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Telefon

Telefon è un film con Charles Bronson che non ho mai visto, ma che vorrei vedere. Ecco a voi il trailer.

Come avrete capito, il film narra di una serie di cittadini statunitensi, “cellule dormienti” del KGB, che vengono “svegliati” e resi operativi da una telefonata in cui vengono pronunciate alcune parole-chiave.

Il titolo della versione on-line di Libero di ieri pomeriggio è un capolavoro di demenzialità. Però mi chiedo se l’espressione “abbassare-tasse” non sia altro che una parola-chiave tanto quanto “comunisti”, tanto sbraitata da Berlusconi.

La cigielle e la commedia dell’arte

Quando ero piccolo, la CGIL era cigielle: che ne sapevo io che quella era una sigla? Per me era un posto dove mio padre andava quando tornava dal lavoro, talvolta. Cigielle: con quella “i” dopo la “g” pronunciata senza indugi, come per dire “Tranquillo, qua la ‘i’ ci va, ma in ciliegie? Eh?”. Ho tuttora dei dubbi, con ciliegie.

Per un periodo pensai anche che “cigielle”, con quella musicalità così accentuata, fosse una parola in dialetto, finché, un giorno, chiesi a mio padre che cosa faceva là, in quei tardi pomeriggi. E lui mi spiegò cos’era la CGIL. Finita la sua breve e, per forza di cose, semplice risposta, pensai che era un vantaggio avere una cosa del genere. Mi immaginavo che la cigielle mi avrebbe difeso, quando avrei lavorato. Era una cosa giusta.

Lavoro da dodici anni e ho sentito molto più vicino alla mia condizione di lavoratore “Il Club del Libro”, rispetto al maggior sindacato italiano. Perché anche quello, come gran parte della sinistra, è piuttosto miope sulla condizione reale del lavoro. Sì, esiste il NIDIL, è vero, e so che spesso ci lavorano ragazzi volenterosi, che però hanno davvero pochi mezzi.
Se la domanda è: oggi scioperi?

La mia prima risposta è “No, grazie, non ho bisogno di altri libri” e la seconda è che uno sciopero generale serve se ferma il Paese per giorni. Questo sciopero il Paese lo sentirà poco. Perché? Be’, per fare un esempio a livello nazionale, le scuole non sono ancora iniziate. O anche: qui a Bologna i dipendenti ATC (azienda dalla quale io dipendo per muovermi in città) scioperano dalle 1930 a fine servizio. Quanti disagi per chi abita in periferia e non potrà raggiungere i locali del centro per un’allegra serata!

Questo modo di fare, insieme a mille altri, è però strettamente in relazione con un grande modello culturale archetipico condiviso, trasversale a ogni tipo di distinzione e schieramento: Pulcinella, la simpatica maschera della tradizione napoletana.

Un’immagine mi investe, come una visione: una moltitudine in marcia che indossa la tipica maschera nasuta; un popolo dalla casacca bianca e larga che invade le strade, riempiendole di allegria e canzoni, ma finché a ognuno va, quanto conviene, un po’ qua e un po’ là, fermando il corteo per chiacchierare, mangiare, bere un buon bicchiere di vino e, perché no, fare una pennichella. “L’allegro collasso di un Paese”, titola, per l’ultima volta, il solito giornale straniero: la foto che accompagna l’articolo ha un effetto optical notevole. Usano quella pagina per incartarmi una fetta fumante: la addento e la mozzarella ha l’effetto del loto, procura un tiepido oblio. “Cigielle, cigielle”, sento cantare in lontananza, prima di perdere i sensi e pensare: finché c’è pizza c’è speranza.

Misurare il tempo in traumi e mattoncini

Ci sono stati dei momenti della mia vita che mi hanno realmente traumatizzato: uno di questi è stato quando mia madre ha dato via tutti i miei Lego. Da questo capite che la mia vita, tutto sommato, non è stata così terribile, per fortuna. Comunque quel giorno mia madre mi disse che c’erano dei bambini poveri a cui i miei Lego (che effettivamente non usavo più) avrebbero fatto piacere: la mia inclinazione al socialismo si incrinò, quel pomeriggio.

Oggi ho finalmente di nuovo dei Lego: per ritrovare il piacere dell’inventarsi delle costruzioni, però, la mia scelta (che ha vaghissimamente indirizzato un regalo) è caduta su una delle scatole basic: quelle, cioè, che hanno solo pezzi colorati. Già, perché da quello che vedo, giocare con le confezioni di Lego più evolute, oggi, stimola la fantasia tanto quanto montare un mobile dell’Ikea (e non sono sicuro che non ci voglia pure la brugola).

L’ho visto curiosando sull’internet, dove ho trovato un sito stupendo, chiamato Brickfactory: questi pazzi hanno scansionato tutto il materiale cartaceo che ha prodotto la Lego nelle decine di anni della sua vita.

E, curiosando tra le pagine, ho trovato una delle prime confezioni davvero “evolute” che abbia mai posseduto: fu un’amica dei miei a regalarmi la Stazione dei Vigili del Fuoco. Come avere l’iPad adesso, in termini di mattoncini colorati. Andò così: quel pomeriggio io facevo i capricci e non volevo assolutamente andare in sala, dove i miei avevano ricevuto la loro ospite.

Per convincermi ad “andare a salutare” mia madre mi disse: “Guarda che c’è un regalo grosso per te: la Stazione dei Vigili del Fuoco”. Che fosse di Lego non c’era bisogno di specificarlo: per quanto piccolo, immaginavo che l’amica dei miei non mi avrebbe fatto compiere il primo passo nell’investimento di immobili.

Comunque: andai di là pensando “Seh, la Stazione… Figurati se mi ha portato… Oh cazzo.” Ovviamente non pensai “cazzo”, o almeno lo spero.

Be’, rivedere le istruzioni per montare la Stazione è stato realmente emozionante: leggo sul sito che era il 1986 quando l’ebbi in mano per la prima volta, con tanto di garruli vigili (2) e segretaria solerte (1), i pupazzielli che abitavano l’edificio. E ricordo ancora l’emozione di montare le saracinesche, fatte di listelli di plastica colorata: all’epoca quello era un pezzo sofisticato, quasi di design, da maneggiare con cura. “Ho la saracinesca trasparente che si apre davvero!”

Insomma: ho aperto la scatola e i sacchetti e ho sparso sul tavolo i mattoncini.

Con i miei Lego, venticinque anni dopo la Stazione, ho costruito una specie di muretto quadrato, usando tutti e 450 i pezzi della scatola. Qualcosa che avrebbe potuto progettare, sempre nel 1986, un architetto rumeno depresso in una giornata particolarmente triste per un bando di un parco giochi (ecco spiegati i colori sgargianti) a Timisoara.

Cosa imparare da questa parabola, fratelli? Che al socialismo incrinato dalla donazione di mia madre si dev’essere misteriosamente sostituito un senso estetico da socialismo reale.

Il (non) comune senso del pudore

All’ennesima dichiarazione di fronte alla quale ci sarebbe solo da sbarrare gli occhi (Simona Ventura che si lamenta pubblicamente perché ha i mutui da pagare, e notate il plurale), una cosa è chiara: il Paese ha completamente eliminato il senso del pudore. La gente urla, scoreggia, rutta, si scaccola, ruba, se ne fotte. Ma questo lo fa da sempre. È relativamente da poco, invece, che queste attività (insieme a tutte le loro estensioni sociali e morali) vengono esibite con orgoglio.

Starò anche diventando misantropo, ma sempre di più la gente intorno a me mi ricorda quella rappresentata dal geniale Riccardo Mannelli, che sin da piccino leggevo in “Cuore” e “Satyricon”, l’inserto umoristico di Repubblica.

Per rendersi conto dell’incredibile capacità del disegnatore (di cui non ho notizie da molto tempo), basti pensare che la vignetta messa qua è di una quindicina di anni fa (se la cliccate la potete vedere meglio): ma io continuo a vedere sempre le stesse facce e a sentire sempre le stesse cose.
(Però, Mannelli, ritorna, dai.)

Cose successe mentre non scrivevo sul blog (in ordine sparso)

Ecco alcune cose successe negli ultimi venti giorni o giù di lì:
– visti numerosi posti bellissimi, tali per cui il commento era “È bellissimo”, al quale veniva replicato, di solito, “Sì, è bellissimo”, e poi il silenzio contemplativo;
– confermata la teoria che l’italiano in vacanza, di solito, da piccolo è grasso e rompe le palle, da grande è tatuato e rompe le palle;
– percorsi 21 chilometri a piedi in sei ore (comprese di soste), con sali e scendi intorno a laghi e boschi, senza eccessive difficoltà;
– visti segnali che avvisavano il pericolo di campi minati: in Slavonia butta ancora male;
– partecipato a due feste di San Rocco in due Paesi diversi nel giro di dieci giorni;
– rivissuto la Yugoslavia di quando ero piccolo;
– notato che il 26 agosto è stato il settimo anniversario della morte di Enzo Baldoni, di cui pochissimi hanno parlato.

Ferie d’agosto

E, come da diversi anni a questa parte, anche io me ne vado in vacanza ad agosto. Gas e acqua spenti, allarme inserito, valigia pronta, libri e film scelti. Si va nell’antica Lesina, provando a fare una capatina anche a Zara, Spalato, Dubrovnik e Mostar. Ma soprattutto si spegne quasi tutto per un po’.

Come al solito, il blog festeggia il suo ottavo compleanno tra una decina di giorni, in contumacia: gli auguri sono graditi, regali e torte anche, ma al mio ritorno su queste pagine. Tra un po’. Senza fretta, né date precise.

Buone vacanze a tutti!

Di |2024-05-14T18:00:20+02:005 Agosto 2011|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , , |2 Commenti

Il vero ultimo giorno di lavoro

Lo so, lo so: mettere i dischi è qualcosa di talmente divertente che chiamarlo lavoro è esagerato. Però rientra in quelle categorie di attività legate a orari, obblighi e comportamenti che è assimilabile a un lavoro.
Quindi, dopo l’ultima giornata di lavoro-della-mattina il 28, l’ultima puntata di Maps del 29, l’ultima puntata di Pigiama Party del 31, eccoci all’ultimo dj-set della stagione. Insieme al prode Michele Restuccia, sempre nel quadriportico felsineo di Vicolo Bolognetti, stasera avrò l’onore e il piacere di muovere gli astanti restanti dopo il concerto di The Thermals e Polvo. I Polvo. E chi se li ricordava più?
Danze dionisiache per dire “benvenute” alle vacanze. Aspettovi.

Pimp My Life

Mi parlano spesso di RealTime, uno dei canali che va per la maggiore. Quando mi descrivono i programmi che la rete trasmette, vengo a conoscenza di show in cui, ad esempio uno arriva e ti sistema casa. O ti sistema la famiglia. O il cane. O la cucina. O potenzia il tuo salone da parrucchiera.

Insomma: molti “soggetti” di questi programmi si possono riassumere con il modello archetipico di “Pimp My Ride”, programma targato MTV, dove c’era uno che prendeva la tua quattroruote scassatina e te la faceva diventare un’auto da tamarro patentato (è il caso di dirlo), dalle sospensioni iperboliche e dai colori fiammeggianti.

Un “di più” barocco, sfrontato e identificabile nell’idea di “massimo ottenibile” che molti degli spettatori a cui il programma era indirizzato (per lo più giovani poco colti appartenenti a minoranze o a un “white trash” solo un po’ più qualificato) condividevano.

Ora l’idea si allarga e si trasmette a tutti i lati della vita: “Pimp My Life”, appunto. Mi pare che, alla base di questo, ci sia, come sempre, l’imposizione di modelli legata a un'”insoddisfazione coatta” rispetto a ciò che si ha e (quindi) a ciò che si è.
Tutto ciò mi preoccupa in maniera inversamente proporzionale a quanto mi sorprende: non c’è neanche l’idea, molto radicata nella tradizione americana, più che anglosassone in genere, del miglioramento del proprio stato attraverso l’impegno, il lavoro, la dedizione. No: il miglioramento è possibile unicamente se interviene un deus ex machina, che si Xbit o Alessandro Borghese poco importa. Meglio ancora se questo fattore esterno interviene in un ambiente già pieno di soldi.

Mi raccontava una volta l’amico P. che uno dei programmi di RealTime riguarda l’annosa ricerca di un’abitazione da acquistare. I protagonisti, però, non sono due giovani alle prese con mutui ventennali, no: sono persone che hanno centinaia di migliaia di euro a disposizione. L’identificazione di “Pimp My Ride” diventa ora pura ammirazione per qualcosa che è “real”, sì, ma distante, irraggiungibile, intoccabile.

Qualcosa che, probabilmente, abita agli stessi livelli (attico?) del deus ex machina che compare in scena. Eppure, il pubblico ci sta, guarda, si appassiona. Perché? Perché, banalmente, è un modo di dimenticare la propria vita, la propria auto, la propria casa? È sufficiente questa come spiegazione?

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