Francesco Locane

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Dagli archivi: Goodbye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2002)

Goodbye, Lenin!Goodbye Lenin locandina

Di Wolfgang Becker
Con Daniel Brühl, Katrin Sass, Chulpan Kamatova, Florian Lukas, Maria Simon
Durata 118’
Distribuzione Lady Film

La storia: Christiane, attivista del partito comunista della Repubblica democratica tedesca, cade in coma durante i disordini precedenti alla caduta del muro di Berlino. Si sveglierà solo otto mesi dopo, con un cuore ancora molto debole. La Germania e l’Europa, intanto, sono cambiate radicalmente, ma il figlio Alexander, con la complicità di amici e parenti, cercherà di creare un mondo in cui tutto è come prima, se non meglio.

Come spettatore italiano, mi ritrovo nella stessa situazione di qualche settimana fa, quando ho visto City of God. Esattamente come per il film di Mereilles il mio essere non brasiliano mi faceva percepire alcune cose come se fossero adornate da una sorta di epicità aggiunta, anche nel film di Becker mi sono trovato a non capire del tutto. Con la differenza che mentre in City of God ci muoviamo efficacemente, soprattutto nella prima parte, nei territori della vita e storia come mito, in Goodbye, Lenin! le cose sono confuse e spesso in equilibrio instabile.

Nel film ci vuole essere un po’ di tutto: la Storia, innanzitutto, ma quella recente e vicina a noi, che conosciamo bene (sebbene da non tedeschi, appunto). Una sorta di abbozzo di romanzo di formazione, vedi gli accenni all’infanzia del protagonista e ai suoi eroi, la storia del suo primo amore, il rapporto con i genitori che cambia, la vita adulta. Inoltre il regista spinge sia sul registro del grottesco e del comico, con un uso frequente di accelerati e del commento fuori campo del protagonista, sia sul dramma familiare. E tutto ciò è imbevuto in un tentativo di commedia.

Così alcune realtà che presumo possano essere state all’ordine del giorno nell’ex Germania est, come la disoccupazione, lo spaesamento politico, culturale e umano di vecchi militanti del partito e dei giovani ai quali venivano offerte possibilità tanto nuove quanto effimere, vengono spesso ridotte a macchiette, a stereotipi.

Il vecchio collega di Christiane, insegnante del politecnico Karl Marx, si è dato all’alcolismo, la prima cosa che si fa quando si attraversa il confine tra Berlino est e ovest è andare in un sexy shop, la Germania si riunifica veramente con la vittoria della nazionale tedesca ai mondiali di calcio italiani. Va bene, immagino possa essere stato così, ma è questo l’unico modo di rappresentarlo?

Tuttavia altrove il regista rivela un tocco delicato e molto personale. Un esempio su tutti è la creazione di quella bolla temporale che diventa la stanza di Christiane, una volta che la donna viene portata a casa dopo il lungo ricovero. In un primo momento la stanza diventa una specie di parentesi ferma all’ottobre 1989, una specie di teca, in cui tutto viene dal passato.

Divertenti, quindi, le sequenze in cui Alexander e l’amico Denis creano finti telegiornali. Godibile la ricerca affannosa del figlio dei cetriolini “socialisti” per la madre, ormai introvabili e sostituiti da prodotti di importazione olandese, ma la cosa si ripete troppe volte. Poi la stanza diventa un vero e proprio laboratorio, dove il tempo si muove in una sorta di realtà parallela. Quindi viene fatto credere a Christiane che sono i cittadini dell’ovest ad arrivare nella DDR, attratti da uno stile di vita alternativo al capitalismo, con scene decisamente divertenti. D’altro canto, quando viene reclutato il cosmonauta idolo di Alex per interpretare un improbabile successore di Honecker alla guida del paese, si cade un po’ nel patetico.

Il film continua in questa incertezza, caricando troppo delle situazioni, disegnandone alcune molto bene (soprattutto quando si tratta di nascondere alla madre l’enorme pubblicità della Coca Cola e il passaggio del dirigibile West), ma rimanendo insicuro sulla strada da prendere.

Così, nel pout-pourri generale, anche la storia del padre perduto e poi ritrovato (ovviamente ricco, con altri due figli, che vive in una bella villa con giardino) rimane appena abbozzata, sullo sfondo, quasi indistinta. Peccato, perché, ripeto, Becker non è affatto banale sia nelle scelte registiche che nella direzione degli attori, che, la Sass sopra tutti, sono bravi e nella parte.

Recensione originariamente apparsa su duellanti, giugno 2003

Di |2024-05-12T15:55:25+02:0013 Gennaio 2022|Categorie: Act Naturally, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Goodbye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2002)

Dagli archivi: BlackStarman: addio a David Bowie

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

(da “Lazarus”)

Quando questa mattina la notizia è rimbalzata sui profili di amici (veri o fittizi) su Facebook, ho pensato: è una bufala. Poi ho sentito “Heroes” alla radio e la conferma della notizia: David Bowie è morto ieri, dopo diciotto mesi di battaglia con un cancro che l’ha avuta vinta su una delle figure che ritenevamo immortali. Bowie è morto davvero, pochi giorni dopo avere dato alle stampe Blackstar, l’ultimo di una lunga serie di album che hanno definito non solo la musica, ma – nell’accezione più ampia del termine – il mondo degli ultimi cinquant’anni. Mezzo secolo in cui Bowie ha scritto, composto, recitato, inciso, suonato dal vivo, è caduto e si è rialzato, ha dato vita e ucciso alter ego (da Ziggy al Thin White Duke), ma anche mezzo secolo in cui uno dei più grandi artisti che il pianeta abbia conosciuto ha ascoltato, nel senso più ampio, le pulsioni del mondo intorno a lui per ridarne una sua lettura e, spesso, anticipandone gli sviluppi.

Il beat e il pop dei primordi, l’ariosità degli anni ’60 e l’amarezza con cui quel sogno è finito, il senso di cupezza e speranza, fine e progresso insieme degli anni ’70, la (ri)scoperta e la visione algida e plastica della disco e del soul, le oscurità elettroniche e la jungle, la consapevolezza degli anni Zero: queste rapide tappe sono quelle percepite da chiunque abbia vissuto gli ultimi decenni, ma sono anche delle linee di lettura possibili del percorso artistico di Bowie e, allo stesso modo, una traiettoria nella cultura pop moderna e post-moderna. Questo perché il musicista è stato al nostro fianco per tutto questo tempo, ha commentato con le sue canzoni, i suoi film, i suoi concerti, i suoi vestiti il nostro mondo, per poi tornare a se stesso negli ultimi due splendidi dischi.

Sono proprio The Next Day e Blackstar a darci tante importanti “lezioni” riguardo a questi tempi, in cui ognuno di noi è star e impresario di se stesso.

La prima è la discrezione: quando uscì la prima canzone dopo anni di silenzio, “Where Are We Now?”, uscì di sorpresa. Niente teaser, trailer, gif, nulla. Solo un brano e un video: le sorprese sono belle proprio perché in quanto tali arrivano dal nulla. La stessa che (non) ha circondato l’uscita di Blackstar e la malattia di Bowie. La stessa discrezione che pare sia impossibile da mantenere in questi giorni, in più di un contesto in cui sarebbe da ambire.

La seconda ha a che fare con il rapporto con la nostalgia e la memoria: tornando a The Next Day, è chiaro come Bowie, in quello che si rivelerà il suo penultimo disco, rilegga se stesso, riguardi la sua carriera, dalla copertina al testo del primo singolo: tutto lo indica. Ma lo fa creando qualcosa di nuovo, come ha fatto quasi sempre, non limitandosi – come si fa spesso in questi giorni di retromanie – a copiare-e-incollare il passato (e lui è uno dei pochi che se lo poteva permettere, di nuovo quasi sempre).

L’ultima riguarda il rapporto con il presente e il futuro: Blackstar è un disco che ha tanti riferimenti ai lati più difficili dell’oggi, senza avere la pretesa di raccontarli direttamente, ma usando parole e musica per evocare e suggerire, lasciando molto lavoro all’ascoltatore. Rivoluzionario, in un’epoca di pappe precotte di ogni gusto e per ogni occasione. E inoltre Bowie ha voluto realizzare il suo ultimo disco con dei giovani jazzisti: avrebbe potuto suonarlo con chiunque, ma davvero chiunque sulla faccia della Terra, e invece no.

Le sette canzoni che compongono il testamento di Bowie sono lanciate verso il futuro: un futuro che ora, nell’immediato, vedrà miliardi di parole, incluse queste, spese per ricordare la stella, ma che poi sarà composto da tanti attimi in cui godremo della sua luce, perdendoci ancora una volta nelle meravigliose musiche che ci ha lasciato.

Originariamente pubblicato sul sito di Radio Città del Capo, gennaio 2016

Di |2024-05-12T15:57:23+02:0010 Gennaio 2022|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Things We Said Today, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: BlackStarman: addio a David Bowie

Dagli archivi: Aprimi il cuore (Giada Colagrande, 2002)

Locandina Aprimi il cuore

Aprimi il cuore

Di Giada Colagrande
Con Giada Colagrande, Natalie Cristiani, Claudio Botosso
Durata 93’
Distribuzione Lucky Red

La storia: Caterina vive e studia con Maria, sua sorella, che per mantenersi si prostituisce in casa. Le due ragazze sono unite da un rapporto d’amore assoluto e totale, che verrà messo in crisi con l’entrata nel loro mondo di Giovanni, custode della scuola di danza che frequenta Caterina. L’equilibrio si rompe portando a tragiche ed estreme conseguenze.

Per il suo primo lungometraggio, Giada Colagrande sceglie una storia difficile, facilmente etichettabile. Se si provano a filtrarne i contenuti, emergono tematiche come incesto, prostituzione, cattività, omicidio. Roba da fare gioire molti giovani registi italiani, magari quasi esordienti che, con ogni probabilità, trarrebbero da tutto ciò qualcosa di già visto in tutto e per tutto.

Non è il caso di questo film, scritto dalla stessa regista insieme a Francesco Di Pace, in cui questa (pericolosa) ricchezza di contenuti viene resa con forma asciutta e una messa in scena statica e ferma. Quando parlo di messa in scena, intendo tutto: la scenografia, per esempio. La maggior parte del film è ambientata nell’appartamento delle sorelle (il vero appartamento delle protagoniste), cinquanta metri quadri da cui la sorella minore non esce quasi mai, perché non vuole farlo. Il cielo spunta ogni tanto, ma spesso visto dalla finestra di casa, inquadrato come qualcosa di lontano e irraggiungibile. La luce del sole entra nelle stanze, ma in maniera riflessa. La luna, crescente, marca il tempo che passa, un tempo ipnotico, ritualizzato.

La vita delle sorelle, soprattutto quella di Caterina, è scandita in maniera ossessiva. La ragazzina studia in casa, mangia in casa, fa l’amore con la sorella in casa. Sente i gemiti dei clienti della sorella e il rumore ritmato della rete del letto che cigola, un suono acuto, opprimente, invadente e pieno che, insieme ai pesanti e cupi silenzi, fa letteralmente da colonna sonora.

Dopo ogni amplesso, un altro rituale, antico e (fin troppo) simbolico: il lavaggio. Caterina aiuta Maria a fare il bagno, e, quando sarà la sorella minore a prostituirsi, i ruoli ovviamente si invertiranno. Caterina è un animale in gabbia, che non ha la minima voglia di uscire, a parte per andare a scuola di danza. Talvolta la vediamo appoggiata alla finestra mentre getta un’occhiata sul mondo esterno, ma con indolenza, senza curiosità.

L’entrata del mondo esterno, l’irrompere di elementi estranei nel mondo emotivo ed emozionale delle due sorelle segna le svolte della storia. Prima Giovanni, che non può non esclamare “Che cazzo di situazione!” quando viene a sapere dello stato di cattività in cui vive Caterina. Poi, alla fine del film, è l’entrata nell’appartamento della moglie di uno dei clienti di Maria, disperata perché il marito è scomparso da una settimana senza lasciare tracce (“Siamo così innamorati”, dice la donna in lacrime a Caterina), a portare alla conclusione della vicenda.

Tutto, come ho detto, è ripreso in maniera sobria, distaccata, con la macchina da presa spesso distante dai corpi, immobile o quasi. Anche quando i corpi sono impegnati in amplessi freddi e squallidi, la camera si tiene spesso a distanza, ma non per pudore, quanto per una forma di non-partecipazione consapevole.

L’abbondanza dei contenuti e dei simboli, quindi, viene ben bilanciata (come già detto) dalla messa in scena. Nonostante tutto, si sente a volte una sensazione di eccesso. Prima di tutto nell’intermissione di rappresentazioni pittoriche della Madonna, dall’annunciazione fino alla morte. Una delle due sorelle si chiama Maria, il discorso è esplicito fin dall’inizio: non si tratta assolutamente di voler giocare sul filo del blasfemo, quanto di rappresentare un tipo di femminilità, che comprenda maternità, amore, sesso. In questo discorso, coerente e chiaro, l’introduzione dei quadri risulta quindi a volte sovrabbondante.

Inoltre il film è spesso segnato da innumerevoli e coltissime citazioni: Caterina studia da sola, non va a scuola, e quindi ripete alla sorella, e a noi, passi di Dante, poesie di Donne, interpretazioni leonardesche e michelangiolesche del dualismo corpo e anima, teorie cosmologiche di Tico e Keplero. Il tutto con un tono poco più che scolastico, che sicuramente alleggerisce i vari simbolismi. Un discorso a parte, infine, va fatto per la musica, praticamente sempre diegetica e, anche in questo caso, a volte fin troppo autoreferenziale: uno dei brani portanti del film è Chiarina di Schubert, dedicata dal compositore alla moglie Clara, molto più giovane di lui, e i titoli di coda sono accompagnati da un’Ave Maria fadista.

Sono questi, comunque, piccoli difetti, forse attribuibili alla normale paura di non essere capiti fino in fondo che molti registi esordienti hanno. Giada Colagrande dimostra di avere un occhio attento e una sensibilità non comune nel trattare quelli che sono temi universali e, quindi, molto difficili e pericolosi da rappresentare.

Recensione originariamente apparsa su duellanti, maggio 2003

Di |2024-05-12T15:58:29+02:007 Gennaio 2022|Categorie: Act Naturally, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Aprimi il cuore (Giada Colagrande, 2002)

Dagli archivi: Sex is comedy (Catherine Breillat, 2002)

sex is comedy locandinaSex is comedy

Di Catherine Breillat
Con Anne Parillaud, Grégoire Colin, Roxanne Mesquida, Ashley Wanninger, Dominique Colladant
Durata 92’
Distribuzione Sharada

La storia: La regista Anne, alle prese con il suo nuovo film, sta cercando di girare una difficile scena d’amore, ma gli attori coinvolti faticano a darle quello che chiede.

Ogni film che parla di cinema è una potenziale arma a doppio taglio. Da un lato affascina e coinvolge, ma dall’altro rischia di voler risolvere in maniera metaforica, semplicemente mostrando la macchina-cinema, temi universali e difficili, arrivando talvolta a risultati quanto meno didascalici, se non addirittura banali.

La Breillat non sfugge a tutto questo. Sex is comedy è un film gradevole, ma discontinuo. È piacevole quando rimane sul set e narra delle vicissitudini delle giornate di riprese, delle lunghe attese, dei piccoli accorgimenti tecnici: in questo modo, ancora una volta, la finzione magica del cinema viene svelata, pur rimanendo intrigante. È assolutamente pretenzioso quando, attraverso alcune battute della regista, vengono veicolate massime e verità “assolute”, soprattutto sul cinema e sul mestiere della regia.

Nonostante le smentite della stessa Breillat, Anne non può non ricordare la regista stessa, e il film pare confermare questa tesi, con infiniti rimandi ai lavori precedenti dell’autrice. Non si tratta, infatti, di perseguire in maniera, appunto, autoriale le tematiche costanti della sua filmografia, sesso e verginità su tutte, ma di vere e proprie citazioni.

La scena centrale del film e, ovviamente (?), anche del film nel film (che si chiama Scenes intimes), in cui la protagonista si trova a fare sesso per la prima volta, è identica a una sequenza del precedente A mia sorella: stessa l’attrice (Roxanne Mesquida, brava come tutto il resto del cast), stessa la posizione della macchina da presa, stesse le battute pronunciate dagli attori.

Siamo ben oltre la strizzatina d’occhio, andiamo quasi verso un trattato autocelebrativo, tanto più che il film è narrativamente basato, o addirittura sbilanciato, sulla figura della regista, che sceglie gli attori “come gli uomini scelgono le donne, per poi consumarli”. Il rapporto tra attore e regista con sfumature erotico e sadomasochistiche? Già visto.

D’altro canto, però, la Breillat sa guardare con ironia al suo cinema. Esemplare, a questo proposito, la scena in cui l’attore si trova a dovere mettere un fallo di plastica, a mo’ di protesi. Non può non venire in mente il clamore suscitato da Romance, film in cui, sebbene soltanto a livello pubblicitario, aveva fatto scalpore la “comparsata” del pene di Rocco Siffredi.

Come molti registi, la Breillat è innamorata del cinema e di se stessa. Questo fa sì che non voglia quasi staccarsi da questo piccolo e, tutto sommato, gradevole film. Dopo alcuni cartelli di titoli di coda, ecco comparire di nuovo, sebbene solo per qualche secondo, la regista Anne.

La scena d’amore centrale (e onnicomprensiva, aggiungo) del film Scene intimes (ma anche di Sex is comedy e dei film della Breillat), è stata finalmente girata, con emozione, partecipazione e pathos da parte di tutta la troupe. Anna/Catherine si può finalmente rilassare, mangiando una banana e sorridendo. Ci sono altre “scene intime” da girare, nient’altro importa.

Recensione originariamente apparsa su duellanti, marzo 2003

Di |2024-05-12T15:59:16+02:003 Gennaio 2022|Categorie: Act Naturally, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Sex is comedy (Catherine Breillat, 2002)

Fuori pagina, il mio primo romanzo

copertina fuori pagina

La copertina, grafica di Caterina Moretti

Da oggi sul sito della casa editrice ed etichetta discografica Alter Erebus è possibile preordinare Fuori pagina, il mio primo romanzo. Sì, è un romanzo, non un saggio, né una raccolta di racconti come Tempi diversi (il mio esordio nella narrativa, pubblicato nel lontano 1999) o come La guerra in cucina (uscito – per modo di dire – nel 2009).

Fuori pagina parla di uno scrittore, Davide Lista, che campa facendo il ghostwriter per un’importante casa editrice. In particolare Lista è il vero autore dei romanzi di Regina Altieri, una ex diva televisiva, matronale e ingombrante, che ha trovato un nuovo successo nell’editoria firmando due romanzi rosa di scarsa qualità (Fuochi di passione e Prova d’amore), senza scriverne nemmeno una parola. Davide sta lavorando al terzo, Il sogno e il destino, ma è bloccato, annoiato, frustrato, in perenne lotta con l’arrogante editor della casa editrice, Alberto, e in crisi con la fidanzata Isabella, dentista. Come se non bastasse, il personaggio principale del romanzo, il bellissimo e stolido Rinaldo Bastiani, esce dalle bozze del libro e comincia a vivere una vita propria nel mondo reale, “fuori pagina”, appunto, creando problemi a non finire.

Il romanzo che ho scritto si chiamava, all’inizio, Il sogno e il destino, proprio come il libro su cui sta sudando Davide: un titolo perfetto per quel romanzo rosa, meno per il mio. A suggerire Fuori pagina – se non ricordo male – è stato Gianluca Morozzi, uno tra i primi a leggerlo e a fornirmi qualche utile suggerimento per migliorarlo, nel lontano 2010. Dopo essere passato al vaglio di Grazia Verasani, di un’importante agenzia letteraria (che ha risposto “non male”) e della Fernandel di Ravenna (per cui avevo già pubblicato qualche racconto in passato), l’ho affidato a Jadel Andreetto e Mariana Califano. Oltre che fornirmi ulteriori indicazioni sul testo, hanno provato per tre anni a farlo pubblicare: ci sono stati moltissimi silenzi, qualche “forse”, un paio di “possiamo parlarne”, ma nulla di concreto. Intanto il tempo intanto passava e il romanzo subiva nuove revisioni, aggiustamenti, migliorie.

Nel 2017, dopo qualche anno di silenzio, ho contattato un’altra agenzia letteraria, settepiani: è stata Elena Zuccaccia, stavolta, a riprendere in mano Fuori pagina e a mandarlo per case editrici. Tra le prime a rispondere, Alter Erebus: Nicholas Ciuferri e Matteo Madafferi hanno amato il libro e hanno deciso di pubblicarlo. La versione definitiva è stata rivista (per la decima volta in dieci anni) con la collaborazione dell’editor della casa editrice, David Ceccarelli, che ha anche avuto l’idea di usare come separatori del testo i segni utilizzati nelle revisioni di bozze. La grafica Caterina Moretti, dal canto suo, è riuscita a interpretare benissimo le mie fumose idee per realizzare la copertina e le altre grafiche promozionali del romanzo.

Ringrazio, oltre alle persone citate sopra, tutti coloro che hanno contribuito alla nascita di Fuori pagina, ma adesso il libro è vostro: in attesa di venirlo a presentare qua e là (seguitemi sui social per conoscere le date dei prossimi incontri) sarò felice se mi vorrete scrivere le vostre impressioni, ma soprattutto se vi intratterrà, risucchiandovi nel mondo che ho creato. Perché, in fondo, per uno scrittore non c’è soddisfazione più grande che prendere il lettore e farlo vivere anche solo per poche in un’altra realtà… sulla pagina.

From us to you: il nostro regalo per i cento anni di Gianni Rodari

Posso dire che tutto è nato su questo blog, dieci anni fa, con un post in cui dichiaravo il mio amore per Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari, il disco di Lucia e Virgilio del 1972 che ho consumato quando ero piccolo e che non ho mai smesso di ascoltare. Grazie alle numerose reazioni che ha scatenato quel post, anche a distanza di anni, ho capito che quelle canzoni erano ancora parte della memoria di tanti, ma riuscivano a conquistare anche chi le ascoltava nel terzo millennio.

Poi, nell’ottobre 2019, mi sono imbattuto in uno scambio di commenti in cui veniva citato Rodari e, ancora una volta, ho inviato all’amica impegnata nel dibattito informazioni sul disco. Non lo conosceva, ma era bastato un ascolto per conquistarla. L’amica era Francesca Bono degli Ofeliadorme, e il suo entusiasmo mi ha fatto pensare a quanto la sua voce e il suo stile fossero adatti a rileggere una delle Filastrocche, nello specifico “Il gatto inverno”.

Più me la immaginavo, più mi convinceva. Da lì mi sono detto: “Conosco un sacco di musiciste e musicisti di spessore: perché non organizzo – in maniera del tutto volontaria e con contributi volontari di tutti i coinvolti – un album-omaggio a questo disco, e quindi al lavoro di Gianni Rodari, di Lucia Mannucci e Virgilio Savona, lo metto in rete e dono i ricavati dei download a un’associazione, un ente o una struttura che si occupa di bambini?”.

Sono stato travolto da questo pensiero, che si è formato così, tutto insieme, ma sono stato incoraggiato a continuare anche dalla risposta positiva di Paola Rodari, la figlia di Gianni, la prima persona “esterna” a cui ho comunicato il progetto.

Ho quindi preso il telefono e ho selezionato i possibili candidati secondo tre criteri:
1. dovevano essere persone che potevo contattare facilmente, con un messaggio o una telefonata;
2. dovevano essere persone che avevano una sensibilità letteraria, musicale e umana con il mondo e le idee di Gianni Rodari;
3. dovevano essere ragionevolmente libere nel periodo in cui pensavo si dovessero produrre le tracce (una produzione fattibile anche in casa, dato che la lunghezza delle canzoni del disco originale è assai ridotta e che gli arrangiamenti di Savona sono tanto efficaci quanto semplici).

Alla fine del 2019, infatti, pensavo di “sfruttare” l’anno rodariano per eccellenza, questo disgraziato 2020, in cui ricorrono il centenario della nascita, 60 anni dall’uscita della raccolta Filastrocche in cielo e in terra, 50 anni dall’assegnazione del Premio Andersen e 40 anni dalla morte. Il disco sarebbe uscito ad aprile così da dare tempo ai musicisti di produrlo e di avere 8 mesi per promuoverlo.

Nel frattempo, ovviamente, ho ricevuto l’appoggio dell’agenzia che cura la produzione letteraria di Rodari e delle edizioni musicali del disco originale. Una bella soddisfazione, magnificata dal fatto che intorno al progetto fossi riuscito a raccogliere con estrema facilità un nugolo di belle persone affinché si occupassero di alcuni aspetti tecnici: quelli legali (Emanuela Russo e Antonio Tavoni), quelli sonori (Roberto Rettura e il suo Studio Spaziale, Angelo Epifani e il suo Epifonica Sound Lab) e quelli grafici (Marcello Petruzzi e tutta Housatonic).

Chi veniva a conoscenza di quest’idea sorrideva e diceva “Ci sto”, pur sapendo che avrebbe lavorato gratis, una cosa che mi sorprende sempre, quando ci penso, ma non tanto quanto un’altra, relativa all’assegnazione delle canzoni.

Il penultimo giorno del 2019 scrivevo “alle musiche e ai musici” queste parole:

Vi chiedo (…) di indicarmi le tre canzoni che “vorreste”, se ce ne sono. Le virgolette sono d’obbligo, perché sarà praticamente impossibile che ognuno abbia la canzone che preferisce. Io cercherò di venire incontro ai vostri desideri, ma per forza di cose sarò costretto a prendere decisioni che non si accordano ai vostri gusti. In tal caso, mi direte se siete ancora della partita, oppure no. Potete anche dirmi anche “o questa o nulla”, ma se non vi accontento, e quindi non sarà possibile farvi partecipare, promettiamoci che ci vogliamo bene lo stesso.

Sì, è vero, molti mi hanno detto “scegli tu”, ma uno dei “miracoli” legati alla nascita di questo disco è stato che tutti, proprio tutti, hanno avuto la canzone che desideravano.

La prima, “Filastrocca impertinente” di Dente, è arrivata nella mia mail a metà febbraio. Due settimane dopo eravamo in piena emergenza sanitaria. Eppure il progetto, che ora aveva un titolo (Rifilastrocche in cielo e in terra) e un ente beneficiario (l’impresa sociale Con i Bambini), entrambi scelti a maggioranza da tutte le persone coinvolte, non si fermava. Le canzoni continuavano ad arrivarmi una ad una e, ogni singola volta, mi commuovevano fino alle lacrime: pensate a cosa provereste se qualcuno vi mandasse qualcosa che, contemporaneamente, vi riportasse all’infanzia e vi desse fiducia nell’umanità.

Il tutto nel mezzo della prima pandemia che tutti stavamo vivendo e che, in un orribile giorno di aprile, ha portato via Mirko Bertuccioli dei Camillas, anche loro coinvolti nell’album. “La canzone che avevamo pensato la facciamo lo stesso”, mi ha detto qualche settimana dopo Vittorio Ondedei, cofondatore della band. Anche in quel caso, lo confesso, mi è entrato qualcosa in entrambi gli occhi, facendomi lacrimare un po’.

E con la fine dell’estate tutto era pronto, grazie allo sforzo collettivo di musiciste, musicisti, professionisti del diritto d’autore, fonici, produttori, specialisti in comunicazione. L’amico Marcello Petruzzi e Housatonic hanno realizzato una copertina (anche in versione da colorare) e un video splendido, servito come apripista del disco, uscito poco più di un mese fa.

Dieci anni fa non avrei mai pensato di riuscire a ideare da solo le Rifilastrocche in cielo e in terra. Oggi ci sono sono riuscito proprio perché non sono stato solo. Ed è quindi giusto che questo biglietto di auguri in musica per i cento anni di Gianni Rodari sia firmato anche da Alessandro Grazian, Anna Bazueva, Michele Postpischl, Alessandro Fiori, Stefano Santoni, Silva Cantele, Andrea Manzardo, Matteo Fiorino, Nicola Baronti, Serena Altavilla, Valerio Canè, Angelo Epifani, Enzo Cimino, Enrico Liverani, Ruben, Michael, Theodor e Zagor Camillas, Giovanni Imparato, Letizia Cesarini, Laura Loriga, Francesca Pizzo, Andrea Gerardi, Franco Naddei, Fabio Cinti, Cristopher Bacco, Andrea Pulcini, Paola Mirabella, Giuseppe Peveri, Federico Laini, Nicola Setti, Francesca Amati, Roberto Rettura, Antonio Tavoni, Davide Cristiani, Luca Di Mira, Enrico Pasini, Luca Torreggiani, Meike Clarelli, Valeria Sturba, Vincenzo Vasi, Marcello Petruzzi, Andrea Monachesi, Gianluca Sturmann, Marco Marzoli, Emanuela Russo e Raffaella Tenaglia.

Cento di questi giorni, W Gianni Rodari!

Di |2024-05-12T16:05:16+02:0023 Ottobre 2020|Categorie: I Me Mine, I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , |Commenti disabilitati su From us to you: il nostro regalo per i cento anni di Gianni Rodari

1977: Frank Zappa rinasce ad Halloween

Oggi Frank Zappa avrebbe compiuto 77 anni. Chissà quanti altri album avrebbe firmato, oltre ai 62 in tre decenni scarsi di carriera (a cui sono seguite decine di opere postume) che definiscono il percorso unico di un genio capace di sgretolare le barriere tra generi e stili musicali e di usare la stessa furia iconoclasta per scagliarsi contro l’American way of life. Ma nella densa discografia del musicista spicca un anno privo – o quasi – di uscite, il 1977, che segna gli ultimi frangenti di un periodo creativo ricco di tensioni e difficoltà, ben testimoniato dai sei leggendari concerti di Halloween tenuti al Palladium di New York.

Le registrazioni integrali dei live di quarant’anni fa, rimasterizzate a 24 bit, sono state pubblicate per la prima volta in una chiavetta USB a forma di candy bar con 158 file wav e booklet digitale, in una confezione che comprende anche maschera e costume da Frank Zappa: un’occasione unica per ascoltare sedici ore di musica che marcano un importante passaggio nell’imprevedibile e scintillante biografia artistica del musicista.

Per comprendere l’importanza del momento fotografato da Halloween 77 è bene tornare indietro di un paio di anni, fino al giugno del 1975, quando esce One Size Fits All: insieme al successivo Bongo Fury, pubblicato a ottobre, include le ultime incisioni con l’incarnazione delle Mothers (“of Invention” va e viene nella ragione sociale) che comprende tra gli altri Tom Fowler al basso, George Duke alle tastiere, Napoleon Murphy Brock al sax, nonché un ritrovato e spumeggiante Captain Beefheart.

Proprio allora cominciano i problemi che costelleranno il biennio seguente, a cominciare dalla progressiva rottura con il manager Herb Cohen, che porta nel 1976 alla fine della DiscReet Records, con conseguenti cause incrociate e congelamenti di capitali. I live diventano l’unica vera fonte di guadagno e tra il 1975 e il 1977 Zappa e i suoi musicisti girano più volte Europa, Canada e Stati Uniti, toccando anche Giappone e Oceania.

Inoltre c’è da gestire il master di un nuovo disco, Zoot Allures, che Zappa riduce da doppio a singolo e consegna direttamente alla Warner Brothers, ma non è tutto. Da anni Zappa è impegnato nella gestazione di canzoni che dovrebbero uscire sempre per la WB proprio nel 1977, e come consuetudine fanno già parte delle scalette dal vivo: l’opera è un ambizioso quadruplo LP e si intitola Läther.

La Warner Brothers, però, giudica troppo rischiosa la pubblicazione del lavoro e chiede a Zappa di suddividerlo e spezzettarlo. Il musicista si oppone: porta quindi i master agli stabilimenti della Phonogram, fa eseguire le prove di stampa nel formato originale quadruplo e sceglie come data di uscita il giorno di Halloween.

Il momento è perfetto, perché proprio il 28, 29, 30 e 31 ottobre di quell’anno Zappa sarebbe tornato al Palladium di New York: ci era già stato nel dicembre del 1976, e da quei concerti aveva anche tratto un live, Zappa in New York, pubblicato dalla Discreet Record nei primi mesi del 1977, ma subito ritirato dalla Warner. L’etichetta si intromette anche nella relazione tra Zappa e la Phonogram, e rincara la dose comunicando l’intenzione di pubblicare il materiale del live e del quadruplo, smembrandolo e riadattandolo in cinque uscite, programmate tra il marzo del 1978 e l’inverno del 1979.

Zappa è mortificato e furioso al punto da interrompere un rapporto – seppur limitato alla sola distribuzione – che durava da un decennio: intenta causa alla Warner, dando il via a una battaglia che lo vedrà vittorioso solo nei primi anni ’80. Nel frattempo fa quello che ha sempre saputo fare meglio: suona.

Il tour autunnale del 1977 comincia l’8 settembre a Tempe, Arizona, e si conclude alla fine dell’anno a Los Angeles. Zappa lascia a casa gli ottoni e si porta dietro una band che è un concentrato di tensione elettrica, espressione di un rock duro e progressivo, ma elastico al punto da allungarsi verso il jazz, l’avanguardia e il cabaret.

Il veterano, per modo di dire, è Terry Bozzio, con lui da un paio d’anni: il batterista non è solo un valido partner dietro le pelli, ma anche un’ottima spalla per sketch e siparietti. Patrick O’Hearn accompagna Zappa al basso da un annetto, il percussionista Ed Mann neanche da sei mesi. I due tastieristi Peter Wolf e Tommy Mars hanno superato le audizioni poco prima dell’inizio dei live, insieme a un bravo chitarrista, dotato anche come cantante, che però (orrore!) non sa leggere la musica: Adrian Belew.

Zappa gli insegnerà le canzoni nei fine settimana antecedenti l’inizio del tour, e (come scotto?) gli farà subire ogni tipo di angheria sul palco. “C’è bisogno di uno che si metta in testa un casco lampeggiante e si muova come un robot! Che ne dite di Adrian?”, ricorda il chitarrista nelle note di Halloween 77. All’epoca, con i suoi ventott’anni da compiere, è il membro più vecchio della band, Zappa escluso.

Halloween: il musicista californiano celebra da qualche anno la sua festa preferita al Felt Forum, un teatro newyorchese nel complesso del Madison Square Garden.

Nel 1977 l’appuntamento si sposta negli spazi eleganti e storici del Palladium per sei concerti, due il 28 e 29 ottobre, uno il 30 e gran finale il 31, proprio nel giorno in cui sarebbe dovuto uscire Läther. Zappa decide non solo di fare registrare tutto dal fido Kerry McNabb, ma anche di riprendere le le serate, producendo il materiale che poi finirà in Baby Snakes, uscito nei cinema nel 1979.

La scaletta dei primi quattro concerti è identica, ma ogni pezzo splende dell’urgenza e del giovanile nervosismo dei musicisti, a partire dal pezzo di apertura, “Peaches En Regalia”, interpretato in una versione più veloce e rutilante del solito: i cambi di ritmo, le modulazioni e le riprese dei temi sono impeccabili e, grazie al bel lavoro di rimasterizzazione, si apprezzano ancora di più le finezze timbriche e di arrangiamento apportate da ognuno.

Il boogie sinistro e orrorifico di “The Torture Never Stops”, da Zoot Allures, sembra perfetto per la ricorrenza della vigilia di Ognissanti, ma si adatta bene anche al momento tormentato che sta attraversando Zappa, assillato da ex manager, avvocati, “giornalisti che si portano dietro le tipe alle interviste per potersele poi scopare più facilmente” e, ovviamente dalla Warner Bros.

L’etichetta è il bersaglio principale del musicista: in “Titties ‘N Beer” afferma che averci a che fare è come stare all’inferno, un paragone che lascia costernato il diavolo interpretato da Terry Bozzio. Il batterista è al centro di un altro noto duetto, “Punky’s Whips”, in cui racconta come sia stato sedotto e ingannato dall’immagine effeminata di Punky Meadows, frontman della glam band Angel.

E se O’Hearn non si trattiene e accenna a “In-A-Gadda-Da-Vida” degli Iron Butterly quando parte una tirata anti-hippy, Adrian Belew è il protagonista assoluto di Flakes”, che Zappa introduce così: “Questa canzone parla di gente che non fa quello che dovrebbe. C’è una grande concentrazione di questi non-cittadini [in originale denizens, ndr] in California. Detto in parole povere, il problema è che tutti quelli che si trasferiscono in California lo fanno per ottenere l’assegno di disoccupazione, dell’assistenza sociale o entrambi”.

Sempre nelle note di Halloween 77 è lo stesso chitarrista a ricordare come è nata la canzone: “Una notte ero nel seminterrato di Frank, mi stava facendo sentire una canzone che aveva in mente di insegnare alla band. Aveva una specie di cattivo retrogusto folk e, tanto per ridere, ho cominciato a cantarla alla Bob Dylan. Frank ha sogghignato: ‘Questo nel concerto lo mettiamo’”. L’imitazione di Belew è veramente spassosa, come lo sono i divertissement del periodo tra fine ’60 e inizio ’70 (con il raro ripescaggio di un singolo delle Mothers, “Big Leg Emma”) che si alternano alle ricercatezze di “Envelopes”, alla versione strumentale di “Coneheads” e alle lunghe improvvisazioni di “Wild Love”, comprese tra i venti minuti e la mezz’ora della serata di Halloween.

Di fronte a questo circo musicale raffinato e controllatissimo, il pubblico sghignazza e si diverte sempre di più, viene invitato sul palco per essere irriso in gare di ballo sui ritmi di leggendaria difficoltà di “The Black Page #2”, gode di battute e sketch politicamente scorretti (ora e allora) e viene investito dalla potenza della doppietta finale, composta da “Camarillo Brillo” e da una trionfale “Muffin’ Man”.

Dopo questo “riscaldamento” lungo due giorni (e dodici ore di live, più altrettante di soundcheck), Zappa e i suoi possono osare di più: il pubblico è dalla loro parte, molti hanno comprato i biglietti per tutti i concerti, tanto che vengono riconosciuti e salutati dal palco. “Stink-Foot” e “The Poodle Lecture” aprono le danze del 30, in cui trovano posto la seconda esecuzione in assoluto della celebre parodia di Peter Frampton “I Have Been in You”, le première di “Dancin’ Fool” e “Jewish Princess”, un’insolita “King Kong”e il finale scatenato con “San Ber’dino”.

L’ultima serata – proposta da sola in un triplo cd –  riprende le scalette precedenti, ma aumenta il livello dello spettacolo sul palco, come le sequenze live di Baby Snakes ben dimostrano. Tra spettatori presi a frustate e altri invitati a gareggiare nell’imitazione di Zappa stesso, torna sul palco il bassista delle Mothers of Invention Roy Estrada, e interpreta un personaggio che si eccita alla vista di una maschera di gomma nell’operistica “The Demise of the Imported Rubber Goods Mask”. 

Il finale con la strumentale “Black Napkins” è un’ulteriore celebrazione dell’arte chitarristica di Zappa e le tinte ancora più scure di “The Torture Never Stops” paiono risentire dell’approccio grandguignolesco e teatrale di Alice Cooper, fino a qualche anno prima sotto l’ala protettiva della Straight Records – fondata proprio da Zappa e Cohen – prima di finire sotto… Warner.

A proposito di etichette: è proprio durante la serata di Halloween che il musicista californiano, oltre a consigliare di fare sempre il gesto delle corna quando si firma un contratto discografico, ovviamente per eliminare il malocchio, annuncia la nascita della Zappa Records, la più longeva delle creature discografiche partorite dal musicista.

Ci vorrà quasi un anno e mezzo per vedere nei negozi il primogenito dell’etichetta, Sheik Yerbouti: tra i maggiori successi critici e commerciali di Zappa, il doppio è inciso insieme a questa nuova e giovane formazione e, pur includendo integralmente le registrazioni di “Jones Crusher” del 31 (un’altra splendida performance vocale di Adrian Belew) e la già citata “Jewish Princess”, contiene solo una parte delle novità suonate al Palladium in quei giorni del 1977.

Le altre protagoniste delle scalette newyorchesi (comprese quelle del dicembre 1976, sempre al Palladium) sono proprio i brani di Läther, che – lo ricordiamo – doveva uscire proprio quel 31 di ottobre. Un paio di mesi dopo Zappa porta le prove di stampa Phonogram del quadruplo LP alla KROQ di Pasadena e, affinché gli ascoltatori della radio californiana non aspettino “da 3 a 5 anni per ascoltare la mia splendida musica”, li invita a registrare il suo nuovo disco, che trasmette per intero: dà così vita a una serie infinita di bootleg che alimenteranno il mito del disco “perduto”.

Läther uscirà così come era stato pensato solo nel settembre del 1996, poco meno di tre anni dopo la morte di Frank Zappa.

Mantenere la media

2016-03-17-04-25-33

Siamo tra Natale e Capodanno, ed ecco l’inutile e tradizionale elenco dei concerti a cui ho assistito nel 2016. Sono 86, esattamente come l’anno scorso, nonostante una pausa estiva dovuti a infortuni immobilizzanti.
Qualche dato aggregato, che non fa mai male. I concerti sono stati visti per lo più a Bologna, con due succose trasferte: una per il Primavera Sound di Barcellona e una per il SXSW di Austin. Il locale che ho frequentato di più è stato il Locomotiv Club di Bologna, la band che ho visto di più sono stati i C+C=Maxigross. Insomma, eccoli qua, in ordine cronologico, tutti e 86 tra festival, showcase, arene enormi e piccolissimi club.

The Winstons, Covo Club, Bologna, 9 gennaio
Shaloma Locomotiva Orchestra, Teatro San Leonardo, Bologna, 15 gennaio
Aucan, Godblesscomputers, TPO, Bologna, 23 gennaio
Jacco Gardner, C+C=Maxigross, Covo Club, Bologna, 6 febbraio
Kaos, Viruz, Locomotiv Club, Bologna, 13 febbraio
Extraliscio, Palazzo Pepoli, Bologna, 18 febbraio
Mulatu Astakte, Locomotiv Club, Bologna, 20 febbraio
Adriano Viterbini, Egle Sommacal, Locomotiv Club, Bologna, 21 febbraio
Toxic Love, Palazzo Pepoli, Bologna, 25 febbraio
Iacampo, Palazzo Pepoli, Bologna, 10 marzo
The Jon Spencer Blues Explosion, Elli de Mon, Locomotiv Club, Bologna, 10 marzo
Diamanda Galas, Teatro Manzoni, Bologna, 11 marzo
Girls Names, Latitude, Austin, 15 marzo
Declan McKenna, Latitude, Austin, 15 marzo
Oscar, Latitude, Austin, 15 marzo
Pauw, Cedar St. Courtyard, Austin, 16 marzo
Joan Thiele, Numero 28, Austin, 16 marzo
White Denim, Radio Day Stage, Austin, 16 marzo
Iggy Pop, Noveller, The Moody Theater, Austin, 16 marzo
Sunflower Bean, Radio Day Stage, Austin, 17 marzo
Eleanor Friedberger, Clive Bar, Austin, 17 marzo
Petite Noir, 800 Congress, Austin, 17 marzo
Jack Garratt, Radio Day Stage, Austin, 18 marzo
Chvrches, Radio Day Stage, Austin, 18 marzo
Bombino, Radio Day Stage, Austin, 18 marzo
Bob Moses, Bud Light Factory, Austin, 18 marzo
Wahid Allan Faqir, Russian House, Austin, 18 marzo
Xixa, Luck Lounge, Austin, 19 marzo
Birthh, The Townsend, Austin, 19 marzo
Cypress Hill, McGarrah Jessee Rooftop, 19 marzo
Godblesscomputers, Palazzo Pepoli, Bologna, 24 marzo
Iosonouncane, Trees of Mint, Locomotiv Club , Bologna, 2 aprile
Black Mountain, Motorhomes, Locomotiv Club, Bologna, 5 aprile
Claudio Simonetti’s Goblin, Locomotiv Club, Bologna, 7 aprile
I Cani, Felpa, Locomotiv Club, Bologna, 13 aprile
C+C=Maxigross, Miles Cooper Seaton, Palazzo Pepoli, Bologna, 14 aprile
Protomartyr, Heathens, Covo Club, Bologna, 15 aprile
Des Moines, Zoo, Bologna, 17 aprile
Cesare Basile, Palazzo Pepoli, Bologna, 21 aprile
Nonkeen, Andrea Belfi, Teatro Antoniano, Bologna, 27 aprile
Kairos, Palazzo Pepoli, Bologna, 28 aprile
Teho Teardo, Blixa Bargeld, Locomotiv Club, Bologna, 5 maggio
Sophia, Covo Club, Bologna, 6 maggio
Motta, Locomotiv Club, 7 maggio
Birthh, Krano, Mikasa, Bologna, 19 maggio
Goat, Primavera Sound, Barcellona, 1 giugno
Suede, Primavera Sound, Barcellona, 1 giugno
Alessandro Cortini, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
Andy Shauf, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
Car Seat Headrest, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
C+C=Maxigross, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
Floating Points, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
John Carpenter, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
LCD Soundsystem, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
Ben Watt, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
Selda Bağcan & Boom Bap, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
Radiohead, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
Holly Herndon, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
The Avalanches, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
Matilde Davoli, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Altre di B, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Sycamore Age, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Brian Wilson performing Pet Sounds, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
PJ Harvey, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Julia Holter, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Moderat, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Sorge, Parco del Cavaticcio, Bologna, 15 giugno
Flavio Giurato, Locomotiv Club, Bologna, 18 settembre
The Winstons, Locomotiv Club, Bologna, 23 settembre
Federico Albanese, Locomotiv Club, Bologna, 28 settembre
Kill the Vultures, FreakOut Club, Bologna, 7 ottobre
White Denim, Covo Club, Bologna, 19 ottobre
Parquet Courts, Pill, Covo Club, Bologna, 22 ottobre
Paolo Spaccamonti, Spazio Labò, Bologna, 23 ottobre
Peter Murphy, Locomotiv Club, Bologna, 26 ottobre
C’mon Tigre racconta Toccafondo, Teatro Antoniano, Bologna, 27 ottobre
The Cure, Unipol Arena, Casalecchio di Reno, 29 ottobre
Tom Brosseau, Nero Factory, Bologna, 6 novembre
Makaya McCraven, Locomotiv Club, Bologna, 8 novembre
Vapors of Morphine, Splatterpink, Locomotiv Club, 11 novembre
Francesco Serra, Spazio Labò, Bologna, 13 novembre
Trio Bobo, Bravo Caffè, Bologna, 17 novembre
Tinariwen, Locomotiv Club, Bologna, 18 novembre
Cabeki, Nero Factory, Bologna, 4 dicembre
Flavio Giurato, L’Altro Spazio, Bologna, 14 dicembre
Wrongonyou, Persian Pelican, Locomotiv Club, 16 dicembre

Di |2024-05-12T16:08:01+02:0027 Dicembre 2016|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Mantenere la media

Toccare il pubblico nel profondo e farlo viaggiare: intervista con i Black Mountain

black-mountain

Un punto d’unione tra Pink Floyd e Black Sabbath: una definizione un po’ grossolana, ma efficace, per i Black Mountain, una band canadese che amo molto. Nonostante il revival psichedelico, spesso con sfumature stoner, sia onnipresente, e il gruppo non si dissoci da queste sonorità (anzi), la caratteristica di Stephen McBean e compagni è che, sin dall’esordio self-titled del 2005, hanno definito una loro personalità in maniera precisa e convincente. Il loro nuovo disco, IV, esce il primo di aprile sempre per Jagjaguwar e, di lì a pochi giorni, la band arriva in Italia per due concerti, a Bologna e Torino.

Oggi pomeriggio a Maps manderò in onda l’intervista realizzata con Amber Webber, in cui abbiamo sviscerato la genesi di un album validissimo, che mette insieme con sicurezza e controllo chitarre e spazio, glam e arrangiamenti orchestrali. Salite a bordo.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta, voi vivevate e suonavate insieme. Ora che non passate più tutto questo tempo tutti insieme il vostro modo di scrivere è cambiato?
In linea di massima, questo non ha cambiato tutto quanto. Steve ora vive a Los Angeles, ma comunque scrivevamo spesso separatamente e poi facevamo le prove e ci scambiavamo delle idee tutti insieme. Cioè, io, Steve, Jeremy o chiunque della band scriveva una canzone, poi talvolta registravamo una specie di demo e ce lo spedivamo. Poi, quando eravamo nel posto dove suoniamo, arrivavamo a un’idea della canzone e la arrangiavamo insieme. Quindi il processo è molto simile a com’è sempre stato.

L’album è sostenuto in parti uguali da chitarre e sintetizzatori: come avete usato l’elettronica in IV?
Jeremy, il nostro tastierista, ha un sacco di roba analogica, quindi forse non è il caso di parlare di elettronica, intesa nel senso moderno. Ma d’altro canto i Black Mountain non hanno mai voluto essere considerati una band di chitarre e basta. Amiamo gli spazi aperti che i synth possono fornire, un po’ come li intendevano i Pink Floyd: sono spazi bellissimi. Le band che hanno un suono sempre e solo incentrato sulle chitarre non mi piacciono: cioè, amo la chitarra, ma di più lo spazio. E inoltre è molto divertente cantare con quel tipo di spazio, piuttosto che avere sempre le chitarre che si lamentano…

Il titolo del disco ha a che fare con l’omonimo album dei Led Zeppelin o dobbiamo considerarlo una specie di self titled?
(ride) Quello che vorremmo fare è chiamare i dischi semplicemente 1, 2, 3, eccetera. Specialmente Jeremy ha letteralmente pregato la band di chiamare il disco IV. È una specie di omaggio… Ci sono un sacco di album classici che si intitolano semplicemente “4” in cifre. Quindi anche noi abbiamo deciso di stare sul classico, sul rock classico e di intitolarlo IV.

La traccia di apertura, nonché primo singolo, “Mothers of the Sun” prepara un’atmosfera che viene completamente sconvolta dal pezzo più rock and roll di tutto il disco, “Florian Saucer Attack”. Mi racconti qualcosa di questi primi due brani?
A dire il vero “Mothers of the Sun” è un pezzo vecchio intorno al quale abbiamo girato per anni, perché non aveva mai il giusto arrangiamento… Jeremy ha iniziato a suonarlo dal vivo da solista, come Sinoia Caves; una sera l’abbiamo sentito e gli abbiamo detto: “Amico, devi rimetterci le mani sopra!” L’ha fatto e ha iniziato a suonare giusto: un bel risultato per noi, visto che era un brano che ci penzolava di fronte al naso da tempo. E su “Florian Saucer Attack”… amo quella canzone, è super divertente, va dritta al punto, è un pezzo rock da ballare.

C’è un’altra traccia, “(Over and Over) The Chain” che ha in comune con quella di apertura la lunghezza e i timbri, ed è a sua volta collegata con il brano che chiude il disco, “Space to Bakersfield”. Come avete pensato alla scaletta?
Di solito non lavoriamo a un disco canzone per canzone: registriamo un sacco di brani e non tutti finiscono nell’album. Quelli che scegliamo sono quelli che raccontano una storia e che stanno bene con gli altri. Non so se quelli che citi si assomiglino, ma di certo evocano sentimenti simili.

Si può dire che ci sia un tema “spaziale” che affiora qua e là in tutto il disco, dal punto di vista musicale e testuale?
C’è sempre qualcosa di spaziale nei Black Mountain (ride). Noi stessi a volte fluttuiamo nello spazio… Comunque sì, certo, c’è… Mi piace pensare che i Black Mountain facciano musica attraverso la quale si può nuotare come se si fosse nello spazio, che diano la sensazione di essere legato a ogni tipo di pianeti, vita, eccetera. Se la nostra musica ti fa sentire così, è fantastico.

Uno dei tuoi grandi momenti in IV è in “Line Them Up”, dove brilli davvero. Raccontaci qualcosa del brano, che è – dal punto di vista musicale – il più tranquillo e dolce di tutto il disco.
“Line Them Up” è l’unica traccia del disco che ho scritto completamente da sola: è una canzoncina di cui ho continuato ad ascoltare il demo, pensando che avrei dovuta usarla in qualche modo. Così l’ho data ai ragazzi della band, a cui è piaciuta: l’abbiamo arrangiata inserendo un bridge, una sezione centrale strumentale, e così penso sia diventata una canzone dei Black Mountain, con la stessa sensibilità di ballate che abbiamo scritto in passato, e quindi ho pensato potesse andare bene per la band. È l’unico pezzo che ha un’orchestra, un arrangiamento d’archi nella parte centrale. E ci sono i corni, bellissimi. Sono felice del risultato: di quella canzone sono proprio orgogliosa.

“Cemetery Breeding” è una specie di versione adulta di un pezzo dark pop strappacuore per teenager: pur mantenendo la sua maturità, mi sembra che sia teneramente indulgente su ciò che accadde nel cimitero del titolo.
Ah, quella canzone! (ride) Ha una specie… Insomma, ti immagini questi due adolescenti che corrono in un cimitero e si amano, o qualcosa del genere. Magari c’è un elemento drammatico… Mi piace molto: è una delle canzoni più pop dell’album, divertente, ma allo stesso tempo triste e drammatica. Un gran pezzo. L’ha scritto Steve e non so esattamente cosa intendesse con i versi, ma è nato come un brano sobrio e in acustico e alla fine si è trasformato in qualcosa di pop.

Senti anche tu un pizzico di West Coast o un sapore californiano in “Crucify Me”?
Ah, davvero hai pensato a questa cosa? Non ci ho mai riflettuto ma in fondo Steve vive a Los Angeles, quindi magari c’è un po’ del sole della California, e il deserto si è fatto strada tra le canzoni qua e là.

Parliamo dell’aspetto visivo del vostro ultimo lavoro, il video di “Mothers of the Sun” e la copertina del disco.
La copertina è tutta opera di Jeremy, che si è sempre occupato di tutto l’aspetto visivo della band: c’è la sua mente bizzarra al lavoro in quel campo! Amo la sua arte e non mi pongo troppe domande su quello che fa: è molto astratto, usa il collage… Per qualche motivo noi Black Mountain parliamo un sacco del Concorde, l’aeroplano: in testa avevamo l’idea di metterlo sulla copertina del disco. E Jeremy ha messo un Concorde in copertina: fantastico! E poi ha aggiunto elementi mistici, altre cose che non sai bene cosa siano… Non si capisce che stia succedendo: c’è una sensazione di mistero, è figo. Il video per “Mothers of the Sun” è stato realizzato da due ragazzi di Vancouver: li abbiamo lasciati fare e se ne sono venuti fuori con questa specie di ragazzini psichedelici… Hanno elaborato un’idea complessa: neanche io sono sicura davvero del reale significato del video. Ti dovrebbe dare l’idea di portarti in un’altra dimensione, che è sempre una figata… Insomma, un video bizzarro che è anche un trip: funziona bene con la canzone.

Qual è il tuo più grande desiderio in campo musicale?
Quello che davvero voglio è realizzare bei dischi, suonare dal vivo ed essere fonte d’ispirazione per il pubblico… o almeno fare viaggiare la gente mentre suoniamo. Non si vedono spesso concerti in cui sei toccato nel profondo, o nei quali la band dimostri un certo grado di innovazione. Ecco, questo è ciò che vorrei essere in grado di dare al pubblico: qualcosa che li tocchi e li faccia stare bene.

Di |2024-05-12T16:08:46+02:0025 Marzo 2016|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , , |Commenti disabilitati su Toccare il pubblico nel profondo e farlo viaggiare: intervista con i Black Mountain

Un giorno su quattro

concerti

Come l’anno scorso, rinnovo l’inutile tradizione di elencare i concerti visti in dodici mesi. Come si fa di solito, ecco qualche dato aggregato. Le band che ho visto di più, tre volte ciascuna, sono state Verdena, Iosonouncane e Pecori Greg. Sono stato 21 volte al Locomotiv e 17 tra Covo e Bolognetti. Quasi tutti i concerti sono stati visti a Bologna, a parte l’infilata del Primavera Sound e una trasferta romana. Insomma: ecco gli 86 concerti visti nel 2015.

Cymbals Eat Guitars, Covo Club, Bologna, 16 gennaio
Paolo Benvegnù, Matteo Toni, Locomotiv Club, Bologna, 17 gennaio
Giovanni Succi, Pristine Mood, FreakOut Club, Bologna, 22 gennaio
C’Mon Tigre, TPO, Bologna, 7 febbraio
Orlando Julius & the Heliocentrics, Locomotiv Club, Bologna, 13 febbraio
Bud Spencer Blues Explosion, Roberto Angelini, Teatro Quirinetta, Roma, 20 febbraio
Curtis Harding, New Colour, Covo Club, Bologna, 27 febbraio
Post-CSI, Locomotiv Club, Bologna, 28 febbraio
Paus, Locomotiv Club, Bologna, 5 marzo
Pond, Baseball Greg, Covo Club, Bologna, 6 marzo
Ariel Pink, Larry Gus, Locomotiv Club, Bologna, 7 marzo
Verdena, Jennifer Gentle, Estragon, Bologna, 10 marzo
Egle Sommacal, AtelierSi, Bologna, 15 marzo
Melampus, Kisses from Mars, Covo Club, Bologna, 20 marzo
Gazebo Penguins, Delta Sleep, Valerian Swing, Covo Club, Bologna, 21 marzo
Cesare Basile, TPO, Bologna, 9 aprile
Tubax, After Crash, Locomotiv Club, Bologna, 10 aprile
Godspeed You! Black Emperor, Carla Bozulich, Estragon, 11 aprile
Beatrice Antolini, Palazzo Pepoli, Bologna, 16 aprile
A Place to Bury Strangers, Rare Blossom, Romare, Locomotiv Club, Bologna, 17 aprile
Ghostpoet, TPO, Bologna, 18 aprile
Pecori Greg, FreakOut Club, Bologna, 24 aprile
Sleaford Mods, Covo Club, Bologna, 2 maggio
Alessio Bondì, Pane e Panelle, Bologna, 4 maggio
Nils Frahm, Dawn of Midi, Locomotiv Club, Bologna, 4 maggio
Suz Trio, Palazzo Pepoli, Bologna, 21 maggio
Shellac, Uzeda, Locomotiv Club, Bologna, 26 maggio
The Shalalalas, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
The Cheatahs, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
Ought, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
Mikal Cronin, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
Spiritualized, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
The Black Lips, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
James Blake, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
José González, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Tobias Jesso Jr., Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Sleater-Kinney, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Run the Jewels, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
alt-J, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Jon Hopkins, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Dan Deacon, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
American Football, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Tori Amos, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Torres, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Unknown Mortal Orchestra, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Thee Oh Sees, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Hookworms, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Caribou, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Petrina, Palazzo Pepoli, Bologna, 4 giugno
Sun Kil Moon, Cortile del Palazzo Estense, Ferrara, 7 giugno
Wow, Parco del Cavaticcio, Bologna, 8 giugno
Iosonouncane, Dino Fumaretto, Pecori Greg, Palazzo Pepoli, 18 giugno
Soak, Bolognetti Rocks, Bologna, 18 giugno
The Fuzztones, BOtanique, Bologna, 25 giugno
C’Mon Tigre, Bolognetti Rocks, Bologna, 26 giugno
Fast Animals and Slow Kids, Bolognetti Rock, Bologna, 27 giugno
Iosonouncane, Bolognetti Rocks, Bologna, 2 luglio
Badly Drawn Boys, Eaves, Bolognetti Rocks, Bologna, 9 luglio
Neneh Cherry, Bolognetti Rocks, Bologna, 10 luglio
Blonde Redhead, BOtanique, Bologna, 13 luglio
Verdena, Iosonouncane, Piazza Castello, Ferrara, 15 luglio
A Toys Orchestra, BOtanique, Bologna, 17 luglio
Capra, Bolognetti Rocks, Bologna, 18 luglio
Cold Specks, Bolognetti Rocks, Bologna, 23 luglio
Tony Allen, Locomotiv Club, Bologna, 11 settembre
ESG, Locomotiv Club, Bologna, 28 settembre
The Melvins, Big Business, Locomotiv Club, Bologna, 30 settembre
Capibara, roBOT Festival, Bologna, 9 ottobre
Godblesscomputers, roBOT Festival, Bologna, 9 ottobre
Scisma, Fabio Cinti, Locomotiv Club, Bologna, 10 ottobre
US Girls, Covo Club, Bologna, 16 ottobre
Oh Land, Vera Di Lecce, Locomotiv Club, Bologna, 22 ottobre
Ofeliadorme, Dino Fumaretto, TPO, Bologna, 24 ottobre
Bachi da Pietra, Malascena, Locomotiv Club, Bologna, 28 ottobre
Father John Misty, Anna B. Savage, Locomotiv Club, Bologna, 1 novembre
Verdena, Estragon, Bologna, 6 novembre
Destroyer, Covo Club, Bologna, 7 novembre
Kamasi Washington, Locomotiv Club, Bologna, 9 novembre
Christan Scott Sextet, Bravo Caffè, Bologna, 12 novembre
C+C=Maxigross, Pecori Greg, Covo Club, 14 novembre
Calibro 35, OoopopoiooO, Locomotiv Club, 20 novembre
Adriano Viterbini, SEMM, Bologna, 2 dicembre
Iosonouncane, Locomotiv Club, Bologna, 3 dicembre
Os Mutantes, Locomotiv Club, Bologna, 5 dicembre
Mimosa, Cortile Cafè, Bologna, 11 dicembre
Tubax, Three in One Gentleman Suit, Locomotiv Club, 19 dicembre

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