Francesco Locane

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Il postino

Me lo trovo davanti, appena fuori dal portone di casa, che scartabella tra le buste e i pacchetti che ha in mano. Quando mi saluta sento immediatamente un accento familiare.
“Ho una raccomandata per lei”, mi dice. E rallenta lo sfogliare delle cose che ha in mano. Mi passa un pacchetto.
“Ah, no, aspetti…”, dice riprendendoselo. Apre una bustina di plastica sul retro della confezione e tenta di tirare fuori dei fogli. “C’è un’altra camurria, qua…”.
Erano anni che non sentivo quella parola.
Camurria“, ripeto sorridendo. Lui mi guarda, pronto a spiegarmi il significato di quell’espressione.
“No, no, so cosa vuol dire.”
Gli occhi del postino si illuminano: “Sei siciliano?”
“Mia madre.”
“Di dove?”
“Di Messina.”
“Ah, io della provincia di Ragusa. Ma sono molto legato alla provincia di Messina.”
Mi guarda.
“Ho fatto il postino alle Eolie. A Stromboli, per sei mesi.”
Ecco dove vorrei essere, penso. Alle isole Eolie, adesso, proprio ora. E vorrei che ci fosse il postino dell’isola a portarmi qualcosa.
“Il postino a Stromboli…”
“Per sei mesi, da gennaio a giugno dell’anno scorso.”
“Che meraviglia”, dico io.
“Poi mi hanno trasferito qua.”
E in quel momento passa un auto, che riscalda ancor di più l’aria, che si fa per qualche secondo pesante di gas.
“Da Stromboli a Bologna…”
“Sì, adesso ho il tempo indeterminato.”
“Che meraviglia, Stromboli. Fare il postino alle Eolie…”
Il postino mi guarda, poi abbassa improvvisamente gli occhi.
“Dai, dai, non me ne parlare, ché mi viene da piangere”, dice, e io noto davvero che i suoi occhi luccicano. Firmo e gli lascio la porta aperta. Quando esco di nuovo, c’è un’altra lettera per me. Stavolta, però, nessuna camurria.

Di |2008-06-30T18:56:00+02:0030 Giugno 2008|Categorie: I Me Mine, I've Just Seen A Face|Tag: , , , , |8 Commenti

Anch'io accecato (dalla luce)

From the screenIl sospetto deve venire: perché tutti (tutti: fan, appassionati, gente capitata lì per caso, uomini, donne, bambini) ti dicono che assistere a un concerto di Springsteen è un’esperienza che va oltre il concerto, avvicinandosi a qualcos’altro di più totale e magnifico?
Eppure sono andato a Milano, ieri, cercando di non avere aspettative, di non pensare all’amico Morozzi e alle migliaia di persone nel mondo che, come lui, investono immani quantità di tempo e soldi per seguire il Boss in tutte o quasi le tappe dei tour europei. Non ho pensato al mito, ai dischi, alle immagini che lo ritraggono. Sono entrato a San Siro cercando – più che altro – di non svenire per il caldo. Poi ho visto quante persone c’erano e ho vacillato.

Alle otto e cinquanta di ieri sera è successo qualcosa: Bruce Springsteen e la E Street Band sono saliti sul palco dello Stadio Mezza di Milano, hanno suonato una cover (“Summertime Blues” di Eddie Cochran, per la cronaca) e si è aperto un squarcio temporale che è durato tre ore esatte, praticamente senza pause. Senza. Pause.
Part of the audience (a very little part)Oggi mi è arrivata una mail da un ascoltatore che sapeva sarei andato al concerto, che mi chiedeva con che parole avrei descritto in onda la serata di ieri. Figuratevi qua, che posso fare, mettendo passo dopo passo le parole nero su bianco…
È stato incredibile. Non ho mai visto nessuno, e dico nessuno, spendersi sul palco in quel modo, essere disponibile col pubblico, prendere richieste, stravolgere scalette per essere vicino alla folla che è venuta apposta per vedere e sentire lui e la sua band. Ma soprattutto – e qui sta il segreto, miei piccoli lettori – non ho mai visto nessuno divertirsi così sul palco.
Eravamo 65000, ieri. Anche secondo la Questura (il Boss unisce gli animi e i conteggi). E abbiamo letteralmente vibrato a tempo. Avete mai visto 130000 braccia agitarsi in sincronia? Avete mai sentito come 65000 persone cantano “Born to Run”? Avete mai visto un sessantenne buttarsi per terra, urlare, suonare, incitare pubblico e band per centottanta minuti, risultando sempre sincero e credibile? Avete mai visto lo stesso sessantenne finire il concerto, uscire di nuovo, prendere una tinozza e una spugna, bagnare tutte le prime file del pubblico, risalire sul palco e fare un bis di otto canzoni, finendo con “Twist and Shout”?
Io, fino a ieri, no.

The BossNon è stato un concerto, è stato decisamente qualcosa di più. Tanto che vorrei comprarmi una Smemoranda apposta per segnare la data di ieri. E basta.
Mi unisco agli accecati. E anche io vi dico, o voi che non siete mai andati ad un concerto di Springsteen: andateci. Andateci. Non vi pentirete assolutamente, perché, una volta tanto, “quello che si dice” è vero, ma in più c’è la musica.

Bruce Springsteen and the E Street Band – Milano 25.06.08. Tracklist: Summertime Blues (cover) – Out In The Street – Radio Nowhere – Prove It All Night – The Promised Land – Spirit In The Night – None But The Brave – Hungry Heart [Tour Premiere] – Candy’s Room – Darkness On The Edge Of Town – Darlington County – Because The Night – She’s The One – Livin’ In The Future – Mary’s Place – I’m On Fire – Racing In The Street – The Rising – Last To Die – Long Walk Home – Badlands
Girls In Their Summer Clothes – Detroit Medley – Born To Run – Rosalita – Bobby Jean – Dancing In The Dark – American Land – Twist And Shout (cover) [Tour Premiere]

Ancora non ci credete? Toh, allora, vedere per credere. Due pezzi minori, “Because the Night” e “I’m on Fire”, freschi freschi da ieri…

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=KCrNcGlLgI4&hl=it]
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=f46DmRxGNco&hl=it]

Coming Out (parte prima)

Tempo fa avevo parlato di novità editoriali in uscita che mi riguardavano, una volta tanto, come autore.
Beh, intanto la prima. È uscito, per Manni editori, Quello che c’è tra di noi, una raccolta di racconti di vari autori – tra cui ci sono anche io, ma dai – che trattano di amore omosessuale. È un volume che esce in occasione del Pride di Bologna, e che verrà presentato domani alle 1830 al Cassero della città felsinea nella quale risiedo ormai da dodici anni (la casa nuova compie invece, in questi giorni, 2 anni, io ne ho fatti trenta da una decina – di giorni).

Venite, accorrete numerosi, comprate il libro, se vi va. E se leggete il mio racconto, sono sinceramente curioso di sapere cosa ne pensate: non solo da etero ho scritto di amori omosessuali, ma ho parlato di donne. Triplo salto mortale.

P.S. Per le prossime novità, controllate qua, nei prossimi giorni. Ma vi farò sapere.

Hey, DJ

Non faccio spesso il dj, a meno che uno non consideri la trasmissione quotidiana che faccio in questo modo. Non è così.
Ma ho messo i dischi, recentemente, alla festa finale del Biografilm Festival, insieme a P. Ora, io e P., soprattutto lui, siamo persone serie. Ma quando ci fomentiamo a vicenda non ci tiene nessuno. Quindi siamo entrati in scena in Vespa, vestiti da donna, tirando polli di gomma sulla gente, con in mano un piumino rotante. Il fatto che quella serata fosse dedicata ai Monty Python è stata un’induzione a delinquere, più che una causa fondante del nostro comportamento.
Comunque, è stata una serata memorabile: non credo di avere messo dischi per fare ballare così tanta gente. Quanta ce n’era? Cinquecento? Seicento persone? Non lo so, io dalla consolle non vedevo la fine delle teste.
E come ogni volta che faccio il dj, ho rivissuto (di persona o con la memoria) i tipi di personaggi che incontrano tutti quelli che-mettono-dischi-per-fare-ballare-la-gente:
il critico: ti si avvicina con aria normale, sorride. Poi lei (spesso è una donna) ti dice: “Ma ci sarà questa musica di merda per tutta la sera?”. Soluzione uno, fare i vaghi: “Quale musica?” (dire “quale merda” non funziona). Soluzione due, essere secchi: “Sì, problemi?”. Questa soluzione è da adottare, vigliaccamente, quando si valuta che, nel caso di scontro fisico, si avrà la supremazia, seppur a fatica. Nota: controllare che la signorina non sia accompagnata da un uomo grande quanto la Basilicata;
il sordo: ce ne sono di due tipi, il cinico e il timido. Usano toni diversi, ma entrambi ti si avvicinano e dicono: “Ma qualcosa anni ’80?”. In quel momento, di solito, stai mettendo l’unica canzone dei Duran Duran che concedi al pubblico, ben contento di farlo, peraltro. Soluzione unica: alzare il master del mixer e fare notare i tipici suoni sintetici della musica del decennio citato;
l’aspirante dj: vorrebbe farlo lui, il dj, ma fisicamente non può, non vuole o non ha il coraggio di oltrepassare la linea immaginaria o reale che divide il dj dal pubblico. Si avvicina con un cd masterizzato in mano, te lo passa e – come se foste al bar – ti dice: “Metti la due?”. Alla domanda “Ma che è?”, l’aspirante dj, che la sa lunga, dice “Metti, metti.” Soluzione uno (da adottare in caso non si verifichino le condizioni elencate alla fine de “il critico”): mettere la traccia, sperare che vada bene e che duri poco. Meglio la soluzione due (se le condizioni si verificano): fare cadere accidentalmente il cd per terra o nella birra; scambiarlo per un frisbee, lanciarlo tra la folla e addurre lo stato di ebbrezza come scusa;
il preciso: non ti fa una richiesta normale, no. Ti chiede una rara versione di “Friday I’m in Love” in cui Robert Smith scambia la prima strofa del testo con la seconda. Se non ce l’hai, ci rimane malissimo e se ne va mogio, per poi tornare all’attacco sperando che tu abbia quella nota cover in cui Modugno canta i Judas Priest. Soluzione: inesistente, bisogna solo sperare che chieda una canzone che hai (raro) o che si stufi della banalissima musica che stai mettendo e se ne vada via dalla festa;
il disinvolto: ti si avvicina come se foste in un prato di campo, e inizia a parlare. A voce moderata, tanto siete in campagna, che vi frega? Non si rende minimamente conto che quel tuo agitarsi sui piatti non dipende dalle convulsioni o dal fatto che hai smesso di fumare e non sai stare fermo, e che le cuffie che indossi non sono per proteggerti dal rumore. Quale rumore, poi? Siete in campagna, che vi frega. E il disinvolto parla, parla, parla. E voi non sentite una parola: a malapena riuscite a distinguere le asserzioni dalle domande. Soluzione: fare “sì” con la testa alle asserzioni e ridere appena appena alle domande. O viceversa.
il deciso: fa una richiesta, ma aggiunge che se non hai quello che desidera, non balla. Ora, amici, ascoltate bene: questo – che sembra un blando ricatto – è l’equivalente della kriptonite per il dj, il cui scopo non è rimorchiare o essere preso per una stagione a Ibiza, ma semplicemente vedere che tutti ballano alle canzoni che ha scelto. L’unica soluzione è trovare la canzone. E quando ce la fai, è gioia pura, e a volte il deciso viene a ringraziarti pure. Se non si ha la canzone, la soluzione è trattare come se foste al Gran Bazaar di Istanbul, scambiare un Depeche Mode per due Camerini, o un Sonic Youth per un Pavement più CCCP;
il vigile: ti si avvicina in divisa, ti chiede i documenti e ti impone di spegnere la musica. Soluzione: farlo, pur essendo preparati all’assalto della folla. Pericolosissimo non tanto perché ti menano, ma perché iniziano a lamentarsi che “Bologna proprio non è più come una volta.”
(Grazie anche da qua a tutti quelli che sono venuti: io e P. vi abbiamo fatto ballare una canzone russa sconosciuta di vent’anni fa, il tema di Tropa de Elite e un pezzo di Simonetti. Insomma, abbiamo stravinto.)

Note a margine

“Mangino cavallette”. Concordo con il senso di disagio provato da Emmebi: che uno dei punti salienti del vertice FAO sulla fame nel mondo sia un cenone, fa un po’ specie. Ma non è tutto: quando si è aperto il summit, Repubblica.it ha pubblica un articolo in cui la FAO dice che è questione di tempo, ma che alla fine mangeremo insetti. “Buoni e saporiti, forniscono un elevato apporto nutriente”. Il problema rimane la mancanza di contorno.

Todt Cab for Cutie. Il nuovo disco dei Death Cab for Cutie si intitola Narrow Stairs, ed è uscito ufficialmente qualche settimana fa. Come accade da un bel po’ di tempo, il disco è finito nelle reti peer-to-peer alla fine di aprile. Stesso titolo, stesse canzoni, tag a posto. Solo che era il disco dei tedeschi Velveteen, molto simile come suoni e arrangiamenti, in realtà, a quello della band americana. Il punto è che una giornalista di “Rumore” ha fatto del disco dei Death Cab for Cutie il disco del mese… recensendo quello finto. Con un certo entusiasmo, anche. Apriti cielo: il dibattito si sviluppa sul blog di Inkiostro e ne parleremo domani a Maps. My two cents? Questo evento è sintomatico, terribilmente sintomatico del mondo musicale di oggi e della critica (spesso improvvisata) che gli ruota attorno. Trovare colpevoli e metterli alla gogna, però, è inutile e banale.

Volevo chiedere… Petunio ha incontrato lo Sbagliatore Professionale di Domande, cioè quella persona che interviene in un dibattito pubblico, spesso culturale come una presentazione di libro o di film, e fa delle domande inappropriate. Quando va bene. Infatti, alla fine dello scorso mese ho presentato un libro. Al momento delle domande una signora bizzarra ma intelligente (o viceversa) ha preso la parola, iniziato un preambolo lunghissimo, risposto al telefono che le suonava nella borsetta da qualche minuto, parlato un po’ alla cornetta, chiuso la chiamata e… “Ripreso la domanda”, direte voi, miei piccoli lettori. No. Ha ripreso il preambolo.

“Ho forgiato un amuleto che ti renderà invincibile…” A Seconda Visione era venuto ospite uno dei suoi attori, e conosco il blog di uno dei suoi autori. La curiosità per The Iron Pagoda, il primo film wuxiapian italiano, o foss’anche bolonnaise, è cresciuta a dismisura. Un film da non perdere, fidatevi: qua tutte le notizie e i modi per scaricarlo o vederlo direttamente.

"Noi siamo le esplosioni nel cielo"

So Long, Lonesome

Gli Explosions in the Sky fanno dischi che tu metti nel lettore mp3, o nello stereo, premi play, e ti fai gli affari tuoi. E poi, ad un certo punto, ti fermi immobile ad ascoltare, interrompendo qualsiasi cosa tu stia facendo, senza che abbiano detto una parola.
Gli Explosions in the Sky fanno concerti, come quello di ieri all’Estragon, in cui iniziano piano, e tu sei con loro, teso a percepire ogni più lieve nota, e poi ti portano su, su, su, fino (ad esplodere) nel cielo.

Non so quanto sia ampio il cielo del Texas da cui viene la band, ma so che i quattro sfruttano ogni possibilità dinamica dei loro strumenti, che diventano piccole gocce di pioggia o squassanti tuoni, dal pianissimo al fortissimo, gradualmente o all’improvviso.
E gli Explosions in the Sky emozionano come ogni fenomeno naturale che ci si mostra con possenza e come ogni manifestazione della delicatezza.

“Buonasera a tutti, grazie di essere venuti”, ha detto uno di loro in italiano. “Noi siamo le esplosioni nel cielo, e questa sera ci metteremo il cuore.”
Ed è iniziato uno dei concerti più belli a cui abbia mai assistito.

P.S. Scaricatevi qua il loro album The Rescue, gratuitamente, se avete problemi di coscienza.
P.P.S. Se la mia settimana di concerti ininterrotti inizia così… Tra poco Vampire Weekend, domani Why?, giovedì Cesare Basile, venerdì Spiritualized, sabato Campbell&Lanegan, lunedì Malkmus & the Jicks…

Missa Est

Sono andato alla festa ieri pomeriggio. Sono arrivato a casa di F. alle otto e mezzo di sera. E ho cantato, ballato, suonato. Più altre cosette che potete immaginarvi.
Per dieci ore di seguito.
Poi siamo rimasti davvero solo noi, gli amici di vecchia data. Distrutti, ma entusiasti.
“Andiamo sul Po”, ho proposto biasciando verso le sette del mattino.
“Sul Po si deve andare in macchina, e non è il caso. Ma andiamo a fare una passeggiata fino ad un castello. C’è il fossato. Acqua. Anche lì”, ha detto F.
E così, in sei, siamo usciti da casa e siamo andati a passeggiare in mezzo alla campagna, nel silenzio assoluto. Sarebbe stato bello vedersi da fuori: sei trentenni barcollanti che vanno non si sa dove, come in un film di Buñuel.
Siamo arrivati al fossato, siamo tornati indietro.
Uno di noi ha abbandonato.
Quattro hanno iniziato una partita a calcetto, nel giardino di casa di F.
Il quinto un po’ faceva l’arbitro, un po’ il raccattapalle, un po’ dormiva.
Ho ripreso un treno alle 10 del mattino, e sono arrivato nella strada di casa mia, nelle condizioni che potete benissimo figurarvi, verso le 12.
E ho sentito una voce provenire da un altoparlante vicino a casa.
“Beppe Grillo?”, ho ipotizzato, sentendo il tono pontificante. (Ero distrutto, dai.)
Mi sono reso conto che non era Beppe Grillo, quello che parlava a volume altissimo, ma il prete della chiesa sotto casa. E mi sono chiesto perché. Perché io devo essere costretto a sentire la predica di un prete, perché devo essere invaso dalle sue parole, perché i suoi pensieri devono essere diffusi da altoparlanti per strada.
Ho quasi trent’anni, e da quasi trent’anni vivo in un Paese che dovrebbe essere laico, ma che ultimamente non finge neanche di esserlo.

Di |2008-05-25T19:37:00+02:0025 Maggio 2008|Categorie: I Me Mine, Lady Madonna|Tag: , , , , |5 Commenti

Cazzo ridi?

Sono in giro da qualche mese, ma non ne avevo sentito parlare fino a poco fa, quando ho letto l’editoriale di Gianni Canova su duellanti. Esistono diversi modelli di macchine fotografiche digitali che hanno il sistema “Smile Shot”: si tratta di un metodo di riconoscimento automatico del sorriso. Tu punti la macchina su un soggetto, inquadri il viso nel display, e la macchina scatta automaticamente solo quando il soggetto sorride.
E le macchine con questa tecnologia non sono così costose, anzi.
Ma esiste anche l'”Happy Face Retouch”: tu scatti la foto di una persona triste, e il software ritocca automaticamente la foto, facendo sorridere il soggetto inquadrato.

Non ci credete? Leggete qua e qua.

“(…) non ci si dica più che l’immagine fotografica è un “documento” della realtà. Non lo è mai stato, e le nuove tecnologie lo rendono evidente in modo incontrovertibile. Del resto, riuscite anche ad immaginare un Berlusconi, o un Sarkozy, o un Bush, ritratti mentre piangono? No, il pianto del Potere appartiene alla sfera o del Tragico (ma il Potere oggi non conosce che il Grottesco) o dell’Impossibile. Quindi, sorrisi obbligatori per tutti. Dal Re al Buffone. E avanti con la Grande Rimozione: quella con cui il Potere cerca di illuderci che sia possibile rinunciare a fare i conti con la realtà.”
Gianni Canova, duellanti n. 42, maggio 2008, p. 1

My N.Y.C. from A to Z – 3

Ristoranti. L’ostello dell’anno scorso aveva una cucina, quello di quest’anno era attrezzatissimo per la colazione, ma per il resto non andava oltre il microonde. Quindi mi sono buttato nell’enorme panorama culinario nuiorchese. Ho mangiato giapponese (e dei giapponesi pazzi al tavolo a fianco mi hanno obbligato a finire una damigiana di sakè), etiope (favoloso, ma anche qui torna la battuta di Harry ti presento Sally – che non ricordavo: “Andiamo a mangiare etiope? Ci daranno dei piatti vuoti, finiremo presto”), italiano (oh sì, in un posto talmente fantastico che linko: si chiama Bread), messicano (solo delle empanadas, a dire il vero). E poi in milioni di altri posti a caso, per strada, in giro. E’ divertente solo scegliere dove e cosa mangiare.

Singer. Era un concerto non previsto, ma non ero mai stato alla Knitting Factory. La serata è iniziata male, con un certo Daniel Higgs che ha letteralmente salmodiato per mezz’ora sull’amore, facendosi accompagnare da uno scacciapensieri e da uno strumento a corde poggiato sul grembo, che pizzicava con noncuranza. Se avessi saputo che presentava un disco chiamato Metempsychotic Melodies… Poi per fortuna sono arrivati i Cloudland Canyon, robusti ed eterei al tempo stesso, su Kranky Records. E infine, Singer. Semplicemente fantastici: tra il math rock e il be bop, precisi come macchine, perfetti per suoni e armonie: uno dei concerti più belli visti quest’anno. Compratevi il loro disco Unhistories, in attesa di vederli in Italia in autunno. Meravigliosi!

Trains. La metropolitana di New York è enorme, rumorosa, incasinata: ma costa pochissimo ed è un modo meraviglioso per scorrazzare da una parte all’altra della città. Piena di ratti, di musicisti spesso bravissimi, di persone che sbraitano, si lamentano, ti parlano del loro amore e odio per NY. “Dobbiamo andare uptown o downtown?” “Dov’è la fermata giusta?” E poi nel fine settimana, per lavori o altro, et voilà, saltano fermate, cambiano le linee, ti trovi ad aspettare l’A Train alla fermata della linea 3 e invece arriva il Q. Ma prima o poi si arriva, e la voce registrata che dice prima di ogni partenza “Stay clear from the closing doors, please”, diventa una specie di bordone per tutta la giornata.

Union Square. Tra una cosa e l’altra è stato il posto da cui sono passato di più, la fermata della metropolitana di riferimento (non quella più vicina all’ostello), il luogo in cui mi sono incontrato con altri, in cui mi sono seduto, riposato. Il luogo dove ho comprato dischi e visto che i mercatini biologici ci sono anche a NYC, non solo a Princeton (vedi post precedente). A Union Square ho iniziato un giro bellissimo di mercatini dell’usato, che in realtà, secondo Time Out, sarebbe dovuto finire là. A Union Square, l’anno scorso, non ero neanche passato.

Village. East, West, Greenwich, andate dove vi pare, ma è ancora adesso il luogo in cui è più facile divertirsi a New York. Certo, Williamsburg è più hype, il So.Bo. (South Bronx) sta diventando cool, le case di Astoria iniziano ad essere bellissime. Ma quando non si sa cosa fare, nel giro di una quindicina di isolati c’è tutto. Dalla trappola per turisti al Cake Shop, dai take away thailandesi di St. Mark’s Place al ristorante etiope dove sono stato, dall’ormai sputtanatissimo Cafè Wha? a deliziosi locali con i tavoli fatti di lavagna. E il gessetto per scriverci e disegnarci sopra è omaggio.

Whitney Museum of American Art. Perso l’anno scorso, recuperato quest’anno. Il Whitney raccoglie una collezione permanente pregevole, ma a New York è noto soprattutto per la biennale di arte contemporanea. Non so, sarà stato che di vedere enormi tavole grigie o nere e pensare ad altro oltre “Non era una buona giornata per chi le ha dipinte”, e cose del genere, non ne posso più. Sarà stato che ero stanco e avevo mal di testa. Ma insomma, ho dato un calcetto ad un’opera. Ed è caduto un cartello-che-faceva-parte-dell’opera-stessa. Con perfetto aplomb ho detto “sorry” e ho rimesso il cartello (pesantissimo, di legno) a posto. Avrò mutato la volontà artistica dell’opera? Sarà, ma l’unica reazione che ho sentito è stata una risatina. Liberatorina.

X. Di incognite, in questo viaggio, non ce ne sono state. A parte il misterioso ospite del bizzarro ostello dov’eravamo alloggiati. La prima volta che lo vediamo, pensiamo: è un disgraziato che non ha casa e sta qua, curando la sua innocua follia. La seconda volta iniziamo a parlarci e sembra a posto. Ma cosa sono quei calcoli che fa sempre sul tavolo della stanza comune? La terza volta scopriamo (vedi “American Dream Hostel”) che conosce mezza università dell’Oregon, e ci sono dei testimoni al tavolo con noi. Poi ci dice che è stato un matematico a Heisenberg, nel frattempo ci segnala il Terra Blues, e dice che sa il danese, perché ha vissuto in Danimarca. E che vorrebbe comprarsi una casa nel Chianti. Non so se ti rivedrò mai, L.C., ma mi hai segnato. E una delle cose che mi mancano di più sono i tuoi “Oook, oook, aaalright.”

Yuppi! Cos’altro si dovrebbe dire quando si sale sull’enorme ruota panoramica del Luna Park di Coney Island? L’anno scorso il parco era deserto, struggente. Quest’anno vedeva i suoi primi visitatori, ed è stato magnifico comunque. Coney Island è magnifica. Non diresti mai di essere a New York, eppure con mezz’ora di metro ritorni a Manhattan, più o meno. Ah, se volete fare anche voi il giretto sulla ruota, cliccate qua.

Zoo. Concludo questo abbecedario con una delle prime cose fatte a New York quest’anno. Visitare lo zoo di Central Park. Sì, lo so, gli animali dovrebbero stare liberi, scorrazzare felici nella natura. E’ vero. Ma lo zoo di Central Park è bellissimo lo stesso. La parte dedicata alla foresta pluviale è una struttura enorme e umidissima in cui uccelli tropicali ti svolazzano letteralmente tra i piedi, per dire. Se no, come avrei fatto a fare una foto come questa? E poi ci sono i pinguini: ecco, concludo quest’ultimo post con il video dei pinguini dello zoo. Perché mi sono sentito un po’ come loro: guizzante, rapido, eccitante e buffo. A presto, NYC.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=vdMdFTDItxI&hl=it]

My N.Y.C. from A to Z – 2

iPod. Il lettore mp3 più popolare del mondo è più diffuso dei semafori, a New York: se l’anno scorso tutti avevano il modello “video”, quest’anno – ovviamente – hanno tutti il “touch” o l’iPhone. Ma quando dico tutti, intendo tutti: ho visto signori nel pieno della terza età smanettare sullo schermo, scegliendo – chissà – tra standard di Tony Bennett e sinfonie di Mahler. Ci sono altri sintomi legati alla popolarità dell’aggeggio: negli Apple Store in cui sono stato, quello “storico” di Soho, ma anche quello nuovissimo e aperto 24 ore su 24 della 5th Avenue, gli iPod vengono venduti come bruscolini, ad una velocità impressionante. E anche al concerto di Feist, per carità, tutti contenti e partecipi ad ogni brano suonato, ma mai quanto è stato per “1234”, canzone usata per uno spot del lettore. E se siete curiosi, sì, me ne sono comprato uno: costa 100 euro in meno che in Italia, e il mio non so a quante “manovre di Fonzie” potrà resistere ancora…

Job. Mi sa che nel post precedente alla mia partenza vi ho tratti in inganno involontariamente: non sono andato a New York a fare dei colloqui di lavoro, ma degli incontri di lavoro, cioè legati ad uno dei lavori che già faccio. Questo mi ha permesso di entrare nel Flatiron e nel palazzo della Random House. La cosa più difficile dello stare in posti del genere è non perdersi. Io, che come noto ho il senso dell’orientamento di un lombrico morto, spesso mi trovavo a prendere l’ascensore, salire al piano che mi serviva e… rimanere immobile in una lobby bianca, senza indicazioni sulle porte che vi si affacciavano, aspettando che qualcuno entrasse da qualche parte per seguirlo. Molto umiliante, ve l’assicuro…

Katz’s. Forse questo posto non vi dice niente. E se guardate questo? A parte il richiamo cinefilo, da Katz’s si mangia benissimo. Ho ordinato il famoso “pastrami sandwich”: immaginatevi due sottili fette di pane di segala (spesse circa mezzo centimetro l’una) con in mezzo una dozzina di fette di carne pastrami (spesse circa un centimetro l’una). Davvero. Un’esperienza quasi mistica. O dovrei dire orgasmica? Inoltre, come vedete nella foto, i salami di Katz sono lì apposta per risollevare il morale delle truppe…

Libri. Quest’anno sono andato in tantissime librerie, con la scusa di cercare un libro per un’amica. E mi sono reso conto che (come accade con la musica) a New York si possono acquistare ottimi volumi per pochissimi soldi. Non c’è solo Strand, che comunque è impressionante in quanto a spazi e quantità di libri in vendita, ma anche tantissime librerie di usato, disseminate ovunque per la città. Gli acquisti di cui vado più fiero? La prima edizione inglese, del 1925, delle novelle di Verga tradotte da D. H. Lawrence, regalate all’amico a Princeton (vedi più avanti), e la prima edizione di A New Path to the Waterfall, l’ultimo libro del sempre adorato Carver. In tutto, per i due volumi, ho speso 35 dollari, poco più di 20 euro.

Metropolitan Museum. Uno dei luoghi che non sono riuscito a vedere l’anno scorso, quest’anno non mi è sfuggito. Il Metropolitan è una città-stato, una specie di macchina del tempo e dello spazio talmente enorme che anche se è piena di gente sembra poco affollata. Il problema che un luogo del genere ha in comune con altri musei nel mondo è che, dopo un po’, tutte le bellezze che si vedono confondono e si confondono tra loro: una via di mezzo tra la sindrome di Stendhal e l’indigestione di cannoli. Comunque tutto è stupendo, bellissimo, emozionante, gigantesco. Una versione museale dei sentimenti che dà la città.

New Museum. Il nome completo sarebbe “New Museum of Contemporary Art”, ma viene chiamato soltanto “il museo nuovo” un po’ per la mania di abbreviare e condensare tipica newyorchese, un po’ perché effettivamente è la grande novità di Manhattan: siccome il MoMA e il Guggenheim non bastavano, e il Whitney (vedi il prossimo post), neanche, ecco prendere piede, nelle ultime due decine d’anni, il progetto di un museo dedicato solo all’arte contemporanea. Una struttura bianca e sbilenca, sulla quale campeggia una scritta colorata che dice “Hell, Yes!”. Questo dovrebbe farvi capire, ancora una volta, quanto questa città sia dinamica in tutto e per tutto. Per quello che c’è dentro adesso, vi rimando al sito.

Obama. Uno dei due candidati democratici per le presidenziali di novembre è dappertutto: o meglio, in negozi e banchetti ci sono le sue spille e magliette, in grande quantità (la migliore che ho visto era dedicata alla “minoranza” ispanica e diceva “Sì, se puede”: meravigliosa), ma ho visto poche effigi dell’omino sulla gente. Questo potrebbe farci riflettere. O anche no. Il clima che si respira riguardo alla sfida con la Clinton (che è vista alla stregua di una repubblicana), è che questa tenzone non sia volta a scegliere il candidato che dovrà sfidare McCain, ma che sia la campagna elettorale presidenziale vera e propria. Sperando che, tra i due litiganti, il terzo non goda, per evitare di beccarci un repubblicano, ancora, alla guida degli USA.

Princeton. Se l’anno scorso la “gita fuori porta” era stata a Boston, quest’anno abbiamo passato una mezza giornata a Princeton, per andare a trovare un amico dei miei che insegna italiano là da vent’anni e passa. Avete presente, no, Princeton? Dove ha lavorato Einstein e dove stanno premi Nobel, futuri premi Nobel, probabili premi Nobel che insegnano a prossimi premi Nobel? Ecco, lì. A Princeton tutto è verde e tranquillo. A Princeton c’è il laghetto con le paperelle. A Princeton c’è il mercato dei produttori biologici. A Princeton i saluti sono “Ciao, profesori“. Alla mensa di Princeton si mangia benissimo. A Princeton ci sono praticamente solo bianchi. A Princeton si arriva con un trenino grande da qui a lì. Bella, Princeton, per carità. Ma ridatemi lo smog, il casino, l’eccitazione di NYC, please.

Quinta Avenue. L’anno scorso, paradossalmente, avevo girato poco per Manhattan: avevo visto il Bronx, il Queens e Brooklyn, ma solo negli ultimi giorni avevo passeggiato senza meta nel cuore della città. Quest’anno ho vagato un sacco, e camminare lungo la 5th Avenue, partendo da Central Park e risalendo fino all’Upper East Side, è stata una delle esperienze più divertenti in assoluto. Lo so, scritta così sembra una sciocchezza, ma chi di voi è stato a New York capisce di cosa parlo. Se la città è davvero una raccolta di palcoscenici a cielo aperto, beh, immaginate che la Quinta sia il mainstage e avrete colto la cosa.

continua, ancora…

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