Francesco Locane

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E. R. – Medici in prima linea (dove E. R. sta per Emilia-Romagna)

E ad un certo punto mi sono detto: “Ho bisogno di un check-up, devo fare il tagliando, insomma. La situazione economica non è delle migliori, ma, hey!, vivo in un paese che ha ancora la sanità pubblica”, e ho prenotato una serie di visite mediche, analisi, eccetera.
Non starò qui a raccontarvi tutto: mi limiterò alla parte più saliente, coraggiosa e – teoricamente – più vantaggiosa dal punto di vista economico del farsi una serie di controlli all’ASL. Quella che riguarda i miei denti, il loro controllo e manutenzione.
Alla metà di settembre prenoto le varie visite. La prima visita odontoiatrica è il 5 ottobre scorso. Durata della visita: cinque minuti netti. Costo: 18 euro.
Il dentista è un uomo enorme, dall’aria incazzata. Insomma, uno che non vedete l’ora vi infili degli strumenti affilati in bocca. Mi chiede che ci faccia lì, come lo si domanderebbe ad una suora in un night club. Gli rispondo che – incredibile! – sono lì perché vorrei sapere se la mia dentatura è a posto, denti del giudizio compresi, e per fare l’igiene. Solo che lui non capisce quello che dico, perché ha le mani nella mia bocca. (Questa è una caratteristica dei dentisti: perché si ostinano a fare conversazione quando la tua bocca sembra un portapenne? Perché non amano essere contraddetti?)
Il dentista toglie le mani dalla mia bocca e mi prescrive una radiografia. Vado su e giù tra ambulatori e CUP, pago, prenoto, torno su, mi fissa un’altra visita.
Secondo appuntamento: la radiografia, il 21 novembre. Costo: 25 euro.
Terzo appuntamento: ritiro delle lastre, o meglio, del cd con la radiografia, il 29 novembre.
Quarto appuntamento: la seconda visita odontoiatrica, il 30 novembre.
Il dentista è sempre lo stesso, ma deve avere avuto un mese difficile, perché è ancora più incazzato. E anche le sue mani sono diventate più grandi. Gli consegno il dischetto con la radiografia, e intanto mi fa sedere. Non appena prendo posto sulla poltrona, appoggiando i piedi su un cestino pieno di rifiuti medici, parte una sequela di bestemmie, imprecazioni e parolacce. Il dottore non riesce a leggere il contenuto del cd e la cosa lo fa imbestialire. Se la prende con tutti, da Dio al Ministro della Sanità.
Con quello stato d’animo pensa bene di rilassarsi facendomi la pulizia dei denti, con la grazia con cui un muratore bulgaro con la gastrite asfalterebbe il vialetto d’accesso della villa del padrone che lo sfrutta.
In cinque minuti d’orologio ha finito, e torna all’attacco del cd, chiedendo rinforzi. Arriva un collega e con due clic le mie arcate dentarie compaiono sullo schermo del computer del dottore. Mi siedo di fronte a lui, e inizia a scuotere la testa.
– Eh, – dice sospirando – lei deve rivolgersi ad un chirurgo maxillo-facciale.
Io sbianco, i miei denti anche.
– Vede? – continua il medico. – Le radici dei denti del giudizio pescano nel canale mandibolare, dove c’è il nervo. Se io vado ad operare, rischio di fare un danno. E se si arriva ad una lesione di quel nervo, lei rischia di avere la faccia storta tutta la vita. E lei non vuole avere la faccia storta tutta la vita, vero?
Non rispondo neanche. Ma, in un momento di silenzio, mormoro: – Comunque a me i denti del giudizio non danno alcun fastidio.
Il dottore spalanca la bocca. Evito di fare a lui quello che lui ha fatto a me. Poi dice: – Ah, ma davvero? Mo soccia, poteva dirlo prima! Allora tenga mo’ questo dischetto, se poi fa male, ne riparliamo.
Durata totale della visita (imprecazioni, problemi informatici, tutto incluso): quindici minuti. Costo: 19 euro.

Per risparmiare, ho risparmiato, non c’è dubbio. Il check-up continua, tra due settimane, con una visita oculistica. L’ultima volta trovai un oculista greco con tendenze antisemite. Chissà cosa mi riserva la prossima puntata.

Fellini alla radio – Storia di un amore uditivo

Ho visto quasi tutti i film di Fellini, per passione, per studio, per lavoro. Sono abbastanza sicuro che il primo che ho visto sia stato Amarcord: una totale identificazione con i “ragazzi” mi aveva permesso di turbarmi davanti all’enorme tabaccaia, alla Volpina, alla Gradisca. Poi ho visto gli altri, da solo, nei cineclub, a casa con altri, in salette anguste dell’università.

La prima volta, però, che ho subito una fascinazione per il mondo di Fellini, è stato con Otto e mezzo. Ed è stato uno stimolo uditivo, non un’immagine, a farmi innamorare dei suoi film. Vi ricordate l’inizio di quel capolavoro, con l’incubo di Mastroianni bloccato nel traffico? Mi risuona ancora nelle orecchie, se ci penso, quel sussurro, tipicamente felliniano: “Ingegnere, ingegnere, scenda giù”. Se penso a Fellini mi viene in mente questo, prima della scoperta degli affreschi in Roma, prima del lucente bianco e nero de La dolce vita, prima della festa de I vitelloni.

E penso di essere tornato all’inizio di questo amore, oggi, che mi trovo a presentare i radiodrammi pressoché inediti che Fellini scrisse per l’EIAR nei primi anni ’40. Quando mi sono arrivati in mano questi copioni, li ho letti e mi sono commosso, perché in quelle parole c’era tutto il Fellini regista. In quel ragazzino ventenne c’era già tutto, tutto quanto. E mi sono commosso ancora, quando ho sentito i radiodrammi riprodotti da Franco e Roberto. E ancora strette allo stomaco quando ho intervistato, per le puntate che ho curato, Kezich, Zavoli, Pandolfi e tanti altri che mi hanno regalato ricordi davvero personali sul genio di Fellini.

Chi è a Torino sabato 24, può venire a fare un saluto a me e Roberto alle 17 al Circolo dei Lettori, che ospita gli eventi collaterali del Torino Film Festival. Tutti gli altri possono sentire le puntate e i radiodrammi la prossima settimana su Città del Capo – Radio metropolitana o sul sito dell’iniziativa: www.felliniallaradio.it, che apre i battenti sabato (ma già adesso c’è un ricordo di Zavoli da brividi).

Un consiglio: non ascoltateli sull’ipod, in giro, mentre fate altro. Prendetevi del tempo, mettetevi comodi, su una bella sedia, con una coperta, un the. E ancora una volta lasciate che sia Fellini a farvi sognare.

P.S. Ovviamente ogni ripresa di questa iniziativa nei vostri blog, o lettori, sarà più che apprezzata.

Fatto cose, visto gente

Riemergo dalla latitanza con un orrendo post a punti. Ecco che ho fatto negli ultimi giorni:

  • sono tornato all’insegnamento, dopo qualche anno, e ho constatato orrendamente che il luogo comune che stiamo peggiorando in regressione geometrica è orrendamente vero;
  • ho lavorato al sito di Maps, con molta soddisfazione: approfittatene e scaricatevi l’impossibile;
  • ho lavorato a questo (e ancora ce n’è da fare, prima del 24);
  • ho visto La terza madre: ma tanto il mio “senso del brutto” è crollato prima perché sono andato a vedere anche Profondo Rosso – Il musical (per la serie: facciamoci del male);
  • ho ricevuto una lettera che, in sostanza, diceva che avrei dovuto pagare entro la metà di dicembre, per spese varie, esattamente la stessa cifra che sto cercando di mettere da parte con lavori e lavoretti vari; visto che il numero è di tre cifre, li divido e mi gioco un ambo al lotto, che dite?
  • ho visto un concerto bellissimo, con due band in gran forma…

… e se penso a quel post, che funge quasi da paletto, beh, ho appena iniziato. Sono a pezzi per la stanchezza, ma proseguo.

(Mal)destro

Poco fa, ad Anno Zero, Storace ha dichiarato: “ci sono molte persone che seguono la trasmissione collegati al mio blog, che fa più contatti di quello di Di Pietro, che sicuramente vi diranno o no, se vogliono Luttazzi in televisione.”
Prima della punch line, due note:
– basta parlare sempre di “Luttazzi-in-televisione” (e con questo non si pensi che io non lo voglia in tv, anzi);
– “io ho il blog più grosso del tuo”? Oh, dio.

Ovviamente nel blog di Storace compaiono, non appena dice quella frase, un sacco di commenti pro-Luttazzi.

Step by step: "In Rainbows" dei Radiohead

Eccoci qua, quindi. Dopo avere speculato su geroglifici, messaggi sul sito ufficiale, date di uscita dell’album. Dopo avere congetturato sulla presunta fine delle etichette discografiche e su download più o meno legali. Dopo tutto, quello che ci rimane è la musica. Lo ascolto da stamattina, quindi queste non sono impressioni proprio a caldo. Certo, non credo di avere mai scritto così velocemente di un disco. Oh, ne avevo voglia.

15 Step. In Rainbows si apre con ritmi elettronici, sui quali si innestano la voce di Thom Yorke prima e delle tessiture di chitarra poi. Basta il primo minuto di questa canzone per capire che siamo dalle parti dei Radiohead e basta. Se Hail to the Thief poteva essere considerato un tentativo di tornare a “quelli che erano i Radiohead” (ma quali, dico io, visto che i tre album precedenti erano diversi l’uno dall’altro?), ecco che il sincretismo si compie in maniera più definita già nella prima traccia del nuovo disco. Chi suona è un gruppo che ha alle spalle e allo stesso tempo ben presente tutto quello che è stato.

Bodysnatchers. Vigorosa intro di chitarra, batteria, basso pulsante. E ditemi che non sono rock, dai. Il pezzo cresce di intensità ad ogni battuta, gli strati si sovrappongono fino ad una cesura improvvisa, e i suoni tornano chiari e la voce di Yorke sale, e tutto ricomincia, per poi scomparire piano e ricominciare di nuovo. La traccia rimanda direttamente all’album precedente.

Nude. Archi campionati e incisioni al contrario, acuti, un basso nitido suonato su tonalità alte. Forse questo brano è come avrei che avesse suonato The Eraser. Ma basso e chitarre sono discreti nel tenere su il pezzo, seppur presenti, e il cantato indugia in glissandi e lievi vibrato. E il finale è lasciato a voce e archi. Sarà il momento accendini accesi ai concerti, occhi lucidi. E baci con la lingua.

Weird Fishes/Arpeggi. In parte il titolo spiega da solo il brano. Anche qui chitarra, basso e voce, e una batteria sincopata. Il crescendo è molto lento, poi si spegne e Yorke dice di essere stato mangiato da questi pesci bizzarri, e l’atmosfera si fa subacquea e ovattata prima e minacciosa poi, fino al finale.

All I Need. Un basso quasi fuzz, senso di solitudine e nudità. Insomma, una splendida canzone d’amore alla Radiohead. In sottofondo, ogni tanto, fanno capolino archi impazziti alla Hermann, per un secondo, e un vibrafono riprende la linea del basso. In mezzo, la voce inconfondibile che ben conosciamo. E il pianoforte. Uno dei pezzi migliori del disco. Niente di nuovo, ma rapisce.

Faust Arp. “One-Two-Three-Four”. Inizia così questo gioiellino di due minuti. L’inizio mi ricorda moltissimo un pezzo degli Zero 7, ma non ricordo quale. Gli archi sono molto presenti, e i loro arrangiamenti mi fanno tornare in mente alcune armonie che usava molto Nick Drake, così come sono intersecati con gli arpeggi di chitarra acustica. Forse il pezzo a cui mi sto affezionando di più.

Reckoner. La batteria dell’intro è registrata lontano, e definisce uno spazio ampio che verrà riempito nel corso del brano. Yorke viaggia su tonalità molto alte, ma il falsetto è pulito e preciso come al solito, raddoppiato. Lo spazio centrale della canzone è affidato ancora una volta ad una magnifica apertura d’archi e alla voce, anzi, alle voci che armonizzano l’una sull’altra. E’ un esempio di come i Radiohead in questo disco riescano ad essere lievi e pieni allo stesso tempo.

House of Cards. Un ritmo quasi sambeggiante, con vocalizzi lontani. Inizio quanto meno spiazzante. “I don’t wanna be your friend / I just wanna be your lover”. Ah, ecco, siamo meno spiazzati, adesso. La canzone sembra dovere esplodere da un momento all’altro, ma il castello di carte rimane in meraviglioso e prodigioso equilibrio.

Jigsaw Falling Into Place. Un titolo meraviglioso, che rimanda all’immaginario visivo dei Radiohead. Cantato basso, che segue un ritmo sincopato come prima, e poi esplode, insieme alla progressione armonica della canzone. Niente di nuovo, intendiamoci. Ma, oh, le canzoni belle i Radiohead le fanno anche perché sono loro a farle. Ehm, un po’ involuto come concetto, mi rendo conto…

Videotape. Pianoforte e Thom Yorke. No, dico. E, sentendola, mi si è stretto il cuore, perché il concetto stesso di videotape è qualcosa che ormai va oltre il contenuto, ciò che vi è registrato sopra. Si carica di un senso antico: lui la molla e le lascia il messaggio inciso su nastro. Uno splendido paradosso per chiudere un disco che è associato tantissimo a tutto quello che è digitale. Una splendida canzone per chiudere un ottimo album. Se vi aspettavate un capolavoro rimarrete delusi. Nonostante questo, ci scommetto, lo ascolterete compulsivamente.

E fou amor a primo ascolto

Quando arriva un disco in radio è spesso accompagnato da un comunicato stampa abbastanza inutile. Ma quello con il primo disco degli Amor Fou, La stagione del cannibale, mi ha colpito da subito.

(…) Durante una festa i quattro [componenti del gruppo] conoscono Adele H. e Paolo M. Lei romana, figlia di una freak e di un pariolino, lui fuoriuscito dalla Milano bene degli anni sessanta. Un tempo innamorati come pazzi, si lasciarono senza motivo, giovanissimi, il giorno della bomba di piazza Fontana per poi ritrovarsi negli anni novanta, ma questa volta senza amore e senza odio. (…)

Da questa storia, o meglio, dai racconti che i due hanno fatto ai componenti della band, nasce questo disco meraviglioso. Un disco pop(ular), come dicevano gli Area, un disco necessariamente cantato (narrato) in italiano, perché parla della nostra nazione, della nostra storia, senza nominare alcun evento storico, a parte gli ultimi due brani, “L’anno luce” e “La strage”, in cui comunque la storia è filtrata attraverso il personale (il privato, si diceva un tempo, contrapponendolo a pubblico, e contaminando entrambi con il politico). E una strage di Stato è avvenuta lo stesso giorno in cui finisce l’amore, il primo, quello più grande. Quello matto (fou) e passato, che fu. E che non può tornare. Non è un caso che siano gli anni ’90 quelli in cui i due protagonisti si ritrovano. E non è un caso che non ci sia amore né odio, allora, tra i due. Nei primi anni ’90 ci sono stati gli ultimi veri tentativi di aggregazione sociale e di protesta politica compatta. Gli anni della Pantera, dei primi (nuovi) centri sociali. Gli ultimi anni in cui aveva un senso concreto raggrupparsi in un posto fisicamente. Per inciso, gli anni della mia adolescenza.

La stagione del cannibale è direttamente riferito ai momenti più alti che la nostra canzone ha avuto negli anni ’60, anni di amori e speranze per tutti, scoppiate proprio alla fine di quel decennio, il 12 dicembre del 1969, una data che si è portata via molte più cose di quanto non si pensi. E un cantante di allora che gli Amor Fou tengono ben presente, Luigi Tenco, si tolse di mezzo prima ancora di quel momento. Ma Cesare Malfatti, Leziero Rescigno, Alessandro Raina e Luca Saporiti conoscono bene i suoni di adesso, e sanno scremare tra ciò che effettivamente rimarrà e le chilate di fuffa che la cosiddetta “scena indipendente” riversa sul mercato. E appoggiano melodie e cantato su richiami evidenti alle migliori sonorità elettroniche di oggi, Notwist, Lali Puna e Tarwater su tutti.

Sento da settimane questo disco e non mi annoia. E mi sorprendo a cantare i testi a memoria, cosa che non mi succedeva da molto tempo.
Questo rende ancora più bello il fatto che La stagione del cannibale sia il disco della prossima settimana a Maps e che domani, lunedì 8 ottobre, dalle 16 gli Amor Fou saranno negli studi di Città del Capo – Radio Metropolitana per parlare del disco in trasmissione. E per suonarne qualche brano.

Per sentire e vedere: Amor Fou – MySpace

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