Francesco Locane

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Attraverso passaggi alla libreria Golconda

Vi ho parlato altre volte de “L’ultimo battito”, il racconto scritto per una serata a Modena di un po’ di tempo fa, musicato da Egle Sommacal e, infine, inserito in Attraverso passaggi, un annuario di Malicuvata.
Be’, questa sera alle 1830 (puntuali!) lo presentiamo alla libreria Golconda, a Bologna, in via Nosadella. In programma chiacchiere e letture, senza eccessive lungaggini e pesantezze.
Se vi va, passate. Se no, trovate tutto il meritevole volume in download gratuito sul sito di Malicuvata.

Di |2011-04-12T08:00:00+02:0012 Aprile 2011|Categorie: Eight Days A Week, Paperback Writer|Tag: , , , , , , , |Commenti disabilitati su Attraverso passaggi alla libreria Golconda

Libri di passaggio

Mi sono reso conto, cercando il post a tal proposito, che sono passati quasi tre anni da quando ho scritto del primo libro di Kevin Canty che mi sia passato sottomano, Tenersi la mano nel sonno. Rileggendo quelle parole ho percepito nuovamente la reale emozione che quel libro mi aveva dato. Dei racconti brevi e perfetti, come amo leggere e come raramente si trovano.
Appena ho saputo dell’uscita, sempre per minimum fax, della nuova raccolta, mi sono precipitato a comprarla: ma ho concluso la lettura di Dove sono andati a finire i soldi solo ieri. Tra quando ho comprato il libro e quando l’ho finito, ho scoperto che Canty scrive anche romanzi. E che è il fratello di Brendan, il batterista dei Fugazi.
Il secondo elemento mi ha fatto sorridere, il primo, invece, mi è tornato in mente leggendo la nuova raccolta: il romanziere Canty si percepisce nell’arco di lettura. Mi spiego.
Gli uomini protagonisti di tutti i racconti vivono situazioni diverse, oltre ad essere descritti con tratti differenti. Sono però quasi tutti sopra i quaranta e si trovano nei guai: o meglio, noi li conosciamo quando si rendono conto della situazione difficile in cui si trovano. Li incontriamo mentre riaffiora il pensiero di un tradimento che si credeva sepolto, quando una difficoltà diviene un problema concreto e potenzialmente cronico, quando le cose si turbano all’improvviso, ma prevedibilmente, se uno ci avesse pensato.
Lo stile di Canty lega i personaggi, tanto da pensare che prima o poi questi si incontrino, magari per uscire dai momenti che le parole dell’autore rendono in maniera talvolta angosciante, ma sempre lucida e precisa. Si spera che si incontrino e che stiano bene, ma la maggior parte delle volte i finali delle storie che compongono la raccolta mi hanno fatto pensare a un’unica cosa. Che se fossi stato lì, con l’uomo che la maestria di Canty mi aveva fatto conoscere così bene in una manciata di pagine, sarebbe stato mettergli una mano sulla spalla e dirgli guardandolo negli occhi “Mi dispiace, davvero.”, trattenendomi dal pronunciare un’altra ovvietà: il rassicurarlo che, prima o poi, tutto sarebbe andato bene.
C’è qualcos’altro che, però, lega i racconti tra loro: l’attenzione che Canty ha per la descrizione dei paesaggi, quasi mai metropolitani. Dalle nevi della foresta boreale ai deserti del sud degli Stati Uniti, gli elementi naturali giocano un ruolo fondamentale anche in questo libro: tant’è che, in uno dei racconti più belli, dove questa dimensione è più assente, ti viene da pensare che il bambino figlio del protagonista, che ha iniziato a morsicare estranei e compagni di classe, sia un animaletto da curare, che segue un istinto insopprimibile ma che non può convivere con la società. Non è una caso che il racconto si intitoli “Non c’è posto per te a questo mondo”.
Una raccolta di racconti, dove si passa da uno all’altro senza interruzione: forse meno intensi di Tenersi la mano nel sonno, ma che dimostrano ancora una volta l’eccellente livello di Canty e che sembrano proiettare il lettore verso un romanzo che non esiste, o che forse, semplicemente, non ho ancora letto. La cosa buffa è che l’inizio del libro è affidato al racconto che dà il titolo alla raccolta: un vero e proprio trait d’union (o così mi voglio immaginare) tra la raccolta precedente e questa: sul sito di minimum fax si può scaricare per intero, qua.

Di |2011-04-08T08:00:00+02:008 Aprile 2011|Categorie: Paperback Writer|Tag: , , , |2 Commenti

Scambi di persona

Ieri sono andato in banca, per controllare alcuni movimenti sul mio conto. Quando compare il mio numero sul display in alto, vado verso la cassa libera. Dietro il bancone c’è un uomo di una cinquantina d’anni: comincio a chiedergli delle informazioni, dandogli ovviamente del lei. Il discorso si infittisce e l’impiegato si rivolge a me dandomi del tu.
Da qualche anno ho deciso che, casi estremi a parte, do del lei alle persone che non conosco (a meno che non siano coetanei, colleghi, sodali o tutte e tre le cose), ma di conseguenza mi regolo su come l’altra persona si rivolge a me. Credo si tratti di una questione di rispetto: non ho più dodici anni.
Quindi ho iniziato a dare del tu all’impiegato.
Per un po’ mi ha risposto dandomi del tu, ma, quando il discorso tra di noi stava per finire, è tornato al lei.
L’ho salutato dicendogli “La ringrazio, arrivederci”.

Di |2011-04-07T08:00:00+02:007 Aprile 2011|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |Commenti disabilitati su Scambi di persona

Tre colpi di Calibro 35

Questa sera, al Cinema Teatro Perla di Bologna, i Calibro 35 suoneranno dal vivo la colonna sonora del film Milano odia: la polizia non può sparare, cupissimo poliziesco di Umberto Lenzi del 1974, una delle colonne del “noir” italiano.

Con mio sommo godimento, nel pomeriggio di oggi i Calibro saranno nella trasmissione che conduco per la terza volta per un live in diretta negli studi di Città del Capo – Radio metropolitana, a partire dalle 1530.
Sarà difficile che riusciate a sentire un live migliore in radio, dico davvero. I video delle precedenti esibizioni a Maps che riporto qua sotto dovrebbero confermarvelo.

[youtube=http://youtu.be/RD-VkVppMnQ]

[vimeo http://www.vimeo.com/18006296 w=500&h=281]

Di |2011-04-06T08:00:00+02:006 Aprile 2011|Categorie: Eight Days A Week, I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Tre colpi di Calibro 35

Tradurre Gadda

In un libro di cui abbiamo parlato qua, si discute delle radici comuni che hanno le parole “tradizione, “tradire” e “tradurre”: indicano un portare qualcosa a qualcuno, in senso ampio. Non è un caso che io abbia menzionato un testo che parla di teatro, perché l’altra sera ho visto uno spettacolo notevole. L’eccellente Fabrizio Gifuni ha portato in scena L’ingegner Gadda va alla guerra, tratto dagli scritti del grande scrittore milanese e del bardo di Stratford: i ricordi di Gadda combattente della Grande Guerra si fondono, grazie a un semplice gioco di luci creato su una scenografia più che minimale, con brani scritti da Shakespeare.
Il risultato è tutt’altro che pretestuoso, come forse si potrebbe pensare. Gifuni usa tutte le sue doti attoriali (fisiche e vocali) per portarci le parole di uno degli scrittori più difficili e importanti del Novecento italiano. In un’ora e mezza densa e impegnativa tradisce il teatro di parola senza cambiare una virgola degli scritti di Gadda al fronte, né dei passaggi dell’Amleto. Le conclusioni sono affidate all’analisi magistrale della comunicazione “sessuale” fascista: parole, come immaginerete, quanto mai attuali.
Andatelo a vedere.

Di |2011-04-04T08:00:00+02:004 Aprile 2011|Categorie: Act Naturally|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Tradurre Gadda

Sette gelatine di frutta

Non so voi, ma a me piacciono moltissimo le gelatine di frutta, ma non me le compro mai. Un po’ perché sono appena meno care del tartufo (quelle buone) e un po’ perché le finirei subito, appunto.

I video dell’intenso concerto di Cristina Donà di lunedì scorso sono come gelatine, per me, autoprodotte.
Un post melenso? Zuccherino, direi.

[youtube=http://youtu.be/hm6iOIhOSk0]

[youtube=http://youtu.be/1AFHmN7QCvU]

[youtube=http://youtu.be/zmMX9g4FYf4]

[youtube=http://youtu.be/2IrKCJZyS28]

[youtube=http://youtu.be/SfhmsG3eyiQ]

[youtube=http://youtu.be/AV46CF9Xea0]

[youtube=http://youtu.be/ry8h_jpmE5g]

Come Facebook uccise i blog (e altre forme di vita) – 3

(Continua dal post precedente)

4. Facebook ha stravolto il concetto di “privato”
Il discorso non riguarda solo la privacy dei dati degli utenti, che Facebook, si sa, affronta in maniera del tutto sbarazzina, ma il senso di “privato”, stravolto dalle disposizioni di base che vengono associate al nostro profilo quando ci iscriviamo, ma anche dei meccanismi “sociali” ormai condivisi. Facebook nasce per farsi i cavoli degli altri e per mettere in piazza i propri: questo è un dato. Ma, ripeto, non si tratta solo del fatto che se io sono iscritto a Facebook e mi fotografano alle spalle di Giovanna, ecco che la mia foto col mio nome compare nell’album di Giovanna senza che io possa, in prima battuta, impedirlo. Qui parlo del fatto che le bacheche degli utenti, cioè i luoghi in cui compaiono le cose che l’utente scrive, ma anche gli oggetti inseriti da altri in cui è “inserito” il nome dell’utente stesso, sono ormai usate come mezzi per comunicare cose private, sebbene siano visibili da tutti gli amici dell’utente in questione. Per cui non è difficile imbattersi in scambi di commenti pubblici che riguardano appuntamenti tra due persone in un dato luogo, sollecitazioni a studiare, lavorare, eccetera, proposte di cene, cinema o aperitivi, fino a (visto con i miei occhi) inviti a rispondere al telefono: davvero, ho visto uno scambio di messaggi tra l’utente A e l’utente B, sulla bacheca dell’utente A, in cui B scriveva “A, rispondi al cellulare, ti sto chiamando”.
Di nuovo: è la natura tecnica del mezzo che obbliga gli utenti a questo tipo di scambi? No, perché, come in tutti i social network, anche in Facebook esistono i messaggi privati, che però spessissimo non vengono usati per comunicare cose come quelle sopra riportate. Il risultato è l’ulteriore aumento del “rumore” di cui abbiamo parlato prima.

Conclusioni
Queste osservazioni non hanno pretesa di essere esaustive, ma erano per me necessarie. Facebook, come ogni strumento di comunicazione, non è il male, ma secondo me tende a essere utilizzato male. La sua diffusione, le sue caratteristiche tecniche, i suoi modi d’uso portano inevitabilmente a una scarsa propensione all’approfondimento e alla riflessione: nonostante questo, i modi minimi di partecipazione che sta imponendo sono gratificanti per l’utente che, pur non dando davvero un’opinione articolata su un determinato evento, oggetto o altro, si sente parte della comunità, del social network, in maniera completa e soddisfacente, poiché la partecipazione minima ha la stessa valenza di altre, anzi, viene spesso preferita ad altre che, quando esistono, vengono comunque meno considerate. Alla superficialità della proposta (post) corrisponde sovente una partecipazione minima in qualità ma numericamente elevata degli utenti: per intenderci, se io su Facebook posto un video, avrò più “mi piace” di quanti commenti possa avere su una nota, indipendentemente dal contenuto del video o della nota.
Tutto questo influenza il resto della comunicazione in rete, in particolare le forme di comunicazione più articolate e complesse, quali quelle dei blog, mica dei trattati scientifici!, che subiscono un declino di lettori e commentatori, a prescindere dalla loro qualità.
Se volete vedere tutto questo come un piangermi addosso siete fuori strada, ma liberi di farlo, anzi: siete invitati a commentare questi post. Un “mi piace”, questa volta, non vi salverà.

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