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Cartoline dalla Sardegna

Io non mando più cartoline, a nessuno. Le cartoline mi fanno tristezza. Mandavo, un tempo, quelle bruttissime, ad un’amica, ma sono poco costante. Ma la forma-cartolina mi affascina. Quindi, beccatevi queste. E non lamentatevi, poteva andarvi peggio con le diapositive, ingrati.

Lunedì 21 agosto 2006
Il primo pasto sardo è una pizza, tremenda. Fuori dal ristorante c’era scritto “forno a legna”, ma secondo me c’era un forno tipo quei caminetti inglesi, con la legna di plastica, con sotto una lampadina rossa, con effetto riverbero. Il cameriere, alla fine, non ha detto – come si usa – “tutto a posto?”, altrimenti gli avrei detto, semplicemente, “no”. Peccato.
Baci a tutti.

Martedì 22 agosto 2006
La casa che A. mi ha regalato per questi giorni a Santa Teresa di Gallura è splendida: ci sono i vetri colorati, il giardino interno. Ma soprattutto è pieno di fermaporte. Il vento è tremendo. Ancora una volta ho dei rimpianti a non essermi iscritto a “discipline dell’acqua” all’Università di Malibu Beach. Salutate la zia.

Mercoledì 23 agosto 2006
La spiaggia di Santa Teresa si chiama Rena Bianca, ed è uno splendido carnaio. Per contratto, quando posizioni il telo, devi essere circondato da persone di Forza Italia. Ma mi dicono che nella vicina Costa Smeralda sia peggio. In spiaggia ti offrono delle riduzioni per entrare allo Smaila’s: solo quaranta euro. Mi chiedo quanto sia il prezzo pieno.
Dite alla zia che Briatore ancora non si è visto. Al massimo, glielo saluto.

Giovedì 24 agosto 2006
Nella casa dai vetri colorati ieri è entrato un uccellino, spaventato da un gatto. Ho avuto una mezza crisi di panico, ma mi sono riscattato subito depositando nel cassonetto il cadavere di un topo, abbastanza grosso, con il quale il gatto ha giocato per un po’. Il gatto è diventato il mio mito: si chiama “Palle”, perché A. credeva che fosse una femmina, e poi l’ha girato.
Saluti.
P.S. Non fate leggere questa cartolina alla zia, ché secondo me si scandalizza per questa cosa delle palle.

Venerdì 25 agosto
I sardi sono ospitali, come da leggenda: quando vai nei negozi di alimentari ti fanno assaggiare tutto. Mi sono innamorato di una salsiccia al mirto. Lei mi provoca e io me la magno. Ieri ho comprato del pecorino al mercato: sono nel mezzo di un mènage a trois. Perverso e gustoso, come piace a me.
Baci.
P.S. Come sopra: la zia non capirebbe.

Sabato 26 agosto
Il mare è mosso, quindi le escursioni all’arcipelago della Maddalena sono sospese. Rimane quindi Rena Bianca, sulla quale ostento numeri di “Cronaca Vera”, una mia imprescindibile lettura estiva. I forzitalioti fanno finta di niente, ma li vedo leggere i titoli della prima e della quarta di copertina con interesse. Che mi sia ormai mimetizzato?
Cribbio!

Domenica 27 agosto
Ho lasciato per un pomeriggio Santa Teresa, e sono andato in un posto chiamato Valle della Luna. Meraviglioso, e occupato da freakkettoni e punkabbestia, che hanno infilato le loro tende ovunque. Una ragazza si è fatta un bidè tra due rocce, noncurante della mia presenza. Almeno credo.
Sto pensando di scrivere delle cartoline separate per la zia, dite che si offende?
Abbracci.

Lunedì 28 agosto
La vacanza sta finendo, accidenti, un anno se ne va. Ma ho risentito, dopo tanto tempo, “Curre curre guagliò”, diffusa da un baracchino in un posto che si chiama “Valle dell’Erica”. Meraviglioso anch’esso. Quasi quasi lo rilevo e mi sistemo qua. Zia, mi finanzi?
Carissimi abbracci, zia ti penso sempre, il tuo nipote preferito.

Martedì 29 agosto
Sono tornato a casa, dopo un volo un po’ turbolento: a causa del vento rischiavamo di dover atterrare a Bologna, invece che a Firenze. Già mi immaginavo, unico tra i passeggeri, a urlare “Mitico” come Homer Simpson, per il cambio di rotta. Invece il prode capitano ce l’ha fatta, e i passeggeri hanno applaudito, come da copione. Dai discorsi che ho sentito non appena si sono aperte le porte, ho capito che il nostro non è solo un popolo di santi, poeti, navigatori e commissari tecnici: siamo anche dei provetti piloti, che parlano di flap e altitudini come niente. Ciò mi rassicura in caso di prossimi eventuali malori dei comandanti: un paio di ore al giorno a giocare a Flight Simulator e passa la paura.
Baci.

Agosto(s)

Sono passati, dunque, tre anni, da quell’agosto fatto di Bacardi Breezer, caldo e zanzare tigre. Se ci penso adesso, al momento in cui ho aperto il blog, non ricordo nulla, o quasi, a parte quello che c’è scritto in queste pagine. È un bene? È un male? È un così così? Non lo so.

Sono passati, dunque, due anni, da quell’agosto di ansia e dolore, che si è concluso con una telefonata nella notte e i miei occhi che vagavano da un sito internet all’altro, ché tanto parevano sempre gli stessi: cambiava solo la grandezza del titolo e la foto scelta per annunciare la morte di Enzo Baldoni.

È passato un anno dall’ultimo agosto, e mi sembrano quattro anni, o quattrocento. Le pareti intorno a me sono mie, per la prima volta, e diverse, bianche come non lo sono mai state (e leggeteci pure, voi che potete, sapete, volete, tutte le simbologie che vi pare: probabilmente saranno tutte valide). Di quel che c’è dentro di me è impossibile parlare qua: quando mi capita di farlo, devo accoccolarmi  sul divano, e fare come quando, nella casa dei miei, rimettevo a posto la libreria della mia stanza. Buttavo tutto per terra, per poi rimettere tutto a posto, lentamente, magari nello stesso ordine di prima, ma trovando sempre qualcosa di cui mi ero dimenticato l’esistenza, e buttando qualcos’altro.

Quest’anno vado in vacanza il 21 agosto. Anche questo, credo, è significativo. Farò che il mio settembre (mese di cominciamenti da sempre) inizi da lunedì prossimo, con un trucco tanto semplice quanto spudoratamente esplicito. Rilasserò il corpo e la mente, farò sguazzare nel mar di Sardegna le mie braccia, le mie gambe, e le mie parole. Tornerò qui alla fine del mese, con i capelli bagnati e, speriamo, un ritmo placido del respiro.

P.S. Un’ultima cosa: grazie a tutti voi, che leggete da tre anni queste pagine. In fondo queste parole esistono anche perché centinaia di migliaia di paia d’occhi (senza offesa per eventuali lettori ipovedenti, che giustamente si lamenteranno del carattere extrasmall di questo post scriptum) si sono posati su di esse. Grazie, quindi. E a tra un po’.

Di |2006-08-18T17:44:00+02:0018 Agosto 2006|Categorie: I Me Mine|Tag: , , |13 Commenti

I padri del rock

Aspettavo la serata di ieri da un paio di settimane. Dopo la passeggiata, infatti, mi ero dato appuntamento con E. per andare insieme al Boca Barranca di Marina Romea dove ci sarebbe stato il concerto di John Parish. Ma, oltre al concerto, E. mi diceva da mesi che voleva assolutamente farmi conoscere anche “Marta, Jean-Marc e Giorgia”, di cui mi parlava come fossero amici suoi. Io non sapevo chi fossero, e di Parish conoscevo solo il lavoro come produttore, toh, avevo sentito molto Dance Hall at Louse Point, quando era uscito, ma poi basta. Degli altri, sapevo solo che suonavano con lui. Mi immaginavo, quindi, una cena di pesce con E. e poi, al massimo, una birretta “con” gli altri, della serie io guardo e ascolto e sorseggio una media e basta.

Parish, appena ha visto E., l’ha abbracciata, poi si è presentato a me, e, così, abbiamo iniziato a parlare. Immediatamente siamo stati invitati a cena con loro, e quindi io mi sono trovato a cena di fianco a John Parish, a parlare di lavoro, del tempo, di musica, mentre le sue splendide bambine (una, in particolare, è davvero la bambina più bella che abbia mai visto, un incrocio perfetto di Tori Amos e Bryce Dallas Howard) mangiavano fritto misto e facevano disegni.
Durante la cena ho conosciuto gli altri membri del gruppo, il fonico, il chitarrista dei MiceVice. E. continuava a presentarmi a tutti, fino a che io, in preda alla frenesia, mi sono presentato allo scampo che troneggiava sulla mia pasta allo scoglio, e poi l’ho mangiato.
Tutti erano un po’ preoccupati di dover suonare (visto il tempo pessimo) all’interno del locale: insomma, suonare in una pizzeria mentre la gente mangia mi faceva venire in mente la scena de “I Blues Brothers”, quando si trovano ad esibirsi nel locale western al posto dei Good Ole Boys. Mi immaginavo lanci di rucola e olive. Oltre che di birra. E senza rete di protezione.

E invece il concerto è stato magnifico, la gente ha smesso di mangiare e ha seguito tutta l’esibizione, lottando (come il gruppo e noi altri) contro il caldo e il forte odore di grigliata di pesce, cose che, capirete, un po’ distraggono. Nessuna scena da “Taverna di Boe”, insomma, a parte una. Avete presente quando nel film, dopo l’inizio difficile, i Blues Brothers intonano “Stand by your man” e tutti si commuovono? Beh, ad un certo punto la piccola bimba Parish è salita sul palco: immaginatevi un esserino con i capelli rossi alto meno di un metro, con il pollice di ordinanza in bocca, la maglietta con la copertina di “Led Zeppelin II”, che ondeggia, un po’ stanca, al ritmo delle canzoni del padre, accanto a lui. Beh, si sono commosse anche le orate nei vassoi.

Poi è arrivato anche Howe Gelb e famiglia e i Giant Sand. Forse l’immagine più bella della serata che mi è rimasta impressa è quella di John e Howe, con le loro ultimogenite sulle spalle, che vanno verso il mare, sulla spiaggia buia.

Epilogo 1. E. ed io ci avviciniamo a Marta, per salutarla, e vediamo che parla con una bionda e un altro uomo. Quando se ne vanno, dice a me ed E. “Ma sapete chi è quella? Isobel Campbell”. Dopo un attimo di silenzio, in cui abbiamo pensato “Quella cicciona?!”, abbiamo solo detto “Ma va’?”
Epilogo 2. In macchina, al ritorno, parlando di quello che fanno Giorgia, Marta e Jean-Marc, E. mi dice con nonchalance che Jean-Marc (con cui ho chiacchierato per un po’) è il batterista dei Venus, un gruppo belga pressochè sconosciuto, ma che ha fatto un disco bellissimo 
Welcome to the dance floor. Io ci rimango di sasso, un po’ la insulto perché non me l’ha detto prima, ma lei, sorridendo, mi ha rassicurato che lo rivedrò presto, lui e tutti gli altri. Perché non crederle?

Fulmini, saette, l'anticristo e il meteo regionale

L’avete sentita questa storia dei fulmini? Fulmini a ciel sereno, per la precisione, che io pensavo fosse un detto metaforico, e invece no. Ma del resto ho capito da poco che la buffa espressione che usa mia madre, “porca l’oca”, effettivamente offendeva un pennuto, non una fantomatica señora Loca, una che sicuramente spesso dà di matto.
Tornando ai fulmini, insomma, è successo che un ragazzo in Sardegna stava lì, passeggiava con la sua bella, e ad un certo punto… SBARADRANG, o più probabilmente, ZOT. Una cosa terribile, orrenda, spaventosa. Insomma, pensateci: state passeggiando in riva al mare, state dicendo delle cose carine e romantiche al vostro partner o alla vostra partner. O state parlando di riforme fiscali, o delle meravigliose doti sessuali di Ivana, l’amica ucraina della vostra partner. Insomma, state lì e un secondo non ci siete più. “Che c’entra”, direte voi cinici. “La morte viene, silenziosa come un’alce, dai vivi ci separa con il taglio di una falce”. “Prima ci sei, poi non ci sei più”, direte voi stoici. Dagli epicurei pervengono rumori di rutto e godimento, e speranze che un fulmineacielsereno non gli rovini la festa. E ma cazzo: un-fulmine-a-ciel-sereno (mentre lontano un’oca sbraita in spagnolo). Già, perché io mi immaginavo questo ragazzo sotto la pioggia torrenziale, magari che ne so anche con un enorme picca di ferro in mano, che urlava inneggiando nel temporale a Odino. E invece no: cielo se-re-no. Poi ZOT.
Ieri un altro fulmine ha colpito la chiesa di Trinità dei Monti a Roma, danneggiandola. E prima ancora altri fulmini e altre vittime. Ragazzi, è arrivato l’Anticristo*. C’avevano ragione i produttori del remake di The Omen. E vabbè, godiamocela, che dobbiamo fare? Uniamoci agli epicurei, rei dei rutti di cui sopra.
Comunque un consiglio per evitare i fulmini a ciel sereno c’è. Non andare al mare e in montagna e in luoghi in cui ci sono perturbazioni vicine, dicono gli esperti. Beh, vediamo. Evitare mare e montagna: d’estate, ma vi pare? Con tante belle comode e vuote città… E per le perturbazioni vicine, amen. O uno sta in Liguria e controlla le previsioni della Sardegna (andando veramente al mare con la pioggia, “perché tanto a Sassari c’è una giornata magnifica”) o si rassegna. Tanto si sa: quando c’è una perturbazione, dall’altra parte del mondo ad una farfalla si rompono le ali, e prima di morire esclama: “Che tempo di merda”.

* Che poi pensavo a Cristo e all’Anticristo. Se l’Anticristo arrivasse adesso, non ci sarebbe credo – ma le mie conoscenze teologiche sono scarse – Cristo a fronteggiarlo. E dopo l’Anticristo, che farebbe il diavolo a quattro per un bel po’, ci sarebbe un altro Cristo. E mi immagino queste due figure ruzzolare sui millenni senza mai incontrarsi. Due giocherelloni. Una danza quasi di corteggiamento. In realtà scrivo queste cose blasfeme solo perché Ruini mi commenti sdegnato. O sdentato, se sta leggendo adesso il mio blog, con l’i-Book in grembo e la dentiera nel bicchierone, sul comodino.

Di |2006-07-27T03:18:00+02:0027 Luglio 2006|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , |12 Commenti

Horny and horned

L’altra settimana io ed E. passeggiavamo per via Ugo Bassi, un po’ ubriachi, cercando dell’arietta.
Non l’abbiamo trovata, per la cronaca.

Ci hanno incrociato due ragazzi: lei, bionda, evidentemente americana, un po’ sciatta ma con qualcosa negli occhi che attraeva. Una che, mi hanno detto, si chiama slapper, in gergo. Dal rumore che fa quando sciabatta ubriaca con le infradito di gomma portate con disinvoltura sotto una gonna firmata. Lui, italiano, tipicamente italiano. Che quasi la rincorreva. E che, verso di lei, ha pronunciato la seguente frase, un po’ ansimando: “I don’t wanna be a cornuto”.

Io ed E. ci siamo guardati e abbiamo capito che sì, avevamo sentito proprio quella frase. Intanto la slapper e il suo scondinzolante amante, forse, avevano trovato dell’arietta.

Di |2006-07-25T17:03:00+02:0025 Luglio 2006|Categorie: I've Just Seen A Face|Tag: , , , , |0 Commenti

Guardare per non dimenticare

Cinque anni fa io, a differenza di molti altri miei coetanei, conoscenti, amici, non ero alle manifestazioni contro il G8 di Genova. Non ci sono andato per un motivo molto banale: i miei genitori mi hanno chiesto di non andarci per non farli preoccupare. Erano anni che non mi facevano una richiesta del genere, e ho deciso a malincuore di accontentarli, per amor loro e basta. Cinque anni fa, nei giorni del G8, ero a casa dei miei, mentre loro erano in vacanza, e seguivo, sulla rete e in televisione, quello che stava succedendo a Genova. Mi ricordo delle prime voci “è scappato il morto”: un morto che, prima di diventare Carlo Giuliani, era stato uno che se la meritava, un tossico, uno che era stato addirittura ucciso da un altro manifestante: i “noglobal” che si azzannano tra loro come cani impazziti.

Poi il morto è diventato Carlo Giuliani. Poi ci sono stati i fatti della Diaz, di Bolzaneto.

Quando sono tornato a Bologna ho pensato subito ad una cosa soltanto: l’unico modo per non dimenticare era mostrare quello che era successo, e sfruttare le centinaia di reporter (nel vero senso del termine) che erano stati a Genova con telefoni, macchine fotografiche, cineprese, videocamere. Le notizie arrivavano di continuo, e i cerchi si stringevano sempre di più. Carabinieri e poliziotti avevano picchiato il padre di un’amica di un amico, un compagno di scuola delle medie di un altro era stato torturato in carcere, e così via. E poi le foto: teste spaccate, nasi rotti, bocche rosse e nere, per i buchi lasciati dai denti saltati.

Le foto, quelle sono importanti. Lo capì Diario, che fece uscire poco dopo i fatti del G8 un numero che, praticamente, raccoglieva solo fotografie, scattate da amatori o professionisti, poco importava. Quello che importa è continuare a sfogliare quel giornale, continuare a rivedere le videocassette, i filmati sul web, a risentire le dirette radiofoniche. Perché la memoria non solo di un omicidio rimasto impunito, ma soprattutto della più grande violazione dei diritti umani dalla seconda guerra mondiale ad oggi venga ricordata, sempre, non con la solita ormonale, cretina e barricadera rabbia rivolta agli “sbirri”, ma con una rabbia che sia il carburante per andare avanti, cercare la verità, mettere i colpevoli (tutti i colpevoli) con le spalle al muro, fare capire loro che questo non potrà e non dovrà accadere mai più.

Il filmato Quale verità per piazza Alimonda?
Il dossier di Indymedia sui giorni di Genova
350 testimonianze su quei giorni
Altre foto dei cortei e delle cariche
Le foto del pomeriggio di cinque anni fa in piazza Alimonda

Trame nell'ombra (di una sera d'estate)

Pensate alle librerie come luoghi austeri, o come supermercati dove solo se si arriva presto si trova il Montale fresco scontato? Beh, la libreria Trame non è nulla di tutto questo. Per dimostrarvelo (e non solo per questo scopo) domani sera a Trame si fa festa.
L’occasione (puramente strumentale al cazzeggio) è la presentazione dell’ultimo libro di Gianluca Morozzi (ancora lui), L’Emilia o la dura legge della musica, una specie di saggio in prima persona sul rapporto tra la regione in cui vivo e il suo panorama musicale.

Io ci metto la faccia, la voce, la selezione musicale.
Le splendide ragazze di Trame il posto, il vino bianco fresco, i taralli (e tutti i libri che vi va di comprare).
Morozzi scrive libri. E presenzia.
Ad ognuno il suo, insomma.

Siateci, domani, in via Goito 3/C, dalle 22. Poi non dite che non ve l’avevano detto.

Two Works and No Play Make ADayintheLife a Dull Boy*

Lo ammetto: alla faccia della crisi, ho due lavori. Il primo, di mattina, mi identifica come “giornalista”. Il secondo, di pomeriggio, mi identifica come “responsabile ufficio stampa”.
Ammetto anche, alla faccia dell’opulenza, che con due lavori riesco a malapena a campare.
E anche che il primo dura fino a dicembre e il secondo fino ai primi di agosto. Alla faccia dell’indeterminazione.
Ma comunque, fare il giornalista di mattina e tenere su un ufficio stampa il pomeriggio è schizofrenico: se facessi bene il mio lavoro dovrei mandarmi delle mail da solo, cercarmi al telefono e lamentarmi perché quel giornalista non c’è mai, e neanche quell’ufficio stampa si riesce mai a trovare quando serve. Ma per fortuna la mia sanità mentale è ancora saldamente appesa ad un filo, quindi tengo botta, diciamo.
Il vantaggio dell’essere allo stesso tempo venditore e compratore, attaccante e terzino, cerchio e botte, è che puoi parlare male di entrambe le categorie, senza pericolo di essere smentito, come, del resto, farebbe qualsiasi persona sana di mente che non è né giornalista, né si occupa di un ufficio stampa.
Considerando che questo secondo lavoro lo faccio da poco, mi sono trovato spesso ad avere a che fare (e quindi a parlare male di) uffici stampa. Il peggio che possa capitare ad un giornalista è una addetta stampa di Milano di una grande casa discografica; che detta così sembra che voglia parlare di una persona in particolare, e che ne nasconda il nome dietro uno squallido giro di parole: invece no, provate a fare qualche telefonata e vedrete che chi risponde al telefono degli uffici stampa delle grandi case discografiche (che stanno tutte a Milano) è, di solito, una donna.
Nervosissima.

Ma anche i giornalisti non sono da meno (e io lo posso dire perché per metà della giornata, bla bla bla… capito il trucchetto?).
Oggi, per esempio, ho parlato con una giornalista, che voleva delle informazioni ulteriori a quelle che le avevo mandato con il comunicato stampa e la mail, per scrivere un pezzo sulla campagna di cui mi occupo. Mi chiede di mandarle una pubblicazione legata alla campagna: quattro mega in pdf. Gliela mando, torna indietro, la richiamo. “Guarda che la tua mail non regge l’allegato. Hai un’altra mail a cui posso mandarla?” Lei è talmente stupita dalla domanda che sento il rumore che fanno i suoi occhi quando strabuzzano. Poi, come se nulla fosse, mi dà una mail alternativa, e si cautela.
“Potrei venirlo a prendere, il file”, dice. “Ma non ho un dischetto.”
“Guarda, quattro mega in un dischetto non ti ci stanno, ti ci vorrebbe una chiavetta usb”: reagisce come se le avessi detto che avere un dispositivo portatile di teletrasporto tornerebbe utile. La telefonata si chiude con lei che mi dice “Se avessi bisogno di altre informazioni, ti chiamo: è il tuo lavoro, no?”
Sì, è il mio lavoro del pomeriggio, e ancora manca un sacco alla fine del pomeriggio. Quanto meno abbastanza da ricevere un’altra telefonata della giornalista. Mi inizia a fare delle domande che hanno risposta nel comunicato, ma lungi da me dirle: “Ma allora manco l’hai letto”, quindi rispondo educatamente. Mi chiede quando inizia la campagna, e le dico la data. “Quanto va avanti?”, continua lei. “Eh, dipende”, dico io, e spiego che, sebbene sia una campagna nazionale, è organizzata autonomamente anche dagli enti che vi aderiscono a livello locale. “Quindi, fino a quando va avanti?”, insiste. “Di solito gli eventi locali sono organizzati fino alla metà di agosto circa, ma non credo ci sia bisogno di essere così precisi”, dico tentando di chiosare.
Pare si sia placata, ma è solo un’apparenza. “Che spettacoli sono legati alla campagna?” Stavolta sono io che strabuzzo gli occhi: non c’è alcuno spettacolo legato alla campagna, dico, ma lei insiste: “Eh, mica me lo sono inventato, l’ho letto nei comunicati.” “I comunicati li ho scritti io, giuro che non c’è alcuno spettacolo.” Niente, non è convinta, mi dice di aspettare in linea, e va a leggere le mail che le ho mandato. Torna al telefono. “Ah, no, mi sono confusa: avete dei personaggi dello spettacolo come testimonial.”
Un momento di silenzio.
“Senti, ma quando inizia e quando finisce, la campagna?”

E domani mattina, di nuovo a fare il collega di questa qua.

* E mi rendo conto di avere usato un’altra volta un titolo simile, in un posto che aveva sempre a che fare con giornalisti.

Monolocane: anche iss' adda finì

Ebbene sì, amiche e amici, siamo arrivati alla fine della stagione 2005-2006 di Monolocane. La terza? La quarta? Non ricordo. Comunque, questa sera dalle 2230 alle 0030 avrete l’ultima possibilità, almeno fino ad ottobre, di sentire gli annunci di “No Accademia, No DAMS”, le notizie piccanti di “Tengo una minchia tanta” e soprattutto le mie enormi, numerose, fastidiosissime cazzate.

A fare da contraltare, come ospiti speciali, i Bonnie&Clyde della blogosfera, il Fruttero e Lucentini della scrittura erotica, insomma, quei due simpatici pisquanazzi di Magenta e Woland. Si va a braccio, eh.

Siateci.

Vuoi sentire Monolocane? Ma dai, davvero? Ehi, sei un tipo ok, amico! Se sei a Bologna, prendi la tua vecchia radio, accendila e sintonizzati sui 96.3 o 94.7 MHz. Se sei altrove o non hai un apparecchio radiofonico, usa il computer. Basta cliccare qua.

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