Francesco Locane

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Vita e miracoli di John Grant

John Grant

Spero che nessuno mai decida di fare un film su John Grant: la storia, purtroppo, sarebbe già pronta. Un giovane cresciuto nel Michigan religioso e silenziosamente intollerante forma una band, con la quale pubblica sei dischi. Nel frattempo affronta lo scontro tra l’educazione che ha ricevuto e la sua omosessualità. Con questa spina nel fianco, manda a rotoli tutto, stacca la spina agli Czars (questo il nome del gruppo) e si perde tra droghe e alcool.
Infine, un paio di anni fa, scopre che i Midlake (altra band da tenere d’occhio) sono suoi grandi fans e i ragazzi (che hanno una decina d’anni meno di Grant) lo convincono a tornare alla musica: lo aiutano a produrre il disco, che viene registrato con la loro diretta collaborazione nel loro studio. Esattamente un anno fa esce Queen of Denmark, un capolavoro, che conquista critica e pubblico e diventa il disco dell’anno per la rivista Mojo.

Capirete con quale trepidazione sia andato martedì sera a vedere John Grant in concerto in una chiesa fuori Bologna: è stato semplicemente eccezionale. Accompagnato solo da un pianista, con una strumentazione composta da sole tre tastiere, Grant ha raccontato se stesso come nel suo album. Sedici brani tratti da Queen of Denmark, ma anche inediti e altri recuperati dai dischi degli Czars, ognuno dei quali è stato introdotto da qualche parola. Se la “Little Pink House” che ha chiuso il live è la casa dove la nonna di Grant ha vissuto per 70 anni (un record per una statunitense, come lui stesso ha sottolineato), “It’s easier” è un omaggio a certa musica degli anni ’80 e “Chicken Bones” si interroga sulla contraddizione che Grant ha vissuto quando ha percepito del razzismo nei suoi comportamenti, nonostante la sua omosessualità in teoria dovesse renderlo tollerante per primo. Attraverso ogni canzone, un pezzo di vita, un trasloco, un’amica lontana, un amore non corrisposto, un luogo frequentato da bambino. Quando poi è stata la volta di “JC Hates Faggots” John Grant non ha potuto non notare, con sottile ironia, che a 42 anni è arrivato a cantare quella canzone in una chiesa…
Un’ora e mezzo stupenda, quella di martedì sera, impreziosita da nuovi arrangiamenti creati per i brani in scaletta: non c’erano le chitarre e le armonie vocali dei Midlake, nella piccola chiesa che ha ospitato il concerto, ma le linee di sintetizzatore e le parti per pianoforte sono state efficaci e hanno fatto risaltare ancora di più la splendida, ferma e commovente voce baritonale di Grant.
Speriamo che nessuno faccia un film sulla vita e il miracolo di John Grant: sarebbe comunque inferiore a come lui stesso si racconta, in maniera intima, diretta e sobria, ad ogni concerto.
John Grant: live in Castenaso, Bologna, Italy. Setlist: You Don’t Have To – Sigourney Weaver – Where Dreams Go To Die – Marz – Outer Space – Chicken Bones – Silver Platter Club – It’s Easier – JC Hates Faggots – TC and Honey Bear – LOS – Drug – Queen of Denmark – Fireflies – Caramel – Little Pink House.

madonna@madonna.god

Nella mail di questo blog è giunta, l’altro giorno, una mail dal titolo altisonante: “TERZA PARTE DEL SEGRETO DI FATIMA”. “Urca”, ho pensato, “finalmente la Chiesa si modernizza e fa spam.” Ma le mie aspettative erano sottodimensionate, infatti a scrivermi è stata la Madonna in persona, tramite il “Gruppo dell’Amore della Santissima Trinità”, che dice: “Siamo un gruppo di preghiera cattolico e divulghiamo i messaggi che la Madonna ci dona per il mondo intero”.

Il gruppo ha sede a Oliveto Citra, un paesino campano dove la Madonna è apparsa a dodici (eh) ragazzini nel 1985. Da allora la Madonna non fa altro che mandare messaggi, ma mica solo lei, eh: i messaggi li mandano Dio, Gesù, santi e arcangeli. Ogni tanto anche Bernadette, per non essere da meno: e poi lei di apparizioni ne sa a pacchi. Giustamente gli olivetani si vantano di avere questo corridoio preferenziale sconosciuto ai più e decidono di pubblicizzarsi con sito e mail.
Ma attenzione: la mail dice “Messaggio donato attraverso il gruppo dell’amore della Santissima Trinità”. Niente da fare: la Madonna ha delle preferenze e le dimostra pure. Per conoscere i suoi pensieri non possiamo che iscriverci ad una volgarissima newsletter. Nel seguito della mail la preferenza della Vergine per il paesino del salernitano viene riportata nel messaggio per il decennale dell’apparizione. In questa mail, missiva, lettera?, datata 4 luglio 2010, “decimo anniversario della prima manifestazione” (ma non era del 1985 la prima?), si racconta tramite l’uso quasi teatrale di parentesi e corsivo, qualcosa di incredibile.

“Quando la Mia Statua, che è nella Stella, piangerà lacrime di gioia, nello stesso momento anche a Fatima la Mia Statua piangerà lacrime di gioia, e tutti voi sarete grandi testimoni di questa Mia profezia. Ed è per questo che oggi avete assistito a questo prodigio che è accaduto anche a Fatima. (Mentre il cielo era limpido, con un sole di piena estate, all’improvviso si è annerito, piovendo a dirotto, con fulmini e tuoni; ma al momento della Manifestazione ha smesso di piovere e un raggio di sole ha invaso la Stella).”

E se pensate che a luglio ci possa essere un temporale estivo, be’: che siate dannati.

Di |2011-04-20T08:00:00+02:0020 Aprile 2011|Categorie: Lady Madonna, Please Mr Postman|Tag: , , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su madonna@madonna.god

Alla ricerca dell'uomo

Su questo blog si è parlato davvero di tutto, in questi sette anni abbondanti, ma mai (credo) di arte contemporanea. Questo perché chi vi scrive ne sa di arte contemporanea più o meno quanto di fisica elettromagnetica. Per evitare la possibile noia del secondo argomento, ho deciso di parlarvi oggi di arte contemporanea, e in particolare di una mostra che si è aperta al MAMbo, il Museo d’Arte Contemporanea di Bologna, a gennaio e che chiude ai primi di maggio. Quando uno dice il tempismo.

In search of… è il nome dato alla prima personale europea di Matthew Day Jackson, un giovane (ha 37 anni) e talentuoso artista americano. Tutto parte da un video, ricalcato sulla serie statunitense “In search of”, andata in onda tra il 1976 e il 1982: da quel che ho capito, si trattava di una “collana” di documentari tra lo scientifico e lo pseudoscientifico. Una specie di “Quark incontra Voyager, ma Piero Angela si distrae”, dove però il narratore era Leinard Nimoy. Comunque, una puntata creata ad hoc è parte integrante dell’esposizione: in essa si parla di civiltà perdute, di misteriosi manufatti di provenienza aliena e della scomparsa di… Matthew Day Jackson. L’artista, infatti, ha inscenato la sua scomparsa, lasciando nel suo Volkswagen abbandonato solo degli appunti e delle fotografie. Quarantotto, per la precisione, ognuna delle quali scattate in uno stato “continentale” degli USA e raffigurante una forma “umana” colta in un profilo roccioso, in una collina, su un masso.
Si comprende, quindi, che ciò che interessa a Jackson è l’indagine sull’uomo: forse per questo è uso mettere in ogni sua mostra uno scatto che lo raffigura cadavere, con una didascalia che reca l’età a cui è avvenuto il decesso, cioè quella della mostra stessa. Questo levarsi di torno può essere visto come un fare tabula rasa per ricominciare, ma anche come un modo per mettersi da parte, per osservare meglio l’uomo eliminando l’impiccio di rischiare di confondere osservato con osservante.
La ricerca di Jackson corre su diversi binari: la serie di teschi, sempre più stilizzati, di “The Way We Were”, si contrappone per essenzialità alla mediazione della conoscenza tramite manufatto della carcassa di automobile chiamata “Chariot II” o attraverso il reperto monumentale di “The Tomb”. La volontà dell’artista rimane indagare sull’uomo, sui suoi modi di vivere, di agire e di creare. Certo, l’autoironia di Jackson (e, conseguentemente, l’ironia tout court) è palese: la prima lettura rimanda quindi a un secondo livello, quello dell’ironia, appunto, spesso declinato sui concetti di falso, di commistione, di rielaborazione e di contrapposizione di elementi popolari, di massa.
Alla fine della visita qualcosa in noi è cambiato: abbiamo riflettuto su noi stessi, ci siamo visti dall’esterno, come potrebbe osservarci una civiltà aliena, appunto. Ci siamo immedesimati nell’oggetto di un possibile documentario appartenente a qualche altro mondo, in cui un presentatore ci guida alla ricerca di noi stessi.

Di |2011-04-19T08:00:00+02:0019 Aprile 2011|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Alla ricerca dell'uomo

Due geni molto diversi tra loro

La cosa sorprendente di questo video che ritrae due miti del Ventesimo secolo è che ci dà la prova che Zappa, e la sua precisione, pignoleria, considerazione di sè, genialità, possono essere battute dall’anarchia surreale di uno dei più grandi comici mai esistiti, John Belushi. Una manciata di minuti di godimento puro che ho provato a caricare su Youtube, ma che il sistema ha rifiutato. Poco male. Ce li ha Dailymotion.

http://www.dailymotion.com/swf/video/x3cqe
Frank Zappa – John Belushi di samithemenace

Di |2011-04-18T08:00:00+02:0018 Aprile 2011|Categorie: I Am The Walrus, I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , , |Commenti disabilitati su Due geni molto diversi tra loro

Mixare le carte in tavola

La serata di oggi sarà all’insegna delle commistioni: Grazia Verasani, che è stata anche mia co-conduttrice “guest star” a Maps, tiene un concerto a Teatri di Vita. Lei, che è conosciuta come scrittrice, in realtà canta (e anche bene). Ma state certi che ricorderà con piacere anche i gemiti “regalati” a “Essere donna oggi” di Elio e le storie tese. D’altro canto all’epoca Grazia doppiava film porno e di gemiti e ansimi ne sapeva.
Dopo il concerto ci sarò io a mettere un po’ di dischi. Sto cercando di capire quali siano le musiche più adatte dopo un live teatrale di una cantante-scrittrice ex-doppiatrice di porno. Suggerimenti?

Di |2011-04-15T08:00:00+02:0015 Aprile 2011|Categorie: Eight Days A Week|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Mixare le carte in tavola

Topa atomica

Catone&Lorentz, sull’ultimo numero di Linus, toccani momenti geniali parlando di ricorso (eh) al nucleare da parte di un Governo il cui rappresentante è assai distratto dalle muliebri grazie. I due ipotizzano che una delle cause di allerta nucleare in Italia potrebbe essere la seguente:

“Il coordinamento delle centrali nucleari viene lottizzato, suddiviso in quota tra maggioranza e opposizione e utilizzato per piazzare parenti, amici e igienisti dentali. In pratica, saremmo i primi al mondo con delle belle fighe ad addomesticare l’uranio”.

*Il titolo del post, manco a dirlo, è una citazione cinefila coltissima.

Di |2011-04-14T08:00:00+02:0014 Aprile 2011|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , |Commenti disabilitati su Topa atomica

Record Store Day, ovvero: un'altra scusa per parlare di musica e ricordi

Sabato si celebra (soprattutto nei Paesi anglosassoni, a dire il vero) il Record Store Day: una ricorrenza probabilmente necessaria, visto che oggidì è assai bassa la percentuale di musica che ascoltiamo nelle nostre case che arrivi effettivamente da un negozio di dischi.
Gli amici di Vitaminic mi hanno chiesto di scrivere un post su questa peculiare giornata, e io non ho potuto fare a meno di pensare al Music Shop di Gorizia, la mia città natale.

Negli anni ’90, quando montò in me e nei miei amichetti, la passione per la musica suonata, sentita, illustrata, c’erano diversi negozi di dischi a Gorizia: ma sentivamo che il gestore del Music Shop era il solo che ne capisse effettivamente di musica. Era un tipo allampanato e gentile, alto e magro, con gli occhi azzurri ma perennemente arrossati e la barba sempre incolta. Oggi, col famoso senno di poi, avrei almeno una decina di ipotesi per passare una serata affinché questo aspetto governi la faccia di chiunque per il giorno successivo, ma allora le caratteristiche fisiche del gestore erano tutt’uno con quelle del suo negozio: la disposizione dei dischi negli espositori, l’odore dell’aria, il tintinnio del campanello che segnalava l’entrata o l’uscita di un cliente.
Di certo il gestore del Music Shop aveva dei suoi gusti precisi, che lo portavano a disapprovare in silenzio molte delle cose che compravo: d’altro canto ero un ragazzino dai gusti (allora come oggi) molto eclettici, che un giorno comprava la cassetta di Icon dei Paradise Lost e qualche giorno dopo cercava A love supreme di Coltrane in cd.
Ma ci sono due dischi legati in maniera indissolubile a quel negozio: due dischi usciti entrambi nell’annus mirabilis 1994, tra i miei 15 e 16 anni. Il primo è Live through this delle Hole, il secondo Unplugged in New York dei Nirvana. Comprai il secondo disco delle Hole e fu una delusione, non tanto per la qualità dei brani, ma per il rapporto quantità/prezzo: trentasettemila lire per trentotto minuti di musica. Ci rimasi malissimo e la delusione bruciò a tal punto che, ancora oggi, quando lo sento non riesco a non immaginare un contatore con la faccia della Montessori che cambia, rimanendo identica a se stessa, una volta ogni sessanta secondi e rotti.
Il secondo, invece, fu lungamente atteso: passavo e ripassavo per vedere se era arrivato (ma vi immaginate una cosa del genere oggi?), finché una volta entrai nel negozio e il gestore lo tirò fuori da una scatola. Il testamento di Kurt Cobain, morto qualche mese prima, era nelle mie mani. Lo portai a casa, lo scartai e venni invaso dall’odore di carta del libretto, ruvido, composto da foto e illustrazioni con i colori saturi, che stridevano con la tristezza del disco.
Lo annuso sempre, quel cd e, credetemi, l’odore di carta c’è ancora, solo un po’ affievolito dagli anni.
E c’è ancora il Music Shop, a Gorizia, e mi hanno detto sia gestito dalla stessa persona, ma non ci sono più tornato da quando, nel 1996, ho lasciato la mia città natale. L’ultima volta che sono stato a Gorizia era chiuso, ma ho evitato di sbirciare l’interno del negozio, per non sapere. Alla prossima occasione farò tintinnare il campanello, varcherò la soglia del Music Shop  e mi proietterò di nuovo nel 1994. Mi piace immaginare che tutto sia rimasto identico, a parte, forse, il mio sguardo un po’ più consapevole che incontrerà quello (ancora arrossato, ci potrei giurare) del gestore, prima di iniziare a parlare, con una scusa qualsiasi, di musica.

Attraverso passaggi alla libreria Golconda

Vi ho parlato altre volte de “L’ultimo battito”, il racconto scritto per una serata a Modena di un po’ di tempo fa, musicato da Egle Sommacal e, infine, inserito in Attraverso passaggi, un annuario di Malicuvata.
Be’, questa sera alle 1830 (puntuali!) lo presentiamo alla libreria Golconda, a Bologna, in via Nosadella. In programma chiacchiere e letture, senza eccessive lungaggini e pesantezze.
Se vi va, passate. Se no, trovate tutto il meritevole volume in download gratuito sul sito di Malicuvata.

Di |2011-04-12T08:00:00+02:0012 Aprile 2011|Categorie: Eight Days A Week, Paperback Writer|Tag: , , , , , , , |Commenti disabilitati su Attraverso passaggi alla libreria Golconda

Libri di passaggio

Mi sono reso conto, cercando il post a tal proposito, che sono passati quasi tre anni da quando ho scritto del primo libro di Kevin Canty che mi sia passato sottomano, Tenersi la mano nel sonno. Rileggendo quelle parole ho percepito nuovamente la reale emozione che quel libro mi aveva dato. Dei racconti brevi e perfetti, come amo leggere e come raramente si trovano.
Appena ho saputo dell’uscita, sempre per minimum fax, della nuova raccolta, mi sono precipitato a comprarla: ma ho concluso la lettura di Dove sono andati a finire i soldi solo ieri. Tra quando ho comprato il libro e quando l’ho finito, ho scoperto che Canty scrive anche romanzi. E che è il fratello di Brendan, il batterista dei Fugazi.
Il secondo elemento mi ha fatto sorridere, il primo, invece, mi è tornato in mente leggendo la nuova raccolta: il romanziere Canty si percepisce nell’arco di lettura. Mi spiego.
Gli uomini protagonisti di tutti i racconti vivono situazioni diverse, oltre ad essere descritti con tratti differenti. Sono però quasi tutti sopra i quaranta e si trovano nei guai: o meglio, noi li conosciamo quando si rendono conto della situazione difficile in cui si trovano. Li incontriamo mentre riaffiora il pensiero di un tradimento che si credeva sepolto, quando una difficoltà diviene un problema concreto e potenzialmente cronico, quando le cose si turbano all’improvviso, ma prevedibilmente, se uno ci avesse pensato.
Lo stile di Canty lega i personaggi, tanto da pensare che prima o poi questi si incontrino, magari per uscire dai momenti che le parole dell’autore rendono in maniera talvolta angosciante, ma sempre lucida e precisa. Si spera che si incontrino e che stiano bene, ma la maggior parte delle volte i finali delle storie che compongono la raccolta mi hanno fatto pensare a un’unica cosa. Che se fossi stato lì, con l’uomo che la maestria di Canty mi aveva fatto conoscere così bene in una manciata di pagine, sarebbe stato mettergli una mano sulla spalla e dirgli guardandolo negli occhi “Mi dispiace, davvero.”, trattenendomi dal pronunciare un’altra ovvietà: il rassicurarlo che, prima o poi, tutto sarebbe andato bene.
C’è qualcos’altro che, però, lega i racconti tra loro: l’attenzione che Canty ha per la descrizione dei paesaggi, quasi mai metropolitani. Dalle nevi della foresta boreale ai deserti del sud degli Stati Uniti, gli elementi naturali giocano un ruolo fondamentale anche in questo libro: tant’è che, in uno dei racconti più belli, dove questa dimensione è più assente, ti viene da pensare che il bambino figlio del protagonista, che ha iniziato a morsicare estranei e compagni di classe, sia un animaletto da curare, che segue un istinto insopprimibile ma che non può convivere con la società. Non è una caso che il racconto si intitoli “Non c’è posto per te a questo mondo”.
Una raccolta di racconti, dove si passa da uno all’altro senza interruzione: forse meno intensi di Tenersi la mano nel sonno, ma che dimostrano ancora una volta l’eccellente livello di Canty e che sembrano proiettare il lettore verso un romanzo che non esiste, o che forse, semplicemente, non ho ancora letto. La cosa buffa è che l’inizio del libro è affidato al racconto che dà il titolo alla raccolta: un vero e proprio trait d’union (o così mi voglio immaginare) tra la raccolta precedente e questa: sul sito di minimum fax si può scaricare per intero, qua.

Di |2011-04-08T08:00:00+02:008 Aprile 2011|Categorie: Paperback Writer|Tag: , , , |2 Commenti
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