Francesco Locane

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Ok, il prezzo è giusto

Mi arriva via mail una strana lettera: sembra spam, ma visto che non mi parla di peni e sedicenni vogliose, la apro. Il mittente è una società di consulenza. Le prime righe della mail riassumono il contenuto della newsletter allegata, e sono quasi da proclama: “Difesa preventiva dalla contraffazione cinese”, “Le ragioni dell’Asia e tredici ragioni perché NON investire in Cina” (sic).
Apro il pdf della newsletter, incuriosito.
Si parla, effettivamente, di alcune leggi economiche che sono vigenti in Cina che, si dice, possono danneggiare i nostri imprenditori che vogliano fare affari in quel paese. Ma si tratta di una materia che non conosco, quindi vado avanti fino alle “tredici ragioni”. Si dice che la Cina non è ricca come si crede, e per dimostrarlo, sentite qua:

È altrettanto falso il mito dei venti milioni di cinesi milionari. Dal world wealth report (…) risulta che tutta la Cina conta appena 236.000 milionari in dollari. Se poi andiamo ad analizzare chi sono le persone più facoltose in Cina, troviamo in cima alla classifica (…) soprattutto allevatori di maiali e aziende alimentari. Mancano infatti grandi industrie, blue chips, assicurazioni o banche, che nel nostro sistema economico sono il fondamento dell’economia.

Ma questo è un problema minore. La cosa fondamentale è che i cinesi sono un pericolo per come sono fatti.

La cultura pragmatica cinese si basa sull’inganno come mezzo per ottenere i propri fini, e chiunque tratti con i cinesi credendo e agendo secondo i valori dell’onestà, dell’integrità e della giustizia e un aproccio (sic) da win-win strategy non potrà mai uscire vincitore.

Un miliardo e passa di mariuoli. Mica roba da ridere. Ma anche questo è un problema minore: figuriamoci se, nel mondo dell’imprenditoria, uno non si aspetta rubacchiamenti.
Il problema sono i soldi. Ecco il punto: investire in Cina, ormai, costa troppo: un operaio non specializzato di Shanghai costa all’imprenditore straniero ben 268 euro al mese; un ingegnere ben 391, un quadro addirittura 397 euro al mese. Follie. Anche gli immobili non sono messi bene: pensate che un ufficio a Shanghai costa 26 euro al metro quadro al mese. Cioè, diciamo, un ufficio di duecento metri quadri, un’enormità, costa 520 euro al mese.

Che fare, allora, come direbbe qualcuno?

Facile: basta investire in altri paesi, dove, guarda caso, la Dunia ha i suoi uffici. Ma non per questo motivo, ma perché conviene.
A Jakarta, in Indonesia, la manodopera non specializzata, ci informa la solerte newsletter, costa 50 euro al mese. Un ingegnere 167, un quadro, mortacci sua, vuole addirittura 565 euro al mese. E un ufficio, come quello di Shanghai, costa 340 euro al mese.
Ma, signori miei, se volete spendere un po’ di più, ecco a voi la Thailandia: a Bangkok la manodopera non specializzata costa 161 euro al mese, l’ingegnere ne pretende 408, il quadro (esoso!) 664. Ma gli uffici, e qui sta il vantaggio, costano solo 12 euro per metro quadro al mese.

Trovate tutto qua: poi ne parliamo.

Di |2005-10-05T19:39:00+02:005 Ottobre 2005|Categorie: Please Mr Postman, Taxman|Tag: , , , , , |6 Commenti

Crisi? Quale crisi?

Leggo questo post del pur sempre valido Inkiostro. Alle sue parole vorrei aggiungere che il concorso non è sponsorizzato, che ne so, dalle Cartiere Pigna, dal comune di Baricella o da una ACLI, bensì da MTV, una televisione che, come praticamente tutte le altre, ha sempre mostrato la ricchezza (degli altri) come qualcosa di raggiungibile e quasi tangibile. Il primo premio del prossimo concorso, probabilmente, sarà una pensione di invalidità truccata.

Poi vado al bancomat. Di solito accoppio al viaggio verso il bancomat la giocata al Superenalotto: le possibilità di vincere al gioco, infatti, stanno diventando preoccupantemente uguali a quelle che mi paghino per delle cose fatte o scritte mesi fa. Non so se ve ne siete accorti, ma ormai le schermate di attesa dei bancomat hanno delle pubblicità, che di solito riguardano particolari promozioni o vantaggi offerti dalla banca stessa. Beh, sullo schermo del bancomat dove sono andato un paio di ora fa è comparsa una scritta che diceva, più o meno:

Ricomincia la scuola! Chiedi i prestiti agevolati per i libri di testo!

Ora, ho comprato gli ultimi libri scolastici esattamente dieci anni fa. Oh, mica era una spesa fatta a cuor leggero, ma andare in banca a chiedere i soldi per comprarli, beh, sarebbe stato quanto meno bizzarro. (E lo so che c’è qualcuno tra di voi, cuore candido, che pensa a quanto sono generose le banche ad offrire questa opportunità…)

Torno a casa, controllo l’e-mail. Appena dopo la laurea mi sono iscritto ad un paio di siti che offrono lavori vari, di solito sottopagati, interinali, sodomy-friendly, eccetera. Di solito ci si iscrive a questi servizi compilando una scheda personale, una specie di curriculum, con ciò che si ha fatto e ciò che si vorrebbe fare, quanto meno approssimato ad una serie di campi di interesse.
In una mail mi offrono un posto da portiere condominiale in zona centro, a Roma. Richiesta esperienza precedente, laurea o diploma, età tra i venticinque e i trenta.
Il lavoro è per due settimane.
Non ci credete? Volevo mettere il link, ma mi sono accorto che l’offerta non è più presente sul sito.
E penso che, da qualche parte, a Roma, adesso un giovane portiere sta lì, smista la posta, saluta gli abitanti del palazzo e pensa, come tanti di noi, che così davvero non va più.

In(dig)nazione

La vera impotenza, secondo me, c’è quando non si riesce, metaforicamente, ad arrestare o a controllare la più bastarda delle dimensioni: il tempo. Mi spiego.
Se devo risalire, dal punto di vista temporale, appunto, all’inizio, a quando ho sentito per la prima volta il sentimento misto di schifo e paura che governa spesso la mia vita, mi trovo in difficoltà. Uno a zero per il tempo. Il 1994? Forse. Ma la “scesa in campo” non è abbastanza. Per capire, allora, mi attacco ad un libro che ho appena letto, Teledittatura, opinabile, forse, per alcuni meccanicismi e per uno sguardo troppo immediatamente rivolto a teorizzazioni che si rifanno alla Scuola di Francoforte, ma prezioso per le cronologie che contiene. Se il 1994 segna uno scarto forte tra il prima (gli affari) e il dopo (la vita politica, chiamiamola così), è dall’inizio che il nostro si è appoggiato alla politica, e questa non è una novità, per consolidare i suoi affari. L’hanno fatto in molti, si dirà. Sì, ma lui, ammettiamolo, è stato molto più efficace di altri.
Prendiamo allora il 1976: due anni prima della mia nascita tutto (molto) era già stabilito. Dal “Piano di rinascita democratica”, alle prime campagne elettorali sulla piccola Telemilano, a favore della destra DC e dei socialisti craxiani.
Saltiamo in avanti di vent’anni, cercando di distrarre il nostro avversario, il tempo, con un tunnel, temporale ovviamente. Si credeva che tutto fosse finito. E invece no. Perché, quando si sarebbe dovuto fare qualcosa, non lo si è fatto, mantenendo in vita uno stato di illegalità che c’è ancora adesso.
Immaginate una macchina parcheggiata in un posto dove non dovrebbe stare. Nonostante le multe, la macchina non si sposta. E, ancora più grave, non viene spostata.
Stiamo arrivando a tracciare le linee di parcheggio ad hoc intorno alla macchina. Dove non c’era un parcheggio, adesso c’è.
Le strisce sono praticamente tracciate. Protestare, ormai, è tardi.
Due a zero per il tempo.
Due, come gli anni passati senza satira in televisione: lo ricorda molto bene Gabriele. La satira di cui parla la Guzzanti in Viva Zapatero!. Non stiamo parlando di stragi, omicidi, calunnie. Direi anche di furti, ma ormai… Stiamo parlando di satira, qualcosa che c’è da sempre e ovunque, e in termini ben più pesanti che da noi, anche nella vituperata America (da noi, per esempio, sarebbe possibile fare un “sito civetta” del governo come questo?). Bene: guardiamoci indietro, e vediamo due anni, cento settimane, settecento giorni senza satira. Quei due anni, ormai, sono andati.
Tre a zero.
E quando avevano cancellato Raiot? Tutti in piazza, nei teatri, solidarietà, movimento e movimentismo. Tanta indignazione. “Siamo indignati”, dicevamo. Oh. “E’ indegno che…” Sì, cazzo, siamo indignati! E poi?
Non mi ricordo quando tutto è finito, non mi ricordo perché è finito, perché non si andava più nei teatri, perché non si manifestava più. Sarà stato l’arrivo dell’estate, non ricordo, ma ormai è andata.
Quattro a zero.
Nel frattempo passano le leggi, e ci mancherebbe, no, se uno andasse a discutere il lavoro del Parlamento… Però passano le leggi che ci facevano orrore, per le quali abbiamo fatto marce e girotondi, e che vanno a toccare le basi dell’ordinamento: giustizia, fisco, codice penale. Anzi, molte di queste leggi sono già passate.
Cinque a zero.

“No, non vedo il rischio di una dittatura vera e propria, vedo però il rischio di un regime a libertà fortemente limitata, conforme agli interessi economici, istituzionali e culturali del partito-azienda e dei suoi alleati, con conseguenze reversibili solo con enormi difficoltà e in tempi non brevi (…).” (Paolo Sylos Labini, “Il Cavaliere ineleggibile e il D’Alema smemorato”, in Micromega dicembre 2000)

Sei a zero.

Cappotto.

Alfieri

Mi ero preparato per bene un programmino per la Notte Bianca di quest’anno: mi sarebbe piaciuto andare a sentire Benigni al Campidoglio, ma ne avrei anche potuto fare a meno, a dire il vero. Mi sarebbe piaciuto andare a vedere l’esposizione della testa colossale di Costantino (l’imperatore, non il tronista, e in questa parentesi mi rendo conto di come siamo messi), così come l’antologica di Pazienza.
Non avrei perso per nulla al mondo il concerto di Elio e le storie tese a San Lorenzo. Perché, poi. Ho visto il simpatico gruppetto quasi una decina di volte, quasi sempre gratis, vestito da Zorro, in quattro regioni diverse. Ma è più forte di me: quando sono nei paraggi, non resisto.
Nonostante tutto questo, la pioggia che è caduta continuamente durante la notte bianca mi stava facendo desistere, lo ammetto. Starò invecchiando, starò diventando idrosolubile, non so, insomma, stavo per andarmene, dopo una lunghissima introduzione fatta di finti stornelli romani, dopo la mia solita maledizione-da-concerto, per cui mi ritrovo sempre dei tifosi dell’Andria dietro che urlano e urlacchiano alle mie spalle.
Invece sono rimasto, e ho visto il più bel concerto di EELST della mia breve vita.
Vi basti la scaletta, che ha compreso “A.T.A.T.V.U.M.D.B.” (confesso che ho sperato si materializzasse Giorgia e che, dopo aver cantato, facesse un catartico harakiri), seguita da una bellissima canzone degli Area, “Hommage à Violette Nozières”. E poi “Caro 2000”, durante il quale delle ragazze (giuro) mi hanno offerto del Vov (e non dello Zabov) e “Litfiba tornate insieme”, che è stata fatta in anteprima in un concerto a Bologna qualche anno fa, e che aveva lasciato tutti a bocca aperta. E poi ancora un pezzo che non avevo mai sentito dal vivo, “Nella vecchia azienda agricola”, che mi ha fatto venire in mente la mia cassettina registrata, la prima cosa di Elio che ho sentito, il loro primo disco. “Giocatore mondiale”, hanno fatto anche quella, cari i miei rosiconi. E dopo? “Acido lattico”, rendiamoci conto.
Avevo già deciso di comprare il cd brulè, e mi stavo recando verso il banchetto apposito, quando…
Quando, sotto la pioggia battente, è iniziata “Alfieri”.
A questo punto, miei piccoli lettori, so che vi siete già divisi in due gruppi. Qualcuno di voi si sta continuando a chiedere: “Ma di che cazzo sta parlando, questo?” Ma altri tra voi stanno piangendo e si stanno maledicendo per non essere stati a Roma ieri.
“Alfieri” non è nel cd, non rientra nella registrazione. Sulle prime me la sono presa, ma poi ho pensato che è stato veramente un regalo a quelli che, come me, sono rimasti a prendersi la pioggia.
Adesso qui, nel mio letto d’ospedale, con un respiro che neanche Mimì de La Bohème, ripasso mentalmente il testo della canzone, cantato con sguardo fiero e pieno di gratitudine per l’uomo del Giappone.
(L’ultima frase, ovviamente, è comprensibile solo a quelli che sono riusciti ad arrivare fino a qua, con gli occhi pieni di lacrime).

Update. Mi sono ricordato che, come intermezzo tra “Il vitello dai piedi di balsa” e la reprise, è stata suonata… “Cateto”. Ca-te-to.

+ latte, – cacao (x tutti)

Leggo sul sempre valido blog di Gago che la Ferrero ha intenzione di eliminare dalle confezioni di Kinder quella bella faccia sana e bionda del bimbo sorridente. Parte, quindi, la petizione per salvarlo. Sempre che questa cosa della Ferrero sia vera.
Voglio dire, io di solito dubito delle cose che si trovano su Internet. Ho imparato a mie spese che molte delle notizie che girano in rete sono delle bufale. A mie spese perché, quando mi è arrivata questa catena di Sant’Antonio via mail, sebbene non l’abbia spedita “atuttiimieiamici”, ho smesso di lavarmi i capelli per paura di accelerare il processo alopecizzante che comunque, visto che la genetica non è un’opinione, mi colpirà.
Allora perché scrivo questa cosa sul bambino Kinder?
Perché da piccolo mi sentivo una merda. Sì, ero un bambino un po’ depresso, tipo Marvin di Guida galattica per autostoppisti, e avevo anche un po’ le sue fattezze. Però mi tiravo su quando vedevo quella faccia di culo del bambino della Kinder. Lo guatavo, smangiucchiavo barrette e lo mandavo a fare in culo. Oh, sarà anche stato l’effetto euforizzante del cacao (meno) o quello del latte (più? Lattepiù?), ma stavo meglio.
E invece, adesso, potrebbero sostituire il bersaglio dei miei strali infantili con un giovinetto modellino fighetto che, a dieci anni, ha già scopato più di me e ha assunto anche notevoli dose di cocaina.
Firmate la petizione, su.

Di |2005-09-14T21:33:00+02:0014 Settembre 2005|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , , |28 Commenti

Il giorno dopo la Mostra

La cosa più difficile, tornato a casa, è dover scegliere altro rispetto a che panino mangiare per pranzo, cena, colazione, merenda e che film vedere. E’ anche difficile rendersi conto che la vita qua necessita più del chilometro quadro calpestato ogni santo giorno al Lido. E’ anche difficile resistere alla tentazione di mettersi un pass al collo, uno qualsiasi, prima di uscire, per entrare qua o là.
Non credo di avere mai fatto un post a punti, ma volevo scrivere le dieci cose più belle della Mostra del Cinema di quest’anno, a parte i film, di cui trovate chiacchiere varie qua.

1. Arrivare al Lido e vedere subito David Cronenberg seguito da alcune ragazzine che sventolano un cartello su cui c’è scritto: “Mr Cronenberg, thank you for Spider, the best film in the world”. Penso che, allora, il cinema ha ancora qualche speranza.
2. Vedere, nei giorni successivi, le stesse ragazzine avere lo stesso atteggiamento adorante, completo di cartelli, per Orlando Bloom, Tim Burton, Riccardo Scamarcio e altri.
3. La sigla animata del festival, ironica, divertente e ritmata: e per fortuna, considerando che è la cosa che si vede ogni giorno, più volte al giorno, sempre.
4. Le scritte tracciate a pennarello sulla carta che ricopre la balaustra della passerella davanti al Palazzo del Cinema. Ne vedete qualche esempio, ma la più bella non sono riuscito a fotografarla. Diceva: “Johnny [Depp] se non vieni mi uccido. P.S. Molla Vanessa [Paradis, la moglie]” e, subito sotto, “Scherzo”.
5. Credere di avere visto Francis Ford Coppola: forse era un suo sosia, ma in fondo, chi se ne importa.
6. Sedersi allo stesso posto occupato nel 1999, quando, ventunenne, andai alla mia prima Mostra. Primo film: Eyes Wide Shut. Dietro di me, allora, Emir Kusturica.
7. Ordinare i panini del “Pecador” che hanno nomi come “Basil Instinct”, “Ham Cruise” e l’inarrivabile “Gregory Speck”.
8. Non avere visto, neanche una volta per sbaglio, Gigi Marzullo.
9. Incrociare lo sguardo di Emmanuelle Seigner, cinque minuti dopo avere visto l’orrendo film di cui era protagonista, Backstage.
10. Il momento esatto in cui si sono spente le luci prima del film più bello visto in tutti questi giorni, La sposa cadavere.
E da domani si torna alla vita normale, senza pass, mangiando normalmente panini al prosciutto che si chiamano, al massimo, “prosciutto”.

Referrers – Fuori serie

Cosa succede quando hai dei referrers meravigliosi ma non ti viene uno straccio di idea per costruire il raccontino quasi mensile (per chi non sapesse di cosa parlo, si veda la colonna a lato)? Semplice, ti adegui e fai un semplicissimo post di commento alle stringhe di ricerca assurde che hanno portato degli squilibrati a vedere il tuo blog.

come si fa per non scaricare piu le suonerie zed. Dovrebbero esistere dei centri di recupero per uscire dal tunnel della polifonia, credo. Con corsi di “uso del compositore di cellulare”, rilascio di attestato di frequenza, eccetera.
dove comprare pesce oggi 15 agosto a bologna. Hai rimorchiato la turista e vuoi fare colpo preparandole la tua famosa carpa in crosta d’acciughe, eh? Rassegnati. Dille la verità, tutta la verità, di’ giuro e forse si convince e te la dà senza troppi sbattimenti. Forse.
ho visto la nonna in cesso che masturbava il cane. Fattene una ragione, e pensa che, comunque, la nonna sta facendo sesso sicuro. A meno che tu non abbia visto solo i preliminari.
la donna con l’orgasmo. Incorporato, presumo. Beh, tu stai attento e comportati come da manuale. Il peggio che ti può succedere è che ti becchi un orgasmo tarocco.
orgasmi con il cellulare. Pare che la vibrazione funzioni. Ma stai bene attento ad escludere la suoneria zed di cui sopra.
quali alimenti fanno fare cilecca. Mah, non so. Presumo che la peperonella con le cozze e le cotiche e lo stufato di maiale in calce viva non aiutino.
racconti di ragazzi gay testimoni di geova. “Torrione di guardia”? (Lo so, è pessima, abbiate pazienza.)
vuole tagliare pene fidanzato. Non sarebbe la prima.
“scambio di coppia” convincere. Partiamo male. Prova con “dai, può essere che trovi uno/una meglio di me”. Si convincerà immediatamente.
mangiare male a modena. Perché, perché vuoi andare a Modena per mangiare male? Questo, tra l’altro, era il referrer più papabile per il raccontino.
trainer troia. Ho un dubbio. Cerchi qualcuno che ti insegni ad esercitare meglio o qualcuno che ti eserciti e, nello stesso tempo, eserciti?

Bene, e anche agosto ce lo siamo sfangato. Qualche altra annotazione: ovviamente, siccome sono pecora e seguo la massa, mi sono installato anche io Google talk. Potete chiacchierare con me, se proprio siete alla frutta, contattandomi a: adayblogATgmail.com. Ma dopo il dieci settembre. Me ne vado alla Mostra del Cinema per vedere film, parlarne alla radio e scriverne.

Radio S. Stefano – Palinsesto estivo

Andare a leggere in piazza Santo Stefano a Bologna rende automaticamente più belli. Provate a passarci e a buttare un occhio alle persone che stanno sotto i portici con un libro tra le mani: vi sembrerà che la piazza sia invasa da una teoria di bella umanità e pure intellettuale, uau. Questo a colpo d’occhio. Poi, se vi avvicinate alle singole persone, ecco che la cornice meravigliosa della piazza perde di efficacia e quello che vedete è un mucchio di depressi che leggono Baudelaire a trentacinque anni, sottolineandolo, o di studenti che tentano di rendere piacevole qualche esamaccio di analisi studiato su appunti fotocopiati da una ciellina.

Ma in piazza non regna un silenzio da biblioteca, caratteristica che pare, in verità, anche le biblioteche stiano perdendo. No, ci sono delle voci, di vario tipo.
Qualche giorno fa, per esempio, sono andato con il mio bel libro e mi sono seduto sotto il portico vicino a quello occupato da uno che suonacchiava una chitarra. Visto che era privo di bonghi, non mi sono preoccupato e ho iniziato a leggere.
Dopo un po’ la melodia mi distrae. Mi sembra di conoscerla, quindi mi metto ad ascoltare. Il tizio ripete in maniera ossessiva qualcosa sulle farfalle, e mi chiedo: “Sarà di F. De Gregori? Sarà di F. Mannoia? Sarà di F. Venditti?” Continuo ad ascoltare, e mi rendo conto che le farfalle sono il secondo termine di paragone di qualcosa che non capisco. Il tizio continua a canticchiare, con la stessa melodia, qualcosa sulle farfalle. Mi rendo conto che potrebbe trattarsi di un entomologo in libera uscita, quando, finalmente, il mistero si rivela. “Le donne sono come le farfalle”, canta, cercando rime, assonanze e altri accostamenti poetici. E quindi le donne sono “farfalle con le spillette”, immagino nel caso di ragazzine che hanno capito la tendenza. D’altro canto alcune farfalle, non le più felici, hanno a che fare con gli spilloni: una spilletta che sarà mai. E poi, ancora, “le farfalle, come sono belle”, e via dicendo.
Dopo un quarto d’ora si esauriscono due cose: la capacità immaginativa del cantautore e le mie palle. Ed è proprio in quel momento che si svela il succo della canzone. Per non turbare gli animi gentili in ascolto, il nostro intona “le farfalle sono belle ma rompono le palle”, cantando sottovoce l’ultima parola.
A quel punto, soddisfatto, se ne va.

E attacca un omino che vive in piazza, facendo incetta di cianfrusaglie accumulate negli anni, che parla, parla, con una voce roca e nasale simile a quella sentita alla stazione di Genova Porta Principe qualche settimana fa: che sia uno standard? L’omino, però, parla, parla, si e soprattutto inveisce: contro i preti, contro i cibi, contro la storia e la geografia, contro tutto e tutti.
Poi, dopo qualche secondo di silenzio, esclama: “Quando devo cacare e non mi viene, penso all’umanità.”
Tutti sollevano gli occhi dal libro, dagli appunti, dalla donna e uomo che stanno baciando e irrompono in una standing ovation. Interiore.
Solo i turisti stranieri non capiscono e passeggiano canticchiando una melodia che assomiglia tanto alla canzone delle farfalle.

Di |2005-08-29T17:55:00+02:0029 Agosto 2005|Categorie: I Me Mine|Tag: , |11 Commenti

Minestrone cosmico

Era l’estate del 2003, l’estate dopo la mia laurea, quando ho aperto questo blog. Il giorno di Ferragosto. Non sapevo cosa avrebbe portato, quali conoscenze, opportunità, scazzi. Non sapevo neanche dove sarei andato a finire, se a Roma, a Milano, altrove.
Era l’estate dell’anno scorso quando ho iniziato a lavorare, un lavoro vero con orari e busta paga, responsabilità e compromessi, frustrazioni e tutto il resto. L’estate dell’anno scorso, quella che ricorderò sempre. Di solito le estati si ricordano per le vacanze, no? Invece di vacanze non ne feci, o quasi. Ma ero contento, stanco. E uno dei momenti più belli era sentire Enzo al telefono per i suoi servizi che avevamo chiamato “Cartoline da Baghdad”.

Un anno fa tornai di corsa a Bologna, Enzo era scomparso. La pila dei giornali sulle ginocchia, la diretta con la radio sperando che la linea non cadesse e che la batteria del mio cellulare non facesse scherzi. In mezzo a qualcosa che sentivo enorme e schiacciante, senza poter reagire umanamente a quello che succedeva, senza la possibilità di abbandonarsi, se non paradossalmente alle parole di Enzo stesso.
Una sera dell’estate dell’anno scorso ho provato a staccare, ad uscire a bere qualcosa.
Tornato a casa ho ricevuto un messaggio.
Poi sono andato su Internet.
E ho avuto la conferma al telefono da Pino Scaccia, ricordo solo qualcosa come “Sì, Francesco, è vero.”

Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo.

Impossibile che io mi dimentichi di Enzo, da quando l’ho conosciuto è sempre stato presente, in qualche modo. L’ho scritto anche in queste pagine, un anno fa, ma è nulla in confronto a quello che sento e porto dentro ogni giorno. Leggendo “Piombo e tenerezza” non riuscivo a pensare che non ci fosse più, e ho continuato, durante tutto il viaggio Roma-Bologna, a rileggere le sue mail, quelle della lista EnzoB e quelle che mi ha mandato personalmente.
Il nostro rapporto è stato fatto di parole, come tante delle relazioni che ha creato, e che ho creato anche io, anche grazie a questo blog che ha appena compiuto due anni.

(Continuerò a rileggerti e a riascoltarti, come si fa con i grandi scrittori e le persone a cui si è voluto bene.)

Bloghdad
KubaKuba
Ribelli
Ribelli2
Cartoline da Baghdad
Piombo e tenerezza
Una medaglia per Enzo

Andar di là – seconda parte

Sono stati i miei a farmi assaggiare per la prima volta la Radenska. Ne ho parlato anche qua, ma insomma, la Radenska è una delle acque minerali più naturalmente gassate del mondo. Diuretica, aiuta la digestione (e vorrei vedere), ha un leggero gusto salino: una meraviglia che ancora in Italia non si trova facilmente: d’altro canto siamo il paese delle acque minerali. Fidelizzo subito i miei compagni di viaggio all’acqua miracolosa e quindi, vista la pioggia, andiamo a vedere la fabbrica della Radenska. Dopo qualche domanda per eliminare il sospetto che fossimo delle spie industriali, ci accompagnano a vedere una delle linee di produzione. Sfortunatamente alla fine non ci danno neanche un gadget. E nemmeno una bottiglietta omaggio. Io mi sento come fossi alla gita d’istruzione delle elementari.

Mi sono chiesto perché non mi abbiano mai portato in gita in Slovenia, mai. Forse perché la mia maestra era una di quelle che non considerava molto l’esistenza di quel paese, o perché pensava che il comunismo si contraesse respirandone l’aria, non so. Quindi ho girato un po’ da bambino, grazie ai miei e ad una loro amica di origini slovene. Mi affascinava quando parlava con le persone del posto, e non vedevo l’ora che mi spiegasse il significato delle parole. Poi, un inverno, siamo andati a Kranijska Gora. Non l’avevo mai visto scritto prima, forse per questo non ho mai sbagliato a pronunciarlo, e, forse per questo non sono mai diventato un commentatore sportivo, non so. Un giorno siamo andati al lago di Bohinj e al lago di Bled: erano ghiacciati e bellissimi. Il loro scongelamento sarebbe durato quasi quindici anni, per me.

La differenza che passa tra il lago di Bohinj e quello di Bled è lo stesso che passa tra le grotte di San Canziano e quelle di Postumia (Postoijne, se lo volete sapere). Anche per questo non troviamo posto a Bled, neanche a pagarlo, o forse a pagarlo sì, ma insomma, e stiamo in una “penzion” privata a Bohinjska Bistrica, un paese a qualche chilometro dal lago. In questo caso credo che bastino le foto.
La signora della pensione parla solo lo sloveno: appena arrivati le mie due parole due la illuminano e ci spiega tutta la questione stanze-doccia-chiave-colazione in sloveno. Per fortuna gesticola abbastanza perché i miei “ja” siano a tempo.
L’ultima tappa del viaggio prevede la discesa della valle dell’Isonzo-Soča, ma il tempo è brutto. Decidiamo quindi di andare in un museo, quello di Kobarid. Il nome, forse, non vi dice niente.

Quando andavo in vacanza da piccolo e dicevo che ero di Gorizia, pochi sapevano dove fosse. Quei pochi che lo sapevano erano adulti e, a seconda dell’età, ricordavano i tempi della “naja”, passati in qualche caserma dell’isontino, oppure intonavano “Gorizia tu sei maledetta”. La maestra delle elementari ci parlava della Grande Guerra. Ungaretti anche, con uno stile un po’ diverso, a dire il vero, ma il legame c’è, visto che la mia scuola elementare è intitolata al poeta. I miei compagni di classe, ogni tanto, tornavano da gite solitarie e domenicali con pallini di granate. Qualcuno anche pezzi di elmo. Le ossa, no. Quelle marciscono. “Sacra terra”, “Isonzo fiume sacro alla patria”, il “Sacrario di Oslavia”. Manca solo l’odore di incenso. Dopo, solo dopo, Caporetto, Kobarid, una cittadina nella valle dell’Isonzo, tra le montagne. Ottobre del 1917. La più grande battaglia montana della storia dell’uomo. Una delle più grandi disfatte mai subite da un esercito. Il fronte che arretra, in una settimana di un centinaio di chilometri, in una guerra che era combattuta a metri.

Il museo è un casino dal punto di vista storico, diciamolo subito. Ma, com’è ovvio, colpisce allo stomaco. Il macello della prima guerra mondiale in scala “ridotta”. Il solito esercito italiano comandato da quel Cadorna che ha ancora vie, monumenti e stazioni a lui dedicate: sbaglia tutto quello che si può sbagliare.
I cartellini esplicativi sono, oltre che in inglese, in italiano, tedesco e sloveno, così come i documenti, i reperti, i diari dei soldati, i manifesti, i giornali In una stanza, lungo la parte superiore della parete, sfilano le bandiere sotto le quali è stata Kobarid: sono decine, a volte si ripetono, e finiscono con quella slovena, e la data dell’indipendenza.
Il fiume sacro alla patria scorre in una patria per la quale credo non sia sacro. Ma se ne sbatte e ci dona il suo colore cobalto per me tuttora inspiegabile.

Non ho mai considerato l’Isonzo, non ho mai considerato il confine, l’entità del confine, fino a quando non me ne sono andato da Gorizia. Non riuscivo ad avere la prospettiva sulle cose, solo adesso, dopo quasi dieci anni che sono a Bologna, riesco a sentirle. Quello che per gli altri era un altro stato, comunista, per giunta, per me era solo qualche metro più in là. Quello che era un confine era una sbarra, doganieri, poliziotti e finanzieri a cui mostrare la prepustnica o, molto più raramente, la carta d’identità. Documenti che non venivano quasi mai guardati, soprattutto se la macchina aveva una targa GO, uguale per le due città divise arbitrariamente tracciando dei segni sulla carta.

La lingua, mano a mano che si va verso ovest, sfuma verso suoni conosciuti, fino al cameriere del caffè di Štanijel che parla un italiano perfetto, e il vecchio vinaio che ci vende il terrano che produce che parla lo stesso italiano con accento sloveno che parlano alcuni anziani a Gorizia. Sto tornando verso dove sono nato.

Sono nato a qualche metro da una riga tracciata sulla carta.

“Guardate”, dico ai miei compagni di viaggio poco prima di tornare in Italia, “l’ospedale di Gorizia è quello là.” Del confine, neanche l’ombra.

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