+ latte, – cacao (x tutti)
Leggo sul sempre valido blog di Gago che la Ferrero ha intenzione di eliminare dalle confezioni di Kinder quella bella faccia sana e bionda del bimbo sorridente. Parte, quindi, la petizione per salvarlo. Sempre che questa cosa della Ferrero sia vera.
Voglio dire, io di solito dubito delle cose che si trovano su Internet. Ho imparato a mie spese che molte delle notizie che girano in rete sono delle bufale. A mie spese perché, quando mi è arrivata questa catena di Sant’Antonio via mail, sebbene non l’abbia spedita “atuttiimieiamici”, ho smesso di lavarmi i capelli per paura di accelerare il processo alopecizzante che comunque, visto che la genetica non è un’opinione, mi colpirà.
Allora perché scrivo questa cosa sul bambino Kinder?
Perché da piccolo mi sentivo una merda. Sì, ero un bambino un po’ depresso, tipo Marvin di Guida galattica per autostoppisti, e avevo anche un po’ le sue fattezze. Però mi tiravo su quando vedevo quella faccia di culo del bambino della Kinder. Lo guatavo, smangiucchiavo barrette e lo mandavo a fare in culo. Oh, sarà anche stato l’effetto euforizzante del cacao (meno) o quello del latte (più? Lattepiù?), ma stavo meglio.
E invece, adesso, potrebbero sostituire il bersaglio dei miei strali infantili con un giovinetto modellino fighetto che, a dieci anni, ha già scopato più di me e ha assunto anche notevoli dose di cocaina.
Firmate la petizione, su.
La cosa più difficile, tornato a casa, è dover scegliere altro rispetto a che panino mangiare per pranzo, cena, colazione, merenda e che film vedere. E’ anche difficile rendersi conto che la vita qua necessita più del chilometro quadro calpestato ogni santo giorno al Lido. E’ anche difficile resistere alla tentazione di mettersi un pass al collo, uno qualsiasi, prima di uscire, per entrare qua o là.
1. Arrivare al Lido e vedere subito David Cronenberg seguito da alcune ragazzine che sventolano un cartello su cui c’è scritto: “Mr Cronenberg, thank you for Spider, the best film in the world”. Penso che, allora, il cinema ha ancora qualche speranza.
3. La sigla animata del festival, ironica, divertente e ritmata: e per fortuna, considerando che è la cosa che si vede ogni giorno, più volte al giorno, sempre.
sosia, ma in fondo, chi se ne importa.
dopo avere visto l’orrendo film di cui era protagonista, Backstage.

















Brian Wilson non ce la fa. E qui scatta la commozione, perché uno dei veri geni della musica americana non ce la fa più, nonostante sia coetaneo di McCartney, Bowie, Jagger, gente che salta, canta, balla. Lui non ce la fa, e si vede. Sta seduto, agita le mani come farebbe un vecchio nonno un po’ rimbambito, legge le parole sugli schermi che ha davanti.
prima, probabilmente, per il peso di un padre-padrone-manager ossessivo. Poi, per i Beatles: diciamocelo, ma vi rendete conto, soffrire per i Beatles? Voglio dire, hanno provato questo lui, Pete Best (il loro primo batterista) e Stuart Sutcliffe (mollato prima di incidere il primo disco). Wilson soffre perché sente che, dall’altra parte dell’oceano, c’è qualcuno che fa musica in maniera geniale. Esce Rubber Soul, nel 1965, e lui dice: “Minchia!” (probabilmente). E poi aggiunge: “Adesso vi faccio vedere io.” E sforna quel capolavoro che è Pet Sounds. Tre mesi dopo i Beatles fanno uscire Revolver. Dieci mesi dopo ancora, Sgt. Pepper’s. E Brian crolla, letteralmente.
Tutto questo, badate bene, scrivendo canzoni che, perdonatemi la banalità, appena iniziano fanno spuntare sorrisi e bermuda a chiunque.