Krumiri”. Le parole “nuovo” e “al cioccolato” sulla confezione hanno spazzato via ogni briciola di dubbio residuo.
Il punto focale dei nuovi Krumiri è proprio la confezione. Sentite cosa c’è scritto dietro, sulla quarta di copertina, per intenderci.

I Krumiri della Colazione sono Krumiri diversi, più grandi e più leggeri.

E una voce dentro di me diceva: “Ehi, scordati quel sapore di polvere, time goes by, inzuppalo ancora, Sam.” (Ho delle voci così, io, dentro.)

Biscotti che Bistefani ha creato pensando ad un connubio tra la forma caratteristica dei Krumiri Classici di Pasticceria e una ricetta più leggera adatta ad un consumo quotidiano.

Secondo me la Bistefani ha avuto problemi legali dovuti ad overdosi di Krumiri Classici: i termini sono gli stessi del rapporto sulle droghe dell’OMS, se ci fate caso. Ma adesso c’è la parte più sfacciatamente interlocutoria.

Avete notato che i Krumiri della Colazione sono uno diverso dall’altro?

Ma certo: appena aperta la confezione li ho messi tutti uno accanto all’altro sul tavolo, e mi sono reso conto che, come i fiocchi di neve, non ce ne sono due uguali. Poi li ho rimessi dentro. Ma dimmi, sacchetto, come mai?

Merito della trafilatura al bronzo, culmine di un processo produttivo “gentile”, che diversamente da una produzione industriale a stampo, rispetta l’impasto originale, lasciando che il biscotto prenda la sua forma naturale.

Praticamente il metodo steineriano applicato ai biscotti. Ogni singolo Krumiro viene reso cosciente di sè: quando si apre la confezione sono i biscotti stessi che si propongono per essere mangiati, consci della loro molle fine. Ehi, un attimo: ma l’inzuppo?

La ruvidità della superficie e la struttura porosa, (virgola, tra soggetto e verbo) fanno sì che i Krumiri della Colazione superino brillantemente la prova inzuppatura: assorbono la giusta quantità di latte senza sfaldarsi per un connubio unico di sapori.

Qui non si cazzeggia, ragazzi: la prova inzuppatura è una cosa seria, elaborata da fior di scienziati. E il Krumiro vince, assorbe senza schiattare sul fondo della tazza, regala connubi. Evviva!

La confezione è chiusa, in fondo, da un buono sconto di un euro “sul riacquisto di una confezione a scelta”. E io, secondo voi, cosa farò? Non vedo l’ora di finire questo pacco per acquistarne un altro, e riacquistare, e riacquistare perché senza trafilatura al bronzo io non so più stare.

Una ferale fiera in giorno feriale

Venerdì scorso sono stato per la prima volta in vita mia ad una fiera, per lavoro. Non avevo da presidiare uno stand, ma, fondamentalmente, dovevo fare interviste, prendere contatti, fare cose, vedere gente, eccetera eccetera.
Non ero mai stato proprio al quartiere fieristico di Bologna: no, mai stato al Motorshow in vita mia, di solito quando c’è emigro dalla città, visto che il rapporto tra me e i motori è di reciproca indifferenza. La fiera in questione era la diciottesima edizione del Sana, il Salone del Naturale.
Ora, si sono buttati tutti sul naturale, sul biologico, sull’ecocompatibile: infatti tra gli espositori c’era qualsiasi cosa, dal salumiere Rosario Mangione (sic), alla Galbusera, all’azienda bio di Marco Columbro (sigh), al Ministero dell’Ambiente. Tutti hanno una linea bio. Probabilmente anche l’Esso, ma non l’ho vista.
Insomma, mi aggiravo annoiato tra gli stand, senza la benché minima tentazione di assaggiare del formaggio di capra ecologico (immagino, quindi, proveniente da una capra vera) o del pane biologico certificato, quando, ad un certo punto, mi si è parata una hostess davanti.
“Vuole provare il nostro olio?”, mi ha chiesto. Non mi ha poi dato una fetta di pane, ma si è messa del liquido su una mano e ha iniziato a massaggiarmi il collo, dicendo, poi, “Scusi se la tocco”. Io avrei voluto dire “prego, tocchi pure”, invece mi è venuto fuori una specie di gorgoglio misto a fusa. Mentre la ragazza mi spalmava di olio di menta, mi elencava le proprietà benefiche del prodotto in questione. Ho appreso quindi che, spalmato, fa bene per dolori reumatici, cervicale, distorsioni, strappi, bronchite, sinusite, vertigini, e ha notevoli capacità di permettere il ritorno dalla morte. Ma, attenzione, se messe due gocce di olio su un po’ di zucchero e ingoiate, ecco che la digestione va che è una meraviglia, il mal di gola passa, e ne acquista beneficio anche la voce. Dulcis in fundo, due gocce in una pentola d’acqua bollente profumano l’ambiente che è una meraviglia.
La ragazza ha smesso di massaggiarmi e mi ha chiesto: “Allora, le interessa?”. Io sono scappato facendo “no” con la testa. Ero terrorizzato che mi dicesse che l’olio andava bene anche per le emorroidi. E me lo dimostrasse.

Approfitto di questo spazio e ringrazio il mio produttore, perché mi sono portato a casa ben due nominazioni di Macchianera: una per il miglior blog cinematografico (SecondaVisione) e una per questo blogghetto qua, nella categoria “Miglior blog personale”. E poi, se vogliamo dirla tutta, ci sarebbe anche la nominazione per Ciccsoft nella categoria “Blog collettivo”. Che tripudio. Votatemi, ché poi si va a cena insieme, eh.

Cookies

Alla questione tecnologica ero abituato. Una volta che hai comprato un computer, un lettore mp3, una macchina fotografica digitale, ma anche una semplice penna usb, elimina subito i cataloghi della grande distribuzione che arrivano a casa, non sfogliarli neanche, non ti curar di loro, non guardar neanche, passa. Immagino che lo stesso valga per macchine, moto, motorini, lavatrici.

Ma adesso vale anche per i biscotti.
Ho comprato un enorme pacco di Macine del Mulino Bianco, perché erano in offerta. Non mi sono reso conto che, sul pacco, c’era scritto qualcosa come “Nuove, perfette da inzuppare.” Perché, quelle prima che erano? Cos’avevano che non andava? Avrò inzuppato nel latte centinaia di Macine 1.0. Ero irrimediabilmente indietro, out, fuori dall’hype del latte?
E immediatamente mi vengono in mente quelle pagine di quotidiano affittate talvolta da case produttrici di elettrodomestici, dove c’è scritto qualcosa come: “Attenzione. I modelli sottoelencati di Affettatrici Laser Bantex hanno un difetto di fabbricazione, per cui possono amputarvi un braccio in un nonnulla.”
Cosa mi sarebbe potuto accadere con una vecchia Macina? Si sarebbe potuta irrimediabilmente liquefare nel bicchiere di latte, rendendo inutile il suo recupero, se non per via orale, suggendo la pappetta formatasi? Oppure mi sarebbe esplosa in gola come una mina antiuomo portandomi all’immediato soffocamento?

Devo stare attento anche ai biscotti, adesso. Ma soprattutto non posso portarmi da sfogliare al cesso neanche le pubblicità dei supermercati.

Gianni e le storie tese

Ieri c’è stata la mezza maratona di Bologna. Incredibile, sportivo come sono, che me la sia persa, ma ormai è inutile piangere sull’acido lattico (versato). Piuttosto, il giorno prima si è svolta una grande kermesse (non vedevo l’ora di scrivere questa parola sul blog) in attesa della competizione. Su un palco in piazza Maggiore si sono esibiti vari artisti, e anche gli Zero Assoluto.
Ma il clou della serata, presentata da un Linus che secondo me non vedeva l’ora di andarsene a correre il giorno dopo, è stata la presenza di Gianni Morandi, che tornava a suonare davanti a San Petronio dopo anni, insieme ad altri, tra cui la nostra blogger, nonché cantante, Syria. Ma soprattutto insieme agli Elio e le storie tese.
Me ne vado quindi in piazza pensando tra me e me che, da anni, vedo il simpatico complessino almeno una volta l’anno, e che avrò la fortuna di sentire “Fossi figo” cantata dal buon Gianni insieme agli Elii.
E invece la sorpresa non sono stati questi, ma proprio Gianni. Mai stato un fan di Morandi: va bene, da piccolo ho cantato anche io “Sei forte papà”, e forse anche “Fatti mandare dalla mamma”, ma insomma, non ho un suo disco uno.
Quando ho visto, quindi, che il concerto stava diventando – appunto – Gianni e le storie tese, con una serie di pezzi a me sconosciuti dell’artista bolognese, omonimo di quello delle nature morte, arrangiati con la band, mi sono detto “e vabbè”. Solo che Morandi ci crede davvero. Lui, in fondo, è quello su mille che ce l’ha fatta, ma è come se fosse ancora in salita. Salta, fa le faccette, gode, strilla, cioè, gli piace proprio cantare, e vuole davvero dare di più. Una rivelazione.
Ma il meglio è successo quando Morandi è letteralmente impazzito. Ha preso la chitarra e ha iniziato la serie dei suoi grandi successi: due parole alla band, tipo: “È in do maggiore”, o “Qui fammi un assolo”, e via: “In ginocchio da te”, “Non son degno di te”, “Se puoi uscire una domenica sola con me”, eccetera. Delle storie tese, ovviamente, il più in palla è stato Rocco Tanica, che credo sia veramente un mostro assoluto, in grado di suonare tutto e subito. Faso e Cesareo un po’ in difficoltà, ma quello veramente in palla – si fa per dire – era Christian Meyer, il batterista. Essendo egli svizzero, “fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” era al massimo la frase per fare sì che lui e la sua fidanzatina si imboscassero tra le Alpi e i verdi pascoli, tra i monti che sorridono e le caprette che fanno ciao.
Come fare, quindi? Semplice: appena iniziava un pezzo, Elio, vicino al batterista, gli mimava il ritmo. Tempo due battute e lo svizzero andava. Uno spettacolo.
Lo so, lo so. Che razza di giovane sono, che vi parlo del concerto di Morandi e non di quello dei TV on the Radio di ieri? Ma di quello hanno già parlato in tanti, e benissimo. Io, invece, mi sono sorpreso ad emozionarmi mentre le migliaia di persone in piazza Maggiore cantavano all’unisono “C’era un ragazzo”.
Ma “Sei forte papà” non l’han fatta, per la cronaca.

Cartoline dalla Sardegna

Io non mando più cartoline, a nessuno. Le cartoline mi fanno tristezza. Mandavo, un tempo, quelle bruttissime, ad un’amica, ma sono poco costante. Ma la forma-cartolina mi affascina. Quindi, beccatevi queste. E non lamentatevi, poteva andarvi peggio con le diapositive, ingrati.

Lunedì 21 agosto 2006
Il primo pasto sardo è una pizza, tremenda. Fuori dal ristorante c’era scritto “forno a legna”, ma secondo me c’era un forno tipo quei caminetti inglesi, con la legna di plastica, con sotto una lampadina rossa, con effetto riverbero. Il cameriere, alla fine, non ha detto – come si usa – “tutto a posto?”, altrimenti gli avrei detto, semplicemente, “no”. Peccato.
Baci a tutti.

Martedì 22 agosto 2006
La casa che A. mi ha regalato per questi giorni a Santa Teresa di Gallura è splendida: ci sono i vetri colorati, il giardino interno. Ma soprattutto è pieno di fermaporte. Il vento è tremendo. Ancora una volta ho dei rimpianti a non essermi iscritto a “discipline dell’acqua” all’Università di Malibu Beach. Salutate la zia.

Mercoledì 23 agosto 2006
La spiaggia di Santa Teresa si chiama Rena Bianca, ed è uno splendido carnaio. Per contratto, quando posizioni il telo, devi essere circondato da persone di Forza Italia. Ma mi dicono che nella vicina Costa Smeralda sia peggio. In spiaggia ti offrono delle riduzioni per entrare allo Smaila’s: solo quaranta euro. Mi chiedo quanto sia il prezzo pieno.
Dite alla zia che Briatore ancora non si è visto. Al massimo, glielo saluto.

Giovedì 24 agosto 2006
Nella casa dai vetri colorati ieri è entrato un uccellino, spaventato da un gatto. Ho avuto una mezza crisi di panico, ma mi sono riscattato subito depositando nel cassonetto il cadavere di un topo, abbastanza grosso, con il quale il gatto ha giocato per un po’. Il gatto è diventato il mio mito: si chiama “Palle”, perché A. credeva che fosse una femmina, e poi l’ha girato.
Saluti.
P.S. Non fate leggere questa cartolina alla zia, ché secondo me si scandalizza per questa cosa delle palle.

Venerdì 25 agosto
I sardi sono ospitali, come da leggenda: quando vai nei negozi di alimentari ti fanno assaggiare tutto. Mi sono innamorato di una salsiccia al mirto. Lei mi provoca e io me la magno. Ieri ho comprato del pecorino al mercato: sono nel mezzo di un mènage a trois. Perverso e gustoso, come piace a me.
Baci.
P.S. Come sopra: la zia non capirebbe.

Sabato 26 agosto
Il mare è mosso, quindi le escursioni all’arcipelago della Maddalena sono sospese. Rimane quindi Rena Bianca, sulla quale ostento numeri di “Cronaca Vera”, una mia imprescindibile lettura estiva. I forzitalioti fanno finta di niente, ma li vedo leggere i titoli della prima e della quarta di copertina con interesse. Che mi sia ormai mimetizzato?
Cribbio!

Domenica 27 agosto
Ho lasciato per un pomeriggio Santa Teresa, e sono andato in un posto chiamato Valle della Luna. Meraviglioso, e occupato da freakkettoni e punkabbestia, che hanno infilato le loro tende ovunque. Una ragazza si è fatta un bidè tra due rocce, noncurante della mia presenza. Almeno credo.
Sto pensando di scrivere delle cartoline separate per la zia, dite che si offende?
Abbracci.

Lunedì 28 agosto
La vacanza sta finendo, accidenti, un anno se ne va. Ma ho risentito, dopo tanto tempo, “Curre curre guagliò”, diffusa da un baracchino in un posto che si chiama “Valle dell’Erica”. Meraviglioso anch’esso. Quasi quasi lo rilevo e mi sistemo qua. Zia, mi finanzi?
Carissimi abbracci, zia ti penso sempre, il tuo nipote preferito.

Martedì 29 agosto
Sono tornato a casa, dopo un volo un po’ turbolento: a causa del vento rischiavamo di dover atterrare a Bologna, invece che a Firenze. Già mi immaginavo, unico tra i passeggeri, a urlare “Mitico” come Homer Simpson, per il cambio di rotta. Invece il prode capitano ce l’ha fatta, e i passeggeri hanno applaudito, come da copione. Dai discorsi che ho sentito non appena si sono aperte le porte, ho capito che il nostro non è solo un popolo di santi, poeti, navigatori e commissari tecnici: siamo anche dei provetti piloti, che parlano di flap e altitudini come niente. Ciò mi rassicura in caso di prossimi eventuali malori dei comandanti: un paio di ore al giorno a giocare a Flight Simulator e passa la paura.
Baci.

Agosto(s)

Sono passati, dunque, tre anni, da quell’agosto fatto di Bacardi Breezer, caldo e zanzare tigre. Se ci penso adesso, al momento in cui ho aperto il blog, non ricordo nulla, o quasi, a parte quello che c’è scritto in queste pagine. È un bene? È un male? È un così così? Non lo so.

Sono passati, dunque, due anni, da quell’agosto di ansia e dolore, che si è concluso con una telefonata nella notte e i miei occhi che vagavano da un sito internet all’altro, ché tanto parevano sempre gli stessi: cambiava solo la grandezza del titolo e la foto scelta per annunciare la morte di Enzo Baldoni.

È passato un anno dall’ultimo agosto, e mi sembrano quattro anni, o quattrocento. Le pareti intorno a me sono mie, per la prima volta, e diverse, bianche come non lo sono mai state (e leggeteci pure, voi che potete, sapete, volete, tutte le simbologie che vi pare: probabilmente saranno tutte valide). Di quel che c’è dentro di me è impossibile parlare qua: quando mi capita di farlo, devo accoccolarmi  sul divano, e fare come quando, nella casa dei miei, rimettevo a posto la libreria della mia stanza. Buttavo tutto per terra, per poi rimettere tutto a posto, lentamente, magari nello stesso ordine di prima, ma trovando sempre qualcosa di cui mi ero dimenticato l’esistenza, e buttando qualcos’altro.

Quest’anno vado in vacanza il 21 agosto. Anche questo, credo, è significativo. Farò che il mio settembre (mese di cominciamenti da sempre) inizi da lunedì prossimo, con un trucco tanto semplice quanto spudoratamente esplicito. Rilasserò il corpo e la mente, farò sguazzare nel mar di Sardegna le mie braccia, le mie gambe, e le mie parole. Tornerò qui alla fine del mese, con i capelli bagnati e, speriamo, un ritmo placido del respiro.

P.S. Un’ultima cosa: grazie a tutti voi, che leggete da tre anni queste pagine. In fondo queste parole esistono anche perché centinaia di migliaia di paia d’occhi (senza offesa per eventuali lettori ipovedenti, che giustamente si lamenteranno del carattere extrasmall di questo post scriptum) si sono posati su di esse. Grazie, quindi. E a tra un po’.

Di |2006-08-18T17:44:00+02:0018 Agosto 2006|Categorie: I Me Mine|Tag: , , |13 Commenti

I padri del rock

Aspettavo la serata di ieri da un paio di settimane. Dopo la passeggiata, infatti, mi ero dato appuntamento con E. per andare insieme al Boca Barranca di Marina Romea dove ci sarebbe stato il concerto di John Parish. Ma, oltre al concerto, E. mi diceva da mesi che voleva assolutamente farmi conoscere anche “Marta, Jean-Marc e Giorgia”, di cui mi parlava come fossero amici suoi. Io non sapevo chi fossero, e di Parish conoscevo solo il lavoro come produttore, toh, avevo sentito molto Dance Hall at Louse Point, quando era uscito, ma poi basta. Degli altri, sapevo solo che suonavano con lui. Mi immaginavo, quindi, una cena di pesce con E. e poi, al massimo, una birretta “con” gli altri, della serie io guardo e ascolto e sorseggio una media e basta.

Parish, appena ha visto E., l’ha abbracciata, poi si è presentato a me, e, così, abbiamo iniziato a parlare. Immediatamente siamo stati invitati a cena con loro, e quindi io mi sono trovato a cena di fianco a John Parish, a parlare di lavoro, del tempo, di musica, mentre le sue splendide bambine (una, in particolare, è davvero la bambina più bella che abbia mai visto, un incrocio perfetto di Tori Amos e Bryce Dallas Howard) mangiavano fritto misto e facevano disegni.
Durante la cena ho conosciuto gli altri membri del gruppo, il fonico, il chitarrista dei MiceVice. E. continuava a presentarmi a tutti, fino a che io, in preda alla frenesia, mi sono presentato allo scampo che troneggiava sulla mia pasta allo scoglio, e poi l’ho mangiato.
Tutti erano un po’ preoccupati di dover suonare (visto il tempo pessimo) all’interno del locale: insomma, suonare in una pizzeria mentre la gente mangia mi faceva venire in mente la scena de “I Blues Brothers”, quando si trovano ad esibirsi nel locale western al posto dei Good Ole Boys. Mi immaginavo lanci di rucola e olive. Oltre che di birra. E senza rete di protezione.

E invece il concerto è stato magnifico, la gente ha smesso di mangiare e ha seguito tutta l’esibizione, lottando (come il gruppo e noi altri) contro il caldo e il forte odore di grigliata di pesce, cose che, capirete, un po’ distraggono. Nessuna scena da “Taverna di Boe”, insomma, a parte una. Avete presente quando nel film, dopo l’inizio difficile, i Blues Brothers intonano “Stand by your man” e tutti si commuovono? Beh, ad un certo punto la piccola bimba Parish è salita sul palco: immaginatevi un esserino con i capelli rossi alto meno di un metro, con il pollice di ordinanza in bocca, la maglietta con la copertina di “Led Zeppelin II”, che ondeggia, un po’ stanca, al ritmo delle canzoni del padre, accanto a lui. Beh, si sono commosse anche le orate nei vassoi.

Poi è arrivato anche Howe Gelb e famiglia e i Giant Sand. Forse l’immagine più bella della serata che mi è rimasta impressa è quella di John e Howe, con le loro ultimogenite sulle spalle, che vanno verso il mare, sulla spiaggia buia.

Epilogo 1. E. ed io ci avviciniamo a Marta, per salutarla, e vediamo che parla con una bionda e un altro uomo. Quando se ne vanno, dice a me ed E. “Ma sapete chi è quella? Isobel Campbell”. Dopo un attimo di silenzio, in cui abbiamo pensato “Quella cicciona?!”, abbiamo solo detto “Ma va’?”
Epilogo 2. In macchina, al ritorno, parlando di quello che fanno Giorgia, Marta e Jean-Marc, E. mi dice con nonchalance che Jean-Marc (con cui ho chiacchierato per un po’) è il batterista dei Venus, un gruppo belga pressochè sconosciuto, ma che ha fatto un disco bellissimo 
Welcome to the dance floor. Io ci rimango di sasso, un po’ la insulto perché non me l’ha detto prima, ma lei, sorridendo, mi ha rassicurato che lo rivedrò presto, lui e tutti gli altri. Perché non crederle?

Fulmini, saette, l'anticristo e il meteo regionale

L’avete sentita questa storia dei fulmini? Fulmini a ciel sereno, per la precisione, che io pensavo fosse un detto metaforico, e invece no. Ma del resto ho capito da poco che la buffa espressione che usa mia madre, “porca l’oca”, effettivamente offendeva un pennuto, non una fantomatica señora Loca, una che sicuramente spesso dà di matto.
Tornando ai fulmini, insomma, è successo che un ragazzo in Sardegna stava lì, passeggiava con la sua bella, e ad un certo punto… SBARADRANG, o più probabilmente, ZOT. Una cosa terribile, orrenda, spaventosa. Insomma, pensateci: state passeggiando in riva al mare, state dicendo delle cose carine e romantiche al vostro partner o alla vostra partner. O state parlando di riforme fiscali, o delle meravigliose doti sessuali di Ivana, l’amica ucraina della vostra partner. Insomma, state lì e un secondo non ci siete più. “Che c’entra”, direte voi cinici. “La morte viene, silenziosa come un’alce, dai vivi ci separa con il taglio di una falce”. “Prima ci sei, poi non ci sei più”, direte voi stoici. Dagli epicurei pervengono rumori di rutto e godimento, e speranze che un fulmineacielsereno non gli rovini la festa. E ma cazzo: un-fulmine-a-ciel-sereno (mentre lontano un’oca sbraita in spagnolo). Già, perché io mi immaginavo questo ragazzo sotto la pioggia torrenziale, magari che ne so anche con un enorme picca di ferro in mano, che urlava inneggiando nel temporale a Odino. E invece no: cielo se-re-no. Poi ZOT.
Ieri un altro fulmine ha colpito la chiesa di Trinità dei Monti a Roma, danneggiandola. E prima ancora altri fulmini e altre vittime. Ragazzi, è arrivato l’Anticristo*. C’avevano ragione i produttori del remake di The Omen. E vabbè, godiamocela, che dobbiamo fare? Uniamoci agli epicurei, rei dei rutti di cui sopra.
Comunque un consiglio per evitare i fulmini a ciel sereno c’è. Non andare al mare e in montagna e in luoghi in cui ci sono perturbazioni vicine, dicono gli esperti. Beh, vediamo. Evitare mare e montagna: d’estate, ma vi pare? Con tante belle comode e vuote città… E per le perturbazioni vicine, amen. O uno sta in Liguria e controlla le previsioni della Sardegna (andando veramente al mare con la pioggia, “perché tanto a Sassari c’è una giornata magnifica”) o si rassegna. Tanto si sa: quando c’è una perturbazione, dall’altra parte del mondo ad una farfalla si rompono le ali, e prima di morire esclama: “Che tempo di merda”.

* Che poi pensavo a Cristo e all’Anticristo. Se l’Anticristo arrivasse adesso, non ci sarebbe credo – ma le mie conoscenze teologiche sono scarse – Cristo a fronteggiarlo. E dopo l’Anticristo, che farebbe il diavolo a quattro per un bel po’, ci sarebbe un altro Cristo. E mi immagino queste due figure ruzzolare sui millenni senza mai incontrarsi. Due giocherelloni. Una danza quasi di corteggiamento. In realtà scrivo queste cose blasfeme solo perché Ruini mi commenti sdegnato. O sdentato, se sta leggendo adesso il mio blog, con l’i-Book in grembo e la dentiera nel bicchierone, sul comodino.

Di |2006-07-27T03:18:00+02:0027 Luglio 2006|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , |12 Commenti

Horny and horned

L’altra settimana io ed E. passeggiavamo per via Ugo Bassi, un po’ ubriachi, cercando dell’arietta.
Non l’abbiamo trovata, per la cronaca.

Ci hanno incrociato due ragazzi: lei, bionda, evidentemente americana, un po’ sciatta ma con qualcosa negli occhi che attraeva. Una che, mi hanno detto, si chiama slapper, in gergo. Dal rumore che fa quando sciabatta ubriaca con le infradito di gomma portate con disinvoltura sotto una gonna firmata. Lui, italiano, tipicamente italiano. Che quasi la rincorreva. E che, verso di lei, ha pronunciato la seguente frase, un po’ ansimando: “I don’t wanna be a cornuto”.

Io ed E. ci siamo guardati e abbiamo capito che sì, avevamo sentito proprio quella frase. Intanto la slapper e il suo scondinzolante amante, forse, avevano trovato dell’arietta.

Di |2006-07-25T17:03:00+02:0025 Luglio 2006|Categorie: I've Just Seen A Face|Tag: , , , , |Commenti disabilitati su Horny and horned
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