Francesco Locane

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Vivere il dolore

Non avevo mai sentito parlare di Kevin Canty: colpa mia avere aperto solo un paio di settimane fa, dopo un sonno di un annetto e mezzo nella mia libreria il suo primo e finora unico libro tradotto in italiano, Tenersi la mano nel sonno, una raccolta di racconti pubblicata (ancora una volta) da minimum fax.
Be’, miei piccoli lettori: questo libro mi ha dato i brividi.
E’ vero, mi piace molto la letteratura americana e la forma del racconto, più o meno breve. Come molti di voi, amo Carver e la sua maestria nell’usare solo ed esclusivamente le parole necessarie a quello che sta narrando. Per molti versi, Canty assomiglia molto a Carver: anche lui parla di pesca, di boschi, di fiumi e laghi. Non è uno scrittore metropolitano, insomma. A differenza di Carver, però, Canty rischia, si impenna, si inarca e colpisce nel giro di mezza riga. Il suo stile (che se proprio volete possiamo anche definire minimalista, per quello che può servire) è asciutto, ma fortemente dinamico: spesso le sue frasi sono solo successioni brevissime di nomi, o aggettivi, o entrambe le cose. Spesso sono frasi ellittiche del soggetto. Eppure, in ogni racconto, Canty ci fa sentire sulla pelle la brezza, l’odore degli alberi e la paura.
E i personaggi! Sono talmente vivi che paiono balzare fuori dalla pagina: Canty li coglie quasi sempre in un momento di dolore, ma non si tratta di un dolore da shock, bensì un dolore che va vissuto, volenti o nolenti, e che i caratteri di cui parla si sforzano di superare, pur essendoci immersi. Si tratta del dolore necessario per arrivare all’epifania, sì, proprio quella di Joyce. E non crediate che sia un caso che, in questo stesso post, accosti Canty a due enormi nomi della letteratura del ventesimo secolo. Leggetelo, ve ne prego. E poi, se vi va, scrivetemi. Sono davvero curioso di sapere che ne pensate di questa magnifica raccolta.

(…) mai parlammo di quel pomeriggio, o di Kendellan, mai più parlammo l’uno con l’altra apertamente. Lei era sempre mia madre e io suo figlio. Ma dopo di allora tutto sarebbe stato in codice, ambiguo, un silenzio pieno di domande non fatte, parole senza risposte. E ora sono cresciuto, mia madre è morta e mio padre è morto. E questa è tutta l’infanzia che mai avrò.
Kevin Canty, “Il vestito rosso”, in Tenersi la mano nel sonno, minimum fax, 2007, p. 81, trad. di Veronica Raimo e Fabio Severo.

Party Weekend

La radio su cui chiacchiero da anni 7, ne compie 21.
Per questo, ma anche perché ci va, doppia festa.
Stasera al Locomotiv Club con concerto di Ah, Wildness! e poi djset insieme ai diggei d’a radio.
Domani a Villa Serena io e il dott. Noto cercheremo di battere noi stessi. Ma non verremo vestiti da donna su una Vespa.
Siateci lo stesso.

Ratzingèr ti voglio bene

Che bello ricevere le mail di Stefano Disegni. Ogni volta chiede “disturbo, permesso, scusate”. Tu apri la porta (o la mail) e lui… Bam! Se ne esce con della satira. La faceva anche Benigni, un tempo, ricordate?

“L’onorata ditta Benigni porta a casa un’altro successo aziendale, la Bibbia insieme al Papa. E pensare che una volta, Roberto…Come fu che un toscanaccio sacrilego (tanto tempo fa) riuscì a diventare…”
Stefano Disegni

Se cliccate sulle immagini, esse diventano più grandi e leggibili.

P.S. Tra tre ore circa va in onda la prima puntata dell’ottava stagione di Seconda Visione. Siateci.

Di |2008-10-07T19:30:00+02:007 Ottobre 2008|Categorie: Lady Madonna, Taxman|Tag: , , , , |1 Commento

God Inc.

Leggo questo ora sul sito di Repubblica. E io, da correntista Unicredit, con mutuo Unicredit, che devo dire, senza incorrere in denunce per vilipendi e offese varie?
Dio c’è e conta insieme a noi? E se così fosse, qual è il suo IBAN?
Tutto è una tragica barzelletta, miei piccoli lettori. Raccontata pure male.

Di |2008-10-06T11:36:00+02:006 Ottobre 2008|Categorie: I Am The Walrus, Lady Madonna, Taxman, Tomorrow Never Knows|Tag: , , |1 Commento

"Di terra bella e uguale non ce n'è"

Mi è arrivata oggi una nuova mail da Avaaz, una campagna di controinformazione no-profit globale, che mi ha incuriosito più delle altre, perché intitolata “Send Tremonti an urgent message”. La questione è che il nostro Paese smetterà, tra poco, di inviare aiuti umanitari in Mozambico, dove ha fatto molto finora per diminuire il tasso di mortalità da parto per le donne di quella nazione. Innanzitutto vi invito a saperne di più sulla campagna e a firmare l’appello a Tremonti qua.
Ma, a parte questo, è stato l’inizio della mail a farmi tremare i polsi. Eccolo.

Dear friends in Italy, It’s great to have so much to be proud of in Italy – the finest food, great football teams, and a world-class reputation as romantics.

Per quanto ci possa essere di stereotipico e (quindi) facilmente esportabile nel nostro Paese, questo piccolo incipit si aggiunge a De Benedetti che parla di “Italia fuori dagli schermi dei radar” (utilizzando una metafora terribile, ma efficace: della serie che non siamo manco più un bersaglio, proprio non esistiamo), e della Confindustria che usa apertamente, finalmente, la parola recessione (nonostante Berlusconi continui a dire che l’economia del Paese sia solida, portando come esempio il Milan – e perché no, che ne so, il fatto che comunque la Torre di Pisa è ancora là in piedi?).

Avete notato che, nell’inizio della mail, non si parla manco più della moda e del Made in Italy? Magnare, giuoco del pallone, ammore. Stop. Un paese da operetta. E quindi, ladies and gentleman, Mino Reitano. E nulla più.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=XoezPO48NHk&hl=it&fs=1]

Referrers – Gente che cerca altro – 15

 Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
15. Educazione pornosentimentale 2.0: un medley con climax finale
Se due si baciano, stanno insieme?
Ormai è fatta, piccola. Vediamo che combini.
Istruzioni per limonare.
Mmm, ma saprai seguirle per bene?
Metodo per limonare.
Già meglio.
Fa male il sesso orale.
Pene dentato o incapacità sua? Passa ad altro, se vuoi, ma informati.
Come si fa a rimanere incinte.
Prego?
Come si fa a rimanere incinte?
Beh, dunque, hai presente le api e i fiori?
Come avere il primo rapporto anale.
Rinunci così? Ma ci sono delle precauzioni…
Rapporto anale prima volta.
Beh, la prima volta non si scorda mai…
Istruzioni sesso anale.
Torniamo da capo?
Lezioni di sesso anale.
Approccio didattico, dunque, iniziamo dalla teoria…
Sesso nell’ano come si fa.
Non vuoi perdere tempo, è chiaro.
Il piacere del sesso anale.
Vuoi conferme o scoprire cos’è mancato?
Solo sesso anale.
Monomaniacale.
Orgasmo d’amore.
Aaah.

Neighbours 10

Immaginatevi una calda e silenziosa mattina d’estate. Una stradina piccola piccola, con dei palazzi vecchi vecchi, e della musica che si diffonde nell’aere. Oh, ma chi sarà che accarezza sì soavemente questo violino alle 10 del mattino? E le note rimbalzano allegre e garrule tra i muri delle case, e si infilano (con un filotto perfetto) nelle orecchie dormienti di chi scrive queste righe, trapassandole, e riducendo il malcapitato (me) alla nevrosi.
Mi piace dormire quando sono in vacanza, in ferie, quando non devo alzarmi presto, cosa che accade cinque e a volte anche sei giorni su sette. Mi piace anche la musica, che discorsi, ma a comando.
Il violinista, invece, sa che deve provare i fortissimo delle varie composizioni di Bach, Vivaldi, Corelli e altri, esattamente nelle mattine in cui posso dormire.
In particolare, sa che deve darci dentro quando sono distrutto. Per esempio quando torno alle 4 del mattino dalle vacanze dopo un viaggio durato tredici ore.
Alle 10 del mattino del 19 agosto (come ha fatto del resto per tutta l’estate), il violinista attacca il suo studio, e io mi sveglio. Tachicardico, perfettamente a tempo con lui.
Il violinista a volte è intonato, a volte meno (non lo biasimo: io ho suonato quello stesso strumento per otto anni, prima di capitolare). Indovinate quando lo è meno?
Insomma, mi metto i tappi, niente. Decido di alzarmi e, finalmente, di dirgli qualcosa. Con gli occhi iniettati di sangue, esco di casa, vado al numero civico a fianco, mi pongo come un cavaliere medievale sotto la sua finestra e lo chiamo. Niente. Guardo i nomi sui citofoni del palazzo: sono tre. Nessuno di loro è “Violinista”, quindi li suono tutti e tre. Fanculo.
Di colpo, silenzio. Sento solo il suo metronomo. Si affaccia alla finestra un ragazzo belloccio: occhi azzurri, moro. Non mi dice neanche “Sì”, o “Prego”. Mi guarda. E vedo subito la sua gran faccia da culo, nascosta dai ricci.
– No, scusa – dico io. – Potresti gentilmente chiudere le finestre, quando suoni? (Evito di dirgli che stavo dormendo, il discorso non cambia.)
Lui mi guarda come se gli avessi chiesto la madre in prestito per una porno crociera e gli avessi anche estorto dei soldi.
– E come?
Io, pronto a tutto, mimo il gesto di uno che chiude le finestre.
– Ma questo è un orario consentito – fa lui, e aggiunge con uno sguardo “Cazzo vuoi?”
Quello che vorrei, in quel momento, è fargli ingoiare il violino, pezzo per pezzo.
– Sì, lo so, ma…
– Fa caldo! Come faccio a studiare! Chiuditi tu le tue finestre!
A quel punto, desisto. Perché vorrei strangolarlo con le corde. Tutte e quattro.
Torna dentro e ricomincia.
Raramente ho provato tanto odio per una persona. Cioè, io ho sempre suonato in casa, e lo faccio tuttora. Non si è mai lamentato nessuno, ma se succedesse, chiuderei le finestre.
E adesso, la maledizione dovuta alla maleducazione.

Che tu possa, durante il concerto più importante della tua vita, arrivare al momento della cadenza. E siccome per preparare questo concerto hai perso affetti, affitto, e sei ormai affatto solo (nell’assolo), tu abbia – in cuor tuo – riposto tutto nel concerto e in quel momento che attendono tutti. Che tu possa iniziare la cadenza. Prime note, tutto bene. Anche le seconde. Ma poi, nell’unica pausa della tua barocchissima interpretazione, ti possa scappare un peto, fragoroso. E immediatamente dopo, che il mi cantino del tuo violino si spezzi, schiaffeggiandoti una guancia e impigliandosi ai ricci e ti costringa a rimanere là, impalato sul palco, a metà cadenza, da solo, senza assolo. Che tu la notte possa andare a casa, distrutto, prendere finalmente sonno alle cinque del mattino, pensando alla tua vita affettivamente ed effettivamente finita. E che tu possa essere svegliato, pochissime ore dopo, dal tuo nuovo vicino. Un violinista che suona quello stesso concerto molto meglio di te. Perché lui studia sempre.

Quattro anni fa

Quattro anni fa, in questo periodo, erano finite le OIimpiadi. Anche quell’edizione me la sono persa quasi tutta. È difficile vedere le Olimpiadi in vacanza, anche se hai un televisore a portata di mano. Ma molto probabilmente dipende dalla scarsa passione per lo sport.
Quattro anni fa iniziavo un lavoro, e altre cose. Ed era un momento difficile. Lo è anche quello di quest’anno.
Quattro anni fa c’erano degli accordi con un editore per un romanzo che non è mai uscito. Speriamo che entro quest’anno esca un (altro) mio libro.

Sarà per tutte queste coincidenze che ricordo perfettamente, meglio degli anni passati, la giornata del 26 agosto 2004, e quelle precedenti. L’ultima cartolina che abbiamo registrato, l’ultima telefonata che gli ho fatto da casa, quando ho appreso dal blog che si era fatto male. E poi il messaggio di un’amica, l’andare su qualche sito e l’apprendere della sua morte.
Sono passati quattro anni e le truppe straniere sono ancora in Iraq, in quel casino che è l’Iraq, tuttora non è chiara la fine di Enzo Baldoni, i suoi resti non sono arrivati in Italia.

Ci provo, a sorridere, nonostante tutto, come faceva lui. Ma oggi proprio non ci riesco.

Di |2008-08-26T18:40:00+02:0026 Agosto 2008|Categorie: I Me Mine|Tag: , , |1 Commento

In crescendo

Non faccio mai troppo caso alle citazioni che ci sono sulle copertine dei libri: frasi come “Con questo romanzo Pinco Pallino riscrive la letteratura contemporanea” mi irritano e tendono a non farmi leggere il volume in questione. Ma so di essere un’eccezione. Come lo è lo stralcio di una recensione del “Washington Post Book World” posta nella seconda di copertina di Tre vite, ultimo libro di Rick Moody pubblicato in Italia da minimum fax. Perché effettivamente quello che chiude il volume, “Albertine”, è “uno dei racconti più belli che siano stati pubblicati nel nuovo millennio”.

Devo dire, però, che Tre vite non inizia bene. Il primo dei tre racconti lunghi che lo compone, “L’armata Omega”, ruota eccessivamente intorno ai deliri del protagonista, un ex funzionario ministeriale americano che vede intorno a sé, sull’esclusiva isola dove si è ritirato dopo la pensione, gli indizi di un complotto ai danni della sicurezza nazionale. Eccessivamente lungo, seppure stilisticamente molto buono, il racconto non funziona del tutto, perché fa troppo gioco sulla caratteristica che accomuna i tre scritti: il “tradimento” del lettore da parte dell’io narrante (nel caso di “L’armata Omega” e di “Albertine”) o comunque del fuoco della narrazione.
Accade lo stesso anche in “K&K”, il secondo racconto, che parla di alcuni misteriosi e minacciosi biglietti infilati nella buchetta dei suggerimenti di una piccola azienda statunitense. In questo caso Moody usa la terza persona, ma l’assunto di base non cambia. Il racconto è però sostenuto da una narrazione più strutturata e tesa, e da un’ambientazione “aziendale” tutto sommato divertente.

E poi, “Albertine”: praticamente un capolavoro, che, è vero, risente molto delle oscure profezie di Philip Dick, ma del resto parlando di una sostanza che fa letteralmente rivivere i ricordi, sensazioni, profumi e sapori compresi, e ambientando il tutto in una New York rasa al suolo per metà da un attentato terroristico atomico, c’è poco da fare. Il racconto, di nuovo in prima persona, parte come una sorta di “inchiesta” che il protagonista deve fare sulla nuova droga, chiamata appunto Albertine. E anche in questo caso c’è una comunanza con gli altri due scritti, che in qualche modo riformulano lo stesso principio di “ricerca”. Poi, però, con uno stile che si fa via via sempre più fluido e serrato, Moody ci conduce nei labirinti delle potenzialità (o della realtà?) di questa droga, non avendo paura di tirare fuori le teorie sul tempo e gli studi junghiani sull’inconscio collettivo. Ci si rifugia nel passato perché il presente è troppo triste, perché sono morte milioni di persone, perché non c’è lavoro e Manhattan è un’enorme discarica (vi risparmio gli ovvi richiami al post 11 settembre). Ma se il passato si può rivivere, allora lo si può anche modificare per avere un presente migliore. E se si prende una dose di Albertine quando si è in un ricordo, cosa succede? L’acquisto del libro varrebbe anche solo per queste dense e altissime novanta pagine che lo chiudono.

Cos’è la memoria? La memoria è il groove. Sono un supergruppo di deejay che sparano un groove, e sei tu che balli, insegui le disperazioni del cuore, insegui qualcosa che non c’è più, è così effimero che lo riconosci solo dalle tracce che lascia, come una certa corda pizzicata in un certo modo raccoglie il tuono dei secoli, come il sapore delle ciliegie fresche rievoca indolenti coppie romantiche su portici ottocenteschi, tutte le storie del passato che ti vorticano attorno. La memoria è il groove, il solco, la bugia, la storia che non capisci mai fino in fondo, il posto migliore in cui stare. La memoria è la puttana, la fabbrica di vergogna, la maledizione e la consolazione.
(Rick Moody, Tre Vite, minimum fax, Roma, 2008, pp. 223-224. Trad. di Adelaide Cioni e Francesco Pacifico)

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